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Era proprio stabilito dal destino
che il Balli dovesse sempre intervenire a rendere più dolorosa la situazione di
Emilio in faccia ad Angiolina. Erano da lungo tempo d'accordo che l'amante di
Emilio avrebbe dovuto posare allo scultore. Per incominciare il lavoro mancava
solo che una buona volta Emilio si ricordasse d'avvisarne Angiolina.
Poiché era facile capire il
motivo di tanta smemoratezza, Stefano si propose di non parlarne più. Per il
momento gli sembrava di non poter fare altro, tranne la figura immaginata con
Angiolina e, solo per passare il tempo, compiacendosi unicamente di quell'idea,
impiantò i puntelli e li coperse d'argilla segnando la figura nuda. Avvolse il
tutto in stracci bagnati, e pensò: - Un lenzuolo mortuario. - Ogni giorno
guardava quel nudo, lo sognava vestito, lo ricopriva poi dei suoi stracci e lo
bagnava con cura.
I due amici non si spiegarono in
proposito. Tentando d'arrivare al suo scopo senza fare una domanda formale, una
sera il Balli disse ad Emilio: - Non so più lavorare. Dispererei, se non avessi
nella mente quella figura.
- Mi sono dimenticato di nuovo di
parlarne ad Angiolina, disse Emilio senza però curarsi di fingere la sorpresa
di chi s'accorge di un'involontaria mancanza. - Sai che fare? Quando la vedi,
parlagliene tu; vedrai come s'affretterà a compiacerti.
C'era tanta amarezza in
quest'ultima frase che al Balli fece compassione, e per allora non ne parlò
più. Egli stesso sapeva che il suo intervento fra i due amanti non era stato
molto felice e non voleva più ingerirsi nelle loro faccende. Non poteva
cacciarsi fra di loro come aveva fatto ingenuamente alcuni mesi prima per il
bene dell'amico, e la guarigione d'Emilio doveva essere opera del tempo. La sua
bella immagine sognata tanto, l'unica che per il momento avrebbe potuto
spingerlo al lavoro, veniva ammazzata dall'incurabile bestialità d'Emilio.
Tentò di compiere l'opera con un'altra
modella, ma dopo alcune sedute, disgustatosene, lasciò il lavoro in asso.
Veramente questi abbandoni bruschi d'idee vagheggiate a lungo s'erano
verificati spesso nella sua carriera. Questa volta, e nessuno avrebbe potuto
dire se a torto o a ragione, egli ne dava la colpa ad Emilio. Non v'era alcun
dubbio che se avesse avuta la modella sognata, avrebbe potuto riprendere con
tutta lena il lavoro fosse pure per distruggerlo qualche settimana dopo.
Si trattenne dal raccontare tutto
ciò all'amico e fu l'ultimo riguardo che gli usò. Non bisognava far capire ad
Emilio quanto importante fosse divenuta anche per lui Angiolina; sarebbe
equivalso ad inasprire la malattia del disgraziato. Chi avrebbe potuto far
capire ad Emilio che la fantasia dell'artista s'era fermata su quell'oggetto,
proprio perché in tanta purezza di linee ci aveva scoperta un'espressione
indefinibile, non creata da quelle linee, qualche cosa di volgare e di goffo,
che un Raffaello avrebbe soppresso e ch'egli tanto volentieri avrebbe copiato,
rilevato?
Quando camminavano insieme per le
vie egli non parlava del proprio desiderio, ma Emilio non aveva alcun vantaggio
del riguardo usatogli perché quel desiderio, che l'amico non osava esprimere,
gli pareva anche più grande di quanto fosse e ne era geloso, dolorosamente.
Oramai il Balli desiderava Angiolina quanto egli stesso. Come si sarebbe difeso
da un nemico simile?
Non poté difendersene! Aveva già
rivelato la propria gelosia, ma non voleva parlarne; sarebbe stato troppo
sciocco mostrarsi geloso del Balli dopo di aver sopportata la concorrenza
dell'ombrellaio. Questo pudore lo rese inerme. Un giorno Stefano andò a
prenderlo in ufficio, come faceva di spesso, per accompagnarlo a casa.
