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Anton Giulio Barrili
Il tesoro di Golconda

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Quel giorno, verso le tre del pomeriggio, il mahunt Lacmana stava rinchiuso nella sua cella, meditando le sublimi preghiere del Rigveda, il primo dei sacri volumi, che Brama stesso, il dio padre, ha ricavati dal fuoco, dall'aria e dal sole, per la debita osservanza dei sacrifici. Povero avanzo di una religione moribonda, il vecchio Lacmana era la malinconica simpatia di Guido Laurenti, la cui indole sentiva tanto del poeta, in mezzo alle cure del naturalista e del filologo.

Avete osservato come tutte le vecchie istituzioni tornino uggiose, fino a tanto son vive e pugnano con le nuove idee per ragion di dominio, ma diventano care e venerabili, quando sono irremissibilmente cadute? Forse è la maestà dei ricordi che parla allo spirito delle nuove generazioni; forse alcunché di giovanile e di grazioso, che si riscontra in quelle forme estinte, a cui ci si accosta senza sospetto, poiché la loro parte men nobile non può far più male a nessuno. Questo avvenne del paganesimo tra noi, quando diventò una forma archeologica. Lo ammiriamo nella bellezza delle sue manifestazioni artistiche, lo studiamo e lo amiamo nella profondità de' suoi miti. Quasi quasi sarebbe da credere che lo spirito dei presenti volesse rifare il tentativo di Giuliano, mille cinquecento anni dopo la sua mala riuscita.

E la religione braminica faceva un senso consimile nella mente di Guido. Nobilissima per la purezza delle sue massime, veneranda per la sua antichità, apparsa, si può dire, con l'alba della storia, cresciuta a straordinaria grandezza in un periodo di non interrotte fortune, venuta ad una fioritura maravigliosa di lettere ed arti, in quel medesimo tempo che il politeismo italico aveva il suo secol d'oro con la potenza d'Augusto, era naturale che destasse l'ammirazione di Guido Laurenti, e che il nostro poeta, il nostro pensatore, nutrisse un affetto compassionevole per quel vecchio bramino, che la rappresentava a' suoi occhi.

Dirò forse un'eresia; ma credo che anche il vecchio Lacmana amasse di più il suo tempio di Paravady e venerasse con più fervore il suo Mahadeva, dopo che si era imbattuto in quel figlio dell'Occidente, che amava e venerava gli argomenti del suo medesimo culto. Infine, eresia o no, voglio dirvela come la sento; non avviene un pochino la stessa cosa a chi possiede una donna, che la stima e l'ama di più, per la stima che vede farne, o meglio, per gli occhi teneri che vede farle dagli altri? E la donna, che lo sa… Ma qui mi avvedo che il paragone non corre più, tra la donna e la religione dei Veda; perciò, lascio in tronco il periodo.

Quel giorno, adunque, il manhunt Lacmana stava pregando il suo dio, per sé e pei poveri indiani posti sotto la giurisdizione del tempio di Paravady. Egli vedeva nell'amicizia del sahib Laurenti, e nella impresa archeologica del sahib Marana, un indizio di singolare benevolenza del Mahadeva, di cui era evidente il favore per la popolazione di quel piccolo villaggio. Dio si compiace negli umili. È questo un concetto che troverete in tutte le religioni, e basterebbe forse a dimostrare la eccellenza di tutte.

Ah, se il Mahadeva si fosse degnato di far scoprire il tesoro! Era ben suo, e poteva giovare alla prosperità del suo popolo. Il gran giorno era imminente. Guido Laurenti e il duca di Marana gli avevano annunziata la scoperta del sotterraneo. E il suo cuore affrettava coi voti la scoperta del nascondiglio indicato nella leggenda di Haruti.

Però, immaginate se non gli parve d'essere esaudito a volo nel suo desiderio, quando un alunno del munder venne ad annunziargli che il sahib Marana desiderava di vederlo.

- Sia il benvenuto; - gridò, alzandosi dalla sua scranna per muovergli incontro.

Don Fernando era solo. Giunto insieme con Guido dalle rovine di Karma Vridi, se ne era spiccato, in vista del munder di Paravady. E Guido lo aveva lasciato andar solo a informare il vecchio Lacmana dell'esito di tante faticose ricerche, intendendo benissimo che il suo amico avesse bisogno di rimanere un po' solo. Una sventura domanda i conforti dell'amicizia; il malumore e la stizza vogliono la solitudine, in cui trovano ad un tempo la compiacenza e lo sfogo.

