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| Pietro Aretino Ragionamento della Nanna e dell’Antonia IntraText CT - Lettura del testo |
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La seconda giornata del capriccio Aretino nella quale la Nanna narra alla Antonia la vita delle maritate.
La Nanna e la Antonia si levaro appunto in quello che Titone becco rimba(m)bito volea ascondere la camiscia alla sua signora perché il giorno roffiano non la desse nelle mani del Sole suo bertone: che di ciò accorta, strappandola di mano al vecchio pazzo, lasciandolo gracchiare ne venne a lui più imbellettata che mai, risoluta di farsi chiavare alla barba sua .XII. volte e di tal cosa farne rogare ser Oriuolo notaio publico. E vestite che furo, Antonia fece, inanzi che le campanelle sonassero tutte quelle faccendette che alla Nanna mettevano più pensiere che non mette la sua fabrica a san Pietro. Dipoi alzato il fianco come lo alza uno alloggiato a discrezione, ritornaro alla vigna; e riposte nel luogo dove sederno il dì inanzi e sotto la medesima ficaia, sendo ora di cacciare il caldo col ventaglio delle ciance, Antonia posato le palme sopra le ginocchia, fitto il viso nel volto di Nanna, disse: «Veramente son chiara delle suore: dopo il primo sonno non ho mai più potuto chiudere occhio solo pensando alle pazze madri e ai semplici padri che si credono che le figliuole che fanno moniche non abbiano denti da rodere come quelle che maritono, poveretta la vita loro! dovrebbeno pur sapere che son di carne e d'ossa anche esse, e che non è cosa che accresca più il desiderio che il vietare di una cosa; e io per me allora muoio di sete quando non ho vino in casa. E poi i proverbi non sono da farsene beffe, e bisogna credere a quello che dice che le suore son le mogli dei frati anzi del popolo; e non pensai a tal detto ieri, che non ti arei dato lo impaccio che ti diedi in farmi contare gli andamenti loro».
NANNA. Ogni cosa per il meglio. ANTONIA. Da che mi destai, aspettando che si facesse dì mi storcea come un di questi tuoi giocatori quando cade un dado o una carta, o si gli spegne la candela, che arrabbiano fino che non si gli ricoglie e non si gli raccende; e ringrazio me stessa del venire che feci alla tua vigna, la quale mi è sempre aperta tua bontà, e più me ne ringrazio del dimandarti del ciò che tu avevi che io ti feci allo improviso: onde per la tua gentilezza mi rispondesti quello che tu mi rispondesti. Ora alla buona ora sia. Da che quelle maladette sferzate ti fecero fare il mal pro' gli amori e il monestero, che partito prese tua madre di te? NANNA. Diede voce di maritarmi, trovando ora una novella ora una altra circa il mio essermi dismonicata dando ad intendere a molte persone che gli spirti erano a centinaia nel monestero come i biricuocoli a Siena. E venendo questo alle orecchie di uno che vivea perché mangiava, deliberò di avermi per moglie o di morire; ed essendo egli benestante, mia madre, che come ti ho detto portava le brache di mio padre (che morì, come Dio volse), conchiuse il matrimonio. E reducendola di mille in una venne la notte dello accompagnarci carnalmente, che il dorme-al-fuoco aspettava come aspetta la ricolta il lavoratore, e fu bella l'astuzia della mia mamma dolce: ella che sapea che la mia verginità era rimasa nelle peste, scannò un di quei capponi delle nozze; ed empito del sangue un guscio di uovo, insegnandomi prima la arte che dovea usare nello stare in su le continenze, nel mettermi in letto me ne unse la bocca di donde uscì Pippa mia. E così coricata io si coricò egli: e stendendosi per abbracciarmi, mi trova tutta in un groppo raccolta nella sponda; e volendomi porre la mano su la cetera, mi lasciai cader giuso in terra; onde egli lanciatosi ad aitarmi, comincio a dire non sanza pianto: «Io non voglio far le tristizie, lasciatemi stare»; e alzando le voci, odo mia madre che, aperta la camera con un lume in mano vien dentro: e tanto mi lusingò, che mi accordai col buon pastore; che, volendome aprir le cosce, sudò più che non fa chi batte il grano: onde mi squarciò la camiscia e disse mille mali. Alla fine, scongiurata più che non si scongiura uno spiritato alla colonna, brontolando e piangendo e maladicendo, apersi la cassa della viola, ed egli adattandomisi di sopra, tremando per la volontà della carne mia, volea mettere la tasta nella piaga: ma gli diedi una scossa così fatta, che lo discavalcai; ed egli paziente mi si racconcia in su la sella, e ritentando con la tasta, tanto pinse che vi entrò. Io non mi potendo tenere, gustando il pane unto, di non mi abandonare come una porchetta grattata, non gridai se non quando la menchia mi uscì di casa. Allora sì che i gridi fecero correre su le finestre i vicini e mia madre di nuovo in camera: che, visto il sangue del pollo che avea tinti i lenzuoli e la camiscia allo sposo, fece tanto che quella notte egli si contentò che io andassi a dormir seco; e la mattina tutto il vicinato era in conclave per la mia onestà, né si parlava d'altro per la contrada. Passate le sposarie, alle chiese e alle feste presi ' andare come vanno le altre; e pigliando pratica con questa e con quella, diventai secretaria di questa e di quella. ANTONIA. Io son perduta nello ascoltarti. NANNA. Diventai tutta tutta di una cittadina ricca, bella e moglie di un gran