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Per cinque giorni lo Zen aveva
continuato a presentarsi alla casa del suo maestro, supplicandolo di essere
ricevuto; ma il vecchio aveva dato ordine alla Maria di rispondergli che non
voleva assolutamente veder nessuno. Lo Zen s'informava della malattia di Nene,
tornava dopo qualche ora, e se ne andava di nuovo con l'animo pieno di
afflizione. Non aveva più né pianoforte, né scuola, né casa, né un soldo in
tasca; gli allievi lo scansavano, gli amici lo sfuggivano; viveva rintanato nel
Caffè della Gloria, scrivendo il suo Trattato sul setticlavio, e
mangiando quel poco che gli era offerto spontaneamente dagli avventori.
Improvvisava talvolta per l'uno o per l'altro un sonetto od un epigramma,
acconciava una lettera, rivedeva un contratto: era diventato lo scrivano dei
Portici di Rialto. Aiutava anche a mettere un po' di nero sul bianco l'amico
Toni, l'usciere del vicino tribunale.
Finalmente il sesto giorno la
Maria scese ad aprire, dicendogli:
“Il padrone la prega di salire.
Faccia piano. Nene da pochi minuti è assopita; ma non c'è da lusingarsi. Il
dottore dice che può mancare da un momento all'altro: la poverina ha una febbre
che le brucia le viscere, e delira, delira quasi sempre. Il padrone s'illude.
Meglio per lui”.
Le lagrime rigavano il volto
della Maria, mentre parlava sommessa, e faceva segno allo Zen quasi ad ogni
scalino di non strisciare coi piedi. Tornò al letto della malata.
Il maestro Chisiola, pigliato per
mano il suo vecchio discepolo, lo condusse lentamente nella stanza più lontana
dalla camera di Nene, e lo fece sedere. Egli stesso pareva affranto: cadde
sopra una poltrona.
“Quando si è tanto vicini alla
fossa, come sono io, non si ha diritto di serbare rancori” e pronunciava le
parole a stento, interrompendosi spesso. Mormorò: “Ti perdono” ma, vedendo che
lo Zen non intendeva, soggiunse:
“Lo so, la colpa fu mia, che mi
fidai di te e d'una serva, e sopra tutto d'una innocente, inesperta nelle
passioni e negli inganni umani”.
Gli parve di sentire un rumore;
si trascinò nella camera di Nene, e poco dopo rientrò, dicendo:
“Delira. Sono cinque giorni che
delira quasi continuamente. Parla ogni tanto della notte del Redentore. Crede
di essere ingoiata in certe macchie nere, orribili della laguna e del cielo;
sente passarle un gatto bianco fra le gambe, e precipita in un baratro senza
fondo, e continua a travolgersi nella caduta, che non finisce mai; le corrono
sul corpo dei topi immani, le rosicchiano le membra, le rodono le viscere, le
dilaniano il cuore. Altre cose aggiunge, pur troppo!” e il vecchio si
nascondeva la faccia con le due mani.
“Dio voglia che guarisca presto;
altrimenti non troverà più il suo nonno su questa terra!”.
Fece uno sforzo sopra di sé per
mutare discorso:
“Parliamo di te, amico mio. Come
vanno le tue faccende?”.
“Bene, maestro” rispose lo Zen,
mentendo per non dare fastidio con i propri guai al vecchio infelice; anzi,
volendo distrarlo, continuò:
“Tanto bene, che ho ricevuto da
Milano l'offerta di un posto di duemila svanziche l'anno, e l'ho rifiutato”.
“Non vorrei che tu avessi fatto
una corbelleria”.
“No, maestro; ella stesso mi
approverà, non ne dubito, quando avrà udito di che cosa si tratta. Ho qui in tasca
la lettera del direttore del Conservatorio di musica”.
Levò da un grosso portafogli
lacero una carta, e la porse al Chisiola. Il direttore gli scriveva che,
avendolo conosciuto anni addietro a Venezia, serbava per lui una vivissima
stima, e lo sollecitava ad accettare la cattedra di Lettura della musica,
ad un patto però, al patto di seguire il metodo comune, non quello del
setticlavio.
“Capperi!” esclamò il Chisiola.
“Una bella fortuna, sai, e la meriti. Come hai risposto?”.