Il duca di Marana non aveva ancora trovato lo sfogo; ma era tuttavia nel periodo della compiacenza. Almeno, si poteva argomentarlo dalla sua aria rannuvolata.

- Orbene? - gli chiese Lacmana. - E il sotterraneo?

- Lo abbiamo percorso stamane.

- E.. il nascondiglio?

- Trovato.

- Ah! - esclamò il vecchio, mettendo un sospiro.

- Ma vuoto; - soggiunse il duca, - cioè, senza niente di ciò che eravamo andati a cercare. -

Lacmana era rimasto di sasso.

- Ma come? - diss'egli, dopo un istante di pausa. - Chi può essere penetrato dentro?

- Oh, non c'è penetrato nessuno. La parete era chiusa; ma il tesoro… il tesoro non c'era più da due secoli. Eccovi qua tutto ciò che abbiamo rinvenuto nel forziere di Gundwana. -

Così dicendo, il duca di Marana porse al vecchio mahunt l'astuccio di pelle in cui era custodito il prezioso autografo di Aureng Zeb.

Lacmana lo aperse ne trasse fuori la foglia di palma che sapete e lesse con voce tremante quella pagina ferocemente canzonatoria; indi levò gli occhi smarriti a guardare il duca come per chiedergli la spiegazione del fatto, se pure fosse stato possibile di averne una, dugent'anni dopo gli avvenimenti a cui si riferiva l'autografo.

Il duca di Marana gli raccontò allora tutti i particolari della scoperta gli espose le congetture di Guido, avvalorato dalla presenza dello scheletro.

- Dev'essere così; - conchiuse Lacmana, crollando malinconicamente la testa. - Il malvagio ha trionfato.

- Triste cosa, non è vero? - disse il Marana. - E quando si pensa che quelle ricchezze dovevano servire alla prosperità dei fedeli di Paravady!

- Il Mahadeva ha voluto così; rispettiamo i suoi decreti; - ripigliò Lacmana inchinandosi.

Il duca di Marana era così pieno di stizza, per tutte le ragioni a voi note, che avrebbe preso a dirla, non solo con un bramino dell'India, ma anche con un teologo d'Europa.

- Rispettiamo pure; - diss'egli; - ma non sarà permesso all'uomo di lagnarsi un pochino? Tutto va alla rovescia; il cielo non riconosce più le buone intenzioni. -

Il vecchio mahunt gli rivolse un'occhiata tra severa e malinconica.

- Conoscete la parabola del pescatore? - chies'egli poscia al duca.

- No, in verità; non sono un indianista della forza del mio amico Laurenti.

- Sentitela, adunque; - ripigliò gravemente Lacmana. - Il dio Crisna, tornando un giorno da una spedizione lontana, rientrava a Madura in compagnia dei suoi discepoli. Gli abitanti della città, recatisi incontro a lui, chiesero di udire la santa parola. E Crisna, salito su d'un poggio, parlò in questo modo alle turbe:

«Sulle rive del Gange viveva un povero pescatore. Durga era il suo nome. Allo spuntar dell'alba, egli si avvicinava all'acqua per farvi la sue abluzioni, e, tenendo tra mani un ramicello dell'erba divina del cusa, recitava divotamante l'inno della Savitri; indi, purificato lo spirito come il corpo, andava di buon animo al suo lavoro quotidiano, pel sostentamento della sua numerosa famiglia.

«Iddio gli aveva concesso dieci figli, sei maschi e quattro femmine, che formavano la sua contentezza, poiché essi erano credenti e buoni al pari di lui. Il più giovane de' suoi figli poteva già aiutarlo a condurre la sua barca, e le sue figliuole, chiuse nell'interno della casa, intrecciavano la lana delle capre, per farne vesti a tutta la famiglia.

«Malgrado un'assidua fatica, la famiglia era povera. Ingelositi delle sue virtù, gli altri pescatori si erano collegati contro di lui e lo perseguitavano ogni giorno con parole ed atti malvagi. Ora essi scompigliavano le sue reti, o tiravano la sua barca in sulla rena, perché egli dovesse perdere un'intiera giornata a rimetterla in acqua; ora, imbattendosi in lui, quando egli andava a vendere il suo pesce in città, gli strappavano le ceste di mano e le gettavano a terra, perché nessuno volesse più di quel pesce, avvoltolato nella polvere.

