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Quando Nene seppe della richiesta
e della ripulsa, si pose a ridere come di cosa bizzarra, che non la
riguardasse. Le piaceva la voce del giovinotto, che da parecchi giorni ammirava
in chiesa, e prima aveva udita alcune volte in casa, ma dalla camera accanto,
perché il nonno non la bramava presente mentre c'erano gli scolari. Si
rammentava che, sentendo discorrere di lui e dirne un gran male, aveva
osservato come non si potesse poi pretendere che, da un giorno all'altro, un
gondoliere diventasse un signore per bene; si ricordava pure i suoi occhi neri
insolenti, che, incontrandolo, le facevano abbassare lo sguardo con un senso di
strano timore.
Del resto, la fanciulla non aveva
mai pensato al matrimonio. Era vissuta sempre fra il nonno e la serva, una
ottima donna, che le voleva un ben di vita e ch'era stata domestica di sua
madre. Da quattro anni divideva la sua giornata fra lo studio del canto, nel
quale la sua voce non robusta, ma estesa e morbida, era riescita ammirabile di
agilità e di grazia, ed i fiori del piccolo orto, chiuso da alti muri di cinta,
in uno dei quali s'apriva verso il canale l'arcata della riva d'approdo. Un
poco di tempo lo dava alla cucina, per comporre con le proprie mani, piccole e
polpute, qualche manicaretto, che piaceva al nonno. Non usciva con altri che
con lui, leggeva poco, cuciva poco, faceva trine e ricami: era soddisfatta di
sé e della vita.
Dalla cantoria il tenore, durante
i riposi, piombava giù ai piedi dell'altare di San Clemente delle occhiate
incendiarie, che incontravano gli sguardi della Nene, la quale si sentiva ogni
volta una lieve trafittura nel cuore ed una fiamma al viso, che lo faceva
diventar di carminio. I capelli, più rossi che biondi e naturalmente ricciuti,
circondavano la fronte non alta e le guance paffute, lasciando vedere le
delicate orecchie, da cui pendevano due perle piccine. Quando il tenore cantava
con gli occhi alzati alla cupola d'oro popolata di santi bizantini, allora si
scorgevano fra le tumide labbra della fanciulla, del color di ciliegia, i denti
candidi tutti uguali, e un leggiero fremito scorrerle per le membra rotonde, e
gli occhi cilestri non grandi assumere una nuova espressione di vivacità e di
sentimento. La ragazza si andava trasformando: diventava inquieta e, non di
rado, impaziente: sembrava cresciuta di statura.
Era giunta fino ai diciott'anni
senza avere mai guardato dentro nel proprio animo, senza essersi mai resa
nessun conto della propria coscienza, poiché alle pratiche religiose, alle
preghiere, alla confessione attendeva con gravità umile, ma così per usanza,
come operazioni di un rito, il quale avesse la sua radice ed i suoi intenti al.
di sopra, al di fuori di lei. La fede era tanto indiscussa, la morale così bene
ridotta a precetti ed a formule, che il pensarci diventava inutile: non già che
ai gradini dell'altare, di contro alla grata del confessionale, prostrata
innanzi al Crocifisso della sua cameretta non sentisse una viva emozione, ma
era cosa sentimentale o fantastica, non meditativa. Né il nonno, il quale non
contava nella lunga vita una cattiva azione od una cattiva intenzione da
espiare, aveva mai parlato alla nipote dei doveri e della dignità della donna.
Gli sarebbe parso di mancare di rispetto alla virginità se avesse creduto
necessario di ammaestrarla per via di consigli o di libri sulle tentazioni del
godimento, sulla malvagità e la ipocrisia di molti uomini, e rispetto alle
seduzioni interiori della passione e del desiderio, come intorno ai fatali
inganni ed agli ancora più fatali sopori della coscienza. Egli stesso era
vissuto senza mai sgarrare, ma come un orecchiante della virtù.
La prima volta che Nene scrutò
nel proprio petto, vi trovò una immagine d'uomo profondamente impressa, la
quale non le ragionava rispettosa di matrimonio e di maternità, non le
bisbigliava sommessa le soavi canzoni dell'affetto ideale, ma parlava
sfacciatamente di ardori ancora vaghi ed oramai irresistibili. La fanciulla,
seduta nell'ombra cupa del piccolo chiosco dell'orto, tutto coperto e
circondato di fresca edera arrampicante, si lasciava vincere dai fantasmi dei
desiderii inconsci, ripetendo di tratto in tratto, come stupita di sé medesima:
“Eppure, se il nonno avesse risposto di sì, io non lo vorrei sposare!”.