mercatante, giovane, grazioso, motteggere e sì innamorato di lei, che sognava la notte quello che ella volea la mattina. E sendo un dì seco in camera, porsi a caso gli occhi in uno studiuolo: e veggio balenare un non so che per il buco della chiave. ANTONIA. Che sarà? NANNA. E attendendo con l'occhio al buco, scorgo un non so chi. NANNA. La amica si accorge del mio guardare, e io mi accorgo del suo essersi accorta di quello che guardava, e mirando io ella ed ella me, le dico: «Quando sarà qui il vostro marito che ieri se ne andò in villa?», «Ci sarà quando Dio vorrà» rispose ella, «ma se ci fusse quando volessi io, non ci sarebbe mai», «O perché?» le domando io, «Per il malanno e la mala pasqua che dia Dio a chi ne fece motto. Egli non è quello che altri si crede, non per questa croce», e facendone una con le dita, la basciò. «Come no?» le dico io, «ciascuno vi ha invidia di esso, e da che viene il vostro discontentarvene? ditemelo, se si può», ed ella a me: «Vuoi tu che io te lo dica a lettere di spiziale? Egli è un bello-in-campo, e buono solamente a pascermi di fogge; altro ci bisogna, dice il Vangelo in volgare, perché solo del pane non vive l'uomo»; e parendomi che ella avesse ragion da vendere, le dico: «Voi sète savia, e sapete che si sta duo dì in questo mondo», «E perché tu sia più certa della mia saviezza» mi disse ella, «ti voglio mostrare il mio ingegno»; e aperto lo studiuolo, mi fa toccare la mano a uno che al giudicio mio era di questi che hanno più carne che pane: e fu pure il vero che ella in sul mio viso si gli coricò sopra, e ponendo la casa in sul camino gli fece fare duo chiodi a un caldo e due schiacciate in un fiato, dicendo: «Io voglio piuttosto che si sappia che io sia trista e consolata che buona e disperata». ANTONIA. Parola da scrivere a lettere di oro. NANNA. E chiamata la fanticella depositaria delle sue contentezze lo fece partire per quella via che venne, ornandolo prima di una catenella che avea al collo. Io basciatola nella fronte, nella bocca e in tutte due le gote, mi ritorno a casa per provare, inanzi che venisse il mio marito, se il fante di casa era ben fornito a panni lini; e trovato l'uscio mandato oltre, spinta la mia cameriera su di sopra me ne vado al suo alberghetto a terreno; e movendomi pian piano, facendo vista di esser gita a fare un poco di acqua al necessario che era ivi, odo un parlar cheto cheto, e datoci orecchio, mi accorgo che mia madre avea pensato prima di me al fatto suo: e dandole la benedizione, come diede ella a me la maladizione quando io fingea di non volere consentire al mio marito torno indietro. E salita la scala, struggendomi per le cose vedute, eccoti il mio perdi-giornata: col quale sfogai la bizzarria, non a mio modo, ma il meglio che potei. ANTONIA. Perché non a tuo modo? NANNA. Perché ogni cosa è meglio che marito: e pigliane lo essempio dal mangiare fuora di casa. ANTONIA. Certo è che il variare delle vivande accresce lo appetito: e te lo credo, perché ancora si dice che ogni cosa è meglio che moglie. NANNA. Accaddemi andare in villa mia, dove avea a fare una gentildonna grande, io ti dico grande e basta, la quale facea disperare il suo marito col volere tutto lo anno starsi in contado, e quando egli le ponea inanzi le magnificenze della città e le disonoranze della villa, ella dicea: «Io non mi curo di pompe, io non voglio far peccare con la invidia le genti, io non prezzo le feste né le compagnie, io non voglio che niuno mi faccia fiaccare il collo, la messa mi basta la domenica, e so bene il risparagno che si fa stando qui, e il gittar via nelle tue città: dove ti stà, se vuoi; se non, qui statti». Il gentiluomo, che non potea far di meno a non ritornarvi anco che non volesse bisognava che la lasciasse sola alcuna volta per i bei quindici dì. ANTONIA. Mi pare vedere dove riesce il suo intendimento. NANNA. Il suo intendimento riusciva in un prete cappellano della villa: che, se la entrata sua fosse stata grossa come lo spargolo col quale diede lo olio santo al giardino della gentildonna (che se lo fece da esso innaffiare come udirai), si saria stato meglio che un monsignore. Oh egli avea il gran manico di sotto il corpo! oh egli lo avea sodo! oh egli lo avea bestiale! NANNA. Madonna sta-in-villa lo vide un dì pisciare disavvedutamente sotto la finestra sua, ed ella propria me lo disse da che mi fece consapevole del tutto: e vedendogli un braccio di coda bianca, con una testa corallina e fessa per man del maestro, con una vena galante a traverso della schiena, né in piè né a sedere, ma bagianotta bagianotta, con una corona di peli innanellati biondi come lo oro, la quale si stava in mezzo di duo sonagli raccolti, tondi, vivi, più belli che quelli di ariento che tiene a' piedi lo aquilone che sta su la porta dello imbasciadore; e tosto che ella vide il carbonchio, pose le mani in terra per non farla segnata. ANTONIA. Che bella cosa se ella, pregna, nel vederlo si fosse toccata il naso, partorendo poi una figliuola col segnale delle balle nel viso. NANNA. Ah! ah! ah! Posta la mano in terra, cadde in tanta smania per la voglia della coda del castrone, che venne meno di sorte che fu portata nel letto; e il marito, maravigliandosi di sì strano accidente, fece tosto venire dalla cittade un medico a staffetta che, toccatole il polso, le dimandò se ella andava del corpo. ANTONIA. Alla