«Soventi volte il povero Durga ritornava malinconico al suo abituro, pensando che un giorno o l'altro egli non avrebbe potuto più sovvenire ai bisogni della sua famigliuola. Cionondimeno, egli aveva cura di portar sempre i frutti migliori della sua pesca in dono ai santi eremiti, ed accoglieva e sfamava tutti gl'infelici che andavano a lui. Della qual cosa lo schernivano i suoi nemici, mandando a lui tutti i mendicanti, che trovavano per via.

«- Andate da Durga, - dicevano, - quello è un ricco travestito, che pesca per suo sollazzo. -

«E così beffeggiavano la sua povertà, che era opera loro.

«Ma ben presto i tempi volsero cattivi per tutti, e una carestia spaventevole desolò la contrada, essendo andato a male il raccolto del frumento e del riso. I nemici di Durga, non potendo più avere i grani necessarii per la pasta da adescare il pesce, diventarono poverissimi al pari di lui e non pensarono più a tormentarlo.

«Una sera che il pover uomo ritornava della spiaggia senza aver potuto prendere un pesce, e mentre egli pensava con dolore che nulla gli restava più in casa per isfamare la famiglia, gli venne veduto un fanciullino che, seduto al piede d'un tamarisco, piangeva, chiamando sua madre.

«Durga gli chiese donde fosse e chi lo avesse abbandonato colà. Il fanciullino rispose che sua madre lo aveva lasciato in quel luogo, per andare a cercargli un po' di cibo.

«Tocco di compassione per quel povero innocente, Durga lo prese tra le braccia e so lo portò in casa. Sua moglie, che era caritatevole come lui, gli disse che aveva fatto bene a non lasciarlo morire di fame e di paura laggiù.

«Ma in casa di Durga non c'era più riso, né pesce affumicato; la tristezza regnava in quel misero abituro.

«La luna saliva placidamente per la vôlta azzurra; tutta la famiglia s'inginocchiò, per l'invocazione della sera.

«Tutto ad un tratto, il fanciullino si pose a cantare:

«- Il frutto della còtaca purifica l'acqua; ma la carità purifica l'anima. Prendi le tue reti, o Durga; la tua barca galleggi sul fiume; i pesci attendono.

«- Ecco la tredicesima notte della luna; l'ombra dell'elefante cade da oriente; gli spiriti degli antichi domandano miele, burro e riso bollito. Prendi le tue reti, o Durga; la tua barca galleggia sul fiume; i pesci attendono.

«- Tu darai un banchetto ai poveri, e l'amrita scorrerà così abbondante come le acque del fiume sacro; tu offrirai agli antichi la carne d'un capretto rossigno, perché i tempi delle prove sono al termine loro. Prendi le tue reti, o Durga; tredici volte le getterai. La tua barca galleggi sul fiume; i pesci attendono. -

«Durga, meravigliato, pensò che fosse quello un avviso del cielo; prese le sue reti e discese, col più robusto de' suoi figli, alle rive del Gange.

«II fanciullino li seguì, ascese nella barca con essi, e dato di piglio ad un remo, si pose a dirigerla.

«Tredici volte le reti s'immersero nell'acqua, tredici volte la barca, colma fino all'orlo, dovette tornare alla riva, per deporre il frutto della pesca. Dopo l'ultima gettata, il fanciullino disparve.

«Ebbro di gioia il pescatore si affrettò a portare a' suoi figli il sostentamento necessario; quindi, pensando che c'erano altri bisognosi da soccorrere, corse dai pescatori suoi vicini, dimenticando il male che gli avevano fatto, per chiamarli a parte della propria fortuna.

«- Accorsero tutti, non osando credere a tanta generosità. E Durga distribuì loro immediatamente la maggior parte della sua pesca miracolosa.

«Per tutto il tempo che durò la carestia, Durga continuò, non solamente a nutrire i suoi vecchi nemici, ma anche ad accogliere tutti i poverelli che correvano a lui. Il pescatore non aveva da far altro che immergere le sue reti nel Gange, perché il pesce vi si gettasse in gran copia.

«Passata la carestia, la mano del Signore continuò a proteggerlo, ed egli diventò così ricco in processo di tempo, da poter innalzare del suo danaro un tempio a Brahma, sontuoso e magnifico per guisa, che i pellegrini vi accorrevano da tutte le parti del mondo, per vederlo e pregarvi il Signore.

