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Era un caldo d'inferno: l'estate
si sfogava. Mancavano due giorni alla sagra del Redentore, e già gli operai
dell'arsenale stavano connettendo nel canale della Giudecca il lungo ponte di
barche, il quale serve a congiungere, durante la solennità, le Zattere al
tempio; già i più solleciti rivenduglioli e barcaiuoli cominciavano a piantare
le baracche e ad addobbare i battelli.
Nella notte del Redentore, fra le
scelte compagnie di cantori figurava da quattro anni la scuola dello Zen, che
faceva sentire, oltre alcune barcarole e serenate delle opere teatrali, anche
certi vecchi madrigali ed una canzone fresca fresca, scritta apposta da qualche
giovine compositore veneziano. Era più di un mese che lo Zen esercitava gli
allievi; ma la canzone nuova, una marinaresca a tre voci, che doveva far epoca,
gli era stata consegnata allora, appena quarantott'ore prima di doverla
eseguire. Il tenore, s'intende, era Mirate, cui anche premeva farsi sentire da
un impresario spagnuolo, il quale faceva un giro in Italia a scritturare
cantanti. La parte del basso, tutta a note di accordi e pedali, riesciva
adattissima allo stesso Zen con le sue canne da organo ambulante. Quanto al
soprano, per cui occorreva un usignuolo, tanti erano i trilli, i gruppetti, le
volate, i gorgheggi, Carlottina Bianchi, anche se non fosse stata ammalata,
sarebbe ad ogni modo apparsa insufficiente. Una unica virtuosa poteva trionfare
in sì ardue difficoltà: la Nene. Solo a figurarsi il terzetto uscire dalle tre
gole, il maestro Zen si sentiva venire l'acquolina alla bocca.
Senonché v'era un ostacolo grave,
forse insormontabile: persuadere l'ombroso Chisiola a lasciar venire la nipote
in barca, di notte, insieme con parecchi giovani, senza la vigilanza del nonno,
che non avrebbe potuto reggere al disagio, e tutt'al più con l'accompagnatura
della vecchia e miope donna di servizio. Lo Zen, consultato Mirate, nella
fantasia del quale la fanciulla rimaneva, dalla sera del concerto in poi,
impressa quale un bocconcino da principe, decise di non affrontare da sé la
fortezza, mandando invece ad espugnarla l'alleata, perché non dubitava che Nene
sarebbe entrata subito nella lega. Bastarono, infatti, poche parole dello Zen,
dette in furia nell'entrata della casa.
“Lasci fare a me, maestro”
esclamò la ragazza, e salì alla stanza del vecchio. Il vecchio non voleva;
resisteva alle moine, alle preghiere; parlava della propria responsabilità; non
si fidava della testa dello Zen e della oculatezza della fantesca; aveva piena
fiducia nel senno della nipote, ma temeva lo scandalo.
“Si tratta di un'ora o due,
nonno”.
“Nemmeno dieci minuti”.
Allora Nene diventò, di botto,
tanto pallida che fin le labbra s'erano fatte livide, e ripeteva:
“Lasciami andare, nonno, lasciami
andare”.
Il vecchio, sgomentato dal nuovo
tono minaccioso di quella voce, nella quale non aveva dianzi conosciuto altro
che mansuetudine, e dal nuovo lampo iracondo di quegli occhi, in cui s'era
assuefatto a leggere soltanto la dolcezza e l'affetto, chinò la testa, mormorando:
“Va' pure, e ricordati la tua
santa madre”.
La mattina del Redentore il
vecchio volle vedere insieme lo Zen e Maria, la donna di servizio. Li tenne in
camera quasi mezz'ora, ed uscirono entrambi commossi.
