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CAPITOLO PRIMO.
Nella storia de' principi, fu raro e
bellissimo esempio d'animo retto e di volontà sincera ed operosa, quello che
dimostrò al tempo de' padri nostri Pietro Leopoldo I granduca di Toscana.
Quindi è che scrivere di lui e del suo governo mi parve fatica non disutile,
come documento per comporre la gran contesa in cui si travaglia questa età
nostra, tra le paure del principato e le ambizioni del popolo. Dirò di Leopoldo
ciò ch'ei fece e ciò ch'ei volle e non potè fare; le poche colpe sue, le molte
del secolo, ancora restìo a intendere il retto e l'utile, e ad accoglierlo.
E se l'esempio ch'ei diede al mondo con quel
suo benefico modo di governo è in oggi meno ricordato, se le istituzioni
sembrano imperfette, le innovazioni scarse, e troppo lento il progresso della
civiltà a confronto degli ansiosi desiderii di questo nostro secolo, io voglio
trarre argomento della importanza de' fatti che ora m'accingo a scrivere, da
quegli avvenimenti stessi i quali ne scolorarono la memoria. Imperocché la
rivoluzione che sopravvenne ricuoprì tutto, e mostrando quanto si potesse in
fatto di politica, allargò smisuratamente le speranze degli uomini, volgendo in
dispregio anche ogni migliore istituzione de' tempi addietro, come rozzi e
manchevoli ritrovati di secoli troppo disuguali a questo nostro. Ma, per mio
avviso, ne' tempi che precedono le rivoluzioni e ne' primi tentativi che le
preparano, sta tutto il presagio di quegli effetti che per esse rimarranno
irrevocabili. Quanto noi vedemmo di estremo ne' fatti che agitarono l'età
nostra, quanto udimmo di più arrischiato nelle opinioni e nelle speranze,
eccesso fugace delle passioni, svanì con esse; e distruggendosi vicendevolmente
tutte le violenze che furono armi necessarie sinché le nuove idee combatterono
con le antiche, ora noi vediamo in quei paesi che più avanzarono nel cammino
della civiltà, gli ultimi e durevoli effetti ravvicinarsi agli intendimenti di
coloro che primi ubbidirono alla voce del tempo, e indovinarono il bisogno di
nuove cose.
Né la importanza dell'argomento ha da
misurarsi sulle piccolezze di quello Stato, intorno al quale si raggira la
materia di questo scritto. Perché io la ristringo alle cose di Toscana, e la
breve storia di Leopoldo imperatore in Germania è fuora de' termini del
subietto nostro. Quando egli salì all'Impero, la rivoluzione francese già
adulta, avea fatto nascere pe' principi una nuova necessità di cose, e mutato
di tutti l'animo e i consigli. Spenta per loro ad un tratto ogni sicurezza,
dovevano essi volgere a difesa di sé stessi lo studio che avevano sino allora
posto ad avvantaggiare le pubbliche condizioni. Le riforme di governo da loro
eccitate, e delle quali pareva ristretto in loro soli il desiderio, ora si
avanzavano minacciose di forza popolare, senza confino alle pretensioni, senza
rispetto alle vecchie autorità. Quindi i principi tutti ad un punto solo temere
smisuratamente quello che sino allora mostravano di bramare intensamente. La
natura dei principati mutò per tutta Europa intorno all'anno 1790, al qual
tempo Pietro Leopoldo cessò dal governo della Toscana. La potenza e la voglia
di riformare passarono a quel tempo da' principi ai popoli; e fu breve singolarità
del passato secolo questa d'avere avuto principi amici e promotori delle
riforme. Fra' quali per la molta bontà dell'indole e la rara attitudine
dell'ingegno, per le facilità stesse che gli dava il poco paese ch'egli ebbe da
governare, Pietro Leopoldo potè riuscire il modello più compiuto e l'opera sua
fra tutte efficacissima. Ma per ciò che le cagioni ond'egli fu mosso erano
comuni per la maggior parte agli altri principi dell'Europa, e dipendevano
dalle condizioni allora universali de' principati, gioverà sul principio di
questo libro discorrere di queste cose largamente, e rifarsi alquanto da più
lontani principii.
Le monarchie per le quali si reggeva Europa
nel passato secolo, erano, se alla origine si risguardi ed alla natura loro,
tirannidi ammansite per lunga sicurezza. Innalzatesi fra' contrasti della
feudalità o usurpate sulla fiacchezza delle democrazie, tutte, o per difendersi
o per invadere, violente e smodate, serbarono lungamente l'istinto nativo, come
volevano i tempi fieri e le società sconvolte. Erano strumento di vendetta o
d'avarizia le leggi, premio o abuso di vittoria le taglie, il principe capo
della parte prepotente, gli Stati senza unità di forza né di giustizia:
frantumi della unità politica, le fazioni, s'urtavano tra di loro con intestina
discordia, l'amore di setta stava invece di quel di patria. Non era comune
sentimento della libertà politica fuorché ne' governi popolari pochi e
dispersi, e sempre mal fermi, e la libertà civile non sapeva essere altro che un
privilegio. Il popolo non interveniva mai per sé stesso nelle gare tra'
potenti: anzi popolo non v'era ne' grandi Stati d'Europa; la plebe inasprita e
dissennata usciva talvolta in campo con moti feroci, che presto finivano in più
dolorosa servitù. Il mondo ubbidiva a pochi grandi, e i monarchi raccogliendo e
in sé concentrando le sparse dominazioni, ereditavano la forza e l'abuso d'ogni
tirannia de' pochi su' molti.
La potestà regia si mantenne debole sino a
che la feudalità fu armata, e il clero al di sopra d'ogni cosa. Questi due
supremi ordini dello Stato prepotenti della forza che gli collegava ciascuno in
sé stesso, fecero a' più deboli necessità dell'esempio; e in seno d'ogni Stato
tante sètte o consorterie si formavano, quante erano per gli abitatori le
differenze di schiatta o di grado o di professione. Era siffatto associarsi
necessario, sinoacché nelle provincie invase dai barbari si mischiavano senza
confondersi famiglie difformi di nazione e di costumi e di lingua, e nel disfacimento
degli ordini antichi e degli imperi, e nel contrasto degli elementi pei quali
la società doveva ricomporsi, mancava la guardia di leggi comuni, mancava il
cemento delle comuni persuasioni. In queste corporazioni era l'elemento d'una
sociabilità più vasta, di quella universale fratellanza a cui l'umanità intende
per legge santissima: esse toglievano gli uomini dal vivere solitari senz'altra
cura che di sé stessi, come i malvagi o gl'infelicissimi, e in ciò furono
benefiche; ma quando il progresso delle umane cose chiamava le nazioni a
comporsi, questi frammenti di società, se il dirlo m'è lecito, resistevano a
confondersi, per loro tenacità intrinseca, nel corpo universale dello Stato;
ponevano ostacoli a quel maggiore incremento delle società ch'esse da principio
aveano promosso.
Per comporre gli elementi discordanti e per
congiugnere saldamente le membra disperse di uno Stato, vi bisogna un centro di
attività vigorosa, una forza inesorabile che tutto costringa. Tentarono primi
con la potenza del sacerdozio quest'opera immensa i Pontefici, ma perché
l'ambirono con troppo smisurato concetto, a compierla non riuscirono. E
coll'arrogarsi ch'e' facevano potenza mondana, distruggevano le fondamenta di
loro vera grandezza, travolgendo le sante dottrine, le quali era ufficio loro
di custodire illibate. E nel progresso de' tempi, anzi che condurre la
crescente civiltà, la contrastavano; e camminando a ritroso, venivano a urtarsi
nell'interesse de' popoli e negli affetti di nazione che i preti non
riconoscono. Gli Stati ordinavansi per lingue e confini naturali, e
l'intervento de' papi veniva importuno ad impedire o a turbare l'azione
benefica di quel civile ordinamento. Il sentimento di nazionalità, che ovunque
già prevaleva, represse le sconfinate e troppo presuntuose ambizioni de'
pontefici. E il primo Stato che si ordinasse a civil forma, la Francia,
percosse il papato di percossa tanto grave, che mai più non si riebbe, e poi
sempre vidde assottigliare e declinare le mal distese sue forze. Rimanevano,
benché infiacchite, le pretensioni sacerdotali in corpo agli Stati a turbare il
reggimento; e a queste principalmente dovevano i monarchi contrastare, dacché
assunsero l'impresa di comporre le nazioni, e di stabilire i primi fondamenti
alla civiltà, indirizzando l'adolescenza de' popoli, ed insieme collegando le
forze disperse. Le monarchie si ordinavano e la regia autorità cresceva sulla
ruina delle corporazioni: questa per più secoli fu l'arte de' principi.
Proteggevano e fomentavano le più deboli per abbattere le forti, rivali nella
potenza. Davano franchigie ai Comuni e gli ampliavano di privilegi per
contrapporgli a' baroni: e nelle città gli artefici e nelle campagne i servi,
guardavano al principe per avere servitù meno aspra; dacché la Chiesa era
divenuta feudale pur essa. E allora non era chi temesse o chi nemmeno pensasse
la gran società de' popoli, peranco impediti dall'affratellarsi o dall'intendersi.
Le città potenti vivevano disgregate e ognuna per sé; In Francia non
conseguirono altro che il diritto municipale; né quelle di Fiandra o
d'Allemagna ebbero sovranità intera. Nell'Inghilterra, le stesse immunità
guarentite delle città o de' borghi, aveano feudale impronta. Le sole città
d'Italia si alzarono a indipendenza vera; la quale però nella opinione degli
uomini durava più veramente come un fatto, di quello che fosse professata e
autenticata come assoluto diritto: bisognò che il Papa sancisse la ribellione
da Cesare; ogni principe o signore che si accostasse, col solo prestigio del nome
o del grado, metteva la libertà in pericolo: un sentimento invincibile di
soggezione in faccia alle potestà maggiori, talvolta inceppava gli sforzi più
generosi e le resistenze più legittime. Nelle dottrine del tempo, la libertà
popolana era illegale, perché violava le gerarchie che dominavano. Per questo i
signori agevolmente la spensero, e presto la fecero tanto compiutamente
dimenticare.