«Non disperate, abitanti di Madura. La povertà non è un delitto, né una punizione; essa è una prova. Iddio quel che vuole, e quando vuole. Felici coloro che sanno rinunziare a tutti i beni della terra, pensando che sopra alla gioia e al dolore è un sentimento più sublime: quello dell'uomo che affissa lo sguardo al cielo, e, aspettando di nascere in Dio, non desidera la morte, non desidera la vita, ma attende la sua ora, come un mietitore attende la sua mercede.» -

Così parlò il vecchio Lacmana, riferendo le parole dei sacri volumi. E don Fernando, che non poteva astenersi dal notare certe somiglianze tra dottrine e dottrine, vide altresì come fossero puri gl'insegnamenti di Crisna.

E gli chiese altre massime, che Lacmana, sentendosi invitato al suo giuoco, gli gettò a piene mani. Queste, ad esempio:

«L'uomo che non sa comandare ai sensi, non è capace di adempiere il suo ufficio nel mondo.

«È da rinunziare alle ricchezze e ai piaceri, quando la voce della coscienza non approva il motto con cui si conseguono.

«I mali che noi facciamo al nostro simile ci seguiranno, come l'ombra seguita il corpo.

«Come la terra nutre coloro che la calpestano, lacerandone il seno, così noi dobbiamo rendere bene per male.

«L'uomo virtuoso è come il baniano, la cui ombra benefica spande intorno la frescura e la vita.

«L'uomo onesto dee cadere sotto i colpi dei tristi, come il tronco del sandalo, che cade profumando la scure

Quelle massime della filosofia più antica del mondo erano un balsamo per lo spirito infermo del Duca di Marana. Il quale, d'altra parte, andava facendo dentro di sé un curioso paragone.

- Se quell'uomo, che sperava di essere utile col suo segreto ad un popolo di devoti credenti, si rassegna a vedere perduto un tesoro e a saperlo caduto in balia dei nemici di Mahadeva, e attinge nobili consolazioni nella sua stessa dottrina, perché non sarei un pochino filosofo anch'io? Un miccino di nobiltà, non guasta mica, che diamine!-

L'uomo, per solito, non se ne avvede, perché non ci pensa; ma è questa nobiltà di sentire, innalzata a punto d'onore, che gli fa compiere un certo numero di buone azioni nel corso della vita.

Il duca di Marana non aveva per nessuna buona azione da compiere; aveva solamente da padroneggiare sé stesso. E per intanto quel puntiglio di nobiltà valse a calmargli le bizze.

Congedatosi dal filosofo di Paravady, don Fernando fece ritorno al Sahibgar, non lieto ma calmo, e non arrossì punto nell'atto di ripresentarsi alla signora Laurenti.

Quella sera la donna gentile gli disse:

- Noto una cosa abbastanza singolare. Mi sembrate molto tranquillo, dopo la canzonatura di Aureng Zeb.

- Oh signora! - gridò egli, con aria tra faceto e malinconica. - Se non vi rammaricate voi pel diamante perduto, perché mi lagnerei io di non aver trovato il tesoro? Del resto, che farci? - soggiunse, mettendo fuori un lungo sospiro. - Non basta desiderare i tesori, bisogna meritarli. Ed io ho avute ben altre canzonature, che questa dell'imperatore Aureng Zeb. C'è un destino che mi perseguita. Vedrete, signora mia, che sarò condannato a non imbroccarne più una. Se, per esempio, domani, o doman l'altro, voi e Guido andaste

- Dove?

- A Secanderabad, a chiedere per me la mano di miss Lawson, sono sicuro che vi risponderebbero: dolentissimi, ma la mano di nostra figlia è impegnata da ieri.

- Ah, bene! - esclamò la signora Luisa, raggiante di contentezza. - Volete dunque provare?

- Non già per mia elezione; solamente per convincervi.

- Di che cosa?

- Di ciò che vi ho detto, intorno alla mia cattiva stella, al destino che mi perseguita.

- Ecco una contraddizione bella e buona; - osservò la signora; - cioè, no, mi correggo; non bella, né buona.

- O dove la vedete, di grazia?

- Dove la vedo? Nelle vostre parole. Se un no dei signori Lawson ha da essere una prova della vostra sfortuna, e certo che un sì basterebbe alla vostra felicità. E allora, perché dirmi che non ne fareste nulla per vostra semplice elezione? Don Fernando, amico mio, fate senno; - soggiunse la signora Luisa, assumendo un'aria di materno rimprovero; - che cosa sono queste bambinerie? Non le voglio, sapete? Infine, parliamoci chiaro; è amicizia, la nostra, o non è? Vi ho forse offeso, ier l'altro? Ho solamente ferita la vostra dignità -

- No, certo; - rispose il duca; - avete anzi fatto il contrario. Siete un angelo. E appunto perché lo siete, son triste, poiché sento il dolore di allontanarmi di qui… dove vivono gli angeli.