Camminavano lungo la riva del mare, quando videro avanzarsi verso di loro
Angiolina tutta illuminata dal sole meridiano che le giocava nei riccioli
biondi, e sulla faccia un po' contratta dallo sforzo di tener aperti gli occhi
in tanta luce. Così il Balli si trovava a faccia a faccia col suo capolavoro
ch'egli, dimenticando il contorno, vide in tutti i dettagli. Ella s'avanzava
con quel suo passo fermo che non toglieva niente della sua grazia alla figura
eretta. La gioventù incarnata e vestita si sarebbe mossa così alla luce del
sole
- Oh, senti! - esclamò Stefano
deciso. - Per una tua insulsa gelosia non impedirmi di fare un capolavoro. -
Angiolina rispose al loro saluto, come da qualche tempo usava, molto seria;
tutta la sua serietà si concentrava nel saluto e anche quella manifestazione di
serietà doveva esserle stata insegnata da poco. Il Balli s'era fermato e
aspettava un segno di consenso dall'altro. - Sia pure - disse Emilio,
macchinalmente, esitante e sempre sperando che Stefano s'accorgesse con quanto
dolore egli acconsentiva. Ma il Balli non vedeva altro che il suo modello il
quale stava sfuggendogli; lo rincorse subito non appena Emilio ebbe detto la
parola di consenso.
Così il Balli e Angiolina si
ritrovarono. Quando Emilio li raggiunse li trovò già perfettamente d'accordo.
Il Balli non aveva fatto complimenti e Angiolina, rossa dal piacere, aveva
subito chiesto quando dovesse venire. L'indomani alle nove. Ella assentì con
l'osservazione che, per fortuna, il giorno appresso non aveva da andare dai
Deluigi. - Sarò puntuale - promise congedandosi. Ella aveva l'abitudine di dire
molte parole, quelle che prima le venivano alle labbra, e non pensò che quella
promessa d'essere puntuale, poteva dispiacere ad Emilio perché con essa
contrapponeva gli appuntamenti col Balli a quelli con Emilio.
Commessa la colpa, il Balli tornò
col pensiero all'amico. Fu subito conscio di avergli fatto torto, e ne domandò
affettuosamente scusa ad Emilio: - Non potevo farne a meno, quantunque sapessi
di farti dispiacere. Io non voglio approfittare del fatto che tu fingi
indifferenza. So che soffri. Hai torto, torto, ma so che neppure io non ho
avuto ragione
Con un sorriso forzato Emilio
rispose: - Allora non ho proprio niente da dirti.
Il Balli trovò ch'Emilio era con
lui anche più duro di quanto egli sapesse di meritare: - Così per farmi scusare
da te non mi resta altro che avvertire Angiolina di non venire? Ebbene, se lo
desideri faccio anche questo.
La proposta non era da accettare
perché quella povera donna - Emilio la conosceva come se l'avesse fatta lui -
amava molto chi la respingeva ed egli non voleva le fossero date nuove ragioni
d'amare il Balli. - No - dichiarò più mitemente. - Lasciamo le cose come
stanno. Io m'affido in te, anzi - aggiunse ridendo - soltanto in te.
Con grande calore Stefano
assicurò che egli meritava quella fiducia. Promise, giurò che il giorno in cui
si fosse accorto d'aver dimenticata, nelle sedute con Angiolina, anche per un
solo istante, l'arte, avrebbe messa la fanciulla alla porta. Emilio ebbe la
debolezza di accettare la promessa, anzi di farsela ripetere.
Il giorno appresso il Balli venne
da Emilio a fargli il rapporto della prima seduta. Aveva lavorato da
indemoniato e non poteva lagnarsi d'Angiolina, la quale nella sua posa non
troppo comoda, aveva resistito quanto aveva potuto. Le mancava ancora di comprendere
la posa, ma il Balli non disperava di riuscirci. Era più innamorato che mai del
proprio concetto. Per otto o nove sedute non avrebbe avuto neppure il tempo di
scambiare una parola con Angiolina. - Quando avrò delle esitazioni per cui mi
toccherà arrestarmi, ti prometto che non si ciarlerà che di te; scommetto che
finirà coll'amarti di cuore
- Tutt'al più, e non sarà male,
parlandole di me l'annoierai tanto, che non amerà neppur te.
Per quei due giorni egli non poté
vedere Angiolina e perciò si trovò con lei soltanto il pomeriggio della
domenica, nello studio del Balli. Li trovò in pieno lavoro.
