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I giornali veneziani si
occuparono del concerto. Tutti lodarono la nipote e allieva del maestro
Chisiola, insistendo però nell'avvertire che qui la scuola dello Zen non ci
entrava proprio per nulla. Mirate fu giudicato con poca benevolenza: voce
potente, di buon timbro, abbastanza intonata, ma fredda e grossolana; cantante
immaturo, più da chiesa che da teatro; insomma, qualità preziose, ma scuola
pessima. Gli altri allievi, messi in un fascio, venivano tartassati
spietatamente. Conclusione: gli azionisti buttavano via i loro quattrini per
far sciupare le belle voci o far cantare dei cani. Il giornale teatrale, “La
Lira”, se la pigliava poi col setticlavio, accusando questo metodo di molti
peccati: incertezza nella intonazione, perplessità negli attacchi, pesantezza
nel modulare; e negava assolutamente che gli scolari dello Zen sapessero
leggere a prima vista. Proponeva un giudizio, pronunciato da cinque maestri,
due eletti dallo Zen, due dalla direzione del giornale e il quinto dai primi
quattro insieme.
Lo Zen, fuori di sé per il
dispetto di tante censure e per il timore di vedersi togliere la sua amata
scuola, ma più che altro per causa delle imputazioni contro il setticlavio,
abboccò subito; e scrisse al giornale una lettera, stampata immediatamente, con
cui accettava la proposta, si riserbava di indicare due nomi, e si dichiarava
disposto a soggiacere alla sentenza se, cosa impossibile, gli dovesse riescire
contraria. Corse dal maestro direttore della cappella di San Marco a pregarlo
di essere uno degli arbitri. Questi, uomo prudente, rispose:
“Vi pare! Nella mia posizione,
farmi dei nemici fra i maestri e fra i giornalisti! Grazie della fiducia, ma
non vorrei rovinarmi”. Corse dal giovine e celebre direttore d'orchestra al
teatro della Fenice, che gli strinse cordialmente la mano, lo fece sedere in
poltrona, gli offrì una chicchera di caffè, ma rispose:
“Ben volentieri, maestro
Carissimo, se non ci fosse un ostacolo. Io ignoro assolutamente che cosa sia
setticlavio”.
“Oh, non importa, in un quarto
d'ora la metto in grado di esserne professore. Il metodo splende da sé, come il
sole. Quale è la tonica nella chiave di Do?”.
“Le sono riconoscente, maestro,
veramente riconoscentissimo di volermi istruire, e la pregherò anzi di farlo
un'altra volta. Ma le sembra che uno possa impancarsi da arbitro in una materia
che conosce a mala pena e da poche ore e per sola teoria? Bisognerebbe essere
troppo sfacciati”.
Tali ad un dipresso furono le
risposte degli altri maestri, cui lo Zen si rivolse. Il pover'uomo era già
stato tre volte alla casa del maestro Chisiola; ma questi, un po' indisposto
dopo la sera del concerto, non voleva assolutamente vedere nessuno. Non sapendo
dove dar del capo s'avviò a gran passi verso la bottega dell'antiquario usuraio
e soprano.
Le faccende dello Zen
s'imbrogliavano. Ai quattrini suoi, quando ne aveva in tasca, ed a quelli degli
altri che si faceva prestare, non attribuiva nessuna importanza; e stupiva nel
vedere la gente affannarsi per guadagnare e per ammassare. Il suo stipendio di
primo basso nella cappella di San Marco era sequestrato da parecchi mesi; gli
azionisti della sua scuola gratuita gettavano appena, in un anno, un centinaio
di svanziche, e dagli allievi, anche se gli avessero offerto danaro, non
avrebbe accettato un soldo, ma veramente, invece di offrire, chiedevano, ed
egli, se aveva, dava, o, mentre era al verde, li conduceva al bacaro a
mangiare ed a bere, finché l'oste gli faceva credenza. Qualcosa beccava
cantando nelle sagre, perché la sua voce rimbombante piaceva ai preti; qualcosa
spilluzzicava correggendo bozze di stampa per una tipografia, componendo
sonetti per nozze, per nascite, per ricuperata salute, per prima messa, per
regresso di parroco, per l'applaudito quaresimalista come per la furoreggiante
Tersicore, per il negoziante, che apriva bottega di vestiti fatti, come per il
bottegaio, che aveva ricevuto un carico di baccalà. Un giorno gli viene in
mente di pubblicare un giornale in dialetto per mettere in sempre maggior luce
il setticlavio e dire al prossimo la verità: fortuna che in meno di un mese il
foglio era bello e sotterrato. Un altro giorno annunzia su tutte le cantonate
della città la Storia del canto dall'antichità fino ad oggi, raccoglie
firme e quote di associati: l'opera rimane alla prima faccia della prefazione.
Scriveva più sciolto in versi che
in prosa, ma il meglio era la poesia vernacola, in cui apparivano qua e là
l'ironia sferzante, la canzonatura ridente dei migliori poeti veneziani;
scriveva sempre alla bottega da caffè, in quella del sottoportico dei Dai,
quasi seppellita dal ponte vicino, in quella sotto i portici di Rialto, accanto
al mercato, ove, splendendo fuori il sole, ci si vedeva appena, ed i sensali, i
venditori, i compratori in giacchetta od in maniche di camicia si bisticciavano
insieme romorosamente, o rallegravano i contratti di bicchierini con
indiavolato baccano. Nel bugigattolo, che portava il sonoro nome di Caffè
della Gloria e che stava tra una bottega di straccivendolo e un botteghino
del lotto, il calamaio era formato da una chicchera slabbrata priva di manico,
nella quale lo Zen trovava l'ispirazione.