- Ammetto il plurale; - ripigliò la signora, che tornava sempre al suo tema favorito; - e appunto perché ci sono degli angeli, potete rimanere. Quella gentile fanciulla

- Ah, signora! - interruppe don Fernando. - quella gentile fanciulla non merita che le si offra… un rifiuto.

- Anche questo è un errore. Voi non siete il rifiuto di nessuno. Cionondimeno, questa vostra delicatezza mi piace. E siccome la signorina vi andava a genio, e solamente una nuvoletta passeggiera, un capriccio, aveva leggermente offuscato quell'affetto nascente

- Oh! - disse il duca. - Capriccio! Nuvoletta passeggiera? Protesto contro queste denominazioni arbitrarie, molto arbitrarie.

- Siano pure arbitrarie; vi proveranno che io non rinunzio all'arbitrio. Voglio così, don Fernando; altrimenti, badate, mi fareste pena. Mio Dio, sì, lo capisco e lo ammetto; valgo qualche cosa, mettiamo pure un omaggio. Siete contento? Ma siccome siamo e vogliamo apparire sinceri, vi dirò che se io avessi accettato l'omaggio, mi avreste stimata meno. Rispondetemi voi, con questa medesima sincerità, non sarebbe stato così? -

Il duca di Marana fece un atto diniego e di preghiera, ma non rispose parola. Era un dir chiaro che la signora Luisa aveva ragione. E la signora Luisa non incalzò per avere una parola, dove il silenzio bastava.

- Eccola invece laggiù, - ripigliò la signora, - laggiù a Secanderabad, la donna che amerete e stimerete ad un tempo. È bella, è buona, è degna di voi; meglio ancora, se ci può essere qualche cosa di meglio dell'esser degna, è innamorata di voi. S'intende, - aggiunse ella, notando un atto di modestia del duca, - come può essere innamorata una fanciulla, che ami per la prima volta in sua vita. Ora, sapete voi che cosa avverrebbe, se vi saltasse il ticchio di andarvene?

- Non ne morrà certamente; - disse il duca, stringendosi nelle spalle.

- No, dite benissimo, non ne morrà. Si consolerà in quindici giorni, fors'anche in meno di quindici giorni. Un primo amore non è molto profondo; ma esso è la norma di tutti quelli che verranno dopo. La bella ninfa dell'Hussein Sagar perderà le sue care illusioni giovanili e il suo carattere ne soffrirà. Le avete usato più cortesia che non porti il costume; vi siete lasciato andare fino a guardarla nel bianco degli occhi, e questo è grave, assai grave. Ci sono degli sguardi che valgono più di cento discorsi. Insomma, la signorina vi piaceva, e glielo avete lasciato capire. Se andrete via, ella penserà che i signori uomini sono volubili, molto volubili, troppo volubili. E da una opinione simile, formata in così giovane età, immaginate voi, don Fernando, che cosa ne possa nascere.

- Volete dire, con questo, che io farei un servizio al mio sesso, togliendo a miss Lawson di formarsi una idea così cattiva degli uomini?

- Certamente. Vi è lecito di prendere la cosa anche per questo verso, che ha pure la sua importanza; - disse la signora Laurenti. - Ma pensateci meglio, ve ne prego, e siate più schietto. Che vergogna ci ha da essere per voi, gentil cavaliere, a confessarmi che l'amate un pochino? -

Il duca di Marina stette alquanto sovra pensiero; quindi rispose, facendo in due parole una gran concessione:

- L'amerò. -

La signora Laurenti fece un atto d'impazienza.

- Oh, vi assicuro - ripigliò prontamente il duca, - che l'amerò di tutto cuore. Non ci vorrà molta fatica, perché, voi l'avete detto, essa mi va a genio. Non volevo vincoli; ma lo accettar questo sarà anche un modo di obbedirvi. Avendola da voi, mi sarà cara; l'amerò poscia per lei.

- Incominciate da questo; - replicò la signora; - se no, non vado. Ma che uomo siete voi?

- Il duca di Marana vide il lampo di quegli occhi sdegnati, e non aspettò il tuono.

- L'amerò… l'amo, - diss'egli sollecito, - l'adoro, non voglio che lei. Va bene così? È contenta Vostra Mercede? -

La donna gentile sorrise, a quella raffica di proteste amorose.

- Per farmi andare a Secanderabad, - diss'ella con molta gravità, - non ci voleva di meno. -

 

 




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