Mirate aveva voluto presiedere
lui all'ornamento della barca, la quale sembrava una pergola galleggiante,
dalla cui verdura scendevano lampioncini di vari colori e lunghe fettucce di
carta rossa e turchina. I sedili erano coperti e rammorbiditi da vecchi cuscini
stretti e lunghi di stoffa fiorita, la quale dai larghi strappi lasciava uscire
l'imbottitura di stoppa. Già vi stavano seduti i cantanti, due suonatori di
chitarra ed il compositore della marinaresca, un giovinetto biondo e
sentimentale. Lo Zen non poteva rimanere fermo: a ogni momento s'alzava,
facendo dondolare la barca, picchiava il capo in un palloncino, sfondava la
volta fronzuta, pestava ora questo ora quello. I tre rematori durarono fatica a
condurre nel rio stretto e curvo il grosso battello, il quale, mentre
echeggiavano i rintocchi di mezzanotte, si fermò alla riva d'approdo, innanzi
all'orto del Chisiola. Il vecchio non aveva voluto coricarsi: pareva
rassegnato, anzi desiderò di accompagnare ancora una volta sul pianoforte la
musica, che Nene doveva cantare e che ella, per non affaticar la voce,
accennava appena.
Nene, incurvandosi, raccogliendo
le vesti, mise il piedino sul trasto e, ridendo, fece un salto nella barca,
seguita dalla grave Maria, che dovette essere quasi alzata di peso. In pochi
minuti furono nel Canale della Giudecca. All'uscire dal rio cupo e silenzioso
apparve come uno spettacolo d'incendio. I fuochi di bengala rossi gettavano
fiamme sui palazzi e sulle case delle Zattere, sui prospetti e sulle cupole dei
templi, sul popolo infinito, che si pigiava nelle fondamenta, sugli alberi
delle navi ancorate presso alla riva; e innumerevoli ombre d'uomini e di remi,
gigantesche, interminabili, passavano rapide sulle facciate incandescenti,
mentre il fumo denso saliva in un cielo profondamente scuro. Poi, spenti i
fuochi, si riaccendevano le stelle in alto; e sulla laguna comparivano a
miriadi i lumicini, che si inseguivano, si rincorrevano, e si specchiavano,
oscillando, nei brevi spazi d'acqua lasciati liberi ora qua ora là. Poi ancora
scoppiavano e crepitavano i razzi, ricominciava la pioggia di scintille,
ripigliavano i fuochi di bengala bianchi e verdi, che facevano splendere ogni
cosa di luce argentea, finché tornava l'inferno dei fuochi rossi con i demonii
neri, di cui si scorgevano proiettati sulle pareti un braccio teso, una mano
aperta, un profilo di testa, che occupava lo spazio d'una casa, due gambe a
rovescio, che oltrepassavano il tetto, oppure degli intrecciamenti di masse
informi e confuse come battaglie fantastiche; e quanto più il vivido lume si
avvicinava alla figura, che mandava l'ombra, tanto più questa s'ingrandiva fino
a diventar smisurata, ed allora, in un attimo, sfumava via per lasciare luogo
alla incalzante ridda delle altre. Era una trasformazione sfolgoreggiante di
forme, di tinte, di luci, in cui di quando in quando si apriva uno squarcio di
tenebre tanto fitte, che si credeva di avere la repentina visione
dell'infinito; e in mezzo a quella festa abbacinante ci si sentiva attratti a
cercare con gli occhi in alto o in basso il mistero di coteste macchie
nerissime.
Intanto nelle fondamenta delle
Zattere e della Giudecca il passeggio della enorme folla era impedito dalle
baracche e dalle tende, ove, vociando a più non posso, vendevano ogni sorta di
roba, specialmente vino, liquori, gelati, aranci, frittelle, galani
inzuccherati, e grandi mazzi di finocchio in seme. Il ponte di piatte
scricchiolava sotto i piedi dei passanti, che dovevano procedere lenti e
fermarsi a ogni poco, tanta era la calca; scricchiolavano sull'acqua i
battelli, le gondole, i sandoli, le barche d'ogni genere, che, non ostante alla
maestria ed alle bestemmie dei rematori, si urtavano come se dovessero
sconquassarsi. I ferri lucidi delle prore davano il cozzo nelle forcole, che in
quella ressa non potevano più servire al loro uso; ed i remi o stavano
inoperosi o giovavano a formare cuneo tra le bande delle barche vicine. In
certi momenti si sarebbe potuto passare a piede asciutto dalle Zattere alla
Giudecca su quel brulicame di piccoli navigli, che si muovevano tutti insieme,
lentamente, maestosamente, a seconda dell'acqua in riflusso; in certi altri
momenti si poteva credere di trovarsi nella frenesia degli abbordaggi, degli
arrembaggi d'un combattimento navale. I barcaiuoli mostravano i pugni, si
dimenavano furiosamente, minacciavano di saltare sopra le gondole per
ammazzarsi: e tutto finiva in burletta quando il motto canzonatorio d'un
compagno, gridato con accento buffo, faceva sbellicare dalle risa i popolani, i
gondolieri e i contendenti medesimi. Nel tutt'insieme un baccano indiavolato,
un pandemonio allegro e indescrivibile. Ma ecco principiano in un battello i
canti: già gli accordi si odono dai più vicini, già si comincia a chiedere
silenzio, già si tace, si ascolta, ed i suoni si diffondono in uno spazio via
via maggiore, disturbati soltanto da qualcuno che grida zitto, e dai
frastuoni lontani, fra i quali si distinguono le voci fesse dei rivenditori
ambulanti.