Sin che ebbero a contrastare co' baroni, i
monarchi esercitarono al confronto signoria mite pegli infimi; ma quando i
baroni mansuefatti divennero strumento e corredo della grandezza de' re, allora
ogni tirannia fu raccolta in mano di questi, e si distese su tutto il mondo una
eguaglianza di servitù. Invero con lo scemare de' contrasti si raddolcivano le
violenze, ed il popolo cresceva perché s'allargavano l'industria e il sapere;
ma nella nuova concordia tra' potenti della terra, era egli da ogni parte
battuto, e la superbia de' principi, e il fasto inerte de' grandi, si nutrivano
delle oppressioni sul popolo che taceva. Ed ogni cosa taceva: era domata quella
vigoria torbida delle età passate, e la fede guasta in ubbidienza servile, e
l'attività compressa, e le passioni senza ardimento, e ogni specie di libertà
perduta. Ma gli Stati s'ordinavano sotto l'unità di leggi più universali, e le
nazioni si componevano dentro a' confini di natura; e il cammino della civiltà,
che insino allora procedeva rotto ed incerto, pigliava andamento più largo e
più uniforme. E la stessa libertà si maturava poi per l'avvenire, per
acquistarla all'universale, e averla associata con la grandezza e con la forza;
per il che facevasi necessario distruggere prima quelle false libertà, che il
mondo più non pativa, e ch'erano privilegi odiosi di pochi uomini o di ceti.
Questo rivolgimento operarono quasi al tempo
stesso negli ultimi anni del secolo quindicesimo, e in tre de' maggiori Stati
d'Europa, Luigi XI di Francia, Enrico VII d'Inghilterra e Ferdinando di Spagna,
principi fortunati ed accorti; i quali venuti in potenza quanto mai non ebbero
gli antecessori loro, rafforzati dalla istituzione d'eserciti sempre in arme, e
trovando per le guerre precedenti i popoli assuefatti a' tributi e i nobili
alla militare ubbidienza, poterono abbattere con più efficacia le forze delle
signorie feudali, ed in sé raccorre senza contrasto l'autorità. E poi nei primi
anni del secolo decimosesto, maggiore incremento ebbe la potestà regia dalla
smisurata potenza di Carlo V, che signore delle Spagne e delle Fiandre,
imperatore in Germania, poderoso in sulle armi quanto nessun principe era stato
per molti secoli innanzi, opprimendo nella servitù le glorie e le discordie
d'Italia, tolse quivi l'ultimo asilo che rimanesse alle popolari libertà. E
avrebbe egli forse oppresso anche l'Allemagna, se non era la riforma religiosa
promossa in quegli anni stessi; la quale di per sé sfavorevole a ogni principio
d'autorità, e trovando l'Imperatore avverso, armò i volonterosi a resistergli
del nuovo zelo di religione, arme più d'ogni altra valida a rendere le nazioni
tremende e intrattabili. Nelle armi de' riformati i principi combattevano per
difesa di sé stessi, i nobili degli antichi privilegi, i popoli per la libertà.
Tutte le contese in quella si confondevano; con la indipendenza religiosa
quella civile si collegava; l'Europa faceva esperimento delle sue forze, ancora
immature e discordanti. Que' moti durarono cento e trent'anni; finirono dopo
aver diviso in due l'Allemagna, mutato i regni del settentrione, agitato la
Inghilterra e la Pollonia e la Francia, fatto sorgere l'Olanda, aggravato un
giogo di servitù più dura sopra l'Italia e la Spagna, infelicissime tra le
nazioni d'Europa, e presso alle quali i moti per la riforma deboli, furono a'
principi materia di sospetto, non di pericolo. Ne' popoli che mantennero la
suggezione al Pontefice, questi sospetti alterarono e peggiorarono il governo e
la natura de' principi; e Roma, paurosa di sé stessa, essendosi collegata a
loro, e fatta serva, e ministra e istigatrice della servitù de' popoli; la potenza
de' monarchi ne rimase senza freno e senza limite, e senza voce che si levasse
contro. L'ubbidire parve come natura eterna de' popoli. Una composizione di
società singolare affatto, e non più vista nel mondo, ma eccezione alle più
costanti leggi che reggono l'uman genere, parve nell'Europa, che intanto
s'inciviliva, destino durevole, fermezza delle nazioni; si chiamava ordine, si
chiamava pace, universale equilibrio e quiete delle umane cose. E i principi si
pensarono d'aver raggiunta la perfezione del reggimento civile, dacché essi
eran perno e fondamento dello Stato, e anima e vita di tutta la società. Nulla
senz'essi poteva muoversi, nulla prosperare. La potenza stava nei principati
assoluti, e le altre forme di governo a poco a poco cadevano. La Olanda stessa
era sorretta da un principe, e gli Svizzeri invilivano, e già Venezia marciva.
Ma le monarchie maggiori, benché sostanzialmente si somigliassero, in sé
racchiudevano notabili differenze; le quali giova accennare, siccome cagione
degli effetti varii che dipoi da quelle uscirono.
In Francia la monarchia ringiovanita in
Enrico IV, uscì vigorosa dalle guerre mosse per causa di religione. Sicché le
forze de' grandi affrante per la discordia, perderono di reputazione più che
mai durante quel regno, e poterono nel susseguente del cardinale di Richelieu,
ministro animoso ed astuto, essere oppresse per via di violenze e d'artifizi,
attemperati sagacemente. Il che quanto bene a lui succedesse, da ciò per mio
avviso ottimamente si manifesta, che nelle civili commozioni, benché lievi
fossero, che subito poi si suscitarono contro al governo del Mazzarino, i primi
tra' nobili e sinanche i principi del sangue, figurarono come ausiliari de'
parlamenti, seguitando la parte e l'impulso di que' magistrati ch'erano di
popolo, così per origini come per autorità. E quando ciò non avesse bastato a
mostrare la bassezza nella quale erano i nobili rovinati, rimpetto alle forze
del re, bastò la fiacchezza stessa di quel moto e la vanità de' sediziosi;
essendo alla regia potestà gran prova di accrescimento, che ogni conato di
resistenza fosse oramai divenuto, non che impotente, ridicolo. Mancava alla
nobiltà francese ciò solamente che ella acconsentisse a diventar cortigiana, e
vi corse tutta quanta a gara di splendido servaggio, tosto che Luigi XIV ebbe
assunto in mano propria l'autorità. D'allora in poi ogni cosa in Francia era
ubbidiente al cenno del monarca: da lui ogni cosa dipendeva, egli solo
dispensava la reputazione, non meno che la fortuna; e se in alcun tempo mai la
condizione di re assoluto comparve bella e invidiabile, fu certamente in quel
lungo regno, durante il quale parve accomodata a' costumi gentili e benigni de'
popoli dell'Europa, la sfrenatezza dispotica delle monarchie orientali. Era in
Luigi ogni qualità per esercitare su popoli riverenti, grande e magnifica signoria,
e ben potè dirsi nato all'impero; non ch'egli in qualunque luogo nato, avrebbe
saputo da sé innalzarsi e procacciarsi grandezza; ma perché al suo ingegno
null'altro fuorché il regnare parea s'addicesse, sicché uomo volgare meritò in
gran parte d'essere chiamato per eccellenza gran re. Ebbe egli in sé stesso
coscienza pienissima di assoluto monarca; e rispondeva ne' sudditi, con
maraviglioso accordo, la persuasione dell'obbedienza. Usò impero superbo
anziché violento, perché non era chi resistesse; mantenne intera, quant'era in
lui, sinanche nelle sventure da lui medesimo provocate, la maestà della sua
corona con tal prestigio di maestà e di grandezza, che poi né i bagordi del Reggente,
né la scostumata e supina trascuraggine di Luigi XV, furono sufficienti a
distruggerlo, né turbare i principi francesi da quella loro presuntuosa e
spensierata beatitudine. Della quale felicità loro, è da attribuirne non poca
parte al favore che incontrò in Francia più che altrove la monarchia, per
esservi stata fondatrice, quasi essa sola, di civiltà. Anima de' francesi è la
potenza; durarono rozzi e feroci sinché i grandi feudatari tennero smembrato e
in sé discorde lo Stato. Di qui, fazioni accanite, brutte guerre e
interminabili, e la Francia serva agli Inglesi; le quali calamità non erano
consolate da splendidi fatti, né da glorie cittadine, perché in quella
confusione era ogni cosa fuori che la libertà; né come in Italia e altrove,
erano sorte città potenti, e grandezze o felicità di reggimenti municipali.
Quindi la monarchia per consolidarsi non ebbe ad opprimere né memorie illustri,
né abitudini generose, né altra prosperità della quale né popoli rimanesse
desiderio; ma cacciare gli stranieri, combattere il disordine, del quale ogni
parte dello Stato pativa egualmente. La civiltà in Francia fu tutta monarchica,
e l'ultima perfezione del linguaggio e la gentilezza delle lettere, mossero più
che altro dalla corte e da' signori; onde la letteratura anch'essa fu
cortigiana, e pervenuta sotto Luigi quartodecimo a grande eccellenza, fece suo
tema le adulazioni a re ignorante, ma ne' suoi fatti magnifico.
