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| Pietro Aretino Dialogo nel quale la Nanna insegna a la Pippa IntraText CT - Lettura del testo |
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In questa terza e ultima giornata del dialogo di messer Pietro Aretino la comare espone a la balia presente la Nanna e la Pippa il modo per ruffianare.
COMARE. La ruffiana e la puttana, Balia cara, sono non pur sirocchie, ma nate a un corpo: e madonna Lussuria gli è madre, e messer Bordello padre. Così dicano le croniche, ma io credo che la ruffianaria sia figliuola de la puttanaria, o vero che la puttanaria sia uscita del ventre a la ruffianaria. BALIA. A che fine mi entri tu in cotal disputa? COMARE. Per la coscia che possa rompere chi ci ha tolto la man ritta: perché egli è forza che la ruffiana partorisse la puttana; e tientelo per certo che così è: e s'è così, non doveria patirsi che ogni puttanuzza fecciosa ci sedesse di sopra ne le feste. COMARE. Mi stupisco pensando che Salamone non beccasse di così fatte sottigliezze. Or lasciamo andare, e contentiamoci de la nostra arte, la quale ti farà rinascere nel raccontartela io, e a tempo e a luogo ti farò vedere come la puttana ci rende il nostro onore non se ne avvedendo: e fino ai signori lo confessano con il metterci, quando ci favellano in segreto, a destram patribus. Attendimi pure, e poi mi parla. BALIA. Eccomi in attenzione. COMARE. Balia, io son più che certa di quel che la Nanna qui può avere insegnato a la Pippa, e so che il puttanare non è traffico da ognuno; e perciò il viver suo è come un giuoco de la ventura, che per una che ne venga benefiziata, ce ne son mille de le bianche. Nientedimeno il ruffianare è di più acutezza. Non nego che il diseperarsi da sieme non sia uno di quelli impacci che hanno le mani mentre, nel volersi lavare da se stesse, si danno l'acqua da lor medesime: ma la ruffiana pesca più a fondo de la puttana; e non ci si torca il muso, che tanto è. COMARE. Guarda a una ruffiana riputata bontà de le sue vertù e vedrai un medico dei più famosi del mondo: stammi pure a udire, se vuoi che io ti imbocchi la mia sapienzia. Ecco là un medico savio ne lo andare, saputo ne lo stare: parla per lettera, scrive per ricette e fa ogni cosa per punti di seste; onde la brigata corre a lui come corre a me la gente, la quale mi conosce per astuta, per sufficiente e per maestra. Un medico va con scigurtà per tutte le case, e una ruffiana che ci sa essere fa il simigliante; un medico conosce le complessioni, i polsi, i difetti, e collere e le malatie di questo e di quello: e la ruffiana i fernetichi, gli umori, le nature e le magagne di chi si voglia; il medico ripara al mal del fegato, del polmone, del petto e del fianco: e la ruffiana al mal de la gelosia, del martello, de la rabbia e del core de le donne e degli uomini. Il medico conforta, e la ruffiana consola il medico sana, e la ruffiana con il menar l'amica a letto fa il medesimo. La cera lieta del medico rallegra lo ammalato, e la faccia balda de la ruffiana ravviva lo amante e tanto più merita la ruffiana del medico, quanto son più pazzi e più indiavolati i mali d'amore che quelli del madrone. Il medico tocca tuttavia denar nuovi, e la ruffiana ancora, e buon per chi si ammala, se il medico vedesse ne la orina quel che vede la ruffiana nel viso di coloro che vengano a lei per aiuto e per consiglio. E sì come il medico vuole essere motteggero, parlante e pieno di facezie, così la ruffiana non vale se non ha sempre in punto cento novellette. Il medico sa promettere di sanare chi si more de l'altro dì, e la ruffiana pone in isperanza colui il qual s'impicca. COMARE. Il medico ha di più sorte robe: e queste porta le pasque quelle i di santi, altre i giorni solenni e altre le domeniche, e la ruffiana muta abito secondo non i tempi, ma secondo le persone con le quali si abocca per condurle a chi le spetta. Caso che io vada a parlare a una gentildonna o a una cortigiana ricca, mi vesto da poverina, per muoverla prima a compassione de la miseria mia e poi d'altrui, a le basse di condizione e di robba comparisco inanzi addobbata in su le forge, e ciò faccio per dar credito a me e speranza a loro. COMARE. Speranza di arricchirsi, parendole io ricca, con i partiti che io gli pongo in mano. COMARE. E per tornare a dirti, il medico ha in camera polvere acque, lattovari, erbe, radici bossoletti, scatolini, lambicchi, campane, caldaie e simili ciabattarie; e la ruffiana non pure ha di cotali bazzicature, ma fino agli spiriti costretti da la bugia che le fa giurare di averlo in una verghetta. Il medico, con le sue medicine, cava il tristo e il buono di corpo a lo infermo e la ruffiana, con le sue salle-fare, cava de le scarselle i ducati e i piccioli. Il medico vuole esser di mezza età per esser creduto e la ruffiana di mezzo tempo perché se le dia fede. Ma usciamo al discoperto, e veniamo a lo introibo; e mentre ti discorro gli andamenti ruffianeschi, carpiscigli su: e impara, dai modi che io ho tenuti, i modi che tu hai a tenere. COMARE. Fra l'altre che io ne ho fatte e farò (pur sanità), te ne vo' dir una de le fini. Io che ho sempre avuto in costume di fiutar venticinque chiese per