fede buona che non san che dirsi, tosto che intendeno che lo ammalato sciorina bene per il lambicco di sotto. NANNA. Tu dici il vero. Infine ella rispose di no; onde il medicastro ordina uno argomento: il quale, rigettato subito, fece venire le lagrime in sugli occhi al buon marito, udendole chiedere il prete. Ella disse: «Io mi voglio confessare; e poiché a Dio piace che io muoia, vo' che piaccia anche a me: mi sa ben male di lasciarti, marito mio». A cotal suono il pecorone le si gittò al collo, piangendo che parea battuto; ed ella basciandolo dicea «Pacienza»; poi traendo uno strido parve che volesse gir via; e richiedendo il prete, corse un famiglio per lui che venne tutto sbigottito. E appunto al giunger suo il medico le avea il braccio in mano per intendere che pensiere facesse il polso del fatto suo; e sentendolo risuscitare nello apparir del prete, ne stupì; e il prete, fattosi inanzi, disse: «Dio vi renda la vostra sanità»; ed ella, ficcandogli gli occhi nella brachetta che spuntava fuore il capo di una sua gonnella di rascia che portava cinta, venne un'altra volta in angoscia; e bagnatole i polsi con aceto rosato, si riebbe alquanto, onde il suo marito, che era un cotale infarina-pastinache, facendo sgombrare la camera, tirò la porta a sé acciò che la confessione non fosse udita: e postosi a ragionar col medico del caso, ne ritraeva gran frapperie. E mentre il castra-porcelli disputava con lo sguscia-lumache, il prete, accònciosi a sedere in sul letto, fattole il segno della croce di sua mano perché ella non si disagiasse, le volea dimandare quanto era che ella si confessò: ed ella, postogli le unghie nel cordone rassodato in un baleno, se lo tirò sul corpo. NANNA. Che dici tu dello averle il prete tratto i capogirli da dosso con due menate? ANTONIA. Dico che merita gran laude per non essere di quelle cacasotto che non le basta lo animo di pisciare nel letto e dire «Noi siamo sudate». NANNA. Compita la confessione, si ritornò il prete a sedere, e nel porle la mano in capo il marito pose un pocolin pocolino la testa dentro: e veduto la assoluzione, venne a lei, e trovandola tutta rischiarata nel volto, disse infine: «Ei non ci è il miglior medico di messer Domeneddio, madenò: tu sei ristorata tutta quanta, e ci fu d'ora che mi ti credetti perdere». Ed ella, volta a lui, disse sospirando: «Io mi sono riavuta» e masticando il confiteor, con le mani giunte, fingea di dire la penitenza. E licenziato il prete, gli fece mettere in pugno un ducato e duo giuli, dicendo: «I giuli sono la limosina della confessione, e il ducato perché me ne diciate le messe di san Gregorio». ANTONIA. Béccati questa altra. NANNA. Odi chi merita di star di sopra a quella del prete, una madrona di un .XL. anni, che nella villa nostra avea un podere di gran rendita, la quale era di parentado dignissimo, e moglie di un dottore che facea miracoli con la sua letteratura della quale avea empiti di gran libri. Costei che io ti dico giva vestita di bigio, e quella mattina che ella non avesse udite cinque o sei messe, non averia riposato in quel dì: ella era una avemaria infilzata, una graffia-santi e una scopa-chiese, e sempre digiunava i venerdì di tutti i mesi, non pur di marzo; e alla messa rispondea come il cherico, cantando il vespro in sul tenore dei frati; e si dicea che portava fino a una cinta di ferro in su le carni. ANTONIA. Ne impiscio santa Verdiana. NANNA. Ella facea astinenze cento volte più di lei, or và; e non portava se non zoccoli, e la vigilia di San Francesco dalla Vernia e di quello di Ascesi mangiava tanto pane quanto potea serrar nel pugno, non bevendo altro che una volta acqua pura; e stava fino a mezzanotte in orazione, e quel poco che dormiva era sopra un fascio di ortiche. NANNA. Non ti so dire. Ora egli occorre che un romito scannapenitenze, standosi in un ermetto presso della villa un miglio, e forse dui, se ne veniva quasi ogni dì fra noi procacciandosi qualche cosetta per vivere; e non ritornava al romitorio mai vòto, perciò che quel suo sacco che lo copria, quella sua faccia magra, quella sua barba fino alla cintura, quella sua chioma rabbuffata, con un certo suo sasso che portava in mano alla usanza di san Girolamo, movea a pietà tutto il comune. A questo romito venerabile pose lo animo la moglie del dottore, che allora procurava nella città per le liti di molti; e gli facea di gran carità; e spesso se ne andava allo ermo suo certamente divoto e dilettevole, donde riportava alcune insalatucce amare facendosi coscienza di assaggiare delle dolci. ANTONIA. Come era fatto lo ermo? NANNA. Egli si stava suso uno monticello rilevato, e gli avea posto nome «il Calvario», in mezzo del quale era un crocione con tre chiodacci di legname che impaurivano le donnicciuole: e detta croce tenea al collo la corona di spine, e nelle braccia due sferze pendenti di corda annodate, e nel piede una testa di morto, e da un lato fitta in terra la spugna sopra la canna, e dallo altro un ferro di chiaverina rugginosa in cima di una asta di partigiana vecchia. Dove il monte si sedea, era uno orticello al quale i rosai facevano muricciuolo, che avea la porticella di verghe di salci intrecciate con la sua chiave di legno: e in tutto un dì non so si saria nel suo seno trovato un sassolino, sì bene lo tenea mondo il romito. I quadretti dello orto, diviso da