Vivevano dunque i re francesi segno agli
omaggi de' più raffinati uomini che allora fossero, ed in una corte oltre ogni
esempio splendida, anche nelle pubbliche miserie lieta e festeggiante; dove le
faccende dello Stato si governavano dalle regie amiche, e una elegante
frivolezza velava la infamia de' costumi, e copriva la ruina stessa che alla
monarchia minacciava. Né a tanta dolcezza di bel vivere, nelle altre corti era
paragone; perché solamente in Francia si riputava a quel tempo essere ogni
gentilezza in fiore, e risiedervi la eccellenza dei modi cortigianeschi. Onde
Filippo V mal sopportava il vivere di Madrid, benché signore si fosse di Spagna
e d'America, e sempre desiderava il vivere di Versailles; e le principesse di
sangue francese aborrivano dalle nozze forestiere, e costrette a regnare
altrove, languivano misere, come in esiglio. Da queste seduzioni che
attorniavano e corrompevano que' monarchi, mi è avviso doversi riconoscere che
nel secolo decorso, quando il loro Stato già da ogni parte pericolava,
serbassero essi soli una improvvida sicurezza, sconoscessero le forze cresciute
al popolo; e quando ogni cosa intorno a loro gridava riforme, essi soli fossero
avversi al concederle, e le combattessero, e sinché poterono le impedissero; in
ciò differenti dagli altri principi d'Europa, i quali promossero da sé le
riforme non chieste da' popoli, e se ne fecero autori. Ma questi altri
principi, e massimamente gli austriaci, vivendo sotto altre condizioni, avevano
indole differente.
Morto Carlo V, la maggior potenza della Casa
d'Austria rimase in quel ramo che regnò in Ispagna; dove le male arti del re
Filippo II, mentre fabbricavano la ruina dello Stato, gli crebbero fama di
grandezza, e la sostentavano anche per più anni dopo, in un secolo devoto a
tutte le ipocrisie. E frattanto l'altro ramo che successe in Alemagna, sbattuto
da molte guerre e dalla crescente potenza de' riformati, mal fermo nei nuovi
acquisti della Boemia e dell'Ungheria, e distretto in luoghi più rozzi e
selvatici, ebbe minor lustro; a tal che l'Impero, retto per molti anni da
imperatori di poco conto, cadde dall'antica stima; e la storia di esso rimase
oscura al confronto de' maggiori movimenti che a quel tempo avvennero. Ma la
Spagna presto invilì, guasta dall'oro d'America, e dagli abusi di religione, e
dall'accidiosa superbia de' grandi; e superata da Richelieu nel vanto della
politica, e da Condé nelle armi, si ridusse negli ultimi anni della cadente
famiglia austriaca, a vivere a discrezione del suo potente vicino. E per lo
contrario in Allemagna, venuto all'impero dalla signoria di Stiria Ferdinando
II, principe malvagio, ma nelle avversità costante, parve che la monarchia
nella guerra di trent'anni rinvigorisse nelle sconfitte, e de' suoi danni
crescesse; perché essendo meglio definita e alquanto ristretta nella pace la
potestà degli imperatori, venne in maggior grazia de' popoli, che poi
s'accrebbe sotto il benigno reggimento di Leopoldo I: e allora temendosi le
aggressioni de' Francesi, comparve la casa d'Austria come un antemurale, e
guardia d'Europa; la quale opinione fu poi sempre favorevole alla grandezza di
quella casa. Tali erano le condizioni di queste monarchie, quando cominciò il
secolo diciottesimo.
Nei primi anni del qual secolo, con la
guerra per la eredità spagnuola, rotti i disegni eccessivi e repressa l'ambizione
a tutti i principi formidabile di Luigi quartodecimo, crebbe negli altri Stati
la sicurezza, essendo il dominio d'Europa con più eguaglianza tra' potentati. I
quali solleciti contro la prepotenza d'un solo, essendo convenuti in Utrecht
l'anno 1713, fermarono tra di loro i patti di quella divisione di forze, alla
quale dettero nome d'equilibrio; e consisteva nel bilanciare la grandezza dei
potentati maggiori, sicché niuno di questi potesse crescere con pericolo degli
altri, avessero uniti l'arbitrio d'ogni cosa, obbligassero i deboli alla
dipendenza. Pel qual modo dissero allora d'avere fondato il diritto pubblico
d'Europa; perché non riconoscendo alcun diritto là dove non fosse potenza
temibile, bastava regolare i consigli e frenare le ambizioni de' re grandi,
perché quell'ordine universale si mantenesse, ch'era per le nazioni una servitù
durevole. E infatti questo equilibrio, benché attraversato e scosso dalle
cupidità di molti, durò sino alla rivoluzione francese, e si rinnuovò sempre,
divenuto la scienza de' politici e la norma de' trattati; sicché niuna impresa
fu sufficiente a romperlo, e tutte le guerre che per cinquant'anni poi si
riaccesero, confermarono l'opera d'Utrecht, o poco mutandovi la perfezionarono;
dimostrando essere stata colpa e stoltezza de' principi non fermarsi alle
condizioni che da quella pace erano a loro assegnate.
Imperocché la monarchia spagnuola ridotta in
Europa dentro a' suoi giusti confini, poteva sotto principe giovine e
straniero, racquistare quel vigore che era oggimai spento nelle usanze inerti
della nazione e nelle arti decrepite de' suoi reggitori. Ma il nuovo re non era
da tanto; e le perdite sofferte rimanevano senza compenso, se l'audace ingegno
del cardinale Alberoni, e la perseverante ambizione d'Elisabetta Farnese, nati
ambedue nella provincia stessa d'Italia, non avessero alcun poco ravvivati i
guerrieri spiriti della nazione spagnuola, e con l'acquisto di Parma e delle
Sicilie, dato di due nuove corone lustro e potenza al nome borbonico. Sino al
qual tempo nulla in Italia contrastava al predominio dell'Austria, fuorché le
speranze vaste e indomabili, ma lente e pazienti de' principi di Savoia; ed
essi con tanta iniquità perdendo la pattovita Sicilia, aveano sperimentato
nulla i minori principi avere sicuro dalle aggressioni d'un più potente. E
tutti quegli anni che precessero la discesa in Italia di Carlo di Spagna,
furono alla casa d'Austria felicissimi per nuovi acquisti di territorio: ebbe
dell'eredità spagnuola i Paesi Bassi; e in Italia, Napoli, Sicilia, Milano,
Mantova; e le vittorie d'Eugenio di Savoia (come agli Italiani non è dato
vincere a pro loro) aveano conquistato sul Danubio a Carlo stesso nuovi
possessi, assicuratigli nella pace di Passarovitz, con danno e ingiuria de'
Veneziani; i quali perderono da quel punto ogni prodezza e ogni importanza tra'
potentati. Ma lo stabilimento in Napoli della dinastia spagnuola di Carlo III,
venne a contrapporsi alla grandezza di Cesare; e avendo bilanciato la
possessione d'Italia tra le due case rivali, parve anche confermare
l'universale equilibrio, come una preda divisa sopisce le discordie tra due
violenti. Però le ambizioni non posarono; e nell'anno 1740, l'Europa da poco
tempo rappacificata, andò tutta in fiamme un'altra volta a' danni della figlia
di Carlo VI. Ma tanto incendio di guerra,
e i faticosi avvolgimenti della diplomazia poco fruttarono agli
ambiziosi. Ridonato al figlio minore d'Elisabetta Farnese lo Stato di Parma, e
ridotte le speranze de' re piemontesi a contentarsi di un lembo angusto della
adocchiata Lombardia, cessarono i principi dal contendersi l'Italia; poiché
d'essa le migliori parti erano distribuite con proporzione accurata a'
potentati stranieri, e tenuti in suggezione i piccoli e nazionali. Ciò si
chiamava a quel tempo avere fondato l'indipendenza d'Italia, e fu l'opera della
pace d'Aquisgrana nel 1748. Ogni cosa per quella pace potea fermarsi, sola
Maria Teresa si addolorava della perduta Slesia, e la sorgente grandezza di Federigo
di Prussia insospettiva i vecchi potentati; i quali tutti fuorché
l'Inghilterra, di nemici ch'erano, insieme contro lui collegatisi, un'altra e
più fiera guerra nell'Allemagna si suscitava. Alla quale avendo Federigo per
sette anni resistito con maravigliosa virtù, anche questa volta tornarono vane
le imprese de' principi per mutare lo stato fermo d'Europa, e ogni cosa ritornò
sul piede stesso, come innanzi tanto sangue sparso e tante nuove miserie de'
popoli travagliati.
I quali alla fine respirarono l'anno 1763, e
fu quella pace stabile, perché il disinganno de' principi s'accordava con la
penuria de' popoli ad impedire la guerra. Erano di quiete fondamento e
guarentigia, le case d'Austria e di Borbone tanto l'una all'altra contrapposte,
che oramai disperate dell'offendersi, s'erano fra di loro strette con nuova e
mirabile alleanza; l'Inghilterra fatta certa del suo dominio su tutti i mari,
partigiana della quiete e della sonnolenza delle nazioni; la Russia volta con
le armi all'oriente e per macchinare contro la Pollonia cercante amicizie e
leghe; Federigo pago e glorioso della conquistata pace, tra per senno ed
istanchezza risoluto a mantenerla.