Lo studio non era altro che un
vasto magazzino Gli era stata lasciata tutta la ruvidezza della sua antica
destinazione perché il Balli non lo voleva elegante. Il pavimento lastricato
era rimasto sconnesso come quando ci venivano deposte le balle di merci;
soltanto nel mezzo, d'inverno, un grande tappeto salvava i piedi dello scultore
dal contatto del suolo. Le pareti erano rozzamente imbiancate e qua e là, su dei
sostegni, riposavano delle figurine di argilla o di gesso, non certo per
esservi ammirate, ché erano accatastate piuttosto che aggruppate. Le comodità
non v'erano però trascurate. La temperatura v'era resa mite da una stufa
piramidale. Una grande quantità di sedie e poltrone di varia forma e grandezza
toglievano allo studio, con le loro forme eleganti, il suo carattere di
magazzino. Erano differenti l'una dall'altra perché il Balli diceva di aver
sempre bisogno di riposare in conformità al sogno che gli occupava la mente.
Anzi trovava sempre che gli mancavano ancora delle forme di sedie di cui
sentiva talvolta d'aver bisogno. Angiolina posava su un trespolo munito di
soffici cuscini bianchi; in piedi, su una sedia accanto ad un altro trespolo
girevole, il Balli lavorava alla sua figura appena abbozzata.
Vedendo Emilio saltò giù per
salutarlo vivacemente. Anche Angiolina abbandonò la posa e sedette sui cuscini
candidi; pareva riposasse in un nido. Salutò Emilio con grande gentilezza. Da
tanto tempo non si vedevano. Lo trovava un po' pallido. Era forse indisposto?
Il Brentani non seppe esserle grato di tante manifestazioni d'affetto. Ella
voleva probabilmente dimostrargli gratitudine perché la lasciava tanto sola col
Balli.
Stefano s'era soffermato dinanzi
al proprio lavoro. - Ti piace? - Emilio guardò. Su una base informe poggiava
inginocchiata una figura quasi umana, le due spalle vestite, evidentemente
quelle di Angiolina nella forma e nell'atteggiamento. Fatta fino a quel punto
la figura aveva qualche cosa di tragico. Pareva fosse sepolta nell'argilla,
facesse degli sforzi immani per liberarsene. Anche la testa su cui qualche
colpo di pollice aveva incavate le tempie e lisciata la fronte, appariva come
un teschio coperto accuratamente di terra acciocché non gridasse. - Vedi come
la cosa sorge - disse lo scultore, gettando un'occhiata, una carezza su tutto
il lavoro. - L'idea c'è già tutta; è la forma che manca. - Ma l'idea non la
vedeva che lui. Qualche cosa di fine, quasi inafferrabile. Doveva sorgere da quell'argilla
una prece, la prece di una persona che per un istante crede e che forse non
avrebbe creduto mai più. Il Balli spiegò anche la forma che voleva. La base
sarebbe rimasta grezza e la figura sarebbe andata affinandosi in su fino ai
capelli, che dovevano essere disposti con la civetteria del parrucchiere più
modernamente raffinato. I capelli erano destinati a negare la preghiera che la
faccia avrebbe espressa.
Angiolina ritornò alla posa e il
Balli al lavoro. Per una mezz'ora ella posò con tutta coscienziosità,
figurandosi di pregare, come le aveva ordinato lo scultore, per avere
un'espressione di supplice nella faccia. A Stefano quell'espressione non
piaceva, e non visto che da Emilio, ebbe un gesto di esecrazione. Quella
beghina non sapeva pregare. Piuttosto che rivolgerli piamente, ella lanciava
con impertinenza gli occhi in alto. Civettava col Signor Iddio.
La stanchezza d'Angiolina
cominciò a tradirsi nel respiro affannoso. Il Balli non se ne accorgeva
affatto, essendo giunto a un punto importante del suo lavoro: piegava quella
povera testa sulla spalla destra, senza pietà. - Molto stanca? - chiese Emilio
ad Angiolina e, poiché il Balli non lo vedeva, le accarezzò e sorresse il
mento. Ella mosse le labbra per baciare quella mano, ma non mutò di posizione.
- Posso resistere ancora per un poco. - Oh, come era ammirabile, sacrificandosi
a quel modo per un'opera d'arte. Se egli fosse stato l'artista, avrebbe
considerato quel sacrificio come una prova d'amore.
Poco dopo, il Balli concesse un
breve riposo. Egli stesso non ne sentiva certo il bisogno e nel frattempo si
diede da fare intorno alla base. Nel suo lungo mantello di tela egli aveva un
aspetto sacerdotale. Angiolina, seduta accanto ad Emilio, guardava lo scultore
con malcontenuta ammirazione. Era un bell'uomo, con quella sua barba elegante,
brizzolata, ma dai riflessi d'oro; agile e forte saltava dal bilico e vi
risaliva senza che la statua si scuotesse, ed era la personificazione del
lavoro intelligente, in quella sua rude veste da cui sporgeva l'elegante
solino. Anche Emilio lo ammirava, soffrendone.