alcune belle viette, erano pieni di varie erbe: qua lattuche crespe e sode, là pimpinelle fresche e tenere; alcuni erano di aglietti che il compasso non ne potria né levare né porre; altri dei più bei cavoli del mondo; la nepitella, la menta, lo aneto, la magiorana e il prezzemolo aveano anche loro il luogo suo nel giardinetto, in mezzo del quale facea ombra un mandrolo di quelle grandi sanza pelo. E per alcuni viottoli correva acqua chiara che usciva di una vena fra pietruzze vive dal piede del monte, che zampillava fuora tra le erbette: e tutto il tempo che il romito rubava alle orazioni, spendea in nutrire l'orticello. Poco lunge da esso sta la chiesetta con il suo campanile di due campanelline; e la capanna attaccata al muro della chiesa, dove riposava. In questo paradisetto venia la dottora come io ti ho detto: e per non dare al corpo da invidiare all'anima, un dì fra gli altri, ritirati nella capanna per lo impaccio che gli dava il sole non so come fecero le male fini, e facendole un villano (la lingua dei quali taglia ed è pessima), cercando il figliuolo della sua asina smarrito dalla madre, e passando a caso dalla capannetta, vide la santa coppia attaccati insieme come si attacca il cane e la cagna; e correndo alla villa cennò con alcuni tocchi di campana il popolo, che udendogli la più parte, abandonando le loro opre comparsero alla chiesa, e non meno donne che uomini: dove trovaro il villano che contava al prete come il romito facea miracoli. Onde il prete, vestitosi il camiscio, con la stola al collo e il libro in mano, portando il cherico inanzi la croce, con più di cinquanta persone dietro arrivaro in un credo alla capanna: nella quale trovaro la serva e il servo degli schiavi del Cielo che dormivano da zappatori; e il romito ronfando tenea il flagello dietro alle spalle della divota del cordone. Onde la turba nella prima vista rimase muta come rimane una buona donna veduto il cavallo a dosso alla cavalla; e poi cacciaro un riso, nel veder le sue donne voltarsi in là, che averia desto i ghiri: gli ruppe il sonno. Intanto il prete, vedendogli congiunti, gridò in sul tuono del coro: «Et incarnatus est». ANTONIA. Io mi credea che il puttaneto delle moniche non si potesse migliorare, ed era in errore. Ma dimmi, il romito e la bizzoca non rimasero morti? NANNA. Morti, ah! Egli, tratta la lima del foro, si levò in piedi, e datosi due strette con quella vitalba attorcigliata che lo cingeva, disse: «Signori, leggete la vita dei santi Padri, e poi giudicatemi al fuoco e a quello che vi parrà: il diavolo in vece mia con la mia forma ha peccato, e non il corpo, che saria un tradimento a fargli male». Or vuoi tu che io ti dica? Il ribaldone, che fu soldato, assassino, roffiano, e per disperazione si fe' romito, cicalò tanto che, da me in fuora, che sapea dove il demonio tiene la coda, e il prete fatto accorto dalla confessione della gentildonna, ciascuno li diede fede; però che giurò per la vitalba che lo cingea, che gli spiriti che tentano i romiti si chiamavano «succumbi» e «incumbui». La mezza suora, che mentre il romito dal sacco frappò ebbe tempo di pensare alla malizia, cominciò a storcersi, gonfiandosi la gola col ritenersi del fiato, a travolger gli occhi, a urlare e a sbattersi di maniera che facea paura a vederla, onde il romito disse: «Ecco lo spirito maligno a dosso alla meschina», e volendola pigliare il sindico della villa si diede a mordere e a stridere terribilmente, e legata da dieci villani e condotta nella chiesa, la fecero toccare da due ossicine che dicevano essere degli Innocenti, le quali stavano in un tabernacolo goffo di rame sdorato per reliquia: e toccata da esse la terza volta tornò in sé. E gita la novella al dottore, rimenata la santarella alla città ne fece fare un predica. ANTONIA. Non si udì mai la più ladra cosa. NANNA. Ma credi tu che non ci sieno delle altre? ANTONIA. Sì ah? NANNA. Madonna sì. Una mia vicina nella terra, che parea una civetta nella uccellaia cotanti amadori la guardavano, e non si udiva altro che serenate tutta la notte e se non salticchiar cavalli tutto il giorno, con passeggiamenti di giovani; e quando ella andava a messa non potea passare per la strada da tanti era donneata, e chi dicea «Beato chi gode di un cotale angelo»; chi dicea «O Dio, perché mi tengo io di non dare un bascio in quel seno, e poi morire?»; altri ricoglieva la polvere che ella calpestava, e la spargea nella berretta come si sparge quella di Cipri; e alcuno la guardava sospirando sanza far motto. Questo pelago laudato, dove pescava ognuno sanza pigliar mai nulla, si inghiottonì di un di questi pedagoghi affumicati che si tengono a insignare per le case: il più unto, il più disgraziato e il più sucido che si vedesse mai. Egli avea una veste paonazza indosso, increspata da collo che non si ci sarebbe appiccato il pidocchio, con alcune nuote di olio in essa come hanno i guatteri dei conventi; e sotto della veste una guarnaccia di ciambelloto frustra di sorte che ogni altra cosa parea che ciambelloto: né si poté mai intendere di che colore si fosse. Cingevasi con due liste di saia nera annodate insieme; e perché era senza maniche, si serviva di quelle del farsetto di raso di bavella tutto rotto e sfilato che da mano mostrava la fodra e nel collarino un orlo di sudore indurato talmente che parea di osso. Vero è che