Già la fratellanza tra' principi era
stabilita, i quali tutti fra loro legati di parentele come in una famiglia sola,
contenti della presente condizione e desiderosi di consolidarla, avevano
conosciuto nell'accordo essere la sicurezza, fidavano nelle arti della
diplomazia più che nelle armi. Presedeva agli accordi e governava le relazioni
tra' potentati, una generazione di ministri, i quali come addottrinati in una
scienza comune a tutti, e quasi iniziati agli stessi misteri, l'uno dall'altro
guardinghi e d'ogni novità diffidenti, troncavano in sul nascere le occasioni
alle inimicizie, ponevano inciampi ad ogni ambizione pericolosa. Di tutti i
maggiori potentati erano le forze misurate e poste in bilancia, ogni movimento
allo scoperto, e spiate le intenzioni: la potenza del segreto già per i
principi decadeva: onde l'ingannarsi vano, e la guerra negli ultimi mal tentati
esperimenti provata inutile. Ridotti alla impotenza i deboli, aboliti da per
tutto i magistrati del popolo ed ogni legale guarentigia; e più non s'udendo
alcuna voce di libertà, tutta l'autorità era in pochi; e questi gelosi tra di
loro, ma sciolti al di fuori d'ogni freno e d'ogni sospetto avevano l'arbitrio
d'ogni cosa, la quale non dispiacesse agli altri potenti, e per comuni consigli
si risolvesse. Tanto era fondata e si tenea sicura la padronanza che un
picciolo numero di famiglie s'aveva arrogata su tutta l'Europa, tanto in loro
il sentimento di potere qualunque cosa volessero, che in pochi anni poi la
infelice Pollonia fu sbranata e spartita fra tre monarchi, per sola avidità di
preda congiurati a' suoi danni; e a tanta iniquità gli altri principi consentirono
e armi non si mossero. Ma non erano a guardia della Pollonia altro che i
diritti delle nazioni, parola a quei tempi anche disusata, e i suoi re non
avevano altro titolo che una elezione quasi popolare; e non sostegno di
parentele, non privilegio di sangue, e non quel diritto che regia bestemmia osa
appellar divino, dall'abusarne autenticato. Nell'anno 1776 le Colonie inglesi
d'America essendosi vendicate in libertà, ebbero grande aiuto dalla Francia e
dalla Spagna; ma la guerra che s'accese fu tutta sul mare, e i popoli del
continente tranquilli ascoltavano il racconto delle lontane battaglie. E
nell'anno 1778 contrastando il re di Prussia all'imperatore Giuseppe l'acquisto
della Baviera, le armi appena mosse da questi due principi furono ad un tratto
deposte; e le armi stesse per lo stesso motivo quasi riprese nel 1786, posarono
anche questa volta: bastarono i negoziati a prevenire le novità. Onde quella
pace confermata per tante prove, e munita da tanta uniformità di consigli, era
poco da temere che si alterasse; e quella età d'uomini vidde la felicità dei
principati, e la grandezza de' principati venute al colmo: congiunta nella
opinione degli uomini, all'eccesso del potere la sicurezza di conservarlo;
allora non essendo chi sospettasse che per le forze e la volontà de' popoli,
nuovi e maggiori sovvertimenti si avvicinassero.
Fu compiuta allora l'opera di tre secoli,
nel corso dei quali l'inclinazione degli uomini sempre favorevole alle
monarchie, aveva rimosso gradatamente tutti gli ostacoli che si frapponevano ad
ingrandirla. Né sia che l'età presente tanto magnifica nelle professioni e nei
vanti della libertà, rampogni le generazioni antiche d'essersi da sé posto ed
aggravato il giogo sul collo, e d'avere rinunziata e commessa in pochi ogni
potestà politica. Così la grandezza e l'unione si assicuravano, così alla
futura libertà si fabbricava un fondamento, e nel corso della civiltà a cui
tutte le nazioni con passi ineguali procedevano, più durabile fortuna a quelle
era riserbata, le quali ritardando a sé stesse il godimento della libertà, la
fondavano per l'avvenire sulla equalità civile e sulla forza. Provammo noi
popolo italiano e agli altri mostrammo con miserabile documento, quale
sicurezza avesse, e quali effetti partorisse una libertà precoce e disordinata;
abusare la sapemmo e non difendere, per la impazienza de' nostri ingegni la
godemmo anticipata e la perdemmo. Con gli strani nomi di ghibellino e di guelfo
era significato quel doppio modo, pel quale era dato alle nazioni di uscire
dalla barbarie; sceglievano le maggiori la via più lunga e più sicura,
preferirono la potenza alla libertà. La quale in quella condizione di tempi era
impossibile che sorgesse altro che municipale: una città forte poteva
acquistarsela, un popolo non poteva; e disgiunta dalla civile la libertà
politica, e ristretta in breve spazio, e in sé stessa faziosa, ed agli altri
cruda, disgregava le nazioni anzi che comporle; onde non reggendo allo scontro
di forze meglio ordinate, quella mal difesa libertà disparve dal mondo, e non
lasciò traccia. Certo pel confronto dei tempi scuri che sopravvennero, doveva
l'immagine dei giorni gloriosi alla indipendenza delle terre italiche,
risorgere nel pensiero nostro ornata d'ogni bellezza; e le antiche età invidiarsi,
e l'attività conceduta agli animi, e l'ardire agli ingegni desiderarsi; ma chi
più addentro guardando nei rivolgimenti degli Stati, legga il destino delle
nazioni, dirà quelle glorie infauste, che poi finirono in tanta miseria. Una
mano forte era necessaria per congiugnere gli sparsi elementi, per cementarli,
per ordinarli. Le prepotenze e le cupidigie dei nobili e de' sacerdoti
agitavano gli Stati; per esse e per le discordie erano i costumi inferociti, le
forze interne logorate e respinte a consumarsi inutilmente dentro sé stesse.
Bastarono le repubbliche a domare i nobili, anzi non contente a domargli, gli
distrussero; e abusando la vittoria infermarono lo Stato, spegnendo i più
avvezzi a trattare le armi, onde fu necessità ricorrere a soldati compri, che
fu ruina d'Italia. Non bastarono a frenare i sacerdoti, perché le libertà
guelfe avevano bisogno del nome del papa; e il papa mantenne l'Italia divisa,
perché la voleva debole; e così rimase preda a' nemici interni ed esterni, e la
difesa fu impossibile. Libere da questi impedimenti e più atte a fondar l'unità
e la forza degli Stati, erano in quei primi tempi le monarchie.
Vinsero la guerra contro a' nobili e
poterono conciliarli all'obbedienza e alla servitù. Domarono il clero fino a tal
punto, che rimasto senza autorità politica, fosse impotente di per sé a far
nascere le mutazioni. Agguagliarono ogni altezza sotto alla maestà della
corona; impedirono a' privati ogni importanza e grandezza; e tanto avvilirono
le ambizioni, che le speranze della fortuna pendessero da' monarchi, e tutto lo
Stato risiedesse in loro soli. Da tutti ubbiditi, e padroni d'ogni cosa,
ambirono i principi le conquiste, e capaci alle esterne imprese, cercarono
l'uno a danno dell'altro ingrandirsi; i forti sempre ai deboli minacciosi, la
virtù più ardita pericolo agli inermi e trascurati. La Spagna e poi la Francia,
tennero due secoli l'Europa in sospetto che un solo prepotente a sé tirando
ogni cosa, negli altri Stati distruggesse i germi della prosperità. Di qui guerre
sempre rinascenti e turbazioni de' popoli, l'Europa in travaglio per ordinarsi
dentro sé stessa, e per trovare uno stato fermo. Ora queste guerre essendo
quietate, ed i potentati più gagliardi, tra loro concordi e svogliati
dell'offendersi, e i deboli meno pericolanti, era aperto a ciascuno ogni modo
per correggere gli ordini interni con leggi migliori e avvantaggiare la
prosperità pubblica; quanta n'è concessa alle nazioni che vivono senza
guarentigia, soggette ad un uomo solo. Era per le assolute monarchie venuto il
tempo del buon volere inverso i popoli. I principi non temevano che degli altri
principi; in pace tra loro, vivevano sicuri; e in quella sicurezza, come
avviene, fatti più umani, i re divenuti la sola provvidenza delle nazioni,
cercarono il bene pubblico come loro proprio, e con ogni studio si volsero a
promuovere l'industria e la civiltà che in ogni dove maturavano, e a pro loro
sembrava fruttificassero. Credevano che da loro soli ogni progresso delle
società umane dovesse e potesse dipartirsi, e che a loro fosse dato il
correggere pacatamente e senza urto rinnovellare sino a quegli elementi, i
quali nascosti nelle fibre più interne, sono tanto sottili a raggiungere, che
toccare non si possono senza alterare la sostanza del corpo sociale e tutto
rimescolarlo. Tanto i principi non volevano, sicché l'opera delle riforme
rimase imperfetta nelle mani loro. Né compierla essi poterono, quale immaginata
l'avevano, né anche compiuta bastava. Una forza intrinseca muoveva le umane
cose, e i principi furono tra' primi a sentirla. Sorgevano con la civiltà,
rimasero in cima sinoacché le basi non crollarono. Diressero i primi moti
sinoacché la forza non ebbe mutato luogo, ed essi furono cacciati fuori del
centro d'attività. Non che essi con le riforme promuovessero la rivoluzione
inevitabile: le andarono incontro, mentr'ella veniva incontro a loro; cercavano
preoccuparla, ed a posta loro moderarla. Ed in ciò fare continuarono l'antico
istituto delle monarchie; seguivano quella via sulla quale camminarono gloriosamente
per tanti secoli. Volevano imporre alle nazioni una civiltà monarchica tanto
perfetta e ordinata, che i popoli vi si adagiassero tranquilli e felici, e al
di fuori non vedessero alcuna cosa desiderabile. Ed è forza riconoscere che
laddove i principi si fecero capi alle riforme, trattennero le rivoluzioni, e
impedirono ogni novità maggiore che si partisse da dentro; e quando la
irruzione esterna gli percosse, poterono poi combatterla con armi più giuste,
avendo ne' loro Stati tanto avanzata la materiale prosperità, da rendere ogni
altra novità sospetta, o al certo meno desiderabile, per non avere l'appoggio
d'un immediato profitto, d'un guadagno certo da offrire alle moltitudini. Le
idee e le forme nuove volute dal tempo e dall'esempio insegnate, rimasero cosa
astratta; bisogni della intelligenza sola, sentiti però da pochi, non bastano a
suscitare popolari commozioni; il pensiero e l'interesse camminano per via
contraria, e si contrastano tra loro; e la umanità procede a' suoi nuovi
destini per via più lenta e più faticosa.