mattina, rubando qui un brindello di vangelo, ivi uno schiantolo di orate fratres, là un gocciolo di santus santus, in quel luogo un pochetto di non sum dignus, e altrove un bocconcino di erat verbum, e squadrando sempre questo e quella, e quello e questa, appostol un bel pezzo di polito uomo: una di quelle persone le quali prima lascerebbono il mangiare e il dormire che alcune feste senza vigilia, come saria a dire San Giuseppe, San Girolamo, San Giobbe e San Giovanni Boccadoro. Costui era di .XXXVI. anni o de la via, vestito bene e onestamente; e per quello che io ritraeva da lo onore fattogli da le brigate, era dotto dotto; aveva una barba lunga, nera e lucente come uno specchio. Né ti credere che egli gittasse via le sue parole, né i suoi sguardi: anzi, arrecatosi a canto a l'acqua santa, coi cenni del capo rispondeva ai saluti, e con alcuni sorridimenti savi; e guardando le belle, il faceva con un modo che non se ne accorgeva quasi veruno: e quando costei o colei intigneva la punta del dito ne la pila spruzzandosela nel viso, lodava la mano de la donna con certa maniera che la faceva passar oltre ghignando e porsi in luogo da poter vederlo ne l'aspetto. Alcune volte si fermava in un piè, e con atto sodo e gentile ricoglieva i suoi ciglioni ne la sua frontona matura; e stato così un credo, rasserenava l'aria de la sua faccia con una grazia, Balia, che imbertonava fino a lo spargolo de l'acqua benedetta. COMARE. A costui deliberò farne una la tua Comarina: e gliene fece come io ti diraggio, suora. Egli non usciva mai di chiesa se non la vedeva spazzata d'ogni feminuccia che vi fosse: e in San Salvadore era lo sforzo del suo stare. Onde io lo affronto una mattina che egli aveva fatto un grande uccellare a non so chi e affrontandolo fingo di coglierlo in cambio, e con boce bassa e con volto lieto gli dico: «La Signoria vostra non si parti, perché ho pur fatto tanto che quella la vedrà e vorebbe bene essere altri che voi a mettermi a così strani pericoli». Il valente uomo sentendomi dir così credendosi al tutto che io l'avessi fallito, come pratico non si guasta, anzi con bocca ridente mi risponde: «Voi non fate piacere a persona ingrata». Intanto il suo core comincia a salticchiarli in seno, e quel tremare per la dolcezza del piacer che si spetta di godere, già gli impaccia la lingua, e il colore de la faccia tornatagli in un tratto bianca e rossa. In questo io trotto a l'uscio, e affigendo il guardo in suso, veggo comparire un puttaninuzzo da venti soldi il quale, secondo la mia commessione, veniva a la chiesa. COMARE. Come io lo raffiguro, accenno il messere, e gli dico con mano «Eccola»; ed egli si abellisce la barba con le fregagioni de la palma, e pavoneggiandosi tutto, acconcia la persona in su le gambe e spurgasi; e io ne lo appressarsi la ninfa a la porta gli raddoppio i cenni; e nel suo entrare in santo, gliene mostro con uno alzar di capo, e mi ritiro drento, appunto quando ella si lascia cadere il guanto: e nel voler ricoglierlo, finge una bella disavvertenza. COMARE. Ella nel pigliare il guanto prese anco la veste da basso e scoprì tanto di gambettina che il falcone senza cappello le vidde la calza turchina e la pianelletta di velluto nero: di modo che la pulitezza de l'una e de l'altra lo fecero sospirar di lussuria. Ma ecco che ella si inginocchia sopra la predella de l'altar grande, e io mi movo; e mirandomi tuttavia intorno e facendo vista di non volere esser veduta, mi accosto a lo amico, e dico pian pian piano: «Venite a darle due occhiate con destrezza intanto la sua fante farà la guardia a la porta». BALIA. Ah! ah! COMARE. Il gentiluomo mi ubidisce; e tosto che si ebbe rassettato i vestimenti in sul dosso, spiegò uno andar nuovo, il qual dava tre passi al ducato, due sputi al giulio e uno sguardo al quattrino; e dipignendosi il viso, gli occhi, le gote e la bocca de la vaghezza dei sogghigni e dei sorrisi, nel passare inanzi a lei, per poterla veder meglio si fermò alquanto: ma con una galantaria che non parse per conto di vagheggiamento; e l'amica, copertasi col ventaglio solamente la guancia manca, consentì che egli le guardasse il resto a suo piacere. E così, andato due o tre volte in su e in giù, furò con gli occhi una particella de le sue non troppo belle bellezze; e io, recatami doppo una colonna lo chiamo col cenno, e venuto a me gli dico: «Be', che ve ne pare?»; rispose egli: «Me ne pare veramente bene, ma io non la posso né ho potuta mai vedere a mio modo»; «Orsù» gli spiano io, «io voglio che vostra Signoria la vegga, e forse tocchi, da buon senno; ed escane ciò che uscir ne vuole, che, purché vi contenti, mi basta: il suo marito è andato a la Magliana, e non tornarà fino a vespro, e perciò venitici drieto bellamente; ma avvertite che non sto più a la casa di prima, e ieri mutai massarizia: e ne lo entrare dove noi entriamo fate che non se ne accorga veruno». Balia, a la fede bona che il gratia agamus appena mi arìa saputo ringraziare come ringraziò egli il mio dire «venitimi drieto»; e udendo quel «fate che a lo entrarmi in casa non siate veduto», dimenò il capo quasi dicesse: «Che, bisogna dir ciò a un par mio?». BALIA. Io veggo lui, veggo te, veggo lei e la fante sua con