le calze toglievano di biasimo la palandrana: elle erano state di rose secche, ma non erano più; e attaccate al farsetto con duo pezzi di stringhe sanza puntali, gli campeggiavano in gamba a modo di calzoni da galeotti; e facea bel vedere un calcagnetto che gli scappava fuora della scarpa al dispetto del suo dito che a ogni passo lo rispingeva dentro. Le pianelle avea fatto di un paio di stivalacci di suo avo; le scarpette erano ben sottili, ma aveano una gran voglia di fargli mostrare le dita grosse del piede: e se la averebbero cavata se il vitello delle pantuffole lo avesse consentito. Portava una berretta da una piega mandata giuso, con una scuffia sanza balzo, di taffettà rotto in tre luoghi; e condita dal sudiciume del capo che egli non si lavava mai, simigliava quella che ad altrui appiatta la tigna. Quanto di buono ci si vedea era la bona grazia del suo viso, che si radea due volte la settimana. ANTONIA. Non ti affaticare in dipingermelo, ch'io lo veggio il boia. NANNA. Proprio un boia: e però se ne infernetichì la vaga femina (che, a dire la verità, noi siamo sempre il piglia-il-peggio); e non potendo trovare modo di parlargli, entrò in una cantilena una notte col suo marito lunga un miglio. E dicendo «Noi siamo ricchissimi, Dio grazia, e sanza figliuoli e sanza speranza di averne, onde ho pensato a una gran mercè», il buon marito le dice: «A che hai tu pensato, moglie cara?»; ed ella: «Alla tua sorella carica di figliuoli e di figliuole, e voglio che ci alleviamo il fanciullo minore: che, oltra che noi ce lo ritroveremo alla anima, a chi vogliamo noi far bene, se nol faciamo alle nostre carni?». Il marito ne lodò e ringraziò la mogliere, dicendo: «Son molti giorni ch'io aprii la bocca per dirtelo, ma dubitai che non ti dispiacesse; ma ora che so lo animo tuo, andrò, tosto che mi lievo, a dare alla poverina la buona giornata e menerollo a casa tua: perché ogni cosa è dota tua», e dicendogli ella «Anche tua e non mia», venne il dì, e levato il procuratore-delle-sue-corna con molta allegrezza della sorella ottenne il nipotino, e lo condusse a lei che gli fece gran festa. Passati duo dì, ella sendo a tavola e ragionando col marito dopo cena, incominciò a dire: «Io voglio che facciamo insegnare qualche virtù al nostro Luigetto» (che così si chiamava il fanciullo), egli le rispose: «E chi sarebbe al proposito?»; ed ella: «Quel maestro che, secondo che lo veggio raggirare, debe cercar partito», «Qual maestro?» le dic'egli, «quello che porta la veste che gli cade dalle spalle quell’uomo a caso, che viene alla messa...?», e volendo dire dove, ella disse: «Sì, sì, quello è desso, e non so chi dice che egli è valente come una cronica», «Sta molto bene», risponde il suo uomo. E gitolo a trovare, la sera istessa menò il gallo a pollaio: che la mattina andato per una sua sacchetta dove tenea due camisce, quattro fazzoletti e tre libri con le coperte di tavole, ritornò alla stanza che gli ordinò la padrona. ANTONIA. Che trama sarà questa? NANNA. Stammi pure ad ascoltare. L'altra sera madonna, tenendo per mano il nipote il quale avea a essere, con lo imparare del saltero, il roffianello della zia, chiamò il pedagogo; e io (che quella sera cenava seco) odo che gli dice: «Maestro, voi non avete a fare altro che indottrinarmi questo più che mio figliuolo» (e ciò dicendo gli appiccò duo basci nella bocca), «e poi lasciate far a me circa il pagamento». Il maestro cominciò a risponderle per in busse e per in basse, allegando le sue ragioni con le dita delle mani: ed entrò in un salceto fantastico. Onde madonna, rivolta a me, disse: «Egli è un Cicerchione», e così, disputando dei cuiussi, ella mutò verso, e dicegli: «Ditemi, maestro, foste mai innamorato?». Il castrone, che avea, se non più bella almen più buona coda che non ha il pavone, rispose: «Madonna, amore mi ha fatto studiare», e sguainato fuora tutte le anticaglie, ci contò chi si era impiccato per lui, chi avelenato e chi tratto da una torre, e così di molte donne ci nominò che, amando erano andate a porta infieri: sempre con parole puntate e spiccate. E mentre egli gracchiava, ella mi pungeva il fianco con un gombito; e dopo i punzoni mi disse: «Che ti pare del messere?», io, che le era nella anima, non pure nel core, rispondo: «Mi pare atto a scuotere il pesco e a crollare il pero», ed ella, con uno «ah! ah! ah!», mi gittò le braccia al collo; e detto «Andate a studiare, maestro», mi trasse seco in camera. In questo le è fatta una imbasciata che il marito non torna né a cena né a dormire (che di far così avea spesso in costume), ed ella lieta per ciò, mi dice: «Il tuo dormiglione arà a pacienza che questa sera voglio che tu rimanga meco»; e mandato a dirne una parola a mia madre, ottenne la grazia. E saziateci di una cenetta di mille frascherie, di fegati, ventricchi, colli e piedi di polli, con prezzemolo e pepe in insalata, e quasi un cappone freddo, ulive, mele rose, col raviggiuolo e cotognato per acconciarsi lo stomaco, e confetti per farci buon fiato, si mandò la provenda al maestro nella sua camera; che fu tutta di uova fresche e dure: e perché si gli cocessero dure, immaginalo tu. ANTONIA. Io l'ho bello e immaginato. NANNA. Cenato e rassettate le cose di tavola, e cacciato a dormire tutta la famiglia e il nipote del marito ancora, mi dice: «Sorella, se i nostri mariti mangerebbeno