L'antiquario soprano stava
contrattando con una donna pallida, mentre lo Zen entrava ansante nella
bottega. Si trattava di una Vergine col Putto in braccio, alta due palmi, tutta
in avorio, su cui si scoprivano le tracce di dorature e colori, e nello zoccolo
si leggeva una epigrafe del trecento.
“Anni addietro” diceva la donna
sommessamente, con gli occhi lagrimosi “anni addietro avrei potuto pigliarne
cinque marenghi; e non volli, perché questa Madonna era tanto cara alla mia
povera mamma, e, quando la pregavo, sorrideva anche a me; come sorride ora”.
“Insomma, le vuole le quindici
lire?”.
“Almeno venti me ne dia”.
“No” e l'antiquario si rivolse
allo Zen, che s'impazientiva. La misera donna uscì; ma, dopo qualche minuto,
ricomparve, e, posando la statuetta lentamente sopra una tavola ingombra di
ciarpami d'ogni sorta, mormorò:
“Se la prenda: i bimbi
m'aspettano con il pane”.
Intascò il denaro e fece per
andarsene; ma, trattenuta da un rimorso, tornò indietro, prese in mano la
figuretta con delicatezza paurosa, accostando le labbra tremanti al viso soave
in atto di baciarlo. Uscita finalmente dalla bottega si asciugava le lagrime,
mentre correva dal fornaio.
“Oh, appunto, se non capitavi
sarei venuto io a destarti” brontolò l'antiquario, guardando lo Zen; e gli
domandò in tono brusco:
“Non pensi a pagare?”.
“Ho altro per il capo io. Volevo
chiederti un consiglio, perché sei uomo avveduto e so che, in fondo, mi vuoi
bene. Leggi la 'Lira?'”.
“Capisco. Ti sei accorto di avere
fatto una delle tue solite bestialità, accettando la proposta del giudizio
musicale, e vorresti rimediare”.
“No davvero. Venivo a sentire da
te un parere circa i due nomi di autorevoli maestri, cui potrei indirizzarmi”.
“Quanti t'hanno detto di no fino
ad ora?”.
“Facciamo il conto” e pronunciava
i nomi, e numerava sulle dita: “Sette”.
“Puoi stare certo che per l'una
ragione o per l'altra, col bel garbo o villanamente, tutti, in conclusione, ti
risponderanno del pari. Smettila, smettila col tuo setticlavio”.
“Intanto non potresti accettare
tu?”.
“Io? Sei matto. Ma lasciamo stare
per ora queste baggianate. Intendi di pagare sì o no? Sono stato io la bestia
di mettermi innanzi col proprietario della sala ove hai tenuto il famoso
concerto, col fornitore delle seggiole, con quello delle lampade, e via via:
una ottantina di svanziche”.
“E non mi hai svergognato in
faccia a tutti i nostri compagni della cappella, facendomi sequestrare lo
stipendio? Paga con quello”.
“Mi canzoni? Lo stipendio era già
sequestrato più di mezzo; sicché, per riavere le somme, che ti prestai da amico
troppo disinteressato, dovrò pazientare la bellezza di quasi due anni. Siamo
vecchi, caro collega, e se non si perderà presto la vita, si perderà certo la
voce. Begli affari ho fatto con te e con Mirate!”.
“Pensiamo dunque a un rimedio”.
“Hai nulla?”.
“Nulla. Anzi fra una settimana
rischio di farmi cacciare di casa, sequestrare i pochi mobili, e portar via il
pianoforte e la musica. Che cosa sarà della mia povera scuola?”.
“Mi avevi parlato, tempo fa, di
una somma che certi tuoi conoscenti t'avevano spedito, non so da quale
cittaduzza, per la stampa di una strenna, scritta da essi, e che dovrà uscire
gli ultimi giorni dell'anno. Mancano ancora cinque mesi”.
“Mi tempestano di lettere,
aspettano ansiosamente di giorno in giorno le bozze, minacciano di venire a
Venezia. Bisogna pure che io consegni il manoscritto al tipografo, e ritrovi il
denaro già sfumato”.
“E il pianoforte?”.
“Non è mio, lo sai bene. Lo ho a
nolo mensualmente”.
“Sì, ma se tu trovassi da
venderlo, non potresti continuare a pagar la mesata, finché ti riescisse di
saldare al proprietario il prezzo totale dello strumento? Perderesti qualcosa,
ma non si può avere nulla per nulla”.
“E come farei senza pianoforte a insegnare
il setticlavio?”.
“Pigliane un altro a nolo, da un
altro negoziante, s'intende”.
“Di questi affari non capisco
niente. Salvami la scuola: ti domando soltanto questo. Mi fido di te”.
“Troverò io il compratore. Ad un
patto però, che il mio nome non debba essere pronunciato in nessun caso. Me lo
prometti?”.
“Lo giuro” e lo Zen, dopo qualche
altra parola, uscì con la testa alta, il passo snello, zufolando un'arietta
allegra, come se avesse assicurato la scuola per l'eternità. Della “Lira”
oramai si dava poco pensiero.
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