Si ritornò presto al lavoro. Lo
scultore schiacciò ancora un poco la testa, senza curarsi se così le faceva
perdere quel po' di forma che aveva avuta. Aggiunse dell'argilla da una parte,
ne tolse dall'altra. Si doveva supporre che copiasse, visto che guardava spesso
il modello, ma ad Emilio non parve che l'argilla riproducesse alcun tratto
della faccia d'Angiolina. Quando Stefano finì di lavorare, glielo disse, e lo
scultore gl'insegnò a guardare. Per il momento la somiglianza non esisteva, che
quando si guardava quella testa da un solo punto. Angiolina non si riconobbe e
le dispiacque anzi che il Balli credesse di aver ritratta la sua faccia in
quella cosa informe. Emilio vide quella somiglianza evidentissima. La faccia
pareva addormentata, immobilizzata da una fasciatura aderente, gli occhi, non
fatti, sembravano chiusi, ma si capiva che l'alito vitale stava per animare
quel loto.
Il Balli avvolse la figura con un
lenzuolo bagnato. Era soddisfatto del proprio lavoro, e ne era agitato.
Uscirono insieme. L'arte del
Balli era veramente l'unico punto di contatto fra i due amici; parlando
dell'idea dello scultore, si sentirono riavvicinati e, per quel pomeriggio, i
loro rapporti ebbero una dolcezza, quale non avevano avuta da gran tempo.
Perciò chi fra i tre si divertì meno fu Angiolina, la quale si sentiva quasi il
terzo incomodo. Il Balli, cui non piaceva di farsi vedere in quella compagnia
nelle vie ancora chiare, volle ch'ella li precedesse, ciò ch'ella fece, ritta
sdegnosamente, il nasino all'aria. Il Balli parlò sempre della statua, mentre
Emilio seguiva con gli occhi i movimenti della fanciulla. In tutte quelle ore
non ci fu posto per la gelosia. Il Balli sognava, e quando s'occupava
d'Angiolina, era solo per tenersela lontana senza scherzare e senza
maltrattarla.
Faceva freddo e lo scultore
propose di entrare in un'osteria a bere del vino caldo. Visto che nel locale
v'era molta gente e un acre sentore di cibo e di tabacco, decisero di restare
nel cortile. Dapprima Angiolina, spaventata dal freddo, protestava ma poi,
quando il Balli disse che la cosa era molto originale, ella s'avvolse nel
mantiglione e si divertì a vedersi ammirata dalla gente che usciva dalla stanza
calda e dal servitore che li serviva correndo. Il Balli non s'accorgeva del
freddo e guardava nel bicchiere come se ci avesse scoperta la propria idea;
Emilio era occupato a scaldare le mani che Angiolina gli abbandonava. Era la
prima volta ch'ella gli permettesse di accarezzarla in presenza del Balli ed
egli ne godeva intensamente. - Dolce creatura! - mormorò e giunse fino a
baciarla sulla guancia ch'ella premette contro le sue labbra.
Era una serata chiara, azzurra;
il vento sibilava sopra l'alta casa da cui essi ne erano difesi. Aiutati dalla
bevanda calda, aromatica, ch'essi ingoiarono in copia, resistettero per quasi
un'ora a quella rigida temperatura. Fu per Emilio un altro episodio
indimenticabile del suo amore. Quel cortile fosco, azzurro, e il loro gruppo ad
un'estremità del lungo tavolo di legno Angiolina abbandonata definitivamente a
lui dal Balli, e più che docile, amante.
Al ritorno il Balli raccontò che
quella sera doveva andare al veglione; ne era seccatissimo, ma ne aveva preso
impegno con un amico, un dottore in medicina, che per divertirsi al veglione
diceva d'aver bisogno della compagnia rispettabile di un uomo come lo scultore,
acciocché i suoi clienti scusassero più facilmente la sua presenza in quel
luogo.
Stefano avrebbe preferito di
coricarsi di buon'ora per ritornare il giorno appresso al lavoro con la mente
fresca. Gli venivano brividi al pensiero di dover passare tutte quelle ore in
mezzo al baccanale.