Si destava in lei,
contemporaneamente all'amore, la vanità. Ammirava la propria voce, notava i
pregi del proprio modo di canto, si guardava nello specchio, ora tentando di
lisciare i capelli rossi ricciuti, ora arruffandoli, e dolendosi delle
macchiette verdastre di lentiggini, che picchiettavano l'incarnato del viso e
delle spalle, e la pelle lattea del collo e del seno. Confessava a sé stessa di
esser piuttosto corta di statura; ma si giudicava tutta ben fatta dalla testa
ai piedi, e meglio grassa che magra. Talvolta, è vero, invidiava gli occhi neri
quanto il carbone della sua pettegola vicina, la Gigia, perché supponeva che le
bionde con gli occhi neri dovessero esercitare un terribile fascino; poi subito
si confortava, notando come le pupille celesti s'accordino ammirabilmente con
l'oro rossigno della capigliatura, e, benché più mansuete, non sieno meno
potenti. Metteva spesso i suoi migliori abiti, che dianzi giacevano
nell'armadio, il suo più grazioso cappellino, già destinato alle messe dei
giorni solenni; chiamò una sarta, suggeritale dalla Gigia, per rimodernare le
fogge dei vestimenti antiquati, e pregò lo zio di comperarle il raso cangiante
per un abito nuovo alla moda. Sbagliava i punti dei ricami e delle trine, che
ogni tanto buttava nel cestino e ripigliava svogliata. Passeggiava nell'orto,
anche durante le ore più infuocate di quell'estate caldissima, sbadigliando,
aspirando con le larghe narici del naso leggermente camuso gli effluvi acri e
salsi del vicino canale, ed i profumi dei fiori, mezzo disseccati nei loro
vasi, perché ella non si curava più di mondarli né di adacquarli. Non le
piaceva l'olezzo delicato della vaniglia, dei gerani, dei pelargonii, dei
gelsomini, degli amorini; preferiva, da poco, l'odore inebbriante della
gardenia, del garofano, della tuberosa.
Una mattina di buon'ora, facendo
fischiare in aria una sottile vermena di salcio, quasi volesse staffilare
qualcuno, spiccò netto dallo stelo il grande fiore d'un giglio, che le sembrava
troppo alto: in quell'istante si sentì alla porta di casa una furiosa
scampanellata. Andò ad aprire. Era il maestro Zen, che, senza nemmeno salutar
la fanciulla, corse dritto, tutto trafelato e sbuffante, nella camera da studio
del Chisiola, ed asciugandosi il sudore sul volto con un fazzoletto a fiorami
pavonazzi, sudicio di tabacco, esclamò:
“Maestro son disperato”.
Il vecchio lo guardò sorridendo
amorevolmente, come si farebbe innanzi alle buffe disperazioni di un bimbo, e
chiese:
“Si tratta del setticlavio?”.
L'altro continuava:
“Sono rovinato, sono rovinato,
maestro, se ella non mi soccorre!”.
Allora il vecchio diventato
serio, disse:
“Via, in che cosa posso aiutarti?
Sai che ti ho sempre voluto bene, come ad uno de' miei più vecchi discepoli”.
Lo Zen s'era posto a sedere,
accasciato, presso ad un tavolino, su cui stava una caraffa d'acqua, e ne aveva
bevuto due grandi bicchieri:
“Ecco... ma prima ella mi deve
promettere di non dirmi di no”.
“Promettere così ad occhi chiusi
non posso. Ho molta fiducia nel tuo cuore, ma pochissima nel tuo cervello. Dio
sa in quali pasticci ti sei cacciato”.
“La colpa non è mia, glielo
giuro. Non è di nessuno. Se n'è immischiato il diavolo”.
“Dunque?”.
“Dunque ella sa, o forse non sa,
perché è un pezzo che non vengo da lei, ed ella non legge i giornali: avevo
promesso pubblicamente, solennemente di dare questa sera con i miei allievi un
concerto per gli azionisti della mia scuola di setticlavio e di canto,
invitandovi i gazzettieri della città”.
“Un concerto! Sei dunque infedele
al tuo amico pianista, oppure hai imparato a trarti d'impaccio sulla
tastiera?”.
“Maestro, mi corbella? Con queste
mani da granchio! Ma sapevo troppo bene ch'ella non avrebbe approvato il mio
impegno, anzi avrebbe tentato di dissuadermene. Non volevo mancarle di rispetto
col resistere a' suoi consigli. Pregai dunque il nostro organista di San Marco,
il quale, a patto d'intascare venti svanziche anticipate, ha consentito
volentieri. Si fecero le prove, tutto andava a gonfie vele...”
“Ed ora all'ultimo momento,
l'organista s'ammala, e vieni da me a pregarmi di sostituirlo”.