Imperocché questo incremento della
prosperità materiale degli Stati promosso da' principi, tornò a danno
gravissimo del valor morale e della energia degli animi, e affievolì
grandemente la capacità de' popoli a conquistare la libertà e a perseverare nel
godimento di essa. Era invero fondamento di libertà l'eguaglianza, era grande
incamminamento alla salute de' popoli l'avergli affrancati da' vincoli che
inceppavano i commerci, e dalla ferocia che imbarbariva le leggi; erano di
civiltà strumenti tutti quegli ordini che frenavano le prepotenze de' papi, del
clero e de' nobili, ed in qualche parte correggevano gli abusi di religione. Ma
ne' mali organici ogni lenitivo nuoce, se avvezza gli uomini a contentarsene. Una
sola idea potente, un nuovo principio animatore ritempera le nazioni,
ringiovanisce l'umanità. Qual germe di vita, qual vigoria feconda in quella
minuzia di regolamenti? Qual nerbo allo Stato da ricchi inerti e sommessi,
quale incremento alla religione da preti disciplinati a modo secolaresco? Era
pur segno di religione fiacca e impotente, ch'ella si lasciasse tarpare a quel
modo. E dovevan pur essere caduti al basso que' popoli, i quali ubbidivano a
leggi non bene intese, e udivano i principi senza paura ammonirgli de' stessi
loro diritti, e a loro insegnare gli uffizi di cittadino e rimproverarne la
pazienza. E intanto soffrivano vedersi spezzate le tradizioni, violate le
usanze, estremi diritti della servitù, e a' quali s'inchinano le tirannie più
violente. Io per me credo che non tanto in quelle leggi fosse un principio di
risorgimento vero ed effettivo per le nazioni, come nell'abiezione de' popoli
era quel confine ultimo dove non potendo più discendere, è trita sentenza che
debbano le umane cose risalire, e un nuovo corso ricominciare. Ma quel corso
procedeva in questo modo più interrotto, e nell'accozzo non mai più visto di re
novatori e di popoli indolenti, gli uffici d'entrambi erano scambiati in modo
stranissimo; e la libertà pigliava aspetto di servitù, e la servitù di libertà;
tutte le nozioni si avvilupparono, la confusione cresceva: mentre le forze
riparatrici, gli elementi organici, si disperdevano nella incertezza; e il vero
incremento dell'umanità, anzi che anticiparlo si ritardava. Lo che mostrava che
a' principi non era dato rigenerare sostanzialmente l'umanità; che il loro
ufficio benefico per ordinare gli Stati, già era fornito; e già l'istituto loro
decadeva, e ch'essi nell'avvenire sarebbero ingombro al corso della civiltà;
dacché il momento della forza non fosse più loro, ed in essi costretti a
patirla, ma non capaci d'imprimerla, nella impassibile inerzia del mondo
cercassero la salute. Leopoldo antivedeva queste cose e soleva dire che oramai
fare il principe era mestiere fallito.
Sin qui noi volemmo indicare come nella pace
e nella sicurezza di cui godevano, potessero i principi assoluti attendere alle
riforme senza disturbo e promuoverle senza tema. Ora è da mostrare come essi lo
volessero, e come le riforme a quel tempo fossero divenute necessarie e i
principi ne sentissero desiderio. Di che prime ed universali cagioni furono la
decrepitezza degli ordini antichi, e le istituzioni non più d'accordo con la
ragione de' tempi, e dalla persuasione de' sapienti già abbandonate. Le quali
per l'addietro efficaci e rispettate, non per la intrinseca bontà loro, ma per
la convenienza a' tempi, e quasi un compromesso tra' disordini degli andati
secoli; ora si fondavano sopra tradizioni infievolite, richiamavano passioni da
lungo tempo spente; e in luogo de' comuni diritti, avean posto i privilegi
dalla universale opinione oggimai non consentiti, ed al bene pubblico
ripugnanti. Né a' privilegiati rimaneva alcun sostegno di potestà politica, né
tal forza nello Stato, che giustificasse a pro loro la preferenza delle leggi:
deboli incontro a' re, neanche prevalevano tra' soggetti; dappoiché l'industria
ogni giorno generava nuove ricchezze, e la civiltà crescente agguagliava i
costumi e l'educazione, e nel popolo diffondeva anche la potenza del sapere. E
siccome in antico la fiacchezza delle leggi e degli ordini di governo
disciogliendo i comuni vincoli delle società, avea fatto sorgere le
Corporazioni nello Stato, e da queste le civili diseguaglianze ed i privilegi;
ora all'opposto la eguale soggezione di tutti i ceti, permetteva elle
leggi riacquistar forza, e fondarsi
sopra massime più generiche, onde provvedere al comun bene. E le scienze che
intendono agli universali ora applicati alle cose di governo, rovesciavano
dalle fondamenta quegli ordini parziali e alla nuova civiltà insufficienti, e
vietavano si contrapponesse alla utilità comune un diritto anticipato a favor
di pochi. La rivoluzione fu inevitabile, dappoiché ogni ordine stabilito fu
aperto alle indagini e alle riprensioni de' malcontenti, e i diritti universali
della umanità furono asseriti.
Così la necessità de' tempi avea generato
nuove dottrine, che dall'opera incessante degli scrittori erano promosse e
divulgate con insolita e mirabile efficacia. Perché rinnuovata ogni scienza
gradatamente, e riscosse tutte dalla sonnolenza o dal vaneggiare di tanti
secoli, ogni studio era volto alla utilità; e sinanche la filosofia più
speculativa sottomessa alla prova dell'esperienza, e ritratta alla pratica
delle umane cose. E le più astruse dottrine erano spianate e fatte popolari; e
bandito l'infruttuoso dommatizzare delle scuole; e dalla certezza de' fatti,
quasi da terreno fermo e produttivo, innalzato e nudrito l'albero d'una scienza
universale, onde poi si diramassero come coerenti fra di loro, tutte quelle
dottrine onde si provvede alla felicità degli uomini. Il qual magistero delle
scienze sopra le civili istituzioni, basti aver notato in questo luogo,
schivando come malagevole e vana la investigazione, se più avesse parte a
stabilirlo la eccellenza de' metodi, che dalla risorta filosofia furono
adoprati, o il concorso di tanti uomini, che mal soddisfatti del presente, ogni
cosa richiamavano a' principii della ragione, e da questi facevano derivare le
speranze e le norme dell'avvenire. Onde un filosofare facile e schietto e
abbondante di applicazioni, ebbe suoi seguaci, oltre agli studiosi e
speculativi, anche tutti quegli che unicamente volti alle cose pratiche della
vita, dalle proprie sofferenze apprendevano a sentire i vizi e l'inefficacia
delle istituzioni, ed avevano stimolo a combatterle. Pel quale modo si
preparava ordinatamente la interna rinnovazione dell'ordine sociale; e fu caso
nuovo nel mondo, e se non c'ingannano le speranze, ottima promessa per l'uman
genere: perché un'altra volta la filosofia nella decadenza del paganesimo, fu
maestra della vita, ma ebbe meno appoggio di civiltà, e poi s'imbattè in tempi
infelicissimi, e la filosofia stessa ricaduta nelle sottigliezze e in gran
parte vana, nella propria indole serbava alcun che di astratto e di solitario,
né poteva tutta essere applicata alla universalità degli uomini e al governo
pratico delle cose. Ma le massime che dominavano in cose politiche nel passato
secolo, erano tali che a' più effettivi bisogni della società rispondevano; ed
ogni ambizione degli uomini era volta a promuovergli con istanza incredibile e
a disseminargli.
Era vizio di quegli ordini di governo non
far nulla per gli ambiziosi, in nulla lasciare che essi facessero; ed a questo
modo anzi che aiutarsene, scontentargli e nemicargli. Né fu questa forse
l'ultima cagione onde quelle signorie tanto assolute, come ogni cosa giunta
all'eccesso, in sé stesse contenevano la necessità della mutazione. Sta negli
ambiziosi la vera e più naturale aristocrazia d'ogni paese; dico in quegli
audaci che insofferenti d'un vivere quieto e ristretto, alle cose pubbliche si
rivolgono come campo da spaziarvi e si fanno capi alle novità. Questi, se
temerari e pericolosi, è uffizio giusto delle monarchie il contenergli; ma impedire
ogni ardimento d'ingegno e di cuore, ogni generosa volontà comprimere, e
contaminare la gloria che l'uomo s'acquisti ne' fatti civili col soggettarla
alle pratiche della servitù, son queste le ultime colpe onde si fa rea la
tirannia degli uomini, o quella anche più funesta che risiede nelle leggi e
nelle usanze. Le quali quando una lunga abitudine le ha consacrate, sembra ti
prescrivano ogni cosa, e ogni cosa agguaglino sino a' costumi e a' moti
dell'animo più spontanei; perché l'uomo vuol sempre serbarsi alcunché di
libero, gli uomini temprati con più indomabile vigore, pure in qualsiasi modo
scuotono il freno, e se banditi dalla virtù nei vizi s'immergono, o cercano
sfogo anche ne' misfatti. Quindi ne' governi più dispotici ebbero i vizi larga
licenza, né intera tirannia può reggersi, altro che tra popoli incivili, dove
in lunga catena molti ad un tempo schiavi e tiranni da un lato pericolano, e
dall'altro opprimono; e degli ambiziosi la vita è arrischiata e varia come e'
la vogliono, e hanno le passioni dove agitarsi. Quindi noi vediamo tra' barbari
le tirannidi dello stesso disordine sostentarsi, ed in quello vivere
lungamente; ma in Europa erano tirannidi oramai miti e rimesse, come i costumi,
e passate in abito; e la vita languida ed inerte, e chiusa ogni via pubblica
d'innalzarsi, e vietata ogni splendida ambizione, e sinanche i vizi torpidi;
pe' quali modi sarebbero le umane arti discese a estrema bassezza, se una
possente civiltà non le avesse rette, e se non avesse la sapienza provveduto a
ciò che mancava nella virtù. Nel silenzio d'una pace neghittosa e stagnante,
poterono le idee nuove progredire senza essere disturbate da' fatti pubblici, e
trovarono uomini trattabili e meglio disposti ad accoglierle, perché la inerzia
de' costumi scemava ogni resistenza a' lavori del pensiero. Certo a quel tempo
ogni attività d'ingegno si poneva rifugiata tra gli scrittori, ed essi tra di
loro collegati a far guerra alle vecchie istituzioni, sembravano essersi
arrogata quella magistratura, ad esercitare la quale era agli ambiziosi
impedito ogni altro modo.
