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| Pietro Aretino Ragionamento della Nanna e dell’Antonia IntraText CT - Lettura del testo |
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La ultima giornata del capriccio Aretino nella quale la Nanna narra alla Antonia la vita delle puttane.
A punto col giorno usciro le due del letto; e fatto riporre in un canestro grande coperchiato alcune cose da mangiare cotte la sera, lo posero in capo della fante; e avviatasela inanzi con un fiasco di corso peloso in mano, portando Antonia una tovaglietta e tre tovaglini sotto al braccio per mangiarsi ciò che colei portava nella vigna, alla vigna arrivaro. E distesa la tovaglia suso una tavola di pietra che ivi si stava sotto una pergola col suo pozzo allato, la buona fante aprì il canestro: e trattone fuora il sale, per il primo lo mise in tavola; poi i tovaglini piegati, poi i coltelli. E cominciando il Sole a farsi vedere per tutto, perché egli non mangiasse con loro, spediro il desinare; al fine del quale si trastullaro con una mezza prevatura fresca. E lasciato la fante a divorarsi le reliquie fino della prevatura e del vino, dicendole la Nanna «Riporrai poi ogni cosa», date due giravolte per la vigna, con la Antonia si pose a sedere dove sedero i giorni a dietro. E riposatasi un poco, disse la Antonia: «Io pensava, mentre che mi vestiva, che sarebbe una bella cosa che qualcuno scrivesse i tuoi ragionamenti, e che ci fusse chi raccontasse la vita dei preti e dei frati e dei secolari, acciò che, udendola le mentovate da te, si ridessero di loro come eglino si rideranno di noi che, per parere di esser savie, diamo contra a noi medesime; e parmi già udire che non so chi lo faccia; le orecchie mi trombano, ei sarà vero».
NANNA. Non può essere altrimenti. Ma veniamo al giunger che mia madre fece in Roma con meco. NANNA. Con buon ricordo sia noi ci venimmo la vigilia di San Pietro: che Dio tel dica il piacer che io ebbi dei raggi che traeva e dei fuochi che facea Castello sbombardando terribilmente; sonando poi i piferi, con tutto il mondo in Ponte, in Borgo e in Banchi. ANTONIA. Dove alloggiaste voi la prima volta? NANNA. A Torre di Nona, in una camera locanda tutta impannarazzata; e stateci così otto dì, la padrona di casa, che era impazzata di me sì le parsi aggraziata, dettone una parola a un cortigiano, vedesti dello altro dì passeggiare genti, come cavalli rappresi, dintorno allo alloggiamento nostro, proverbiando il mio non mi gli lasciar vedere a lor modo: perché mi stava dentro una gelosia, e se pure la alzava, spuntando appena mezzo il viso fuora, la serrava subito. E benché io fussi bella quel balenare delle mie bellezze mi faceano bellissima: per la qual cosa, accresciuta la voglia di vedermi alla brigata, non si diceva altro per Roma che di una forestiera venuta di nuovo talché, piacendo sempre le cose nuove come tu sai, si correa per vedermi, alla sfilata, e quella che ci tenea in casa mai non si poteva quietare tanto le era battuta la porta: e lascia pur frappare a loro circa il promettere, caso che ella mi gli desse in mano. E la mia madre savia (che tutto ciò che feci, facea e aveva a fare, mi insegnò) non volea udirne parola, dicendo: «Adunque io vi paio di quelle? non piaccia a Dio che la mia figliuola rompa il collo: io son gentildonna, e se ben la disgrazia mi è corsa a dosso, ringraziato Iddio ci è rimaso tanto che vivacchieremo», e da queste parole nasceva tuttavia più il nome delle mie bellezze. E se tu hai veduta una passera su le finestre d'un granaio, che beccatone dieci granelli vola via, e stata alquanto ritorna alla esca con due altre, e rivolata riviene con quattro, poi con dieci, poi con trenta, e poi col nuvolo tutto insieme, vedi gli amanti intorno a casa mia per volere porre il becco nel mio granaio. E io, non mi potendo saziare di vedere i cortigiani, perdea gli occhi per i fori della gelosia vagheggiando la politezza loro in quei sai di velluto e di raso, con la medaglia nella berretta e con la catena al collo, e in alcuni cavalli lucenti come gli specchi andando soavi soavi con <i> loro famigli alla staffa, nella quale teneano solamente la punta del piede, col petrarchino in mano, cantando con vezzi:
Se amor non è, che dunque è quel ch'io sento?
E fermatosi questo e quello dinanzi alla finestra dove io facea baco baco, dicevano: «Signora, sarete voi sì micidiale che lasciate morire tanti vostri servidori?»; e io alzato un pocolino la gelosia e con un risetto rimandatola giuso, mi fuggiva dentro; ed eglino, con un «bascio la mano a vostra Signoria» e con un «giuro a Dio che sète crudele», si partivano. ANTONIA. Io odo oggi le belle cose. NANNA. Standoci così, mia madre saputa volse fare un giorno una mostretta di me, fingendo che fosse a caso: e vestitami di una veste di raso pavonazzo sanza maniche, tutta schietta, e rivoltatomi i capelli intorno al capo, averesti giurato che fussero non capelli, ma una matassa interciata d'oro filato. ANTONIA. Perché te la vestì ella sanza maniche? NANNA. Perché mostrassi le braccia bianche come un fiocco di neve e fattomi lavare il viso con certa sua acqua più tosto forte che no, sanza altro smerdamento di belletto, sul più bello del passare dei cortigiani mi fece porre in su la finestra. Come io apparsi parve che apparisse la stella ai Magi, sì se ne rallegrò ciascuno; e abbandonando