Il gran trionfo fu per il
concerto dello Zen e specialmente per la marinaresca a tre parti: i battimani
non finivano più, si voleva il bis, si acclamavano i cantanti, si vociava:
fuori il compositore, che, pallido e raggiante, dovette rizzarsi in
punta di piedi sui dorso della poppa. Nene e Mirate, nella melodia patetica, la
quale andava a successioni di seste, si stringevano forte le mani e si
guardavano fissi negli occhi; lo Zen aveva mangiato la sua brava aringa salata.
Esaurito il programma, Nene, verso le due, avrebbe desiderato di tornare a
casa, tanto più che alla Maria minacciava un po' di mal di stomaco per cagione
del dondolìo della barca; ma una occhiata di Mirate ed un invito dello Zen,
ch'era stato accettato con entusiasmo da tutta la comitiva, vinsero facilmente
la riluttanza della fanciulla.
Lo Zen dalla vendita del
pianoforte non suo aveva cavato, per mezzo dell'amico antiquario, intorno a
trecento svanziche, di cui un centinaio, poco più, era rimasto nelle sue
proprie tasche. Gli pesavano. Veramente, durante il giorno, gli era corsa nella
fantasia la fisima di pagare un qualche acconto dei molti debiti; ma quei buoni
giovanotti avevano cantato tanto bene, dovevano avere la gola tanto arida, che
il non offrir loro un po' di cena sarebbe parsa una crudeltà.
Andarono dunque tutti nel
giardino Checchia alla Giudecca, meno la Maria che, non sentendosi bene, pregò
di essere lasciata in barca, dopo avere con le lagrime agli occhi sollecitato
la padroncina a sbrigarsi per timore che il povero nonno fosse sveglio e stesse
in angustia.
Il giardino vastissimo era tutto
a pergolati bassi, che formavano una serie di piccoli viali coperti, ove,
intorno alle frequenti tavole lunghe e strette, stava un mondo di gente a
cenare. L'illuminazione consisteva nei soliti fanaletti e lampioncini
penzolanti e in candele circondate da cartocci di vari colori, per proteggerle
dal ventolino, che rinfrescava ed esilarava dopo la soffocante giornata. Il
canto e gli applausi avevano aguzzato l'appetito persino della fanciulla nei
capelli rossi della quale l'auretta scherzava; e si lasciava fare nell'orecchio
da Mirate, seduto al suo fianco, le più audaci dichiarazioni d'amore e
sorrideva e sospirava e beveva il vino, che il tenore le versava spesso dal
boccale panciuto, su cui stavano dipinte certe rose non meno pavonazze delle
chiazze della tovaglia. Dopo il salame ed i polli arrosto capitarono le
frittelle: i giovani cantanti mangiavano e nello stesso tempo guardavano i due
innamorati, ghignando sotto i baffi e parlando tra loro ad alta voce in gergo
furbesco; i chitarristi tacevano, divoravano e mettevano in saccoccia; lo Zen
aveva afferrato il maestrino, autore della marinaresca, il quale era giunto a
Venezia da pochi giorni raccomandato al maestro dai suoi amici scrittori della
strenna, e gli stava snocciolando le virtù del setticlavio.