“Me lo domanda, maestro! Io
rinnegare una verità matematica per abbracciare l'errore; io abbandonare un
metodo, che insegna a leggere in pochi mesi, per un inganno, che lascia lo
scolaro orecchiante tutta la vita! Piuttosto morire di fame cento volte che
commettere una simile ribalderia, una così vile bassezza. Ho risposto per le
rime a quello sfacciato di direttore”.
Il Chisiola guardò con
ammirazione e con pietà quel martire della propria convinzione, il quale dalla
faccia e dagli abiti rivelava la sua triste miseria. Gli pose la mano sulla
spalla in atto affettuoso, mentre usciva per vedere di Nene. Nene aveva un
momento di quiete. Il vecchio tornò a sedere nella poltrona e, con la fronte un
poco rasserenata, disse:
“Perché non sei venuto a parlarmi
di tutto ciò prima di rispondere al direttore? Forse avrei potuto persuaderti.
Chi sa? C'è ancora tempo”.
“Tempo a che cosa? A diventare un
rinnegato?”.
“Adagio, adagio. Non esageriamo.
Te lo insegnai io il setticlavio più di quarant'anni or sono, ed ho continuato
a insegnarlo ai miei orfani sino a pochi giorni fa; ma non ignori che avevo
diviso i fanciulli in due schiere per ammaestrare l'una col setticlavio,
l'altra, più numerosa, col metodo comune. Non bisogna volere essere ciechi. Noi
siamo oggi i due ultimi rappresentanti di una scuola di lettura, che non uscì
mai da Venezia, nemmeno ai tempi del Furlanetto, e che è stata abbandonata anche
qui da vent'anni, a dir poco. Perché si deve credere che nella musica il mondo
sia imbecillito, che nessuno capisca più nulla?”.
“Non è vero, maestro, che oggi il
setticlavio sia disconosciuto” e perché lo Zen alzava la voce, il vecchio gli
accennò di moderarsi, dando un'occhiata all'uscio che menava verso la stanza di
Nene.
“Il setticlavio anzi è in onore.
Ella sa, per esempio, che la città di Arezzo deliberò di alzare, col mezzo di
una colletta europea, un monumento a Guido Monaco. Quale fu la gloriosa
invenzione dell'aretino? Il solfeggio o, per dirlo con un'altra parola, il
setticlavio. È vero o non è vero?”.
“Si può solfeggiare senza
setticlavio, mio caro”.
“Senza setticlavio si suonerà il
pianoforte, perché le note vi stanno belle e preparate, e basta pestare sui
tasti. I suonatori di pianoforte sono appunto quelli che hanno barbaramente
manomesso le ragioni del canto; ma l'ugola è il solo strumento creato
direttamente da Dio, quindi il solo davvero divino, quello che deve imporre la
regola a tutti gli altri inventati dall'uomo. Legga, maestro, questo avviso
pubblicato l'altra settimana a Napoli” e di nuovo tirava fuori dal pingue
portafogli un'ampia carta stampata.
“E l'invito al congresso
italiano. Veda, al proposito dei quesiti sulla musica, è proposta la riforma
della scuola di canto, poiché 'più d'ogni altro ramo dell'arte il canto giace
in umili ed abiette condizioni'. È scritto proprio così. Ora, come si possono
mai rialzare le sorti del canto se non si principia dalla lettura?”.
“Non nego che la lettura abbia la
sua importanza; ma qui s'intende altra cosa: s'intende la purezza
dell'intonazione, il modo di emettere la voce, la delicatezza del fraseggiare,
l'agilità, la grazia”.
Maria, socchiudendo l'uscio,
mostrò il suo viso stravolto. Voleva chiamare il padrone, che non la vide; e
non ebbe l'animo di scuoterlo in quel momento di distrazione e di calma.
“È l'ultimo forse!” pensò la
serva, tornando a chiudere l'uscio.
“Ma l'avviso di Napoli ha torto”
continuava il vecchio.
“Il canto è quale la musica lo
vuole e lo fa. Passa il tempo dei gorgheggi; entriamo nell'età della passione e
del dramma. Quel giovine, che tu detesti, autore dell'Ernani e del Rigoletto..”.
“Ha corrotto il canto”.