le redine in sul collo del cavallo, si ricreavano a vedermi, come i furfanti allo spicchio del sole; e alzando la testa guardandomi fissi, parevano quegli animali che vengono di là dal mondo, che si pascono di aria. ANTONIA Camaleonti vuoi dir tu. NANNA. È vero; e mi impregnavano con gli occhi nel modo che con le penne impregnano la nebbia quei che paiono sparvieri e non sono. ANTONIA. Che facevi tu mentre ti miravano? NANNA. Fingeva onestà di monica, e guardando con sicurtà di maritata, faceva atti di puttana. NANNA. Stata un terzo di ora in mostra, nel più bello del motteggiar loro mia madre, venuta alla finestra e fattasi vedere un tratto, quasi dicesse «Ella è mia figlia», me ne fece levar seco; e rimasi gli impaniati in secco come una tirata di pesce, se ne giro saltellando nella foggia che saltellano i barbi e le lasche fuora della acqua. E venuta la notte, ecco il tic toc tac alla porta; e andata giuso la padrona, mia madre si pose ad ascoltare ciò che dicea quello che picchiò; e ascoltando ode uno che stando turato nella cappa disse: «Chi è quella che era pur dianzi alla finestra?»; rispose ella: «Una figliuola di una gentildonna forestiera che, secondo che io posso comprendere, il padre è stato ammazzato per le parti, onde la meschina se n'è fuggita qui con alcune poche cosette che ha potuto carpire nel fuggirsene»: e tutte queste ciance gliene avea date ad intendere mia madre. NANNA. Udendo ciò, il camuffato le dice: «Come potrei favellare alla gentildonna?»; «A modo niuno» risponde ella, «perché non ne vuole intender niente»; e spiando egli se io era donzella, gli rispose: «Donzellissima, né le si vede altro che masticare avemarie»; «Chi mastica avemarie sputa paternostri», egli rispose; e volendo prosuntuosamente salir suso, non poté, perciò che ella non volle mai. Onde le disse il cortigiano: «Fammi almeno una grazia: dille che quando voglia ascoltare uno, che tu le porrai cosa inanzi che te ne benedirà per sempre», e giurandoli di farlo, gli diede licenza e tornossi suso. E statasi un pezzo, se ne venne a noi dicendo: «Certamente non ci sono i migliori trovatori del vin buono degli imbriachi: la vostra figlia è stata sentita a naso, però che questi bracchi cortigiani scovano di tratto le quaglie; questo dico per uno che in persona propria mi è venuto a richiedere la vostra udienza». «No, no» risponde mia madre, «no, no»; ed ella, che avea una lingua serpentina, le dice: «Il primo segno di una donna prudente è il sapere pigliare la ventura quando Iddio la manda: egli è uomo che vi può far d'oro», e con dirle «Pensateci suso», ci lasciò. E dando la mattina parecchi tratti di corda, con una tavola bene apparecchiata a mia madre rivendaiuola di consigli e troppo buona massaia del suo utile, fece tanto che ella si recò alla sua volontà; onde le promise di ascoltare lo amico che si credea sballare lane francesche a dormir meco: e fattolo venire, dopo mille giuri e scongiuri caparrò la mia verginità, promettendomi Roma e toma. NANNA. Per tagliarla, venne la sera determinata, e finito un pasto che passò un banchetto (dove non assaggiai se non dieci bocconcini masticati a bocca chiusa, bevendo solamente mezzo bicchiere di vino tutto acqua in venti ciantellini), sanza niuna parola fui menata nella camera della padrona, che ne servì per quella notte per la anima di un ducato, né fui sì tosto dentro che serrò la porta sanza volere che niuno gli aiutasse a spogliare: anzi da se stesso lo fece in un soffio. E corcatosi, mi domesticava con le più dolci ciance del mondo, mescolandoci dentro: «Io ti farò e ti dirò di modo che non averai invidia alla prima cortigiana di Roma». E non potendo sofferire che io mettessi indugio a entrargli appresso, si levò suso e tirommi fuora di gamba le calze, facendoci io resistenza grande, e tornatosi in letto, mentre mi corcava si voltò verso il muro perché non avessi vergogna a mostrarmigli in camiscia; e dicendomi egli «Non fate, non fate», spensi il lume. E tosto che entrai giù mi si avventò con quella volontà che si avventa una madre al figliuolo che ha già pianto per morto; e così mi basciava e mi stringeva nelle sue braccia. E mettendomi le mani su la arpa (che era molto bene accordata), storcendomi mostrava di consentirlo malvolentiere: pure mi lasciai toccare fino allo organo; ma volendo egli mettere il fuso nella cavicchia, non volsi mai. Egli mi dicea: «Anima mia, speranza mia, stà salda: se io ti faccio male, ammazzami»; e io soda al macchione, ed egli ai prieghi; e con i prieghi dandomi alcune punte false, tutto si disfaceva. E messomelo in mano, diceva: «Fà da te stessa, che io non mi moverò punto»; e io quasi piangendo rispondea: «Che cotal grosso è questo? Gli altri uomini hannolo così grande? Adunque mi volete sfendere nel mezzo?»; e in tali detti stava ferma un poco poco, e in sul buono lo lasciava in succhio: onde si disperava, e rivolti i prieghi in minacci, facea tagliate crudeli, e «Al corpo, al sangue, che ti scannerò e ti affogherò», e pigliandomi nella gola mi stringea pian piano; poi ripregandomi faceva sì che mi recava a suo modo: ma volendomi mettere la pala nel forno, lo refutava di nuovo: onde rizzatosi suso e presa la camiscia per mettersela e levarsi, da me era pigliato con dire: «Orsù, corcatevi, che farò ciò che volete». A tal parola, cadutagli l'ira nella caldaia, tutto contento mi