tutti gli andamenti. COMARE. Ora io esco di chiesa, e accennata madonna cattiva pessima, mi risponde col diguazzar de la testa che non vuol venire: onde io vado a lei e con le mani in croce, e col viso al cielo e col collo torto, faccio le viste di scongiurarla e di pregarla che venga; e si dee credere che il corrivo rinegasse la cresima in quel suo scontorcersi, e che il core gli morisse nel corpo come a uno al qual cade di mano una gioia che si pò rompere. Ma riebbe il fiato nel modo che lo rià colui che, destatosi, trova bugiardo il suo sognar di capitar male, nel vederci avviare inverso casa mia; e tenendoci drieto, era cosa da ridere a vederlo porre le punte dei piedi ne l'orme le quali pensava che avessino fatte le pianelle di madonna stucca-al-primo. COMARE. Noi siamo già a casa: io apro l'uscio, e ne lo entrarvi guardo le finestre dei vicini acciò che non ci veggano, e tutta paurosa ne la apparenza, ma tutta animosa nel fregargliene, sto doppo la porta; e tiratolo drento, sospiro, tremo e mi ristringo in me stessa, con dire: «Guai a me se si sapesse, almen fossi confessata per i casi che potessero intervenire»; «Appunto» dice colui il qual si credeva sballar seta spagnuola e poi vantarsene con tutto il mondo, «non ci è pericolo: e quando ben ci fosse, chi credete voi che io sia?»; «E nol so io?», rispondo io; «E perciò state allegra». Tu vai cercando: egli si condusse ne la mia camera seco, e olà la intentazione de la carne gli spuntava fuor de la brachetta: onde le mani prosuntuose più che quelle dei preti e dei frati, volevano far le ricercatine non pure nel petto, ma sub ombra alarum tuarum (diceva la insegna de la speziaria del Ponzetta, stitica, medicastra e tisica memoria). In questo io, che stava a la vedetta come una spia di quelle che son cagione di far tòrre, per via de la contumazia, una stomana di tinello al povero servidore, entro drento, e ne lo entrare affiso gli occhi ne la faccia del galante signore, e allargando le braccia levo le palme in alto e grido pian pianino: «Oimè, disfatta a me, trista a me, sciagurata me; io sono spacciata, io son morta, io sono in conquasso». Se tu hai a le volte posto mente a la gatta quando, ne lo stender la zampa per grappar qualcosa, le giugne sopra col «gatti, gatti» una bastonatina ancora, onde ella, spiccato un saltetto, si rannicchia sotto il letto, vedi lui tutto sospeso in se stesso per non intendere la cagione del mio lamento. E io: «Adunque vostra Signoria, a me che l'ho colta in iscambio, ha usato questo termine? deesi far così a una femina? di grazia, andate dove vi piace e, andandovene, promette<te>mi di non aprir bocca, perché, perché...», e volendo dire «sareste la mia disfazione», fingo di nol poter dire bontà del pianto che io seppi farmi scoppiar dagli occhi. BALIA. Tristo a chi non ne sa. COMARE. Tosto che egli intese il perché io mi disperava, alzò la sua cerona ridentemente dicendomi: «Orsù, io non son quello, ma da più di mille pari suoi; e ho il modo a spendere e a spandere quanto uomo che sia; e non son trombetta del disonor di niuna, anzi più secreto che i luoghi i quali nascondono i tesori: e perciò, madonna mia, non vi tormentate per la ventura che vi è corsa a dosso; e quando saperete la qualità mia, benedirete il vostro scambiarmi da chi si sia». Io a cotal conforto mi riscuoto un poco, e acquetati tutti i conturbamenti, dico: «La cera vostra dimostra anche più che non dite, e ogni cosa per il meglio; è ben vero che il grande uomo, dico grande grande, al quale l'aveva promessa uno anno fa, le portava un bel presente». BALIA Tu lo toccasti nel bel presente per farlo uscire, eh? COMARE. Se ne avvederieno le tope cieche. Orbene: egli, doppo il promettermi Montemari e la sua croce, si avventò a la mucciaccia (disse don Diego), e io, tirato l'uscio a me, ficco il lume d'uno occhio ai fessi: e veggo balenare le lingue come le spade di filo di coloro che schermiscano per giuoco; e vistole ora in bocca a lui, ora in bocca a lei, masticava non altrimenti che se quella d'un mio bertone fosse stata ne la mia, o veramente la mia ne la sua; e nel vederle alzare i panni trassi un sospiro di quelli del sacco. Ma era pur dolce, era pur bello a vederla chiappeggiare e cosceggiare da la mano morbida de la sua Signoria: oh che soavi paroline gli sdrucciolavano fuora de la sua sapienzia! Intanto fra Bernardo picchia la porta del convento, la quale senza molto tempestarla col battitoio gli fu aperta: onde egli entrò drento urtando con la testa per ogni cantone e sfuriando da balordo; mentre la ben contenta, stralunando gli occhi, soffiando e menando, faceva smusicar la lettiera. Eccogli fermi, ecco che han fatto. BALIA. Non dici tu che ella è carne d'Isdraù, che chi ne mangia una volta non ne vuol più? COMARE. Io ti ho detto che ella era robba da quattro soldi, ma gli parve bona bontà del mio averla a menare ad altri, e che io non dico bugia il testimoniano tre ducati di papa Nicola, muffati e rugginosi di quel verde che s'impone ne l'oro incassato dagli avaroni, i quali le ficcò in pugno con dirle: «Doman da sera vo' che dormiamo insieme»; e ci dormiva se il diavolo non ci si metteva di mezzo. COMARE. Partito che egli fu di casa mia, trovò