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Se il soprano avesse dovuto
cantare nella messa del Furlanetto, scritta solo per tenori e bassi, non
avrebbe potuto far uscire una nota dal gorgozzule, così l'improvviso terrore di
perdere i suoi quattrini gli otturava la strozza. Non sapeva quasi più
respirare: era diventato addirittura verde. Non di meno andò a precipizio in
Frezzeria dalla donna, che appigionava la camera a Mirate, e ch'era stata
allora allora interrogata da quel corista, il quale per primo aveva recato in
chiesa la grande novella.
“È scappato?” domandò ansando.
“Scappato, un corno. È partito
col suo bravo passaporto in pienissima regola, pagandomi sino all'ultimo soldo,
anzi dandomi un mese di soprappiù”.
“E quando è partito?”.
“Ier l'altro verso le quattro”.
“Subito dopo l'ultima prova,
brigante! E come mai ieri, allorché venni qui, mi rispondeste che non era in
casa?”.
“Che non fosse in casa era la
verità. Ma poi m'aveva pregata di non dir nulla della sua partenza fino alle
undici di stamane, temendo di essere rincorso da certe gonnelle”.
“Gonnelle, sì davvero! Ditemi
ancora: se ne andò solo, o in compagnia di un tale, che parlava forestiero?”.
“Non faccio mica la spia io. Vada
ad informarsi dove vuole, ché mi pare di avere ciarlato anche troppo” e gli
serrò l'uscio in faccia.
Il soprano corse all'osteria del Selvatico,
al bacaro della Biondina, al Caffê dei Segretari, a quello di San
Luca, frequentato da cantanti ed attori e conosciuto col nome di Caffè
chiodi, poi dal famigerato parrucchiere, che prestava quattrini agli
avventori, dal sarto, dal tabaccaio, da una certa signora Giulia: insomma in ogni
luogo dove Mirate era consueto di andare. Racimolò tante informazioni quante
bastarono a renderlo persuaso che il tenore si fosse diretto verso la Spagna o
il Portogallo, insieme con l'impresario spagnuolo, il quale fra due brevi
fermate a Venezia aveva girato mezza Europa per comporre tre o quattro
compagnie di canto e di ballo da trasportare nella penisola Iberica. Sfogandosi
nel ripetere: “Truffatore, dissanguatore, ladro, assassino” l'ingannato soprano
passò dalla propria bottega d'antiquario a prendere nello scrigno i documenti
comprovanti il debito di Mirate, e, postili gelosamente nella tasca spaziosa ed
unta del vecchio soprabito, si recò alla Direzione generale di Polizia. Il
Direttore, un austriaco magro stecchito e piccolo, con le fedine tinte di color
biondo e gli occhiali a grossi cerchi d'oro, accolse il soprano assai male,
senza neppure invitarlo a sedere. Quando ebbe udito di che cosa si trattava,
disse, asciutto asciutto, col suo accento tedesco queste poche parole:
“So da un pezzo ch'ella è uno
strozzino. La Polizia non farà niente per lei. Vada”.
Il Governatore non volle nemmeno
riceverlo.
Allora pensò agli alleati, e
risolvette di parlare innanzi tutto con la Nene, ragionando così:
“O Mirate è partito in buon
accordo con lei, e scoprirò qualcosa; o è andato via abbandonandola, ed ella
diventerà la mia più fiera compagna nel domandare che venga costretto a
mantenere i suoi impegni”.
Non mise tempo in mezzo; scorsi
pochi minuti suonava alla casa del maestro Chisiola. Il vecchio, ch'era rincasato
in quel punto, andò egli stesso ad aprire, e s'infastidì un poco vedendo il
soprano, per il quale aveva sempre provato una invincibile contrarietà. Dopo i
saluti, assai freddi dall'una parte, assai impacciati dall'altra, il soprano,
che non sapeva come principiare, disse:
“Dunque è scappato”.
“Chi?”.
“Mirate”.
“Ah, non ci pensavo più. Sarebbe
stata una scena comica, se non fosse successa in chiesa e se non fosse andata a
scapito della musica, sebbene, in verità, quella musica abbia poco del religioso”.
Il soprano rimase sconcertato di
contro a tanta indifferenza, pure insinuò:
“Avrei creduto, maestro, che la
scomparsa del tenore le avesse fatto maggiore impressione”.
“A me? Con i matti non ci son
patti, insegna il proverbio. La cappella non poteva contare su quella testa
sconclusionata; e poi si può dire che io da oggi non appartenga più alla
cappella, come non appartengo alla scuola dell'Orfanotrofio. Era tempo, con i
miei ottant'anni passati, di lasciar posto ai giovani” ed il maestro sorrideva
bonariamente; ma, seccato dalla presenza dell'usuraio, continuò:
“È un gran pezzo che non ho il
piacere di vederla in mia casa. A che cosa posso attribuire il bene della sua
visita?”.
L'altro, confuso e con la propria
idea fissa nel capo, balbettò:
“Ero venuto, passando, a
informarmi della salute della signorina Nene”.
“Non è mai stata malata, Dio
piacendo”.
“Pure mi sembrava stamane..”.
“Le sembrava?”.
“Mi sembrava così pallida, ella
che per solito è tanto colorita; e aveva gli occhi stravolti”.
“Quando?”.
“In chiesa”.
“Avrà avuto paura, non conoscendo
la cagione del trambusto”.
“Io credevo anzi che si sentisse
male, perché conoscesse la causa del disordine, o la immaginasse”.
A queste parole il vecchio si
rammentò di un fatto, cui aveva dato poca importanza: la domanda della mano di
Nene da parte di Mirate, a istigazione dell'usuraio. Guardò in faccia il
soprano, esclamando:
“Che cosa intende ella di dire?”.
“Io, niente di male. Quello che
dicono tutti”.
Il Chisiola, senza proferire
parola, aprì con mano tremante la porta di strada, facendo segno all'altro che
uscisse, e gli sbatté l'imposta dietro le spalle.
“Ov'è Nene?” domandò alla serva.
“Credo che sia in fondo all'orto”
rispose la Maria dalla cucina, continuando a tritare le cipolle per il soffritto.
Il vecchio andò sino al piccolo
spazio destinato a giardino, girò il frutteto, entrò nel chiosco: non c'era
nessuno. Vide il portone della riva socchiuso. Nene stava al di fuori, sui
gradini, guardando l'acqua verde, che le scorreva ai piedi. Singhiozzava, senza
piangere; aveva sul volto i segni della disperazione: un terribile desiderio la
invadeva tutta. Appena vide il vecchio scoppiò in pianto dirotto e gli si gettò
alle ginocchia, ripetendo con voce strozzata:
“Ti ho disonorato, nonno. Ho
disonorato la memoria della mia povera mamma. Sono una donna infame. Lasciami
morire”.
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