basciava dicendomi: «Lo aspettarlo è un pizzico di mosca, e che sia il vero, senti che faccio con dolcezza», e io ci lascio entrare il terzo di una fava, e poi lo pianto, con tanto suo furore che acconciosi su la sponda del letto, spingendo il capo innanzi e il culo in fuora, rannicchiate le gambe, la voglia che volea cavarsi meco si cavò con la sua mano, e fatto a lei quello che avea a fare a me, si levò e vestissi. E non passeggiò molto per camera che la notte che gli feci vegghiare a usanza di sparviere se ne gì, lasciandolo con un viso amaro che parea un giuocatore che avesse perduto i denari e il sonno, e con quel bestemmiare che fa uno che è stato piantato dalla sua signora, aperta la finestra della camera, col gombito appoggiato in essa e con la mano alla gota, mirava il Tevere che parea che si ridesse del suo menarsi la rilla. Io dormito tutto il tempo che egli mise in pensamento, apro gli occhi, e volendomi levare, ecco che mi si avventa a dosso, e non so se mai nigromante scongiurò demoni con tante novelle con quante fece me: ma tutte invano come speranze dei fuorusciti; e volendo alfin ridurla in un bascio, anche il bascio gli negai; e udendo favellare mia madre per casa con la padrona, la chiamai; ed egli, apertagli la camera, disse: «Che assassinamenti son questi? a Baccano non si farebbeno», e levando le voci, la padrona lo confortava dicendogli: «Egli è il diavolo avere a fare con donzelle». Intanto mi vestii e andai nella camera mia: e lasciai lui a gracchiare con lei. Il poveretto entrato nella ostinazione di uno che <si> vuole riscattare nel giuoco, esce di casa; e stato forse un'ora, manda un sartore con una pezza di ermesino verde acciò che, toltami la misura, me ne tagliasse e cuscisse una veste, credendosi la notte seguente scorrere per tutto a suo modo. Io, accettato il dono, mi appiglio ai ricordi di mia madre che mi dice, visto il presente: «Il martello lavora; sta pur salda, che egli ti torrà casa e comprerà massericie, o creperà». E io che sanza i suoi ricordi avrei saputo ricordarmi di quello che dovea, do una occhiata per la finestra della strada, e vedutolo dissi: «Eccolo»; e fattomigli incontra alla scala, dico: «Dio il sa che dolore ho avuto vedendovi partito sanza dirmi pur addio, e son tutta consolata poi che sete ritornato; e se dovessi morire, farò ciò che voi volete istanotte». A bocca aperta mi corse a basciare in quel che io dissi così; e mandato per il desinare, facemmo una paciozza allegra allegra. E venuta la sera (che, secondo me gli parse che indugiasse più che non pare che indugi la ora di una posta data a uno che l'ha desiderata dieci anni), provede alla cena, e quando fu tempo ritornò meco nel letto della notte passata: e trovandomi alle sue volontà amorevole come un giudeo a chi non ha pegno, non si poté tenere di non mi dare una frotta di pugna, e io sopportandole diceva meco: «Le ti costeranno». E riduttolo a rimenarsi lo agresto, fatti gli atti che fece la notte passata, si levò e gitosene dove era mia madre a dormire con la padrona, durò quattro ore a minacciarmi, ed ella gli dicea: «Caro messere, non dubitate, che questa altra notte voglio che muoia o che vi contenti»; e levatasi suso gli diede una cinta di taffettà doppio lunga lunga, e disse: «Tenete, legatele le mani con questa». Il goffo la piglia; e con la medesima spesa di desinare e di cena, si ricorcò meco la terza volta; e venne in tanta rabbia nel ritrovarmi scarsa fino del lasciarmi toccare, che fu per darmi di un pugnale: e ti confesso che ne dubitai; e mi fu forza a voltargli il sedere; e tenendogliene in grembo, per cotale invito gli raddoppiò la voglia del mangiare. E cominciando a frugare, sto salda alle mosse finché lo sento sdrucciolare fuora via, ma quando il presuntuoso vuole entrar dentro, gli dico: «Sarà buon di destarsi»; e sguizzateli di grembo, gli mostro il viso; ed egli mi volge a contare le travicelle, e monta suso, e ce ne mette poco meno che la metà, gridando io «Oimè, oimè». Tenendolo così distende la mano e cava la borsa che aveva appiattata sotto il capezzale; e presi da dieci ducati con non so quanti giuli, me gli mette in mano e dice «Tòtegli»; e io con «Non gli voglio» stringo il pugno, lasciandocelo ire fino al mezzo: e non potendo passar più oltre, sputò l'anima. ANTONIA. Perché non ti legò con la cinta? NANNA. Come vuoi tu che mi legasse un legato? NANNA. Quattro altre volte, prima che ci levassimo, il suo cavallo andò fino al mezzo del camin di nostra vita. ANTONIA. Sì disse il Petrarca. NANNA. Dante, Dante. E contento di ciò, tutto lieto si levò, e io ancora; e non potendo restar meco a desinare, mandatomi da farlo, tornò la sera a cena pur comperata da lui. ANTONIA. Salda un poco: non si avvide egli che tu non facesti sangue? NANNA. A punto: sanno molto di questi cortigiani di vergini o di martiri; io gli diedi ad intendere che il piscio fosse sangue: che, purché lo mettino là, gli basta. Ora la quarta nottata ce lo lasciai andar tutto: e nel sentircelo il valente uomo ci tramortì suso. E la mattina venuta mia madre dentro, ridendo vedendoci nel letto, mi diede la sua benedizione, salutando la sua Signoria; alla quale (facendo io le maggior carezze di basci che sapea) disse: «Domani vo' partir di Roma: io ho avuto lettere dal paese, dove vo' ritornare e morir fra i miei; a ogni modo Roma è per le avventurate e