tutto l'anno, purché gli accadesse, di ogni carne, perché non debiamo noi mangiare almeno questa notte di quella del maestro che, secondo il naso lo debbe avere da imperadore? E poi non si saprà mai, perché è tanto brutto e goffo che, se ben lo dicesse, non gli sarà creduto». Io mi storco e faccio vista di temere, ingozzando la risposta; alla fine dico: «Queste son cose di pericolo, e se il tuo marito venisse, dove ci troveremmo noi?». Ed ella mi dice: «Matta a ciò che tu pensi: adunque tu mi hai per tanto balorda che se ben venisse il mio spensierato, non sapessi trovar modo di fargliene bere?». «Se è così, fà tu», le rispondo io. Intanto il maestro, più tristo di dui assi (che di tratto si accorse che era in succhio nel parlare che ella gli fece degli amori), inteso che il padrone dormiva fuora si stava ad ascoltare il ragionamento di colei che, per non si avere a impiccare e strangolarsi come fecero quelle sciocche che egli le avea dato per similitudine, prese per il migliore tirarsi in sul corpo il maestro: che solamente a vedergli pendere al fianco una di quelle scarsellacce di cuoio muffato che non si usano più, facea venire voglia di mandar fuore le budella. Egli, udito il tutto, con una prosunzione proprio da pedagogo alzò la portiera e venne dentro sanza altro invito. La sua padrona, che fino alle serve avea allogate, come lo vide disse: «Maestro, tenete in su la briglia la bocca e le mani, e serviteci per istanotte del vostro battisteo». La pecora, che non avea naso da fiutare il giallo delle rose, né dita da serrare i fori del zufolo, dando poca cura di basciare o di toccare con mano, sfoderò il suo piedi-di-trespolo con la testa fumante e infocato, tutto ricamato di porri; e datogli suso un buffetto, disse: «Questo è al piacer della Signoria vostra», ed ella, recatoselo nella palma, dicea: «Il mio passerino, il mio colombino, il mio pincino, entra qui nel tuo armario, nel tuo palagio, nel tuo stato»; e cacciatoselo nella pancia accostatasi al muro, alzando una gamba volle mangiare le salcicce in piedi: e il poltroncione le dava spinte crudeli. Io in quel mentre simigliava una mona che mastica il boccone inanzi che lo abbia in bocca: e se non che mi stuzzicai con un pestello di metallo che ivi trovai sopra una cassa (il quale, secondo che me ne venne lo odore, avea pestato canella), certo certo mi moriva per la invidia del piacere altrui. Ora il volto-di-cavallo diede compimento alla opera; e la donna, stracca e non isfamata, si pose a sedere nel lettuccio: e preso di nuovo il can per la coda tanto lo aggirò che lo ritornò in gangheri: e facendosi schifo del viso del maestro, si voltò in là, e grappato il salvum me fac con furia se lo mise nel zero; poi lo cavò e se lo ripose nel quadro, e poi nel tondo; e così finì il secondo assalto con dirmi: «C'è ben rimasta la parte tua, sì». Io che venia meno come un che muor di fame e non può mangiare, mi mettea a ordine per porre il dito in un luogo al volpone che drizzava il sentimento in un tratto (e imparai tal segreto dal baccelliere né te lo ho detto perché mi era scordato), quando ecco che udiamo percuoter la porta alla sicura: e si potea ben dire a chi picchiò «O tu sei pazzo o tu sei di casa». A quel romore il capogrosso divenne nel viso come uno che ha fama di buono ed è giunto a rompere una sagrestia, e noi, che avevamo il volto invetriato, salde, al secondo battere ella conobbe il marito onde si diede a ridere forte forte, e ridea tuttavia più, e rise tanto che il marito udì. Come ella si accorse di esser stata udita, disse: «Chi è giù?»; «Io sono», disse egli, ed ella: «O marito mio, io scendo, aspetta». E dettoci «Niuno si parta», gli gì a aprir; e apertogli, dicea: «Uno spirito mi ha detto «non te ne andare a letto, che certo certo egli non è per dormire fuora istanotte», e perché non mi venisse addormentata ho tenuto meco la vicina nostra che, contandomi la vita che la poverina fece nel monestero mi avea fatto tutta commovere, e se non che accortami che il nostro maestro è un fa-la-ninna, me lo feci venire inanzi rallegrandomi con le sue castronaggini, la facea male». E menato il credo in deum suso, sanza intendere altro, si pose a ridere vedendo il maestro che, sbigottito per la venuta sua, pareva un sogno rotto. E vista che mi ebbe, fece disegno di entrare in possessione del mio poderetto, e per aver agio di domesticarsi meco, entrò a dosso al maestro, e fingendo di aver piacere di lui, gli fe' dire la A B C al contrario: e il cattivo, dicendola al contrarissimo, lo facea cadere allo indietro per le risa. Intanto io, che sapea la fantasia delle occhiate mescolate con alcuno premere di piedi, dico: «Poiché le vostre fantesche se ne sono ite al letto, andrò a dormire fra loro» «No, no», risponde lo amico; e volto alla moglie disse: «Menala nel camerino e corcala ivi». E ciò si fece e corcata che fui egli dice in modo che io oda, acciò non dubiti di lui: «Mi è forza, moglie mia, di ritornare donde mi sono pur ora partito; manda cotesto lasciami-stare» a letto, e poi vattici anche tu». Ella, che le parve toccare il ciel col dito, si pose a rimescolare tutta la robba di un cassone per dimostrare di volerlo aspettare fino al dì: ed egli, sceso con fracasso la scala, diserrò la porta; e rimanendo dentro la chiuse come faria uno che fosse uscito di essa. E ritornato