Angiolina chiese se egli avesse
il palco per tutta la stagione e volle poi sapere esattamente in quale
posizione. - Spero bene disse il Balli ridendo - che se ti mascheri mi verrai a
trovare
- Non sono mai stata ad un
veglione - assicurò Angiolina con grande vigore. Poi aggiunse, dopo averci
pensato come se avesse scoperto allora che c'erano dei veglioni: - Mi
piacerebbe tanto di andarci. - Fu stabilito subito, subito: sarebbero andati al
veglione che si dava la settimana ventura a scopo di beneficenza. Angiolina
spiccava dei salti dalla gioia, e parve tanto sincera che persino il Balli le
sorrise con affabilità, come a un bambino cui si è lieti di aver dato con
piccolo sforzo un grande piacere.
Allorché i due uomini rimasero
soli, Emilio riconobbe che la seduta non gli era dispiaciuta. Il Balli,
congedandosi, convertì in fiele la dolcezza goduta quel giorno, dicendogli: - Sei
stato contento di noi? Riconoscerai che ho fatto del mio meglio per
soddisfarti.
Egli doveva dunque l'affabilità
di Angiolina alle raccomandazioni del Balli, e ciò lo umiliò. Era una nuova,
forte ragione di gelosia. Si propose di far capire al Balli ch'egli non amava
di dover l'affetto di Angiolina all'ascendente altrui. Con quest'ultima, poi,
alla prima occasione, si sarebbe dimostrato meno grato di quelle manifestazioni
d'affetto che l'avevano beato poco prima. Era dunque chiaro perché si fosse
lasciata tanto docilmente accarezzare in presenza del Balli. Come era
sottomessa allo scultore! Per lui sapeva rinunziare alle sue affettazioni
d'onestà e a tutte quelle menzogne da cui Emilio non sapeva liberarsi. Col
Balli ella era tutt'altra. Col Balli che non la possedeva, ella si smascherava,
con lui no!
La mattina di buon'ora egli corse
da Angiolina, ansioso di vedere come sarebbe stato trattato quando Stefano non
c'era. Ottimamente! Ella stessa, dopo essersi accertata ch'era lui, gli aperse
la porta. Di mattina era più bella. Il riposo di una sola notte bastava a darle
l'aspetto sereno di vergine sana. La vestaglia bianca di lana, rigata di
turchino, un po' consunta, secondava docile le forme precise del suo corpo e le
lasciava nudo il bianco collo.
- Disturbo? - chiese lui, fosco,
trattenendosi dal baciarla per non togliersi la possibilità di trovare uno
sfogo nel litigio che meditava.
Ella neppure s'accorse di tutta
quella musoneria. Lo fece entrare nella sua stanza: - Vado a vestirmi perché
alle nove debbo trovarmi dalla signora Deluigi. Tu intanto leggi questa lettera
- e nervosamente levò una carta da un canestro - leggila attentamente e poi mi
consiglierai. - Si rattristò e le si empirono gli occhi di lagrime: - Vedrai
cosa avviene. A te racconterò tutto. Sei il solo che mi possa consigliare. Ho
raccontato tutto anche a mamma, ma essa, poveretta, non ha che gli occhi per
piangere. - Uscì, ma rientrò subito: - Bada per il caso che mamma venga qui e
ti parli, ch'ella sa tutto tranne che io mi sia data al Volpini. - Gli gettò un
bacio colla mano e se ne andò.
La lettera era del Volpini, una
formale lettera di congedo. Incominciava col dirle che egli s'era comportato
sempre onestamente, mentre ella - ora lo sapeva - l'aveva tradita fin dal
principio. Emilio si mise a leggere con maggior premura quella scrittura quasi
illeggibile, temendo di trovar motivato quell'abbandono col suo nome. In quella
lettera non si parlava di lui. Al Volpini era stato assicurato ch'ella non era
stata la fidanzata ma l'amante del Merighi. Egli non aveva voluto crederci, ma,
alcuni giorni prima, aveva risaputo con piena sicurezza ch'ella era stata a
parecchi veglioni in compagnia di vari zerbinotti. Seguivano poi delle grosse
frasi che, malamente connesse, davano l'impressione della perfetta sincerità
del buon uomo e facevano ridere solo per qualche parolona, che doveva essere
stata presa di peso da un vocabolario.
Entrò la vecchia Zarri. Le mani
al solito posto sotto al grembiale, s'appoggiò al letto e aspettò pazientemente
ch'egli avesse terminato di leggere quella lettera. - Cosa le sembra? - chiese
con la sua voce nasale. - Angiolina dice di no, ma a me sembra che la sia
finita col Volpini.