“No, maestro. Ella non esce di
casa la sera, e poi con questo caldo, in una sala affollata! Non vorrei
proporle una cosa che le potesse far male, se credessi di dovermi gettare in
acqua con un macigno al collo. Del resto, l'organista sta benone”.
“E allora?”.
“Peggio che un accidente
all'organista, mille volte peggio: s'è infreddata la Carlottina Bianchi,
ch'ella conosce, la mia più ammirabile allieva, quella che legge musica col
setticlavio spedita e franca quanto un prete il breviario, la mia speranza, la
mia stella. Ieri all'ultima prova non istava bene. Stamani, prima di venir qua,
vado da lei; la trovo a letto con la febbre, una tosse da spaccar le costole,
un cataplasma sul petto, e tale abbassamento di voce da non poter pronunciare
una sillaba. Il medico dichiara che, se non seguono altri malanni, fra due o
tre settimane potrà cantare. Io intanto sono spacciato. Senza la Carlottina
vanno in fumo quattro pezzi sopra otto, i più belli; e poi Mirate, che mi ha accompagnato
sin qua, giura di non aprir bocca se non può cantare il terzetto della Lucrezia
e il duetto dell'Elisir d'amore. Così perdo anche O
sì per voi già sento, ch'egli dice da Dio. Rimandare il concerto è
impossibile. I giornali, aggirati dagli altri maestri di canto, i quali vedono
di mal occhio la mia scuola gratuita, mi sono tutti contrari: la 'Lira' mi
bistratta, la 'Gazzetta' mi stritola, il 'Sior Antonio Rioba' mi canzona.
Domani sarebbe già troppo tardi. Gli azionisti..”.
“Li chiami azionisti! Vorrai dire
i contribuenti alle spese della scuola. Quanti sono ora?”.
“Sarebbero ottantasei, impegnati
con la firma a dare sei svanziche l'anno; ma di ottantasei, indovini, maestro,
quanti hanno pagato. Sedici, sedici soltanto, e dopo quante sollecitazioni!
Pensare che se avessero pazienza di aspettare che gli allievi diventassero
tutti cantanti le azioni guadagnerebbero il cento per cento, a dir poco. Invece
me le rimandano accompagnate da sarcasmi o da contumelie. Insomma, un concerto
con i miei sette scolari basta a mettere in luce la verità, a sbugiardare i
giornalisti, a confondere gli altri maestri di canto, a moltiplicare gli
azionisti..”.
“Bastasse almeno a pagare i tuoi
debiti!” soggiunse il maestro Chisiola, sorridendo con tristezza.
“Debiti ne ho parecchi, maestro;
ma, per dire il vero, ci penso poco. A me basterebbe poter pagare la pigione
delle due stanze ove tengo la scuola, e il nolo del pianoforte e della musica.
Continuerei volentieri, come faccio da due mesi, a mangiare una volta al giorno
pesce comperato dal friggitore e polenta annaffiata di un solo quartuccio di
vino”.
“Povero amico mio, vittima del
setticlavio! Dimmi alla fine come posso aiutarti”.
Lo Zen, che sapeva come la
propria domanda avrebbe sorpreso e addolorato il maestro, esitò un momento, poi
rapidamente rispose:
“Permettendo alla signorina Nene
di cantare questa sera, in luogo della Carlotta”.
Il vecchio nonno si rannuvolò.
Guardava in faccia lo Zen tacendo, come se nuove idee, nuovi timori gli confondessero
la mente. Fece per rispondere, ma la parola parve troncata da un altro pensiero
triste. Già la nipote, durante le ultime due settimane, lo aveva turbato nelle
sue aspirazioni e nelle sue consuetudini, poiché dianzi si era andato via via
persuadendo che nulla avrebbe alterato mai la serena pace della casetta e
dell'orto; e come egli, presso alla fine de' suoi giorni, sentiva l'anima
schiva da ogni agitazione mondana, così sperava dovesse essere nel cuore della
giovane, la quale non conosceva ancora la vita. L'istinto dell'affetto gli
figurava il primo passo nella via della vanità quale una voragine, in cui
sarebbe presto scomparsa l'esistenza solitaria e felice della fanciulla e di
lui. Fece uno sforzo sopra di sé e, aperto l'uscio, chiamò:
“Nene”.
Appena la ragazza fu entrata, il
vecchio continuò con voce tremolante, e interrompendosi spesso per respirare:
“Senti, mia cara, l'amico Zen ti chiede un favore, una cosa che non hai fatto
mai sino ad ora, e che ripugna certo alla tua indole delicata e restia.
Vorrebbe che tu cantassi in un concerto questa sera, in compagnia di alcuni
suoi discepoli, fra i quali il così detto Mirate, per sostituire Carlottina
Bianchi, improvvisamente ammalata”.