“Quale è la tonica nella chiave
di Do?”.
“Il Do”.
“Mi canti una terza maggiore”.
“Do Mi”.
“Una minore”.
“Re Fa”.
“E la tonica nella chiave di Re?”.
“Re”.
“Niente affatto”.
“Come?”
“È sempre il Do”.
“Non intendo”.
“Intenderà subito. Faccia il
salto di terza”.
“Re Fa”.
“È una terza maggiore o minore?”.
“Maggiore”.
“Signor no”.
“Ella stesso mi diceva dianzi
ch'è minore”.
“Minore nella chiave di Do
e maggiore in quella di Re”.
“E Do Mi?”.
“Nella chiave di Re è
minore”.
“Oh confusione, oh babilonia!
Sempre gli stessi nomi hanno da essere e sempre i medesimi intervalli. Stia a
sentire” e il maestro continuava imperterrito il ragionamento, e si sgolava
solfeggiando: Do Re, Do Mi, Do Fa, Do Sol, Do La, Do Si, Do Do.
Intanto Nene, che aveva le fiamme
al viso, si era alzata, umida di sudore, e al braccio di Mirate, girando nei
pergolati più tranquilli, s'allontanava. Uscirono dal cancello posteriore, che
non metteva sulla via, ma in un campaccio disabitato. S'avanzarono nelle
tenebre e nel silenzio sull'erba alta: Nene traballava. Il cielo s'era annuvolato;
se non fossero stati i bagliori, che di quando in quando guizzavano
sull'orizzonte, cielo e laguna si sarebbero confusi in una oscurità sepolcrale.
I rumori distanti, i pallidi riverberi dei lumi oltre il muro di cinta facevano
sembrare più cupa la nerezza e la taciturnità del luogo, ove non pareva più di
essere accanto a Venezia, di vivere nella realtà di questo mondo. Un gatto si
cacciò fra i piedi della fanciulla, scappando; ella cadde sull'erba.
“Hai paura?” le domandò il
tenore.
“No” rispose Nene, e gli stese le
braccia, perché la rialzasse.
Il vento, che fischiava, stava
spegnendo le candele sui deschi, malgrado il riparo dei cartocci, e faceva
scappar la gente, quando Nene, sul cui volto un triste pallore aveva sostituito
il rosso acceso di prima, tornò alla tavola con Mirate. Lo Zen, sorseggiando
l'ultimo mezzo boccale, continuava a disputare sul setticlavio; ma il maestrino,
appena vide comparire i due giovani, colse la buona occasione per salutare in
fretta e darsela a gambe. Gli altri se l'erano svignata prima, non senza una certa
curiosità di sapere ove si fossero cacciati Giulietta e Romeo. Avevano anzi
cercato, invano, di scovarli.
Il battello con i lumi tutti
smorzati e il grande felze di verdura e la Maria sopita e i barcaiuoli morti
dal sonno, aveva un aspetto sinistro. Attraversò il canale della Giudecca fra
poche barche piene di donne e d'uomini briachi, mentre scoppiava l'ultimo razzo
e s'accendeva l'ultimo moccolo di fuoco di bengala. Passando sotto un ponte,
nel rio stretto e buio, udirono un corpo cadere sui gradini e due persone, che
s'erano fermate a guardare, dirsi fra loro:
“S'è rotto il capo: vedi quanto
sangue”.
“No, è vino. S'alzerà domattina”.
Cominciava la pioggia a
goccioloni. Nene aveva freddo e tremava.
In quel frattempo il nonno non
trovava pace. Dacché Nene era montata in barca egli aveva ripetuto cento volte
a se stesso: “Ho fatto quanto potevo. Che colpa ho io se la ragazza non
somiglia a sua madre e a sua nonna? Da chi ha ella ereditato tanta
disobbedienza, tanta ostinazione, tanta vanità, tanta smania per gli svaghi
mondani? Potevo io chiuderla in un convento o serrarla in una prigione? Ho
l'animo tranquillo, proprio tranquillo”. E sentiva dentro una inquietudine, una
impazienza, che non si ricordava di avere provato mai. Era andato a letto,
aveva spento il lume, s'era rivoltato da tutte le parti: le materasse
pungevano. Allora aveva preso la risoluzione di tornare a vestirsi; era sceso
giù nell'orto. Tendeva le orecchie: le foglie stormivano.