un suo amico il qual gli disse: «Donde domine venite voi? E chi vi averia mai creduto incontrar qui? Certo certo la Comare ruffa vi dee aver messo in sui salti». Altro non accade, Balia: egli fu informato del fatto mio di sorte che, come savio dandosi a ridere, confessò con che laccio io l'aveva preso a la trappola. BALIA. Ah! ah! ah! COMARE. Grande animo, anzi grandissimo, bisogna che abbia una ruffiana: eccone una ragione militaria. Se l'uomo burlato da me fosse stato un di quelli «puttana nostra vostra», io toccava de le stacci-queta, e il rendere i ducati indrieto era la minore: e perciò è forza di armarsi di una lingua che tagli, d'un core che si arrischi, d'una prosunzione che penetri, d'una faccia sfacciata, d'un passo che non si stracchi, d'una pacienzia che sopporti, d'una menzogna ostinata, d'un sì zoppo e d'un no da quattro piedi. Il ruffianare, oh! oh! oh! non si dubiti del suo sapere, perché terrebbe a scuola i maestri degli studianti; e non è ciancia che ne la scuola de la ruffiania si sono addottorate le sibille, le fate, le streghe, le fantasime, le negramantesse e le poetesse. COMARE. Lo ingegno de le ruffiana si potria laureare, e canonizzare, e stampar per tutto; e ho letto la Bibbia, madonna sì che io l'ho letta, e non pure i Giudei, ma le sinagoghe loro hanno taciuto quando io gli ho fatto vedere che le ruffiane saccomannarono il cervello di Salamone: or pensa se missero l'unghie nei suoi denari. BALIA. Io ho pur visto dipinto in una sargia verde, anzi rossa, venuta da Fiorenza, come Salamone, nel far vista che si spartisse il figliuol vivo, comandò che se ne desse mezzo per uno: onde conobbe, bontà di colei che disse «Abbiaselo tutto», la madre del morto. COMARE. Salamone ci fece star salda una puttana, e non una ruffiana. BALIA. Puttane furono, tu hai ragione. COMARE. Bella industria è quella d'una ruffiana che, col farsi ognun compare e comare, ognun figliozzo e santolo, si ficca per ogni buco. Tutte le forge nuove di Mantova, di Ferrara e di Milano pigliano la sceda da la ruffiana: ella trova tutte l'usanze de le acconciature dei capi del mondo; ella, al dispetto de la natura, menda ogni difetto e di fiati e di denti e di ciglia e di pocce e di mani e di facce e di fuora e di drento e di drieto e dinanzi. Dimandale come sta il cielo, lo sa così bene come il Garico strologo; e lo abisso è tutto suo: e sa quante legne vanno a far bollire le caldaie dove si lessano le anime dei monsignori, e quanti carboni si lograno ad arostire quelle dei signori, no per altro che per esser messer Satanasso suo compare. La luna non iscema e non cresce mai senza saputa de la ruffiana, e il sole non si leva e non si colca senza licenzia de la ruffiana: e i battesimi, le cresime, le nozze, i parti, i mortori e le vedovanze sono al comando de la ruffiana: e non accade mai una di cotali cose che la ruffiana non ci abbia un poco di attacco. Con tutte le persone che passano per la via, la ruffiana si pone a cicalare: né ti parlo di quelli che salutano col capo, coi cenni, col gombito e con gli occhi. BALIA. Io la piglio pel verso, e so che vuoi che io sia tale. Segue pure. COMARE. S'intoppa un birro, gli dice «Da paladino ti portasti ieri nel pigliar quel ladro»; imbattendosi in un mariuolo, si gli accosta a l'orecchio con dirgli «Tagliale destramente», dà di petto in una monica, e le fa di capo dimandando de la badessa e dei digiuni che fanno. Ecco che vede una puttana, e fermatasi seco, la prima cosa le dà del «Voi sète più bella che mai» ne la testa. S'incontra uno oste, dicegli «Trattate bene i forestieri»; a uno spenditore, «Comprate buona carne»; a un sarto, «Non robbate il panno»; a un fornaio, «Non abbrusciate il pane»; a un fanciullo, «Tu sei fatto uno omicciuolo, impara bene»; a una bambina, «Tu vai a la maestra, eh? Or fatti insegnare il punto incrociato»; a quel de la scuola, «Date le palmate e i cavalli con discrezione, perché dove non son gli anni non ci pò essere intelletto»; a un converso, «Adunque voi dite la corona in cambio de lo uffizio: che, non sapete leggere?»; a un contadino, «Sarà uguanno buona ricolta?»; a un soldato, «Sì che Francia farà de le sue?». Ecco ella incontra un servidore, e dicegli «Il tuo salario corre; hai tu troppa fatiga?», e «Il tuo padrone è strano?». Eccola dimandar un chierico s'egli è a pìstola o a vangelo. Trova un furfante, e a un tratto gli fa squillare le sette allegrezze. Eccoti che dice a un fraticino «Non risponder sì forte a la messa» e «Non accendere il cero se non quando si leva il Signore, perché costano troppo». S'abocca con un vecchio dicendogli «Non mangiate aceto per amor de la tossa»; poi gli entra a dire «Ricordivisi quando...ah?». Vede un garzonetto, e dice «Dàlla qua, perché tua madre e io fummo carne e unghia; quanti basci e sculacciate che io ti ho date! due anni a la fila sei dormito ai miei piedi, e mi pare ne la tua faccia veder le sue fattezze sputate». Ora ella ha incontrato un giovane e dettogli «Io ho trovato una bella cosetta che se ne contentaria un conte»; appena scorge un romito, che ella gli dice sospirando «Iddio a voi ha tocco il core, e a noi le mondanità»; s'imbatte in una vedova, e si mette a piagner seco il