“Signorina Nene, dica di sì”
interruppe lo Zen: “la mia vita è nelle sue mani”.
“Sì, canterò” rispose la
fanciulla, calma e sicura, senza nemmeno badare allo Zen, che gongolava e le
baciava le mani. A un tratto il basso profondo, picchiandosi la fronte, si
rivolse al vecchio: “Maestro, mi scordavo un incarico ricevuto or ora dal
tenore, qui sulla porta. Desidera farle sapere che la richiesta di matrimonio
fu un brutto imbroglio del soprano, nostro collega nella cappella,
quell'usuraio lurido, indegno di appartenere all'onorato corpo dei cantori di
San Marco. Egli sperava di combinare il negozio per certe sue ragioni
d'interesse, mentre all'incontro Mirate è innamorato matto di un'altra: non mi
ha detto di chi”.
La notizia fu di qualche sollievo
al vecchio: la fanciulla invece l'accolse con altera incredulità. Avvicinatasi
ai nonno per di dietro, gli diede un bacio sui capelli bianchi,
bisbigliandogli:
“Vedo che la mia risoluzione ti
affligge. Perdonami. Sarebbero proprio riescite inutili tante tue cure per
insegnarmi a cantare, se dovessi continuar tutta la vita a gorgheggiare con gli
usignuoli dell'orto. Vedrai, mio buon nonno, che ti farò tanto onore”.
Nene conosceva i pezzi che doveva
eseguire. Bastò una prova rapida in casa del maestro Chisiola, il quale,
scordandosi un poco delle ubbie di prima, dava volentieri qualche savio
suggerimento, e non sapeva vincere una certa compiacenza nell'ascoltar la
nipote. Dopo finito un rondò del Cimarosa, rinzeppato di agilità e di trilli,
il vecchio non poté trattenersi dall'esclamare:
“Brava”.
Lo Zen farneticava di giubilo.
Anche l'organista, tondo, sbarbato, un faccione da corcontento, súonava con
ardore, non ostante alle sue mani rattrappite nell'uso quotidiano della piccola
tastiera dell'organo, e cercava i pedali, che non c'erano, pestando sul
pavimento.
Il concerto ebbe luogo in una
sala offerta allo Zen per mezzo del famoso soprano, che tutti maledivano, ma
che, lesto e ficchino com'era, o per via di prestiti o per altri servizi, si
rendeva quasi sempre indispensabile. Stretta e lunga, la sala pareva un ampio
corridoio, male illuminato da poche lampade ad olio pendenti dal soffitto
basso, ove avevano lasciato dei larghi cerchi di filiggine. Prima delle otto
già era quasi piena di un pubblico vario: impiegati, bottegai con le loro mogli
e figliuole; bellimbusti amici di Mirate con alcune ragazze un po'
scollacciate, qualche prete con le sorelle vecchie vestite di bruno; né
mancavano parecchi signori della nobiltà, senza le dame, qualcuno cioè di
quegli ultimi sedici azionisti, che continuavano a pagare la loro quota. I
giornalisti ed i maestri di canto stavano in piedi, nel fondo, ammiccandosi,
parlandosi nell'orecchio, indicando l'uno all'altro le più belle fanciulle, e
ridendo, ghignando alle barzellette ed ai motti di questo o di quello.
Nene sembrava propriamente bella.
I capelli rossi abbondanti, tirati alti sul capo e ornati di fiori candidi; il
roseo fine del volto, in cui spiccavano le labbra coralline e gli occhi
celesti; il collo di neve; la persona non alta, ma formosa; sopra tutto quella
sua nuova espressione di fermezza e di contentezza, le davano un aspetto singolare
ed attraente.
Il vecchio nonno, che aveva
voluto per forza trascinarsi fin là, e s'era messo a sedere nella stanza
destinata ai cantanti, presso all'uscio, il quale conduceva al palco rialzato
di due gradini, non si saziava di guardar la nipote; e quando, durante i pezzi
in cui cantava e dopo la cadenza, scoppiavano gli applausi lunghi, ripetuti,
fragorosi, ed era chiesto con entusiasmo il bis, dagli occhi del nonno
scorrevano giù per le guance le lagrime. Poi abbracciava la nipote, dicendole
tra i singhiozzi:
“Nene, mia cara Nene, come sono
contento di te!”.
Finito il concerto ed uscito il
pubblico, in una svolta buia delle scale, scendendo, Mirate circondò col
braccio sinistro la fanciulla alla cintola e, tenendole con la mano destra il
mento, le diede un vigoroso bacio sulle grosse labbra, che rimasero aperte e
fidenti.
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