suso gatton gattone, entrò dove io dormiva sanza dormire e pianamente mi si pone allato. Io, nel pormi la mano sul petto, entrai in quella frenesia che si pate quando talvolta si dorme col corpo in suso: che pare che una cosa greve greve ti si ponga a sedere nel core, che non ti lascia né parlar né muovere. ANTONIA. La fantasima è cotesta. NANNA. Ella è dessa. Ed egli mi dicea: «Se tu taci, buon per te»; e così dicendo mi vezzeggiava soavemente la guancia con la mano; ed io dicea pur: «Chi è questo?»; «Sono io, sono», rispondea lo spirito invisibile, e volendo aprirmi le cosce, che tenea più strette che non tengono le mani gli avari, credendomi dir piano «Madonna, o madonna», fui udita da lei. Onde il suo marito che era meco ai ferri, uscitomi da lato corse in sala, e in quello che la moglie corse con un lume a veder ciò che io avea entrato onde ella si partì per venire a me, vide il bufolo colcato nel suo luogo che si stropicciava il manipolo aspettando di far cantare con esso la calandra. E nel dirmi la facitrice-delle-fusa-torte «Che hai tu?» uno «oimè» più simile al ragghio dello asino che alla voce dell'uomo mi tolse la risposta di bocca: perché il marito con la paletta dal fuoco rifrustava bistialmente il maestro, e se ella venuta in suo aiuto non glielo toglieva delle branche, mal per lui. ANTONIA. Egli avea ragione di romperlo tutto. NANNA. L'avea e non l'avea. NANNA. Ci è da dire assai. E quando ella vide uscire il sangue dal naso del goffo, si acconciò le mani in sui fianchi e, voltatasi al marito che ruppe la pacienza del rispetto visto il gaglioffaccio ove lo vide, con un dimenar di capo disse: «E chi ti pare ch'io sia, ah? chi sono io, eh? Ben disse il vero la balia, che mi tratteresti non altrimenti che mi avessi ricolta degli stracci come io ho ricolto te: le sue profezie sono adempite, le quali mi dissero sempre «non lo tòrre, non lo tòrre, che sarai la malmenata». Adunque con un pezzo di carne con gli occhi si ha da stimare che si ponga una mia pari? Dimmi, perché lo hai tu battuto? perché? Che gli hai tu visto fare? Debbe essere uno altare sagrato il nostro letto, che un pazzerone lo abbia da riguardare: come tu non sapessi che questi cotali uomini, levatogli dai libri, non sanno in qual mondo si sieno. Orsù, io ti ho inteso, tu la vuoi così, e così sia: domattina in quel punto vo' che il notaio faccia il mio testamento, acciò che non goda del mio un mio nimico, uno che fa la sua moglie puttana sanza saper perché»; e rialzando le voci, segue piangendo «Oimè, trista me! Io son donna da ciò?», e misosi le mani nei capegli, parea che il padre le fosse stato ucciso dinanzi agli occhi. Io rivestitami in un punto e corsa al romore le dico: «Orsù mo' non più, al grazia: non si dia da dire al vicinato; non piangete, madonna». ANTONIA. Che rispose il suo bravo-in-piazza? NANNA. Perdette la favella a quel suo minacciare del testamento: perché sapea che chi non ha oggidì della robba è peggio che un cortigiano sanza grazia, sanza favore e sanza entrata. NANNA. Non potei far di non ridere nel vedere il poveruomo in camiscia accovato in un cantone tutto tremante. ANTONIA. Dovea parere una volpe nelle reti, che vedesse fioccarsi a dosso un nuvolo di mazzate. NANNA. Ah! ah! ah! Tu l'hai detto. Insomma, il marito che non volea refutare la canna-foglia a petizione dello asino che ne avea tolto una scorpacciata, né perdere la pastura che era verde per lui tutto lo anno, le si inginocchiò ai piedi: e tanto fece e tanto disse, che ella gli perdonò, e io mangiai del pan pentito, bontà dello star mio in sul non-voglio. E gitosi il maestro con una dozzina di palettate a letto, loro si colcaro pacificati, e io ancora. E venuto il tempo di levarsi, eccoti mia madre che mi rimenò a casa: dove, curata la mia persona, stei tutto quel dì balorda per la mala notte che io ebbi. ANTONIA. Cacciossi via il pedagogo? NANNA. Come cacciar via? Di lì a otto giorni lo vidi in arnese come un signore. ANTONIA. Certo è che come un tale, un famiglio, un fattore e un domestico di casa passa i termini del vestire, dello spendere e del giocare, egli becca della padrona. NANNA. Non ci è dubbio. Veniamo a una che si struggeva di farsi porre il fuso nella rocca da un villanzone che avea fama di avere la caviglia simile al toro e al mulo. Ella era sposa di un cavaliere spron d'oro attempato, fatto da papa Ianni, che menava più puzza del suo cavalierato che non ne mena il Mainoldo da Mantova. E in quel suo andare a man dritta si pavoneggiava e si dimenava in un modo da ridere; e a tutti i propositi dicea «Noi cavalieri», e nel comparire i dì solenni con alcune sue belle vesti, tenea tutta una chiesa con lo spasseggiare per lettera, né parlava mai se non del gran Turco e del soldano, e tutte le novelle del mondo sapea egli. Ora la moglie di questo fastidioso, ad ogni cosa che venia dalle possessioni, borbottava, se venivano polli ella dicea: «E non più di questi? noi siamo rubati», se le erano portati frutti: «Che bella razza: i maturi son trangugiati e a noi si danno gli acerbi»; se insalate, una nidiata di uccellini, un mazzetto di fragole o simili gentilezze se le presentavano, ed ella: «Oh, stiamo freschi: queste cose non voglio io, queste ci si fanno pagare col grano, col vino e con lo olio», di modo che misse con le sue ciance in sospizione il marito, di sorte che