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| Pietro Aretino Dialogo nel quale la Nanna insegna a la Pippa IntraText CT - Lettura del testo |
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Al nobilissimo Lionardo Parpaglioni lucchese Messer Francesco Coccio.
Io vorrei, gentil messer Lionardo, che voi e messer Agostin Ricchi, figliuoli in amore del divino uomo, avesse veduto il miracolo che, componendo la presente opra in un mese, a due e tre ore di studio per mattina, ha fatto: per vertù di quello ingegno, il quale ne ha partoriti cotanti degli altri, e in vostra presenzia e nel cospetto di qualunche, mentre scrive, viene a lui. Gran cosa e da non credersi, se ben si vede che un volume così lungo, così vivo e così nuovo nasca improviso prima che ne sia gravida la mente: e nascendo in un tratto, senza punto rivederne, mandarlo a le stampe forestieri, e più paro le mette insieme in .X. dì egli, che gli impressori in .XX., ed è sì veloce il suo fare, che, ritornandogli in mano, lo riconosce nel modo che si riconosce ciò che si sogna nel sentir ricordare o quella cosa propia o una altra simile. Ma chi sarà colui che, nel leggere cotali piacevolezze, non comprenda in loro quello che ce si desidera, non pure quello che ci dee essere? Oltra questo, chi considera le femine introdutte a parlare, vedrà nei vocaboli che elle usano, e ne lo scompigliare dei ragionamenti, il decoro del decoro: perché è tanta la felicità che a l'operare suo ha dato la natura, che non solo il replicar d'una materia, e il proporla e non seguitarla in tutto, che egli per correre e non rivedere la composizione ci ha fatto, ma gli è venuto a proposito fino a la trascuratezza de la impressione, la quale ha lacerate le sentenze col troncare via le parole intere e con interponerle al rovescio, discordando per più crudeltà il singulare dal plurale: non per altro che per esser proprio de le donne il cominciare e non finire, il dir due volte una ciancia, il ritornare con la favella indietro e il mescolare insieme la unione dei numeri. Onde egli è quel dipintore che avventò la spugna molle di colori ne la bocca al cavallo, il qual fece fare a la disavertenza del caso quella schiuma che non aveva saputo ritrare la diligenzia de l'arte. Ma poco stima messer Pietro la lode de le rime e de le prose con cui fugge l'ozio, perché son fumi da maestri di scola invecchiati in su i libri: il bel suo vanto è lo avere trionfato de l'alterezza dei prencipi, facendosi tributari coloro che son tributati dal mondo. E non per odio ha contrastato con l'altezza di questo e di quello, ma perché la vertù si glorificasse per mezzo suo come si è glorificata: e perciò tutti quelli che si godano del nome di vertuoso doverebbono rendergli grazie immortali, poiché la sua ardita bontà ha militato per il comun benefizio, non parlando per enigma né sotto i veli, anzi nel volto dei pontifici, degli imperadori, dei re e dei duchi: le Santità, le Maestà e l'Eccellenzie dei quali ormai si sono ravvedute, dando parte di ciò che debbeno a la vertù; e perciò esso gli celebra e adora. Ma veniamo a la maraviglia del suo dar di piglio a tanti subietti diversi, e come sia forte a pensare che d'un medesimo autore sieno le opre sacre e le lascive che di suo si leggano e leggeransi: perché tosto cominciarà e finirà un Trattato de la libertà e de la servitù, il quale ha promesso di fare al magnifico e dottissimo giovane messer Domenico Bolani, signor de la casa dove egli abita; ed esercitinsi cotali scritti per norma de la vita, perché giovano, e non nuocano, ai buoni costumi; e mentre vi mostra le malizie altrui, vi insegna a schifarle: che anco del tosco del fuoco e del ferro si trae costrutto salutifero, benché paiano e sieno sì fiera materia. Ora io lodo Iddio poiché mi pasco di lezioni fuora de le imitazioni trite, e d'un modo satirico non usato ancora; ed è un peccato che sua Signoria non abbia acumulato tanta moltitudine di gentilezze che egli ha composte: è ben vero che non son perdute, e che il duca di Mantova ne ha gran copia; ma il male sta che molti, i quali vogliano farsi credito, pongano il nome suo ne le sciocchezze loro. Pure Michelagnolo, il Sansavino e fra Sebastiano piombatore risplenderebbono fin ne le tenebre; e non vo' che mi si scordi il giudizio Aretino in aversi saputo eleggere una bella e nuova via: ecco il famoso pittore cerca di ritrare persone note, e non ignote, acciò che ognun possa discernere la perfezione del suo stile; e così egli ragiona di cose provate da tutti, onde tutti giudicano il merito suo, e senza stitichezza di parole. E se due donnicciuole toscane favellassino, non favellarebbeno altrimenti che si abbia favellato la Nanna, la Pippa, la Comare e la Balia: e se la sua patria, madre degli ingegni, se Arezzo, già capo di Toscana, fu inanzi a la città da cui si tolgono le leggi del parlare, perché non gli è lecito usare la lingua del paese? Come si sia, andate altero poiché il folgore di verità e di poesia fa ombra, con l'ali de la sua fama, a lo esser vostro; e verrà tosto il tempo che i guiderdoni aparecchiatigli dal Cielo e da la Fortuna vi felicitaranno, onde poterete vivergli gloriosamente apresso.
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