non per chi non ha ventura; e certo non mi partiva mai se si potevano vendere le nostre possessioni e comprare almeno una casa qua; e mi credei poter tòrne una a pigione, e i denari non vengano; e io non son donna da stare nelle camere altrui...», e io rompendole le parole in bocca dissi: «Madre mia, io morrò in duo dì se mi parto qui dal mio core»; e datogli un bascio con due lagrimette, eccotelo rizzare a sedere in sul letto con dire: «Non sono io uomo per tòrvi casa e fornivela di tutto punto? Puttana nostra vostra», e fattosi dare i suoi panni, si levò come uno che ha fretta. E balzato fuori di casa venne in sul vespro con una chiave in mano e con duo facchini carichi di matarazzi e di coperte e di capezzali con duo altri con lettiere e tavole, con non so quanti Giudei dietro con tapezzarie, lenzuola, stagni, secchie e fornimenti da cucina: e pareva proprio uno che sgomberasse, e menata mia madre seco, mise in ordine una casetta là dal fiume molto attillata; e ritornato a me e pagata quella che ci tenne in casa, pose le nostre cose sopra una carretta, e in sul far della notte mi ci menò, e standoci seco, spendea, per un suo pari, bene: ti dico bene. Ora, non apparendo io più in su la finestra di prima, tosto si seppe dove era: e moresca degli amanti mi fu intorno come le pecchie al suono del bacino, o vero le api intorno ai fiori, e accettato con gli occhi per amico uno che facea il morto di me, per via di una sua ruffiana gli compiacei. E dandomi ciò che egli avea, cominciai a volgere le spalle al primo benefattore: che, fatto stocchi e tolto in credenza le cose che mi diede, non avendo di che pagare i debiti, fu scomunicato con diavoli e appiccato come si usa in Roma, e io che era della buccia delle puttane, tanto gli scemai amore quanto gli avea scemato robba: ed egli cominciando a trovar la mia porta ghiacciata, rimproverandomi il bene che mi avea fatto, se ne partiva, come quello dalla fantasima a coda ritta. E asciugata la borsa del secondo, mi attaccai al terzo: insomma io divenni di tutti quelli che venivano con il conquibus (disse il Gonnella); e tolto casa grande con due massare, stava in su le signorie. E non ti credere che, studiando il puttanesimo, fussi un di questi scolari che vanno «messeri» a Studio e in capo di sette anni ritornano a casa «seri»: io imparai in tre mesi, anzi in dui anzi in uno, tutto quello che si può sapere in dar martello, in farsi amici, in far trarre, in piantare, a piangere ridendo e a ridere piangendo, come dirò al suo luogo; e vendei più volte la mia verginità che non vende un di questi pretacci la messa novella attaccando per ogni città polize alle chiese del suo cantarla. E ti vo' dire una particella dei tradimenti (che in vero così <si> debbeno chiamare) che io ho fatti alla gente, e questo che ti narrerò son trame di me sola: e se tu sei albichista intenderai per discrezione. ANTONIA. Io non sono albichista e non voglio essere: io ti credo come alle quattro tempore, e più tre volte, mi farai dire. NANNA. Io avea fra gli altri uno al qual era obligata: ma una puttana, che non ha lo animo se non al denaio, non conosce né obligo né disobligo; e avendo lo amore che ha il tarlo, tanto gli è caro uno quanto li porge: vòltati poi in là, a Lucca ti vidi. Dico che a questo tale facea le maggiori stranezze che io sapea e tanto più gliene feci quanto egli non mi dava più a man piene: pur mi dava. Io dormiva seco il venere, e sempre entrava seco a gridare cenando. ANTONIA. Perché? NANNA. Per fargliene fare il mal pro'. NANNA. A sua posta. E divoratomi ogni cosa, lo tratteneva fino a sette e a otto ore a gire in letto; poi, corcatami seco, gli dava da rodere con tanta villania che, scesomi da dosso rinegando il battesimo, non lo volea fare; e sforzato alla fine dallo amore, non gli facendo le carezze che aspettava, si rivolgeva a me: e io chiotta; onde scotendomi dicea con le lagrime agli occhi cose bestiali: e volendomi montar sopra, bisognava che mi desse quanti denari che aveva a dosso prima che gli consentisse. NANNA. Circa i forestieri venuti per istare otto o dieci dì a Roma e poi partirsi, usai di gran forcarie. Io avea alcuni sbricchi, che spedivano meco gratis una volta in cento, i quali operava a far bravate nel modo che ti dirò. Quegli che vengono per veder Roma vogliano, viste le anticaglie, anche vedere le modernaglie, cioè le signore, facendo con esse il signore; e sempre io era la prima visitata da tali brigate: e chi dormiva la notte meco, ci lasciava i panni. ANTONIA. Come diavolo i panni? NANNA. I panni, come intenderai. La mattina veniva la fantesca nella mia camera, togliendo i panni del forestiere sotto coperta di volergli nettare, e ascosigli, levava romore che erano stati rubati. Il buon forestiere, trattosi del letto in camiscia, chiedea le sue cose con minacciarmi di sconficcare le casse e pagarsi, e io gridando forte gli dicea: «Tu ne romperai le casse? tu mi sforzerai in casa mia? tu mi fai ladra?», e udito ciò i masnadieri che stavano di sotto ascosi, corsi suso con le spade tratte dicendomi «Che cosa è signora?», misso le mani nel petto a colui che sendo in camiscia parea che volesse andare a sodisfare un voto, chiedendomi perdonanza avea di grazia che si mandasse per il suo amico oper il suo conoscente: del quale accattato calze, giubbone, cappa, saio e berretta, se ne partiva da