Poi, traversata l'ortaglia sino
alla riva e alzato il grosso saliscendi arrugginito, che mandò un acuto
cigolìo, aveva aperto. S'era appoggiato allo stipite: fissava l'acqua nera
sotto i piedi. Si udivano a distanza i rumori della festa, le grida allegre; si
vedevano i razzi, i riflessi dei fuochi. A poco a poco sui gradini bagnati e
sdrucciolevoli i grossi topi ricominciarono le loro corse, senza curarsi del
vecchio, il quale rimaneva immobile e assorto. Anzi un sorcione finì per
tentare di rodergli le pantofole, ricamate da Nene. Allora il vecchio si riscosse,
e rientrò, passo passo, in casa. Si pose a sedere innanzi al pianoforte e
suonò, senza pensarci, alcune battute della marinaresca, le quali ancora gli
ronzavano nelle orecchie; ma si interruppe tosto, seccato da quella musica
scipita e triviale. Frattanto gli correvano nella mente certi ricordi della sua
giovinezza: un amore profondo e calmo per la figliuola del suo maestro, finita
etica di vent'anni, in memoria della quale aveva composto, la sera stessa della
morte, una marcia funebre. Cercò di rammentarsela; provava, riprovava; i primi
accordi non venivano, ma certi brani del canto sì; poi di nuovo s'annebbiava la
seconda parte, svaniva la cadenza. Ma a forza di studiare, la marcia tornò
tutta intera, tale e quale, nella memoria e sotto le dita del maestro, che ne
provò una viva compiacenza, quasi una sensazione di gioia.
Una barca, che passava con gravi
tonfi di remi e strepiti di gente avvinazzata, destò il vecchio dai cari sogni
lontani; andò alla finestra; gli tornò la spina nel cuore. Guardava e, dopo un
istante, riguardava l'orologio. Non si fidava della lancetta; contava sulle
dita le ore e i quarti, quando suonavano e ribattevano al campanile vicino.
“E non torna!” ripeteva “Non
torna! Non si rammenta più del suo povero nonno!”.
Poi s'affaticava a ragionare:
“Le mie sono fisime da
rimbambito. Che male c'è, in fondo, nel cantare e nel farsi sentire, nel
desiderare un passatempo onesto, nel volere una qualche libertà dopo tanta
soggezione? Può una ragazza starsene tappata in casa tutta la vita, perché
manca di madre e di padre, e perché l'unico suo parente è un vecchio fastidioso
e decrepito? La colpa è mia, che ho preteso troppo. Sono stato io l'egoista:
non ho voluto scomodarmi, non ho saputo fare nessun sacrifizio. La giovinezza
ha i suoi diritti, che la vecchiaia non deve calpestare. Altro è l'estate,
altro l'inverno. Sarebbe bella ch'io me la pigliassi con l'estate perché fa
caldo!”.
Si gettò sul letto, vestito.
“Eppure” bisbigliava “sarebbe ora
che tornasse. Quei giovinastri, quello scavezzacollo di Mirate, quella testa
bislacca dello Zen non mi lasciano quieto”.
Si alzò di nuovo; andò di nuovo
al balcone, ove soffiava il vento fresco e umido, che agitava i suoi capelli
candidi come aveva sconvolto quelli di Nene; guardò le nubi dense, illuminate
dai repentini bagliori. Cominciava la piogga, minacciava il temporale; “Dio,
Dio, che cosa succede di lei!” e stava per discendere ancora nell'orto in preda
ad un'angoscia sempre crescente ed oramai insopportabile, quando udì la gran
chiave nel portone della riva alzare il saliscendi. Respirò. Sentì la voce
della nipote e ringraziò il cielo; ma chiuse in fretta la finestra e spense il
lume. Non voleva che si indovinassero i suoi affanni.
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