marito che le morrì dieci anni fa; vede uno sbricco, e gli dice «Lascia andar le quistioncelle»; trova un frate, e domandagli se la quaresima viene alta l'anno seguente. BALIA. Ora sì che l'hai dette tutte. COMARE Credi tu che la ruffiana entri in cicalamento con tante brigate per piacere? Tu non ci sei: ella il fa per il comprendomine che cerca di avere con tutte le qualità degli uomini e de le donne, e per farsi conoscere da bosco e da riviera. E ti ho detto cosettine che la ruffiana fa di dì: a quelle di notte mo'. COMARE. La ruffiana la notte è come una nottola che non si ferma mai; e i gufi, i barbagianni, gli alocchi e le civette escano de le lor buche: così la ruffiana esce del suo nido, e scopa i monisteri, i conventi, le corti, i bordelli e ogni taverna; di qui cava una suora, di colà un frate, a colui mena una cortigiana, a costui una vedova, a questo una maritata e a quello una donzella; contenta i famigli con le fanti di messere, consola spenditori con la moglie del tale, incanta ferite, coglie erbe, scongiura spiriti, smascella morti, discalza impiccati, consacra carte, lega stelle, scioglie pianeti, e qualche volta tocca le sode bastonate. COMARE. È impossibile a poter contentar ognuno, e anche a farle tutte nette: ma pacienzia, disse il lupo a lo asino. Bisogna, sorellina, recarci a la forgia de le volpi, le quali le sanno non pur tutte tutte, ma più ancora: nientedimeno or son cacciate de le tane col fume, ora spellicciate ne le reti, e ora carpite con la bocca del sacco; e quante ce ne sono che lasciano mezza la pelle e parte de la coda e de le orecchie fra i denti al cane? Né resta perciò che esse non vadino per le case scopando i pollai. E sappi che, doppo il rassimigliare la ruffiana al medico, la simiglio anco a la volpe; ecco, la ruffiana non travaglia né vedova, né donzella, né maritata, né monica (de le puttane non parlo) in vicinato: e la volpe non becca pulcino de la sua contrada; e lo fa con inganno, perché saria appostata in un tratto. COMARE. La volpe, giunta fra i polli balordi, la prima cosa ammazza il gallo, acciò che il suo cò cò cò non desti le galline che dormano: e la ruffiana con le sue avvertenze taglia, mozza e stronca ogni scandolo che, trovata dal fratello, dal marito e dal padre a favellar con madonna Spantina, potesse roversciarsele in su le spalle. E perché la volpe si arrischia ad arrischiare il rischio dei suoi vizi, acciò che la ruffiana, con il suo essempio inanzi, si assicuri a fare de le prove, ti contarò una ribaldaria, bontà de la quale fece dare al diavolo e scoppiar de le risa insieme alcuni mulattieri. BALIA. Ah! ah! Io rido inanzi che tu la conti. COMARE. Io mi sento cader l'animo di fra le dita pensando come la felice beatitudine de la ruffiana ci sia robbata da le donne e da le madonne, dai seri e dai messeri, dai cortigiani e da le cortigiane, e dai confessori e da le moniche; e sappi Balia, che a questi tempi i tabacchini governano il mondo: essi son duchi essi son marchesi, essi sono conti ed essi son cavalieri, e mi farai dire re, papi, imperadori, gran Turchi, cardinali, vescovi, patriarchi, sofì e ogni cosa; e la riputazione nostra è andata a spasso, e non siamo più desse. Io mi ricordo quando la nostra arte era in fiore. BALIA. O non è ella in fiore, facendola le persone che tu conti? COMARE. Sì, per loro, ma non per noi; e ci è rimaso a dosso solamente la infamia del nome di ruffiana, e loro se ne vanno gonfiati di gradi, di favori e di entrate. E non ti credere che sieno le vertù quelle che ingrandiscano altrui in questa Roma porca e per tutto: ma la tabacchinaria si fa tener la staffa; si fa vestir di velluto, si fa empire la borsa e fassi sberrettare. E benché io sia una di quelle che hanno polso, legge la soprascritta de l'altre: e perciò governati come si dee. Tu hai buon principio, buona appariscenzia, galante maniera, una ciarlia viva, arguta, a tempo; il tuo «verbigrazia» in sommo, alcune cosette dolci nei motteggi; sei piena di motti, di proverbi, prosuntuosetta, doppia, spiatrice di quel che ognun fa; sai dar la quadra, negar da ladro; la bugia è il tuo occhio dritto, ti confai con ogni generazione, sei tenace del tuo, sai imbriacare a la botte d'altri e sfamarti a l'altrui tavola, e sai digiunar senza vigilia a casa tua: e tra queste tue vertù e quel poco o assai che torrai a le mie, ci potremo stare. BALIA. Ti piace di ben dire, e non travario sì che io non vegga come in me non è vertù veruna: ho bene speranza di farmi da qualcosa per grazia de le tue. COMARE. Tu la puoi avere. Ma dove eravam noi? BALIA. A la volpe dei mulattieri. COMARE. Ah! ah! la fu pur bella. Una volpa canuta, bianca e cattiva e maliziosa e trista più che non fu quella che disse al compare lupo, mentre il pecorone piombava giù ne la secchia cavando lei del pozzo, «Il mondo è fatto a scale, perciò chi scende e chi sale»... BALIA. La ce lo colse, vuoi tu altro? COMARE. ...una volpe de le volpi, avendo voglia di mangiare una scorpacciata di pesce, se ne andò al lago di Perugia con la maggior ladroncelleria che si imaginasse mai ladro; e stata così un pezzetto a pensare sopra un greppo, con la coda in pace, con quel suo muso aguzzo in fuora e con le orecchie