me, parendogli girne bene a non aver tocche delle stacciquieto. ANTONIA. Come te ne sopportava il core? NANNA. Benissimo, perché non è niuna cosa crudele, traditora e ladra che spaventi una puttana. E sparsasi la fama della natura mia, quei forestieri che lo sapevano non ci venivano più; o se ci venivano, fattosi prima spogliare i panni dal fameglio, se gli facevano portare allo alloggiamento: poi la mattima venivano con essi a vestirgli. Con tutto questo, niuno poté mai fare che non ci lasciasse o guanti o cinte o scuffia dalla notte, perché ogni cosa fa per una puttana: una stringa, uno stecco, una nocciuola, una ciriegia, una cima di finocchio, fino a un picciuolo di pera. ANTONIA. E con tante loro astuzie, appena si difendono dal vendere le candele; e spesso il mal francioso fa le vendette dei mali arrivati: ed è pur bello a vedere una che, non potendo più appiattare sotto al belletto, ad acque forti, a sbiaccamenti, a belle vesti e a gran ventagli la sua vecchiezza, fatto denari di collane, di anelli, di robbe di seta di scuffioni e di tutte le altre sue pompe, comincia a pigliare i quattro ordini, come i fanciulli che vogliono essere preti. NANNA. A che modo? ANTONIA. Con alloggiare la turba, trasmutato i suoi ornamenti in letti; poi, fallite delle locande, diventano da pìstole, cioè ruffiane; poi da vangelo, col darsi a lavar panni, poi cantano la messa a San Rocco, al Popolo, in su le scale di San Pietro, alla Pace a Santo Ioanni e alla Consolazione, marchiate dalla bolla con che san Giobbe segna le sue cavalle in sul viso, e anco da qualche fregetto fattogli da quelli che perdeno la pacienzia nei tradimenti loro: i quali gli hanno tratto di mano non pur le scimie e i pappagalli, ma fino alle nane con le quali fanno le imperadrici. NANNA. Io per me non sono stata di quelle; chi non ha cervello suo danno: bisogna sapere reggersi in questo mondo, e non stare in su la reina non aprendo la porta se non a monsignori e a signori. Non c'è il maggior monte che quello che si fa col poco e spesso; e son baie quelle che dicono che tanto caca un bue quanto mille mosche: perché ci sono più mosche che buoi, e per un gran maestro che ti venga in casa donandoti una buona posta, ce ne son venti che ti pagano di promesse, e mille di quelli che non son gran maestri che ti empieno le mani. E chi non degna se non ai velluti è pazza, perché i panni hanno sotto di gran ducati, e so bene io che buona mancia fanno osti, pollaiuoli, acquaruoli, spenditori e Giudei: che gli dovea porre in capo di tavola, perché spendeno più che non rubeno. Sì che bisogna attaccarsi ad altro che a sai belli. NANNA. La ragione è che quei saioni son foderati di maligni debiti; e la maggior parte dei cortigiani simigliano lumache che si portano la casa a dosso; e non hanno fiato, e quel poco che hanno ne va in olio da ungersi la barba e a lavarsi il capo; e per un paio di scarpette che tu li vedi nuove, ne truovi cento delle spelate; e rido quando veggo fare miracoli ai drappi che portano, diventando di velluto raso. ANTONIA. Tu sei usa a vedere questi spilorci di oggidì: al mio tempo erano di una altra fatta, perché la spilorciaria dei servitori vien dalla furfantaria dei padroni. Ma torna in sul tuo. NANNA. Dico che fu uno che faceva il pratico, con dire, inteso la qualità mia, «Io la voglio lavorare sanza pagarla», e venutomi in casa con le più dolci novellette mi interteneva che tu udissi mai: mi laudava, mi serviva, e cadendomi qualche cosa di mano ricogliendola con la berretta in mano, la basciava e poi me la porgeva con uno inchino profumato ti so dire. E un dì, tenendomi in ciancia, disse: «Perché non ottengo una grazia dalla Signoria vostra padrona mia, e poi morire?»; io gli dico: «Son per farvela; chiedete pure»; «Vi supplico» disse egli, «a venire a dormire meco istanotte: e desidero questo perché vostra Signoria pigli la possessione di una mia stanzetta che vi piacerà». Io glielo prometto ma dopo cena, però che avea a cenare meco un mio amico; ed egli allegro, per vantarsi poi che neanco da cena mi avea dato. E venuto il tempo, andai e dormii seco e appostando che su l'alba dormisse, e uditolo ronfare, gli lascio la mia camiscia da donna nel luogo della sua che mi misi, avendo fatto nei suoi lavori d'oro disegno un mese inanzi, e venuta la mia serva, esco fuora della camera: e visto in un cantone il goluppo di tutti quanti i panni suoi di lino che aspettavano la lavandaia, postigli in capo alla fante, me ne ritorno a casa con essi. Ciò che dovette dire svegliandosi, pensalo tu. ANTONIA. Questa è da sopportare. NANNA. Egli levatosi e accortosi della mia camiscia cuscita da tutti i lati, si pensò che io per errore la avessi scambiata, ma non si trovando gli altri panni sudici, mi fe' citare a Corte Savella: e funne spacciato per uomo da poco. E così mi risi di quello che egli si voleva ridere di me. NANNA. Ascolta questa. Io avea un certo innamorato mercatante buona persona, che non pure mi amava, ma mi adorava: e questo mi manteneva; e io certissimamente lo accarezzava, non essendo però guasta di lui. E dì a chi dice «La tale cortigiana è morta del tale», che non è vero, perché son capricci che ci entrano a dosso per beccar due o tre volte di un grosso manipolo; i quali ci durano quanto il sole di verno e la pioggia di state; ed è impossibile che chi si sottomette a ognuno ami niuno. NANNA. Ora