Si manifestarono queste cose più che altrove
in Francia, dov'era più adulta la civiltà, la letteratura più fiorente, ed i
vizi del governo saliti al colmo. Quindi più intenso studio a riprendere i
disordini, tanto ivi difficili a correggere, quanto numerosi e potenti erano
coloro che ne approfittavano. E come era stata in Francia più gagliarda che
altrove la compressione dalla imperiosità di Luigi XIV esercitata, fu subito,
morto lui, anche più violenta la reazione, ed in quelle cose massimamente che
più andavano a ritroso al genio del secolo, e dalla durezza del comando erano
state più dal loro natural corso allontanate. Aveva Luigi in un secolo già disposto
alla incredulità, comandato sin ch'ei visse l'ipocrisia; ed ecco i costumi del
Reggente ad un tratto mutare tutte le apparenze in quei de' cortigiani e dei
grandi; la scostumatezza e l'irreligione venuta in moda; ed i primi ardimenti
di Voltaire giovine, e quelle audacissime lettere persiane di Montesquieu,
prenunziare un secolo già recalcitrante a ogni autorità, e che nulla doveva
lasciare intatto. In ciò più che in ogni altra cosa ebbero gran parte gli
scrittori, e fu effettiva l'opera loro, nell'avere divulgato l'incredulità.
Le guerre e le profusioni avevano smunto
l'erario, e la mala distribuzione delle ricchezze impediva allo Stato di
riaversi. Già nella disperazione di buon rimedio, gli estremi rimedii
soddisfacevano all'indole azzardata degli uomini di quel tempo; e ne' primi
anni della reggenza, un sistema di pazze speculazioni, impostura di ricchezze
immaginarie, crebbe il disordine sino all'eccesso, mentre prometteva di
ripararvi. Spigneva i Francesi in quella vertigine la credulità d'ogni cosa
nuova, che invasa i popoli quando le persuasioni sono sconvolte e non hanno le
menti dove fermarsi; e d'altronde sperarono d'agguagliarsi all'Inghilterra,
esempio in quel secolo ed invidia delle nazioni, e rapirle la potenza del
credito e de' traffici d'oltremare, che l'avventuriere scozzese profferiva
acquistare alla Francia col suo sistema.
Il governo di Luigi XV non era tale che
potesse correggere alcun disordine, ma poteva addormentargli. Si mantenne lo Stato
senza perturbazioni gran corso d'anni; il più grande e il più universale di
tutti i mutamenti con maravigliosa lentezza si maturava. Il popolo si mostrava
quieto nella miseria, nella insolenza del fasto gli appaltatori e le favorite;
ma raccolta la potenza in tanto sozze mani, cadde in discredito; e i migliori
rifuggivano da' guadagni grandi e disonesti, spesso alternati con le rovine, e
sempre accoppiati con la infamia della vita. Anche nel commercio aveva
principiato a fidar poco, in ciò pure contradicendo alle cose fatte nel
precedente regno, e alle massime economiche di Colbert altre nuove teorie
contrapponendo. Perocché quel ministro avea fatto per la opulenza della Francia,
opera precaria e più apparente che solida, come la potenza del suo signore; e
appoggiandosi nelle forze esterne, avea posto ogni studio in accrescere ed estendere
il commercio, come cosa di più grandezza e più sotto la mano del monarca, per
cavarne al bisogno prontezza di danaro, e sperando ampliarlo con le vittorie,
ed accaparrarlo con le soperchierie. Ma né il commercio alla lunga poteva
prosperare dove gli mancavano pace e
libertà, e le guerre infelici con la Inghilterra, e tante intraprese fallite,
aveva disgustato i francesi dal riporre in esso il primario fondamento d'ogni
ricchezza, e gli avevano volti all'agricoltura, negletta sin'allora oltremodo,
e tenuta a vile. Sorgeva una nuova generazione d'uomini, che a poco a poco
ripudiando la eredità dell'antica monarchia, e spogliandosi quelle che sembravano
più intime proprietà del sangue francese, ad ogni altra cosa preferivano la
semplicità del vivere domestico; ed i nobili stessi si onoravano ritornando
campagnoli; mentre prima questi sotto nome di provinciali, dalla insolenza
della corte e de' parigini, erano scherniti e fatti ridicoli sulle scene. La
quale mutazione essenziale ne' francesi, buona a' costumi e alla libertà, era
verso la metà del secolo, dagli scritti massimamente di Gian Giacomo Rousseau,
aiutata ed espressa con la efficacia portentosa dello stile, in ciò che si
riferisce alle cose morali ed alle politiche; ed in quanto alle economiche, una
nuova scuola, quasi divenuta setta pel gran fervore e per la fiducia de' suoi
seguaci, tendeva allo stesso scopo per via di calcoli, e con le persuasioni
d'una scienza più positiva. Gli economisti (questo nome è rimasto specialmente
a' primi che trattarono la dottrina delle ricchezze) benché, come accade alle
scienze nuove, troppo assoluti ne' sistemi in gran parte erronei, pure
aiutarono grandemente a' progressi dei costumi e della civiltà; e se più mature
dottrine han vinto le loro, non però le scienze economiche possono aspettarsi,
procedendo, altra utilità maggiore di quella da quei benemeriti procacciata a'
loro tempi. Perché là pigliando i principi dove erano i bisogni, e donde era
stato l'incitamento a' loro studi, troppo riferivano all'agricoltura ed in essa
riponevano ogni ricchezza; ma vi richiamavano i popoli traviati a' guadagni
ingiusti, e insegnavano un vivere più sicuro e virtuoso. Prescrivevano false
norme alle pubbliche gravezze, ma le sottraevano alla tirannia d'un cieco
arbitrio, e a' monarchi stessi imponevano leggi di ragione e di equità; e con
ogni sforzo contrastavano a' privilegi de' nobili e degli ecclesiastici: le
quali dottrine ebbero buon frutto e sollecito, perché non dispiacquero a' monarchi,
e i migliori tra i ministri le professarono. Avremo occasione più larga di
discorrere quanta parte avessero le dottrine degli economisti ne' pensieri e
nelle leggi di Leopoldo.
E gli stessi filosofi e la maggior parte
degli scrittori, che in Francia e altrove precederono la rivoluzione, sempre
apparivano rispettosi alla monarchia, ed il rovesciarla affatto, che poi si
fece, era al di là delle intenzioni loro e del desiderio. S'accordavano nel
combattere pertinacemente gli ordini ecclesiastici, e generalmente ogni cosa
che turbasse l'unità degli Stati, o ne peggiorasse la economia; ma in quanto
alla libertà, o la deducevano da teoriche astratte, ed in quella stabilità
apparente poco temute; o si limitavano solamente a difendere la libertà civile,
che i principi stessi già recavansi a vanto di rispettare. Era fuori dalla
mente di ciascheduno, che in tanta pace, una mutazione sostanziale negli ordini
di stato potesse effettuarsi, e che la potestà regia vittoriosa de' nobili e
del clero, una volta dovesse cedere al popolo; anzi la invocavano contro a'
privilegi e ad essa chiedevano che finisse l'opera, debellasse la barbarie,
distruggesse ogni ostacolo alla perfezione della felicità comune. Pareva in
quel tempo la monarchia a molti benefica, ed a tutti necessaria; era tempo di
speranza e di liete immaginazioni, e ogni cosa più bramata sembrando a quegli
uomini praticabile, figuravano uno Stato sotto i re quasi democratico, la
potenza innocua, e facili e pacifiche le riforme. Quindi molto concedevano a'
monarchi, e se contro questi appariva resistenza, era tra' fautori dell'antico;
ma i filosofi applaudivano a' principi, gli adulavano, compravano, incensandogli,
tolleranza e anche protezione: erano negli uni e negli altri somiglianti le
credenze e le immaginazioni, e una cieca confidenza nell'avvenire. Più spesso
accadeva che i maggiori monarchi scendessero essi i primi quasi a mendicare il
suffragio e gli incensi degli scrittori francesi, oramai divenuti arbitri della
lode e sovrani della nuova e già formidabile potenza delle opinioni. La
filosofia libera di quel secolo, ebbe a protettori ed a corifei i tre
spartitori della Pollonia; e dal canto loro i predicatori di giustizia e di
virtù, applaudivano svergognatamente all'abuso della forza, e in quella
dissoluzione d'ogni cosa, facevano a' vizi campo larghissimo. Solo a far
contrasto a queste bassezze della setta filosofica, era Giovan Giacomo
Rousseau, e mentre la turba degli scrittori in sé molto sempre ritenevano
dell'antico, ch'essi faticavano a distruggere, egli più ardito e più sincero,
studiava alle umane società miglior fondamento di dottrine, e nel proprio
istinto racchiudeva la forza e la giovinezza de' tempi nuovi. Insolita premessa
dava quel secolo, dove Rousseau scrisse e fu inteso. Perch'egli sdegnò di
piaggiare i grandi, oramai da loro nulla sperando; ma comprese nel popolo
essere la somma d'ogni cosa, ed il popolo raccolse le sue sentenze, e ne trasse
ammaestramento di virtù; non di quelle onde si restaura e si tollera uno Stato
vecchio, ma di quelle più efficaci onde gli uomini sentendosi migliori e dappiù
degli ordinamenti che gli reggono, diventano abili a ricomporgli. Le scritture
che uscirono dalla setta filosofica, attivissime a distruggere, ma senza virtù
per edificare, rimasero imperfette e ineguali al bisogno, quando l'opera del
correggere gli ordini politici, da' grandi e da' governanti passò nel popolo.