Emilio era stato meravigliato da
una sola delle asserzioni del Volpini. - E vero - chiese - che Angiolina sia
stata tanto spesso a veglioni? - Tutto il resto, ch'ella cioè fosse stata
l'amante del Merighi e di molti altri, era per lui assolutamente vero e gli
pareva anzi che per il fatto che un altro era stato ingannato come e meglio di
lui, egli dovesse risentirsi meno di quelle menzogne che gli erano apparse
sempre offensive. Ma la lettera apprendeva anche a lui qualche cosa di nuovo.
Ella sapeva fingere meglio di quanto egli avesse sospettato. Il giorno prima
ella aveva ingannato persino il Balli con l'espressione di gioia che aveva
avuto al pensiero di andare per la prima volta ad un veglione.
- Son tutte bugie - disse la
vecchia Zarri con la calma con cui si dice cosa che si suppone già creduta da
chi la ode. - Angiolina viene ogni sera a casa direttamente dal lavoro, e si
corica subito. La vedo io andare a letto. - L'abile vecchia! Ella certo non era
stata ingannata e non ammettava si credesse ch'ella ingannasse.
La madre uscì non appena entrò la
figlia. - Hai letto? - chiese Angiolina sedendoglisi accanto. - Che te ne
sembra?
Con tanto di muso, Emilio disse
rudemente che il Volpini aveva ragione, perché ad una promessa sposa non era
permesso di andare ai veglioni.
Angiolina protestò. Lei ai
veglioni? Non aveva visto la gioia ch'ella aveva provato la sera prima,
all'idea di andare ad un veglione, il primo in vita sua?
Citato in quel modo, l'argomento
perdeva ogni vigore. Quella gioia, ricordata come una prova, doveva esserle
costata una grande fatica se poi s'era impressa tanto bene nella memoria. Ella
portò anche molte altre prove: era stata con lui tutte le sere che non aveva
dovuto andare dalla Deluigi; non possedeva un solo straccio che potesse servire
a mascherarsi, ed anzi contava sul suo aiuto per provvedersi del necessario per
la mascherata che avevano progettata. Non convinse Emilio, ormai sicuro ch'ella
era stata tutto quel carnevale frequentatrice assidua dei veglioni, ma dalle
tante prove portate con un calore seducente, egli fu rabbonito. Ella non
s'offendeva dell'offesa fattale d'aver dubitato di lei. Ella s'attaccava a lui,
cercava di convincerlo e di commuoverlo, e il Balli non c'era!
Poi capì ch'ella aveva bisogno di
lui. Ella non voleva ancora lasciar libero il Volpini e, per tenerlo, contava
sui consigli d'Emilio, nel quale aveva l'enorme fiducia che hanno gli incolti
per i letterati. Quest'osservazione non tolse ad Emilio la soddisfazione per
l'affetto che gli era offerto, perché era sempre meglio che doverlo al Balli.
Volle anche meritarsi quelle espansioni e si mise a studiare con tutta serietà
la questione che gli era sottoposta.
Dovette subito accorgersi ch'ella
la comprendeva meglio di lui. Con grande accortezza ella osservò che per sapere
come si dovesse comportarsi, bisognava prima di tutto sapere se il Volpini
credesse nelle notizie ch'egli dava per sicure o se avesse scritta quella
lettera tentando con essa di appurare vaghe voci raccolte; e poi, l'aveva
scritta con la ferma intenzione di prendere congedo, oppure per minaccia e
pronto a cedere al primo passo che Angiolina avrebbe fatto verso di lui? Emilio
dovette rileggere quello scritto e gli fu forza ammettere che il Volpini
affastellava troppi argomenti per averne uno solo di assolutamente buono. Di
nomi non citava che quello del Merighi. - Quanto a questo so ben io come
rispondere, - disse Angiolina con grande ira. - Egli dovrà pur riconoscere
d'avermi posseduta per primo.
Messo su quella via, Emilio fece
un'osservazione che corroborò il modo di vedere di Angiolina. Nella chiusa
magniloquente, il Volpini dichiarava che la lasciava, prima di tutto perché lo
tradiva, e poi perché la trovava freddissima con lui e sentiva ch'ella non lo
amava. Era quello il momento di lagnarsi di un difetto, ch'era forse il solo di
carattere, se gli altri rimproveri avevano quella serietà che lo scrivente
aveva voluto far credere? Ella gli fu gratissima di quell'appunto che
confermava all'evidenza la giustezza della propria interpretazione e non
ricordò ch'era stata lei ad avviarlo a quella ricerca. Oh, ella non era una
letterata né ci teneva ad essere lodata. Si trovava nella lotta e impugnava con
la stessa energia ogni arme che le sembrasse efficace, senza curarsi di vedere
chi l'avesse costruita.