il detto mercatante dormiva meco a sua posta; onde io, per darmi riputazione e per cuocerlo a fatto, lo feci geloso galantemente, facendo egli professione di non essere. E a che modo, Nanna? Io faccio comperare due paia di starne e un fagiano; e ammaestrato un facchino cattivo-di-nido che non era punto conosciuto, lo fo battere alla mia porta sul desinare, sendo il mercante a mangiar meco; e detto alla fante «Aprigli», eccotelo suso con un «Buon pro' alla Signoria vostra», soggiungendo: «Lo imbasciadore di Spagna prega quella che si degni mangiar questi per suo amore, e che quando vi sia commodo vi vorria dir .XXV. parole», e io ribuffandolo dico: «Che imbasciadore o non imbasciadore? Portagli via, che non voglio che mi parli altro imbasciador che questo, che mi fa meglio che io non merito», e dato un bascio al sempliciotto, e rivoltatami al facchino minacciandolo che si partisse, il mercatante mi dice: «Pigliali, pazza, ogni cosa si vòl pigliare»; e detto al facchino «Ella ne goderà per amor suo», dopo alcune risa che non andavano troppo in giuso, rimase tutto sopra di sé, e io scuotendolo gli dico a che si pensa: lo imperadore non che il suo imbasciadore non saria per averne pure un bascio, «e più stimo le scarpe vostre che mille migliaia di ducati», ed egli, ringraziatami assai, se ne va ad alcune sue faccende. Intanto ordino che quelli miei sbricchi venghino a quattro ore: che alle quattro ore usavamo di cenare insieme, e trovato un ragazzo ribaldo e maladetto, bene in ordine, con un pezzo di torchio in mano, e stando indietro gli sbricchi turati, lo féro battere alla mia porta e venuto di suso, salutatami spagnolissimamente, dice: «Signora, il signore imbasciadore viene a far riverenza alla vostra Altezza»; e io gli rispondo: «Lo imbasciador mi perdonerà perché sono obligata a questo imbasciador che tu vedi», e ciò dicendo metto la mano in su la spalla al mio uomo. Il ragazzo tornato fuora, stato un poco ribatte; e non gli volendo far aprire odiamo dirgli: «Il mio signore, caso che non gli apriate, farà gittare la porta in terra»; per la qual cosa, fattami alla finestra dico: «Il tuo signore mi ammazzi e mi abbrusci e mi ruini a suo piacere, che solo amo uno che mi ha fatto quel che io sono per sua grazia: per lui, bisognando, vo' morire». In questo eccoti i farisei alla porta, che erano cinque o sei e parevano mille, e uno d'essi con voce imperiale mi dice: «Putta viegia, tu te ne pentirai; e quel gallina-bagnata che ti gratta la schiena, giuro a dios che lo mattaremo». «Voi farete ciò che poterete» rispondo io, «e non fate atto da signore a cercare di sforzare le persone»; e volendo dire altro, il mio baccellone mi tira la veste e dice: «Non più, non più, se non vuoi che io sia tagliato a pezzi dagli Spagnuoli»; e tiratami dentro, mi rendé più grazie per la stima che mostrai di far di lui, che non rendeno quelli che escono di prigione ai rioni che ne gli cavano per la festa di mezzo agosto. E la mattina mi fece una veste di raso ranciato gloriosa; e non lo aresti colto fuora dalla avemaria in là se gli avessi dato un reame, tanto era impaurito degli Spagnuoli, dubitando che lo imbasciatore non gli fesse fare un Xse in sul volto; e a ogni proposito diceva: «Ti so dire che la mia tale tratta ben questi imbasciatori». NANNA. Perché gli dava ad intendere che ne avea piantati nove sotto una scala di bel gennaio, facendogli stare ivi fino al dì ad aspettarla; che io gli giurava: «La tal notte che tu dormisti meco il tale se lo menò in cantina; la altra poi, il cotale corteggiò il pozzo del cortile»; ed egli allegro. E acciò che io non avessi cagione di farmi imbasciadrice, mi raddoppiò i presenti dicendo a ciascuno: «Io le sono obligato e basta». NANNA. Bella è questa: io dormiva spesso con uno squassa-pennacchi che, quando si gli diceva «Guàrdati dalla tale» egli entrava in sul dire; «Io ah? a me, ah? Nella guardia di Siena, di Genova e di Piacenza ne ho fatte quelle poche; i miei non son danari da puttane, non per Dio». E così vantandosi, mi accorgo di dieci scudi che egli ha in borsa, e gliene averei potuti tòrre la notte, e in cambio d'essi lasciandoci carboni: ma gli ebbi come intenderai. Egli si stava un dì in casa mia, tutto rappreso dal martellar che gli faceva il core per avere io accennato di essermi imbertonata di uno altro; e vedendolo star così, me ne vado a lui; e mesegli le mani nella barba e datogli due tiratelle dolci dolci, gli dico: «Chi è la tua putta?»; e così dicendo mi gli pongo a sedere in collo, e allargandogli le cosce con un ginocchio lo feci tutto risentire; e basciandogli il viso, muove a dirmi: «E' si sia»; e taciuto con un sospiro che mi fece vento, tanto fu grande, lo abbraccio, lo accarezzo sì bene che tutto lo ritornai in sé. E mentre gli dico «Voglio che istanotte dormiamo insieme», la porta è percossa da uno che veniva ad arte; e fattasi la fantesca alla finestra, mi dice: «Signora, egli è il maestro»; «Dì che venga suso», le rispondo io; ed egli, venuto, mi chiede dieci scudi che gli restava a dare di un cortinaggio; e oltra di ciò mi prega che faccia tosto, per aver da fare; onde io dico alla fantesca: «Piglia questa chiave, e di quelli scudi che sono nel cofano dàgli i suoi dieci». Ed ella, gita ad aprirlo, lascia me a lisciare la coda al gattone che stava in su le astuzie di uomo pratico; e standolo ad