Ed io pongo tra le cause immediate della rivoluzione, prima la rovina delle finanze,
poscia gli errori di governo e i vizi dei potenti, sicché l'ultimo luogo è per
gli scrittori.
Allorquando il popolo chiede, poi rapisce le
riforme a' re che le negano, presto esse si trasformano in rivoluzioni, riforme
precipitose ma sostanziali. Lo che avvenne in Francia, dov'erano i re più che
altrove affezionati all'abuso del potere, ed i preti e i nobili autori di
malvagi esempi e consigli, erano ostacolo a' disegni buoni; e il popolo
scontentato ne' suoi giusti desiderii, avea ne' bisogni una spinta e nella
civiltà un mezzo onde provvedersi da per sé. Grandi erano le forze dalle due
parti, e dovevano di necessità urtarsi tra di loro. Era dall'un lato nel
popolo, (che allora chiamavano terzo stato) congiunta al bisogno di novità tanta
forza di sapere, che scoppiata la rivoluzione si vidde ad un tratto uscir da
quel terzo stato sin'allora inesperto di governo, uomini capaci di reggere da
per sé la più poderosa mole di cose che mai vedesse il mondo, e fondar leggi
sapientissime, e dar norma agli avvenire. E dall'altro lato a difesa delle
antiche cose, era la recente memoria e l'eredità di quella magnificenza
inarrivabile di Luigi XIV, e ne' grandi l'amore e la presunzione di quel loro
splendore cortigianesco, e nel clero la ricchezza, e ne' molti un rispetto
inveterato a quella grandezza della monarchia francese, onde non s'ardivano di
toccarla, sinché non la viddero per le proprie colpe rovesciarsi da per sé
sotto a' piè del volgo. Tra queste due parti tanto possenti venute una volta a
contrasto, non poteva essere fine alla discordia altro che per guerra; quando
la più vecchia fosse abbattuta, ed ogni temperamento di riforme fosse
impossibile, la Francia ebbe invece rivoluzione. Altrove il popolo non sapeva e
non poteva, e ogni novità discendea dall'alto.
Fu dunque la Francia sola dove le idee nuove
si radicarono poderose e spontanee come in suo terreno, s'appresero a' popoli e
vi penetrarono sino al fondo, ogni cosa commossero, e rianimarono. Effetto
della civiltà e della grandezza compatta di quella nazione, onde le virtù, i
vizi, i disordini, erano ingigantiti: e dalla mole istessa de' mali usciva il
vigore de' rimedi. Ogni cosa era più fiacca negli altri Stati del continente
d'Europa; minori le forze de' governi e de' popoli, o nella universale inerzia
ancora preponderanti le forze dell'antico. Quelle società languivano, e le
fondamenta loro indebolivano, ma niun moto intestino le aveva peranco scosse.
Si reggevano per abitudini, delle quali è proprio quand'esse invecchiano,
opprimere ogni vitalità nel bene e nel male, tutto assoggettare all'idea dell'ordine,
e l'ordine far consistere nella permanenza immobile di ciò che la pace ha
consacrato. La febbre degli ingegni operosi e scontenti genera negli animi
irrequietezza, e gli spigne alle mutazioni; ma dove l'ingegno è inerte, l'uomo
chiama pace anche la consuetudine delle sue miserie. Ristretto nel cerchio
angusto del suo privato interesse, trascura le cose pubbliche come non più sue,
teme ed aborre sopra ogni cosa le commozioni. Allora le forze individuali
tacciono costrette dall'inerzia universale, le volontà isolate cadono, tutto
cede all'autorità del fatto, tutto quello che esiste apparisce necessario come
fosse una legge eterna: legittime le disuguaglianze nella condizione de'
soggetti, legittima ogni ingiustizia passata in uso, e mute le sofferenze come
inevitabili. La storia dimenticata non più ammonisce gli uomini, come i tempi
che si dicono di quiete, preparino e annunzino la dissoluzione. Il moto e
l'inerzia sono alterno bisogno degli uomini come delle società; ma in quegli si
succedono per brevi intervalli, ed in queste durano per generazioni; e quando
una generazione intera s'è adagiata nella pace, tanto è impossibile
sommuoverla, quanto fermar quelle che irrequiete per natura ed ansiose di
progresso, ripongono nell'attività il sommo bene. I contrasti e le incertezze
de' tempi di passaggio e di mutazione, dipendono dall'interna lotta tra' due
discordi elementi de' quali è composta la società, due generazioni disuguali e
inconciliabili, che in nulla s'intendono e in ogni cosa si contrariano.
Nel lento procedere della nuova civiltà
negli stati d'Europa, a' quali ella giunse da lontano e come una luce riflessa,
doveva da prima essa investire le sommità. I libri francesi, l'esempio inglese,
giungevano ad ammaestrare solamente i più ingegnosi, e pochi de' grandi
stimolati da maggiore animo, o noiati delle abitudini signorili. Ma in questi
l'ammaestramento riusciva, come ne' beati della terra, incerto e incompleto; e
intanto era accolto ed accetto, perché le teoriche novelle peranco non
rivelavano le ultime conseguenze, a cui camminavano con passo certissimo; ma
venendo innanzi gradatamente, parevano innocue alla superiorità de' grandi; e
le cose pubbliche riformando a più giustizia, e i privati godimenti
accrescendo, mostravano voler pur lasciare il mondo a' padroni antichi. Onde
molti poi di loro si pentirono, visto le riforme uscir tanto fuor de' termini
in ch'essi credevano frenarle; odiarono il fine, e sé stessi ricusarono di
averlo sconosciuto e favoreggiato ne' principii. Sinché le rivoluzioni sono in
corso, essere d'accordo con sé stessi; è unicamente dato a que' che professano
le opinioni estreme: coloro tra' grandi i quali aborrivano ogni cosa nuova, che
il bello trovavano solamente nell'antico, professavano di vivere come i padri
loro, e in nulla si discostavano dalle vecchie costumanze; costoro erano
guidati da istinto più sicuro di quei che in alcuna cosa cederono al tempo,
mezzani fautori di novità. Un vecchio magnate in Vienna tenacissimo
dell'antico, dicea non spiacergli le giubbe all'inglese senza spada, vestito
comune a' grandi e a' plebei, ma tremare delle conseguenze di queste giubbe; ed
avea ragione.
Sorgente d'inganno a quei che volevano
mantenere in piedi almeno le fondamenta degli ordini antichi, e subietto di
speranze mal definite a tanti bisognosi di novità, era il grande esempio
dell'Inghilterra; la quale in quel tempo essendo pervenuta al colmo di sua
potenza, e godendo libertà senza commozioni, a' popoli si mostrava modello
invidiabile di bel vivere civile, e i principi forzava a riconoscere in
quell'ordine temperato di governo, maggiore efficacia a promuovere l'industria
e la pubblica ricchezza. Onde nel passato secolo, quanti erano amici del
sociale avanzamento, avevano sempre innanzi agli occhi l'Inghilterra, sempre in
sulle bocche; nessuna altra forma di libertà più effettiva e migliore allora si
conosceva e nemmen s'immaginava. La costituzione inglese varia e molteplice
nelle sue combinazioni, come libertà composta con felice accordo da' rozzi
elementi del mondo feudale, lasciando intatte tutte le sociali prerogative,
anzi rafforzandole, a tutti prometteva secondo il desiderio loro; i più
l'ammiravano senza intenderla, ognuno lodava quella parte che meglio
s'accordava al proprio interesse o alle proprie immaginazioni. Bramavano tutti
la libertà civile: tacitamente invidiavano quella di stampare, ma pochi
sentivano pienamente ciò che ella valesse, pochi aspiravano a conseguirla, come
cosa attinente più che altro a licenza religiosa, co' dommi cattolici affatto
incompatibile, e dal clero impedita con freni più duri e più tenaci che non de'
monarchi stessi. Ed anche nel resto ravvisavano in quella combinazione di governo
(in ciò dimostrando miglior senno che non l'ebbero più tardi i suoi ciechi copiatori)
anzi una specialità propria di quell'isola e delle venture di quel popolo, che
un modo imitabile, una forma universale colla quale gli altri popoli europei
dovessero un dì giugnere e fermarvisi; e piuttosto mirando alle franchigie
private che non alle libertà politiche, speravano (qui era l'inganno) ottener
quei beni senza tutto rovesciare, e senza scomporre gli ordini antichi e
sostanziali. E per vero dire gli ordini inglesi fondati in sul vecchio, assai
conservavano delle universali condizioni: lasciavano i nobili prepotenti, il re
alla cima di ogni cosa, e la stessa gerarchia del clero ricca e autorevole,
come tra' cattolici; e tutte le forme esteriori del governo e dei costumi
composte a suggezione e a disuguaglianza, mostravano nel loro aspetto
antiquato, come anche la macchina inglese tutta riposasse sopra la dottrina dei
privilegi, per essa confermati e ridotti a miglior temperamento. Ai principi
certamente piaceva poco l'esempio inglese, ma poco anche lo temevano; vedevano
in quella libertà modi somiglianti agli usi della servitù, e tutte le apparenze
regie; e la stessa aristocrazia, benché nel potere effettivo avesse le prime
parti, pure come le altre nobiltà europee, aulica oramai più che castellana, e
quando anche resistente nei senati, sempre ossequiosa nelle anticamere, pendeva
dal re, che potendo a sua posta crescere il novero dei pari del regno, e usando
le nomine largamente, rompeva ogni volta ch'ei volesse co' suoi partigiani la
lega de' grandi. E la forza popolare appariva poco da che la repubblica fu
spenta: i nobili cacciarono gli Stuardi; il popolo contentandosi per allora
d'avere accertato il diritto di cittadino; sicché la rivoluzione che avvenne, o
chiamasi tale, nel 1688, compimento e termine delle precedenti, fermò per gran