Ella non volle scrivere subito al
Volpini perché aveva da correre via essendo attesa dalla signora Deluigi; ma a
mezzodì si sarebbe trovata in casa e pregava Emilio di venirci anche lui. Lo
aspettava, e fino a quell'ora, tanto lui quanto lei dovevano pensare unicamente
a quell'oggetto. Anzi egli doveva portare con sé in ufficio quella lettera per
studiarla con comodità.
Uscirono insieme, ma ella lo
prevenne che si dovevano dividere prima d'entrare in città. Ella non aveva più
alcun dubbio che a Trieste vi fossero delle persone incaricate di spiarla per
conto del Volpini: - Infame! - esclamò con enfasi. - M'ha rovinata! - Odiava il
suo antico promesso, come se fosse stato veramente lui a rovinarla. - Ora
naturalmente, egli sarebbe lieto di liberarsi del suo impegno, ma avrà da fare
con me. - Confessò ch'ella l'odiava profondamente. Le faceva fastidio come una
sucida bestia. - Sei stato tu la colpa che mi sono data a lui - Vedendolo
sorpreso di quell'incolpazione, fatta per la prima volta con violenza, ella si
corresse: - Se non per tua colpa, certo per amor tuo.
Con queste dolci parole lo lasciò
ed egli restò convinto che l'incolpazione non era stata fatta per altro motivo
che per indurlo ad appoggiarla con tutte le forze in quella lotta ch'ella stava
per imprendere contro il Volpini.
Egli la seguì per un pezzo e
vedendola in mezzo alla via, offrirsi sfacciatamente con l'occhio ad ogni
passante, fu ripreso dalla sua malattia che dominò ogni altro suo sentimento.
Dimenticando la paura che ella s'aggrappasse a lui, egli ebbe una gioia intensa
dell'accaduto. L'abbandono del Volpini le faceva sentire bisogno di lui e a
mezzodì, per un'altra ora intera egli avrebbe potuto tenerla tutta per sé e
sentirla intimamente sua.
Nella città laboriosa, in cui a
quell'ora nessuno camminava per diporto, la figura di Angiolina, morbida e
colorita, con quel passo calmo e quell'occhio attento a tutt'altra cosa che
alla propria strada, attirava l'attenzione di tutti. Ed egli sentì che,
vedendola, si doveva immediatamente pensare all'alcova per cui ella era fatta.
Non uscì per tutta la mattina dall'eccitazione che aveva prodotta in lui
quell'immagine.
Si propose di far sentire a
mezzodì ad Angiolina il valore del proprio aiuto, e di fruire di tutti i
vantaggi che quella posizione eccezionale gli offriva. Fu ricevuto dalla
vecchia Zarri, che con grande gentilezza lo invitò ad accomodarsi in stanza
della figlia. Egli, stanco della salita che aveva fatta rapidamente, si assise,
sicuro di veder comparire Angiolina. - Non c'è ancora disse la vecchia
guardando verso il corridoio come se anche lei si fosse attesa di veder
capitare la figlia.
- Non c'è? - chiese Emilio
provando una delusione tanto dolorosa da indurlo persino a non credere alle
proprie orecchie.
- Non capisco perché ritardi -
continuò la vecchia, sempre guardando fuori della porta. - Sarà stata
trattenuta dalla signora Deluigi.
- Fino a che ora potrebbe
tardare? - domandò egli.
- Non so, - rispose l'altra con
una grande ingenuità. - Potrebbe essere qui subito, ma se ha pranzato dalla
signora Deluigi, allora potrebbe tardare anche fino a questa sera. - Stette
zitta per un istante, molto pensierosa e poi, più sicura, soggiunse: - Non
credo però che resti a pranzo fuori di casa, perché il suo pranzo è pronto di
là.
Acuto osservatore, Emilio
s'accorse benissimo che tutti quei dubbi erano finti, e che la vecchia doveva
sapere che Angiolina non sarebbe venuta tanto presto. Ma, come sempre, la sua
forza d'osservazione gli fu di piccola utilità. Trattenuto dal desiderio,
attese lungamente, mentre la madre di Angiolina gli faceva compagnia,
silenziosa, seria tanto, che poi nel ricordo Emilio la scoperse ironica. La più
piccola delle figlie era venuta a porsi accanto alla madre e si soffregava sul
fianco di costei come un gattino sullo stipite di una porta.