tese, vede venire di pian passo una frotta di mulattieri, i quali chiacchiaravano (mentre i muli infilzati tutti a una fune rodevano una manciata di paglia postagli in quella baia che portano intorno a la bocca) de la carestia che era de le lasche e l'abondanza dei lucci, dando gran laude a non so che tinca, la quale avevano la mattina divorata col cavolo e col savore, ordinando anche di dar la stretta a una anguilla grossa tosto che scaricassero le some; e visti che monna volpe gli ebbe, fece un certo atto da ridere e gittossi là a traverso de la strada, propio propio come fosse morta; e nel sentire arrivarsi sopra, tenne il fiato come lo tiene uno che si tuffa sotto acqua: e distese le gambe e allargatele, non si moveva né più né meno che s'ella fosse passata. I muli che alquanto da lungi la viddero, si scansarono da lei avendo più sentimento che i mulattieri: che vistala, con quello «oh! oh! oh!» il quale esce di bocca a colui che vede scarpinare la lepre per un campo di grano alto una spanna, corsero in frotta a pigliarla per guadagnar la pelle, e perché la ciuffàr tutti in un tratto, volendola per sé e questo e quello, poco mancò che non si tagliassero a pezzi insieme, dicendo con boce mulattieresca «Io la viddi in prima» e «Io la ricolsi inanzi a te», e se non che un dei più vecchi ci riparò con tòrre una pietra nera e il resto bianche, e mettendole col diguazzarle un pezzo sottosopra drento un cappello, onde toccata la sorte a chi ella toccò si acquetàr gli altri, senza dubbio se ne davano parecchi. BALIA. Molte volte le ciance riescano a le spade e a le lanci. COMARE. Quello al quale per ventura venne la volpe, atastandola la senti calda; onde disse: «Per Dio, che ella è morta adesso adesso e di grassezza, secondo che io posso comprendere». E ciò detto, l'acconciò sopra le ceste d'un suo mulo, e ritornato a la compagnia, passata ognun la stizza, mossero il passo con i patti vecchi e con i modi usati, non senza commodità de la buona spesa de la volpe: la quale, non essendo veduta, si voltò pian piano e, tra la fame e la voglia che ella ne aveva, fece una buca nel pesce, de le maladette; e guastato lo avanzo de tutte due le ceste, spiccò un salto di quelli che sogliano spiccare saltando un fosso, avendo il buffe baffe biffe a le calcagne; e accorgendosene uno dei mulattieri, gridò «Oimè, la volpe»: e corsi ove fu posta quella giudicata per morta, non la vedendo, con iscorno di quel bravo che voleva combattere per lei, furono per far le risa di Morgante. BALIA. Margutte volesti dir tu. COMARE. Ma eccotene una mia, non meno astuta de l'astuzia volpina, che, senza averci veruna vecchia paura, mi riuscì. Un gentil gentiluomo, giovane di .XXIX. anni fino in .XXX., stava male malissimo d'una vedova bella e da bene, assai ricca e molto vertuosa, con la quale io aveva domestichezza via là, via loro; e sapendosi la fama del mio esser famosa ne la nostra arte, viene a me sconquassato, magro e di sorte malcontento, che non lo averia fatto far bocca di ridere uno di quei Todeschi vestiti da prelato, con la mitera in capo, suso una mula in illo tempore; e io che lo veggo e non lo veggo, lo conforto dicendogli: «Adunque vostra Signoria si lascia cincischiar da la disperazione; e che doveriano fare i disgraziati, quando un grazioso, un ricco in canna si avilisce?»; ed egli, non potendo rispondermi per la moresca che gli facevano intorno a le parole i sospiri, con guardare il cielo, con arotare i denti e con dirmi «Ei si sia», si consumava. In questo ecco una rondinella che volando mi caca in seno; e io a lui «Buono augurio, buono augurio»; ed egli alzando la testa, tutto riavuto mi dice: «E perché buono augurio?»; «Perché la rondine, che ha per costume di travagliar sempre, mi ha fatto segno che il vostro travaglio averà fine». BALIA. Che tu credi agli auguri? COMARE. Ai sogni sì che io do fede, ma se io penso agli auguri, che mi venga la moria: ma bisogna esercitargli per far che altri gli dia credito. Io non veggo mai cornacchia, né corbo, che non dia interpretazione a il lor aver volta la coda inverso il culo o no. Se cade una penna di uccello che vola o di gallo il qual canta, subito la grappo su e la ripongo per mille ribaldarie che io do ad intendere agli sciocchi che io so fare. Se si scortica becco o capra, io son ivi per portarmene il grasso. Se si sotterra alcuno, io gli straccio un poco di qualche sua cosa. Se si spicca impiccati, io gli rubacchio e capelli e peli. E con tali capestrerie scortico questo e quel menchione che per via di fatture vòle tutte le belle che ei vede; e ti insegnerò, spetta pure, lo incanto de le fave, e come si gittano, e l'orazione e ogni sua favola. BALIA. Tu me l'hai cavato di bocca. COMARE. Faccio anco professione di dar la ventura con altro garbo che non hanno i zingani nel guardarti la palma de la mano; e che ladri pronostichi che io faccio nel conoscere de le filosomie; e non si trova male che io non guarisca e con parole e con ricette, né si tosto mi dice altrui «Io ho il tal male» che io gli do ìl cotal rimedio: e santa Pollonia non ha tanti boti attaccati ai piedi, quante ho talvolta io richieste per il duol dei denti. E se tu hai mai visto la ciurma la quale