tempo il corso alle innovazioni, e lasciò confini larghi alla regia potestà. Di
poi la Casa annoverese regnò sicura e potente delle felicità pubbliche insino
alla guerra americana; ed il lungo ministero di Roberto Walpole con la venalità
dei Comuni, avea persuaso a' principi essere pur quella una libertà trattabile,
e quasi una forma di monarchia poco differente dalle assolute. Il dissidio intestino
foriero di mutazione negli ordini inglesi, cominciò più tardi: le Colonie
americane presero, distaccandosi dagli oppressori loro, maggior vendetta
ch'esse stesse non vollero e crederono; ed allora solamente nacque la guerra
del popolo d'Inghilterra contro all'antica costituzione: guerra inavvertita e
poco temuta ne' suoi principii: lenta e misurata nel suo procedere, perché la
sapienza pubblica e la libertà stavano dalle due parti quasi in bilancia; ma
l'esito non incerto, e infine non meno intera la vittoria de' nuovi principii e
delle forme nuove, sopra ogni vestigio di feudalità ed ogni maniera di
privilegii. La perdita dell'America, primo danno e gravissimo dopo cento anni
di acquisti, scemò la reputazione al governo, e l'esempio democratico degli
Stati-Uniti dette animo al popolo; dovea la rivoluzione
francese fare il resto, e lo ha fatto: se non che i danni per essa sofferti
dall'Inghilterra, e la gelosia verso le vittorie de' Francesi e la tèma,
ristrinsero la nazione inglese intorno al governo, sinché per la pace e la
sicurezza esterna, i moti intestini non riapparvero; e i disordini nella guerra
accumulati, non vinsero l'efficacia de' rimedi ordinarii, e le forze
riparatrici le quali abbondavano e pur sempre abbondano in quell'ordine
sapiente e in quella libera manifestazione d'ogni forza e d'ogni soccorso alla
pubblica salute. Il tempo nel quale io scrivo queste parole, vede per la prima
volta ministri riformatori appoggiati sul popolo, prevalere contro all'aristocrazia,
e vincerla con gran frutto. I popoli applaudiscono veggendo crollarsi la tanto
lodata costituzione; ciò che era fondamento di libertà appare e riesce giogo
intollerabile; ed io ripetendo gli encomi agli ordini inglesi dati da' più
caldi novatori dell'età scorsa, oggi conterei tra' retrogradi partigiani di
servitù. Stimai quindi necessario uscire, a proposito della Inghilterra, fuori
de' tempi nei quali è ristretto questo discorso; e mostrando in essa arretrato
il corso delle innovazioni, non pur sempre inevitabile e in gran parte
somigliante a quello degli altri Stati, spiegare co' fatti e il mirabile
ascendente che la Inghilterra aveva preso sulle opinioni ne' tempi dei quali io
scrivo, e poi la freddezza verso lei di nuovi amatori di libertà, ed infine
l'avversione. Di che è stato prova il vedere che dalle rivoluzione del
continente (e tante ve n'ebbero in quaranta e più anni) non uscì mai per la
volontà de' popoli, una forma somigliante alla forma inglese, ma sempre fu
imposta da' re come transazione tollerabile, per la quale essi confidavano
spignere addietro anzi che promuovere la corrente minacciosa delle innovazioni.
Tanto le opinioni si voltano, e il mondo sociale camminando come per curva
spirale, ogni tanto piega il corso, benché egli non muti la direzione; tanto
nel discorrere le antiche cose in mezzo agli avvenimenti che incalzano, le
stesse parole che raffigurano il pensare antico, egualmente adoperate ma intese
altrimenti dagli uomini d'oggidì, fanno inciampo allo scrittore anziché
facilità allo scrivere, e gli tolgono favore appo molti e forza di persuadere.
Ma siccome il procedere dei tempi e de' fatti confonde con immensa forza i
voleri e le cose discordanti, uffizio della storia è dapprima tutti
annoverargli e distinguergli, poscia come fa il vero, insieme congiungergli
nella rappresentazione e mostrare i modi onde si conciliano.
Così anche l'esempio inglese valeva poco a
spignere i popoli nella libertà e turbare la sicurezza degli altri principi. E
questi frattanto avevano altrove esempio di novità benché audacissime, pure
ottimamente conciliabili al potere regio. Piace a' monarchi il bene che s'opera
per modi assoluti, e vederono Federigo re di Prussia aver la potenza tutta in
sé solo concentrata, libera d'appoggi e di ostacoli, temuta e benefica a un
tempo stesso. Avrebb'egli ringiovanito in Europa l'assoluta monarchia, e quasi
rifatta a nuovo, se rifarsi ella poteva; ma le diede, in quanto a sé, una forza
vera e produttiva, e in gran parte adeguata a' nuovi bisogni del secolo,
sinoacché i bisogni del secolo non divennero troppo eccessivi ed urgenti. Fu
maestro a' re del suo tempo, e meritò d'esserlo, tutti avanzandoli nell'altezza
dell'ingegno o nelle occasioni d'adoperarlo. E fu tra le felicità singolari di
Federigo, che i suoi predecessori ognuno a suo modo e con ordine mirabile gli agevolassero
la grandezza, preparandogli le vie, ma senza troppo preoccuparle; l'ingegno
instancabile del grande Elettore aveva fondato la potenza della Casa, e la
vanità di Federigo I acquistato nel titolo regio un incitamento, e nelle
opinioni del secolo, quasi anche un diritto a viepiù ingrandirsi; e il re che
successe a questi, crudele al figlio in privato, sembrò nelle opere di re far
tutto per lui, e a sé attribuire null'altro uffizio fuorché di assicurargli un
regno glorioso. Perché ei gli temperò l'animo con le paterne durezze, e tenendo
quelle grandi forze giovanili a lungo compresse e raccolte in sé stesse, anche
con il duro esperimento dell'obbedienza, l'assuefece ad un impero più mite e
più giusto; poi gli crebbe a gran copia tutti i maggiori nerbi della potenza,
l'erario e i soldati, e i popoli educati a rigida disciplina. Così Federigo
salendo al trono l'anno 1740, trovasi istruito ad ogni virtù ed agevolato a
ogni grandezza.
Subito si dichiarò nemico dell'Austria; e
perocché l'Austria s'era fatta straniera in gran parte alle cose germaniche,
dovea Federigo almeno per questo farsi essenzialmente nazionale, essere
null'altro che Tedesco, autore di nuova potenza germanica; a lui si avveniva
raccorre intorno a sé le forze intellettuali di tutta l'Allemagna; monarca e
filosofo, dovea riconoscerne l'incremento, dovea amarlo, dovea promuoverlo. Di
ciò Federigo nulla fece; dispregiò i suoi come barbari e rozzi, e volse tutta
l'eleganza del suo ingegno alla lingua ed alle cose francesi: di tutto i
Francesi erano maestri; curava egli nei suoi ministri la purezza del dire e
dello scrivere francese: quasi per gli uomini gentili non fosse in Allemagna
altro idioma, e pure il tedesco era già in sulle penne di Schiller e di Goethe.
Neglesse l'educazione del popolo, nel popolo non vedendo altro che un docile
strumento, e contandolo per numero, e alla moltitudine credendo null'altro
dovuto fuori che quella giustizia che viene dall'alto, e i frutti di quella
sapienza generica, la quale pareva a Federigo dovesse fermarsi e ristringersi
nelle sommità. Così egli scemò la forza intrinseca al suo stato e il favore in
Allemagna, dove se le idee di nazionalità radicheranno, il nome di Federigo
andrà maledetto, perch'egli non le promosse quanto era in lui. Vero è che la
poesia, stata senza forma e confini naturali, ed il popolo prussiano stesso
miscuglio di varie genti, senza memorie comuni, e avvezzo ad istruirsi dell'industria
e del sapere degli altri, poco dava per formarne una nazione, molto per la
forza del governo: è vero altresì che le forze libere allora non si contavano,
ma quelle soltanto che stavano tutte intere nella dependenza de' monarchi. E
questa maniera di potenza in Federigo fu somma; niuno insino allora l'aveva
agguagliato nell'arte di ordinare e condurre gli eserciti. La guerra
scientifica retta da un concetto solo, in lui e in Napoleone ha toccato il
colmo e decaderà; ventura per gli avvenire. E dopo lui caddero que' suoi modi
liberi e sicuri di monarchia, della quale come della guerra aveva egli fatto
una scienza, ora impraticabile dacché le nazioni ebbero coscienza di sé stesse.
Sicché poco rimarrà di Federigo, fuori che le forze materiali per lui cresciute
alla Prussia, e la gloria incancellabile d'aver dato norma e movimento a
tutt'una età d'uomini, d'aver illustrato gli ultimi anni felici da Dio concessi
alla signoria dispotica: alla quale se il volger dei secoli un giorno riconducesse
il capriccioso volere dei popoli, tale la invocherebbero quale la fondarono per
una monarchia grande ed armata, Federigo in Prussia, per una ristretta e
pacifica, Leopoldo in Toscana.
In questi due principi tanto fra di loro
differenti, tutta la sapienza governativa del loro secolo parve espressa: e se
a Federigo fu gran vanto essere stato modello agli altri re, che del tempo suo
vissero attivi e riformatori, a Leopoldo devesi questa lode di aver egli solo
schivato l'imitazione di Federigo. Ambedue fecero fondamento delle opere loro
non vane astrattezze, ma le condizioni vere dello stato ch'essi ebbero a
governare: perciò differivano, adattandosi ciascuno a tanto diverse condizioni,
ed a queste ottimamente ognuno di loro
convenendo. Ebbe Federigo insin dal principio necessità di difendersi, l'ebbe
anche di estendere gli antichi confini a fronte dell'Austria gelosa e
prepotente; ma Leopoldo vidde bene che le armi non gli abbisognavano, o al
bisogno non bastavano: da' re nulla temeva o chiedeva, purché gli lasciassero a
suo modo la Toscana prosperare.
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