incantare, anzi avendolo già incantato, il maestro mi sollecita; e io avendole detto più volte «Spàcciati, bestia», udendola borbottare mi lievo suso; e andata da lei, la trovo tutta occupata intorno al cofanetto che non poteva aprire: perché, sì come il maestro venuto per i denari non era di paragone, così la chiave non era del forzieretto. E facendo vista che ella la avesse guasta, le salto a dosso con maggior gridi che pugna; poi dimandando da romperlo, non si trovò mai il rompitoio; onde mi volto allo astuto e gli dico: «Di grazia, se avete dieci scudi dategliene: che or ora lo romperò o lo scasserò, e riaretegli». ANTONIA. Tu gli davi del voi nelle cose di importanza, ah! ah! ah! NANNA. Al primo la mano fu allo aprir della borsa; e gittatogli là, disse: «Tògli, maestro, e và con Dio». E dando io di calcio al forziere per volerlo spezzare, egli mi dice: «Manda per un magnano e fallo aprire, che non ci è fretta»; e mi dava del tu parendogli che io fussi diventata tutta dei suoi comandi per la prestanza fattami. NANNA. Lasciato il trarre dei calci, mi gitto seco nel letto con intenzione di non dargli la imbeccata: e appunto mi si recava in braccio, quando un picchiar forte, che aspettava per piantarlo, mi fece levar suso, tirandomi egli e pregandomi acciò non andassi a veder chi fosse quello che mi batteva la porta; e gita alla gelosia, veggio che è un monsignoretto con un cappello inviluppato in una cappa, sopra una mula; e chiamatami giuso, proferendomi la groppa, io la accetto; e tolto la cappa del suo famiglio, sendo delle altre cose vestita da ragazzo (che così vestiva quasi sempre), me ne vado seco. Onde il cozzone di puttane, non pur di uomini, squarciato un mio ritratto, che era appiccato nella mia camera, per vendetta, se ne partì come un giocatore dalla baratteria sendogli detto cattivo. Mi si era scordato: egli rompeva le casse per pagarsi, ma la mia fante gridando «Alla strada, alla strada», fece che se ne andò tutto spennacchiato, sì per le persone corse, sì per il forzieretto che egli aprì, dove trovò unguenti e unzioni per i mali che potessero venire. Ma nel contarti i miei andari interviene a me come alla peccatrice che vuol fare una confessione generale e dirne quanti ne fece mai: che tosto che ella è ai piedi del frate, non si rammenta della metà. ANTONIA. Dimmi quelle cose che ti ricordi, che per la via d'esse misurerò le dimenticate. NANNA. Così farò. Un certo pinchellone, che di una sua vigna che avea al mondo postosi cento ducati in cassa, si cacciò in capo di volermi per moglie, e accennato di ciò un mio barbiere, me ne fece dare un motto: e udendo io dei contanti che egli avea per quello che me ne parlò, lo attaccai nella speranza talmente che, tenendosi certo di avermi, mi comparse in casa. E accarezzandolo molto feci sì che in un mese, con quei cento ducati, mi fornì i letti, la cocina e la casa di tutto quello che i letti, la cocina e la casa avevano di bisogno, e datogli una o due volte merenda, e non più, coltagli la cagione del petorsello a dosso, con un «testa di cavallo», con un «gaglioffo, furfante, spilorcio, goffo, ignorante», gli diedi della porta nel petto. E accortosi dello errore suo, il disgraziato si fece frate dal collo torto: e io allegra. ANTONIA. Perché? NANNA. Perché acquista grandemente una puttana quando può vantarsi di avere fatto disperare, fallire o impazzare altrui. NANNA. Quanti denari ho io guadagnati con mettere in mezzo questo e quello! In casa mia cenava spesso spesso gente, e dopo cena, venute le carte in tavola, «Orsù» diceva io, «giochiamo duo giuli di confetti, e a chi viene, poniamo caso, il re di coppe, paghi»; e così, perduti e comperati i confetti, le persone che, viste le carte, tanto si ponno tener di non ci fare quanto una puttana di non farne, cavati fuora denari, cominciavano a far da dovero: intanto comparsi duo barri con volto di sempliciotti, fattosi pregare un pezzo pigliate le carte più false che i doppioni mirandolini, balordon balordone tiravano a sé i denari dei convitati, accennandogli io del giuoco aveano in mano, parendomi poco la falsità delle carte. NANNA. Per duo ducati feci intendere a uno come il suo nimico veniva due ore inanzi dì solo solo a corcarsi meco: che appostato da lui, fu tagliato a pezzi. ANTONIA. Un pizzico di vespa. Ma dimmi, perché ci veniva due ore inanzi dì? NANNA. Perché in quella ora si partiva da me uno altro che non ci poteva restar più. Ma tu ti credi forse che si bene dormiva uno amoroso, che fosse solo a fregarmela, ah? Io mi levai mille volte da lato al mercatante, fingendo scorrenza di corpo o di stomaco, e giva a contentare questo e quello nascoso per casa e la state, incolpando il caldo, gli usciva da canto in camiscia e passeggiato per la sala un poco, mi appoggiava in su la finestra parlando con la luna con le stelle e col cielo: onde me ne toglieva talvolta due così dietrovia per uno spasso. ANTONIA. Tutto è perduto quello che si lascia. NANNA. Non c'è dubbio. Or béccati questa: avendo io stangheggiato un dieci o dodeci amici che non potevano più darmi tanto gli aveva scolati deliberai smugnergli a fatto. ANTONIA. Con che sottigliezza? NANNA. Io dava le mele e il finocchio a uno speziale e a un medico dei quali mi poteva fidare; e però gli dissi: «Io voglio fingermi ammalata acciò che i miei belli-in-casa mi guarischino: e voi medico