mutò lavoratore. E consigliato da lei, si convenne con quello che avea pertica da spazzare ogni gran camino: e fatto la scritta seco, entrò in sul podere, e venuto dell'altro dì alla città, visitò la casa tutto carico; e percosso la porta col piede, che gli fu aperta al primo, salse le scale. Egli avea un bastone in su la spalla, dal capo di dietro del quale pendevano tre paia di anetre, e dal capo dinanzi tre paia di capponi; e nella mano dritta tenea un canestro con forse cento uova e alquanti casciuoli: egli parea una massara veniziana che con una mano tenesse il bigòlo (dicono elle) con un secchio di qua e di là, e con l'altra uno altro. E col saluto e con lo inchino, percotendo la punta dello scarpone in terra, presenta la nuova padrona che, avendo riguardo più al calendario che allo Ogni-santi, gli fece una accoglienza che saria stata troppo al suo cavaliere. E fattogli porre inanzi una merenda che toccava di disinare e di cena sopra la tavoletta di cocina, sollecitandolo a bere di un gran boccale di vino bianco che avea una vena di dolce, e vedutogli un volto rubicondo a suo modo, gli disse: «Quando sia che vi portiate bene delle cose nostre, goderete di esse in vita». E non essendo il cavaliere in casa, disse «Tu non odi?» alla serva: che comparsa a lei, perché così le comandò, gì a votare il canestro, e rendutolo al lavoratore, messe le anetre dove ne avea delle altre. Pigliando poi i capponi per mettergli fra i capponi, ella le disse «Restati qui» e facendogli pigliare al villano, se lo menò dietro in soffitta e sciolti i piedi ai polli che indogliti stettero un'ora sanza moversi, serrata la finestrella del tetto, volle vedere con che ferri si avea a lavorare il suo terreno e se la presenza di essi giungeva alla fama: e mi giurò la sua fante che udì scosse di suso che parea che ruinasse il palco. E fattosi inestare due volte, fingendo di ragionar seco dei mali portamenti che erano stati fatti del lavoratore passato agli olivi e ai peschi, se ne vennero giuso; e non potendo egli più aspettare il cavaliere, perciò che la porta già si serrava, preso licenza dalla madonna ritornò alla villa tutto allegro; e non mancò niente che egli non raccontasse la sua ventura al domine. Or rimasa la donna stupefatta della smisurata faccenda che le avea empita la dogana fino alla volta, ecco che si leva un romore per la terra, e chi corre in qua e chi corre in là: e si udiva gridar «Serra! serra!». In questa ella, fattasi al balcone, vede alcuni suoi parenti in furore, con spade tratte e le cappe al braccio, altri sanza berretta con lancioni, ronche e spiedi, onde, fatta di cenere nel viso tutta si smarrì: in questo vede in su le braccia di dui portare il cavaliere tutto sanguinoso, con molta gente dietro. Ella tramortita cadde in terra; e portato suso il poveretto, lo posaro nel letto; e mandato in furia per i medici, intanto che si trovò uova e fasce di camisce di uomo, ella rivenne in sé, e corsa al marito, che non favellando la guardava, messe a romore ciò che ci era; e vedendo che egli passava, segnandolo con candele benedette, gli diceva: «Perdonate, raccomandatevi a Dio»; ed egli, facendo segno di perdonare e di raccomandarsi, spirò. E il medico e 'l prete vennero dopo il fatto. ANTONIA. Per che conto fu egli morto? NANNA. Perché la traditora contentò uno che lo mandò al palegro con tre ferite, onde tutta la terra gì in scompiglio per tal cosa; e fingendo poi di volersi due volte gittare delle finestre, lasciandosi perciò tenere, ordinò le essequie, le più solenni che mai fossero fatte. E dipinte le arme per i muri della chiesa coperto di un palio di broccato riccio, portato da sei cittadini, quasi con tutta la terra in compagnia, fu posto in chiesa: dove ella, vestita di nero, con ducento donne dietro, piangendo disse cose, e con sì soave suono, che ne lagrimò ciascuno. E fatta la diceria da uno sopra il pergamo, e contate tutte le virtù del cavaliere e tutte le sue valentie, cantando il requiem eternam più di mille preti, monaci e frati di tutti i colori, fu posto in un bel deposito dipinto, con il pitaffio letto da tutto il popolo: e sopra di esso furo appiccate le bandiere, lo stocco col fodro di velluto rosso, con le ghiere di ariento indorato, lo scudo e lo elmo pur di velluto ornato come lo stocco. Mi sono dimenticata di dire come vennero tutti i suoi lavoratori, i quali, con la berretta nera che si gli diede, si affiocaro dietro al corpo: fra i quali era quello dalle anetre, dai capponi e dalle uova, e dalla buona ventura. Che bisogna spendere parole indarno? Ella trovò modo di asciugare i suoi pianti seco, e sendo rimasa donna e madonna ed erede del tutto, però che il morto, avendola tolta per innamoramento, avvistosi di non potere averne figlio né figlia con malo stomaco dei suoi parenti le avea fatto donagione della sua robba... NANNA. Dico che, potendo scorrere la campagna sanza rispetto niuno, rimandati gli altri a casa si ritenne il successore del cavaliere: che, col suo dente di liofante, la racconsolò di maniera che, posta da canto la vergogna, deliberò di torlo per marito inanzi che il parentado la molestasse col volergliene dare uno altro. E dando voce di farsi monica, per avere ella da rodere agiatamente da tutti gli ordini di suore ci <fu> fatto disegno; ed ella, risoluta di darsi al villano, sanza più pensare a |