spetta che il guattaro dei fratacci venga via con le caldaie di broda, vedi quella che la mattina a buona otta corteggia il mio uscio: e chi vuole che io parli a una la quale vidde due dì fa nel tal luogo, chi vuol che io gli porti una lettera, altra manda la fante per lo scorticatoio dal viso, altra vien in persona perché io le faccia una malia. Ma io entro nel pettine di sete, volendoti contare tutto quello al qual sono adoperata. BALIA. Io ne disgrazio Lanciano, Ricanati e quante fiere ha il mondo. COMARE. Io sono uscita del viottolo per entrare nel seminato: dico che ti cominciai a dire di colui che si attaccò a la speranza de lo schizzo de la rondine che mi cacò in seno. BALIA. Quel «cacare» ti disdice in bocca: e par che a questi tempi bisogni sputar manna, chi non vòl dare nei biasimi de le assorda-forni-e-mercati; ed è una strana cosa che non si possa dire cu', po' e ca'. COMARE. Cento volte ho pensato per che conto noi ci aviamo a vergognare di mentovare quello che la natura non s'è vergognata di fare. BALIA. E così ho pensato io, e più oltre ancora: e mi parria che fosse più onesto di mostrare il ca', la po' e il cu' che le mani, la bocca e i piedi. COMARE. Perché? BALIA. Perché il ca', la po' e il cu' non bestemmiano, non mordano e non isputano ne la faccia come fanno le bocche, né danno dei calci come danno i piedi, e non giurano il falso, non bastonano, non furano e non ammazzano come le mani. COMARE. Sempre si dee favellar con ogni sorte di gente, perché da tutti si impara qualcosa. Tu hai discorso, tu hai cervello, tu sei in una buona via, ed è fatto un gran torto a la po' e al ca' i quali mertano di essere adorati e portati al collo per gioielli e per pendenti, e ne le medaglie de le berrette: non tanto per la dolcezza che stillano, quanto per le lor virtù. Ecco un dipintore cercato da ognuno solo perché egli schimbicchera in tela o in tavola un bel giovane e una bella giovane, ed è pagato a peso d'oro per fargli di colori: ma essi le fanno vive di carne e si possano abbracciare, basciare e godere; oltra di questo, fanno gli imperadori, i re, i papi, i duchi, i marchesi, i conti, i baroni, i cardinali, i vescovi, i predicatori, i poeti, gli astrologhi, i bravi; e han fatto me e te, che importa più. Sì che un gran torto si fa non pure a mascarargli il nome, ma a non cantargli in sol fa. COMARE. A lo ammartellato mo'. Tosto che io lo ebbi messo suso con la cacatura de uccello, mi pigliò la mano, e chiudendomi il pugno mi ci pose un ducato: e io con quello «non bisogna, so' per fare altra cosa per vostra Signoria» che usano dire i medici e le ruffiane, le intasco; e voltatomigli con miglior fronte di prima, gli dico: «Vi prometto e giuro di farne ogni opra». Ma al mio «forse» e al mio «ma» egli si imbianca con dirmi: «Perché ci mettete voi il forse e il ma?»; «Perché» gli rispondo io, «la trama è dificilissima e pericolosissima»; e nol diceva per burla, e niuna ruffiana ce s'era mai arrischiata, perché aveva un suo fratello soldato che, con la barba e con la spada, averia fatto tremar la state e venir caldo al verno. Ed egli, vedendomi a la fine sfuggir la volontà sua, mi pianta un altro ducato in mano, e io, col «voi fate troppo», lo ripongo a lato al compagno e dico: «Non dubitate, che io ho pensato una malizia grande e utile; non l'ho pensata no, ma vo' pensarla istanotte e la trovarò certo. Sì che ditemi il suo nome, dove sta e di qual casato ella è». Egli mastica assenzio, e si storce, e non si assicura a dirmelo: pur se ne sforza e dicemelo. COMARE. Adagio, Balia: bisogna contar le cose nel modo che elle si vegghino. Nel sentire io chi era la diva, stringo i labbri, alzo le ciglia, increspo la fronte, e con un gran sospiro cavo i due ducati del tascoccio: gli guardo, gli maneggio, e fo vista di star fra due in rendergliene; ed egli che non gli rivorrebbe, suda. Intanto gli dico: «Signor mio, queste son cose da rovinarci sotto»; e: «Qualunche altra si fosse, in otto dì ve la colcava a canto». Hotti io a dire il vero? un ducatello, che mi rimescolò con i duo primi, mi dedero le mosse: e così gli promessi, e ordinai che passassi il dì avvenire da casa sua doppo vespro. COMARE. La fanciulla vedova era per maritarsi, e io il sapeva perché anche nel maritare teneva mano; e perciò tolgo una scatola piena di ricci propio simili ai suoi capegli, e vado subito a picchiarle a casa. E per dirti, io ci aveva qualche domestichezza e ben lo sapeva l'amico, ma finse di non saperlo per il finger che io feci di non ci aver pratica. E picchiando, volse la mia buona sorte che ella propio tirò la corda, credendo che io fossi una giudea per la quale sua madre aveva mandato acciò che le portasse appunto dei ricci. BALIA. L'uomo s'imbatte in un punto in quello che non è possibile a imbattersi in uno anno. COMARE. È vero. E messo il piè drento, ella con una allegrezza grande dice a sua madre: «Ventura ci viene, ecco la Comare»; in questo io salgo le scale, e alla madre che era comparsa in cima do mille saluti, e tocco la mano a la figliuola, e tutta affannata mi pongo a sedere riavendo appena il fiato; e stata un poco in riposo, apro la scatola e gli dico: «Madonne mie belle, non vi lasciate uscir di mano