posta che mi sarò in letto, fatemi spacciata e ordinate medicine di valuta, tu spiziale le scrive al libro, e mandami in cambio d'esse quello che ti pare» ANTONIA. Io ti afferro: tu con tal via grappasti tutti i denari che dai tuoi amanti si davano al medico e allo speziale, che poi te gli rendevano. NANNA. Tu hai del buono negli intendimenti. Fu cosa da smascellare quando, cenando con essi, fingo una ambastia: e caduta su la tavola, mia madre (che sapea la malizia) spaurita mi sfibbia; e portatami in sul letto aiutata da loro, mi piangeva per morta. Io risentita caccio un sospiro e dico: «Oimè, il core». A cotal voce tutti gridaro: «Non è niente, son fumosità che vengano dal cerebro»; e io, con un «Mi sento bene io come sto» ricaggio in angoscia. Per la qual cosa duo di loro volaro per il medico: che venuto e presomi il braccio con duo dita, pareva un che toccasse i tasti del manico del liuto, e destatami con i suoi aceti rosati, disse: «Il polso è ito via». E uscito della camera, parte dei miei crede-il-tutto consolavano mia madre che si volea gittar via, e parte stavano intorno al medico che scriveva la ricetta per mandarla alla speziaria: che, finita di scriver, la portò un di loro in persona, e in cambio d'essa venne con le mani impacciate di cartocci e di ampolle. E ordinato il medico quello che si dovesse fare, se ne partì; e mia madre durò con gran fatica a mandargli a casa, perché volevano sanza spogliarsi vegghiarmi. E venuta la mattina, fur tutti da me; e ritornato il medico, inteso che la notte era stata per passare, ordinò che trovasseno .XXV. ducati veneziani per far non so che stillamenti, onde un corrivo, non dando cura che scemassero per bollire, gli diede a mia madre che gli mise in còrbona: e poté gracchiare il goffo, che non gli riebbe mai più. Insomma, fra le medicine di riobarbaro, i siroppi, le pittime, i cristei, i manuscristi, i giulebbi, le onzioni, il pagamento del medico e le legne e le candele, mi vennero nelle mani una borsa piena di scudi. ANTONIA. Non ti disfacevi tu a stare in letto sendo sana? NANNA. Mi ci sarei disfatta se ci fusse stata sola: il medico mi stropicciava le spalle una notte, e lo speziale mi faceva le fregaggioni un'altra. E al guarir mio i capponi volavano pelati pelati e i vini gentili: non ci rimanendo canova di prelato niuno che non fusse sverginata per me. ANTONIA. Ah! ah! ah! NANNA. Il mercatante che ti ho detto, sanza dirmelo mi diceva la gran volontà che aveva di un figliuolo: onde io, presa una certa commodità, mi faccio trista trista, e mattina e sera mi storceva e mi dimenava; e mangiando, dei tre bocconi ne sputava quattro, dicendo: «Che cose amare son queste?» e ciò detto stava per recere. Il buon da poco, confortandomi, diceva: «Oh Dio volesse...», e qui si taceva. Io che mangiava da zappatore quando egli non ci era, tuttavia in sua presenza, perdendo più il gusto, venni a non assaggiarne boccone, e alla fine fingendo capogirgli, doglie di corpo, mal di madre, ardori di reni, e dolendomi che 'l mio tempo non venisse a tempo, discopro per via di mia madre che sono gravida: e cotal cosa confermò il medico mio segretario. Onde il caca-stracci, pieno di letizia, si dà al farsi dei compari, a ingabbiare capponi, a fornirsi di pezze, di fasce e di balia; né ci appariva uno uccelletto, né un frutto primaticcio, né un fiore che non carpisse suso per me acciò non la facessi segnata; e non sopportando che mi mettessi le mani alla bocca, mi imbeccava con le sue, sostenendomi nel rizzare e nel pormi a sedere. Ed era da ridere quando piangeva udendomi dire: «Se muoio in parto, ti raccomando il nostro figliuolo». E feci testamento, nel quale lo lasciava erede del mio morendo; onde egli, per tutto mostrandolo, diceva a ciascuno: «Leggete qui, leggete qua, e poi mi dite se io ho ragione di adorarla». E intertenutolo con tal ciancia un tempo, un dì mi lascio cadere alla sbardellata; e fingendo di essermi sconcia, gli faccio portare in un catino di acqua tiepida una figurina di carne di agnellino non nata che averesti detto che fosse una sconciatura: che quando la vide, cadendogli giù le lagrime, ne fece un lamento grande; e raddoppiava i gridi nel dirgli mia madre che era maschio e che gli simigliava. E spese non so quanti scudi in farlo sotterrare; e lo facemmo vestir di nero, disperandosi del battesimo che non aveva avuto. ANTONIA. Chi fu il padre della Pippa? NANNA. Fu un marchese in quanto a Dio; in quanto al mondo, egli non si vuol dire: sì che ragioniamo d'altro. NANNA. Mi venne fantasia di trempellare il liuto, non perché ne avessi voglia, ma per parere di dilettarmi delle virtù: ed è certo che sono lacciuoli che si tendono agli sciocchi le virtù che imparano le puttane; e costano più care che i finocchietti, le ulive e le gelatine che danno gli osti. Puttana che vada in su le canzoni e in sul cantare al libro, vattici scalza. ANTONIA. Ogni cosa è con inganno al mondo. NANNA. Sopra tutte le altre ebbi maniera in farmisi affare ogni frascheria, tirando lo aiuolo a una chiosa (disse Margutte), né dormì mai niuno meco che non ci lasciasse del pelo. Né ti credere che camiscia, né scuffia, né scarpe, né cappello, né spada, né bagattella niuna che mi rimanesse in casa si vedesse mai più: perché ogni cosa è robba, e perciò ogni cosa fa robba, e acquaiuoli, vende-legne, vende-olio, quegli dagli specchi, que |