“Come vuoi che abbia corrotto il
canto se ha dato un nuovo impulso alla musica? Tutto muta quaggiù. Tu sei
vecchio e caparbio; ma quando diventerai ancora più vecchio, quando giungerai
alla mia età, in cui ci si distacca dal mondo, allora l'animo imparziale ti
lascerà vedere le virtù del presente come gli errori del passato. Io temo, a
dirtela schietta” proseguiva il maestro con accento dolce e insinuante “temo
che uno dei miei peccati sia stato il setticlavio. La logica è talvolta un
inganno; e per amore della semplicità teorica si casca nella pratica in tali
complicazioni da rendere vano ogni ragionamento e ogni sforzo. Non ostinarti;
accetta il posto di Milano; continua ad essere utile alla gioventù, sacrificandole
un vecchiume, forse un pregiudizio”. Mentre il Chisiola parlava, l'altro mutava
aspetto. Un grande scoramento s'impadroniva di lui; era come se la molla, che
lo reggeva in piedi, si fosse spezzata d'un tratto. Gli caddero le braccia, ed
il volto andava perdendo la sua vivace espressione.
“Anche lei, maestro, è contro di
me” mormorava “anche lei mi abbandona. Non mi resta più nulla, nulla, nemmeno
la mia cara idea, per la quale avrei saputo morire!”.
Si udì un grido acuto,
straziante. Il vecchio aprì l'uscio, precipitò nella stanza vicina, traversò
l'altra correndo, entrò nella camera di Nene, che era morta, guardò il viso
bianco e cadde a terra privo di sensi.
Era il tocco dopo la mezzanotte
quando lo Zen, che aveva vagato per le vie senza saper dove andasse, giunse,
guidato dall'abitudine, al Caffè della Gloria. A un tavolino quattro
sensali giuocavano alle carte. Uno di essi, appena vide lo Zen, gli gridò:
“Ehi, maestro, l'abbiamo fatta
grossa questa volta. È stato qui dal padrone” e il padrone russava dietro il
banco “l'usciere del tribunale, l'amico Toni, per intimarle di comparire
domattina innanzi al giudice. Due truffe alla volta, niente di meno, maestro”.
Lo Zen sbarrò gli occhi; avrebbe
voluto capire. Il sensale continuò:
“Non mi faccia lo scemo adesso.
C'è di mezzo un pianoforte non suo, venduto ad un Tizio. E l'altra truffa che
cosa è? Non me ne rammento”.
Il caffettiere, svegliatosi
allora allora, intervenne, sbadigliando:
“Si tratta di un libro, una
strenna, credo, che questo buon galantuomo doveva far stampare; e si mangiò il
danaro. Ma dove diavolo li caccia i quattrini, che non ha mai un soldo per
isfamarsi?”.
“Le donnette, le donnette”
vociavano i sensali, sganasciandosi dalle risa.
“E noi, che davamo da mangiare a
questo bel mobile!”.
Lo Zen era già scappato lontano.
Aveva un incendio nella testa: sentiva dentro nel cervello le fiamme che
guizzavano, le case che rovinavano, i pompieri che distruggevano ogni cosa con
i loro enormi picconi. Acqua ci voleva, acqua. Si gettò a capo fitto in un canale.
Non poté annegare; aveva fatto una giravolta, e s'era trovato in piedi sul
fondo, col capo fuori. Non gridava, non si curava di accostarsi alla riva; anzi
il fresco dell'acqua doveva essergli gradito. All'alba due muratori, che passavano
in un battello, l'alzarono su e lo condussero all'ospedale, ove fu posto nella
sale d'osservazione.
Due giorni appresso, chiuso nella
camicia di forza, fu condotto al manicomio nell'isola di San Servilio. Lì a
poco a poco riacquistò le maniere schiette di prima, il suo buon umore e la
vecchia passione del setticlavio. Era incanutito, ma ingrassava. I medici e gli
infermieri gli volevano bene; le suore ne' giorni di magro gli facevano
preparare, arrostita sulla gratella, un'aringa salata, e gli davano un
bicchiere di vin buono. Aveva scelto fra i suoi compagni, tutti tranquilli, i
meno malinconici, e s'affaccendava nell'insegnar loro a solfeggiare e a
cantare. Le sale, i corridoi e il giardino echeggiavano spesso di voci, che
ripetevano per ore ed ore: Do Re, Do Mi, Do Fa, Do Sol, Do La, Do Si. Il
maestro con lo scartafaccio del suo Trattato sul setticlavio batteva il tempo;
e negli urli dei nuovi scolari udiva le più soavi armonie, i più stupendi cori,
le più perfette fughe, una musica da paradiso. Non c'era uomo più felice di
lui.
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