questi ricci, i quali arete per un pezzo di pane»; e accostandomi a l'orecchio de la vecchia, dico: «D'una marchegiana furono». In questo ecco non so chi che chiama la madre, e io rimango con lei, e si dee credere che io desse de le cacabaldole a la sua grazia, a la sua gentilezza e a la sua beltà: «Che occhi vivi, che gote fresche, che ciglia nere, che fronte grande, che labbra di rosato» le diceva io, soggiugnendo «che fiato, che petto, che mani», ed ella, dimenandosi tutta rideva. Ma ecco tornar madonna tutta sconturbata: e secondo intesi poi, del suo sturbamento fu cagione uno che venne a sconchiudere il parentado. Ma non mi guastò l'uccellare, perché la vedova mi disse: «Tornate domani, che gli voglio a ogni modo». E io torno, e per esser la madre in segreto con una che voleva rappiccare il matrimonio, ebbi tempo tre ore di starmi con lei, e mi diede merenda. Mi menò in camera dicendomi: «Lasciatemegli pure, che certo gli comprarà»: e io che non cercava altro, gli lascio; e facendosi ella con meco a la finestra dico: «Oh che bella veduta, che strada, Iddio, e forse che non ci passano de le persone a bellezza?»; e mentre ella con gala si stava guardando in qua e in là, io che ho visto lo appassionato mi metto in una risaiuola la più spalancata e la più sonante che si udissi mai, e rido rido rido, e quanto più rideva, più mi apparecchiava a ridere: di modo che la vedova, non sapendo di che, rideva anche ella; e ridendo mi diceva: «Di che ridete voi? Ditemelo, se mi volete bene»; e io rispondendole con «Ah! ah! ah!», la pongo in una voglia di saperlo che arìa fatto farla segnata a ogni donna che ne fosse stata pregna. COMARE. Ella pur prega, e io pur rido: e certo, Balia, che la fune la qual mi davano le dolcezze de le sue supplicazioni arìa mosso un di quei traditor ladroni che, stando in su la corda, non si movano per le amaritudini de le minacce del bargello e del governatore; e sì come dal ghiottonaccio non si ritrae se non pianti, così da me non si ritraeva se non risi. Ma io ho detto le bugie. COMARE. Non fu il dì doppo, il mio ridere, anzi il terzo: perché il secondo giorno che io ci ritornai, feci sì con bel modo che mostrai colui che, cotto da buon senno, logorava la via con lo spasseggiarci continuamente, senza avergli ella mai dato cura. Perché io le aveva messa la pulcia ne la orecchia non dormì mai la notte per il desiderio di sapere di che io rideva: e non lasciò menda che avesse in sé, pensando che per quella io ridessi; e togliendone il capo a sua madre, le fece non pur mandare ma venir per me: e bussommi l'uscio appunto nel raguagliare l'amante de la figliuola di ciò che io aveva fatto; e perché egli mi vidde con seco a la finestra, mi credette cinque o sei bugiette che io gli dissi in suo favore. BALIA. Al corrivo dàlli, dàlli! COMARE. Io che veggo sua madre, con una riverenzia ruffianesca le dico: «La vostra umanità svergogna la mia asinaria, la qual sopporta che una così fatta donna si degni venire a trovare la sua serva in questa casipula», ed ella che stava ammartellata de la figliuola rimasta vedova il primo anno, mi prega che subito venga a lei. Io che mi accorgo che il ridere a la sgangarata l'ha messa in succhio, rispondo: «Ecco, or ora sono a lei», e non vado altrimenti, acciò che ella più abbia voglia che io vada. BALIA. Non dicesti a l'amico del termine che tu usavi circa le risa? BALIA. E perché mo' cotali tuoi ridimenti? COMARE. Perché il mio ruffianare andassi a salvum me fac. Io tremava del fratello: il quale, rade volte, tornava a casa; aveva anco paura che la madre non ci pigliasse malizia; e dubitava che la vedovetta, ne lo entrarle nel suo onore, non mi cavasse gli occhi con le dita. E perciò usava l'arte che udirai. BALIA. Astuzia vince senno, e senno non vince astuzia. COMARE. Io andai, ivi a due dì, a trovar colei, infrascando in quel mezzo il suo guasto di foglie di speranza: dico di foglie più verdi che secche. E come le comparisco inanzi, ella mi dice: «Beata chi vi pò vedere», e io: «Figlia e padrona mia dolce, trista a chi ci nasce povera e sventurata; egli bisogna che io mi sputi in su le mani s'io vo' mangiare e bere e Iddio il sa quante volte io digiuno senza boto: ma salvisi pur l'anima, che del corpo non mi curo». La madre, mentre io le diceva mille bugie, era occupata intorno a le faccende del rassetto di casa, onde me ne vado a la finestra e ricomincio a ridere, e rido al solito ed ella corre a me e mi si gitta sopra le spalle, e con un braccio al collo mi bascia e poi mi dice: «Per certo che mi avete messo sospetto con le risa che faceste, e non ho mai dormito le notti passate per la fantasia che mi è entrata a dosso del saper perché così tanto ridere e guardar me e questa nostra contrada». BALIA. Che aggiramenti. COMARE. Ecco che passa colui nel dimandarmi che faceva, e io ritornata a le medesime risa, pareva che stessi per iscoppiarne, ed ella: «Deh, Comare, cavatemi d'affanno, non mi tenete più su la fune; deh, ditemi chi vi fa ridere»; io: «Madonna, non ve lo posso dire, non a la fede: che, se lo potessi dire, non me ne farei pregare, non se Iddio mi guardi». Hai tu mai visto un di questi poveri importuni e prosuntuosi più che il fastidio? |