Egli se ne andò sconfortato,
congedato dai saluti gentilissimi della vecchia e della fanciulla. Egli
accarezzò i capelli di quest'ultima, che avevano il colore di quelli
dell'Angiolina. In genere, salvo la rosea salute, ella andava somigliando alla
sorella.
Pensò che forse sarebbe stato
saggio partito vendicarsi di quel tiro d'Angiolina, non andando da lei finché
ella non l'avesse chiamato. Ora che ne aveva bisogno sarebbe venuta ben presto
in cerca di lui. Ma la sera, subito dopo l'ufficio, egli rifece la strada
proponendosi intanto d'indagare la causa di quell'inesplicabile assenza. Era
possibilissimo che si fosse trattato di un caso di forza maggiore.
Trovò Angiolina ancora vestita
come quando l'aveva accompagnata la mattina. Era rientrata in quell'istante.
Ella si lasciò baciare ed abbracciare con la dolcezza che usava quando aveva bisogno
di ottenere un perdono. Le sue guance erano in fiamme e la sua bocca puzzava di
vino.
- Infatti ho bevuto molto - disse
ella subito ridendo.
- Il signor Deluigi, un vecchio
cinquantenne, s'era proposto di farmi prendere una sbornia; ma non c'è riuscito
mica, veh! - Eppure doveva esserci riuscito meglio di quanto ella credesse, e
ne faceva fede la sua smodata allegria. Si contorceva dalle risa. Era
bellissima, con quell'insolito rossore alle guance e gli occhi lucenti. Egli la
baciò nella bocca spalancata, sulle gengive rosse, ed ella lo lasciò fare,
passiva come se il caso non fosse suo. Continuava a ridere, e raccontava, a
frasi smozzicate, che non soltanto il vecchio, ma tutta la famiglia aveva preso
l'impegno di farle perdere la testa e che sebbene fossero in tanti, non c'erano
riusciti. Egli tentò di renderla ragionevole parlandole del Volpini. - Lasciami
in pace con quella roba! gridò Angiolina e, visto ch'egli insisteva, ella senza
rispondere, lo baciò e abbracciò come egli aveva fatto sino allora con lei
nella bocca e sul collo, aggressiva come non era stata mai e finirono sul
letto, ella col cappellino ancora in testa e col soprabito indosso La porta era
rimasta spalancata, ed era difficile che i suoni di quella battaglia non
fossero arrivati sino alla cucina ove si trovavano il padre, la madre e la
sorella d'Angiolina.
L'avevano ubbriacata davvero.
Strana casa quella di quei signori Deluigi. Egli non portò con sé alcun rancore
contro Angiolina perché la sua soddisfazione, quella sera, era stata proprio
perfetta.
Il giorno dopo si ritrovarono a
mezzodì ambedue di umore eccellente. Angiolina assicurò che la madre non s'era
accorta di nulla. Poi disse che deplorava d'essersi lasciata cogliere in quello
stato. La colpa non era sua: - Quel maledetto vecchio Deluigi!
Egli la tranquillò, assicurandola
che se fosse dipeso da lui ella si sarebbe ubbriacata una volta al giorno. Poi
composero la lettera al Volpini con un'accuratezza di cui non sarebbero
sembrati capaci nello stato d'animo in cui si trovavano.
Angiolina era potuta sembrare
superiore nell'interpretazione della lettera del Volpini; la risposta colò
intera dalla penna esperta di Emilio.
Ella avrebbe voluto scrivere una
lettera d'insolenze; voleva sfogare in essa soltanto l'indignazione di una ragazza
onesta, sospettata a torto. - Anzi - osservò con un'ira magnanima - se il
Volpini fosse qui, gli darei uno schiaffo, senz'addurre alcuna giustificazione.
Sarebbe subito convinto d'aver avuto torto.
Non c'era male, ma Emilio voleva
procedere con maggior cautela. Con grande ingenuità e senza che ella pensasse
d'offendersene, le raccontò ch'egli, per studiare con più facilità il problema,
s'era posta la domanda: nei panni d'Angiolina come si sarebbe comportata una
ragazza onesta? Non raccontò che aveva concretata la donna onesta in Amalia e
s'era chiesto come la sorella si sarebbe comportata nel caso in cui avesse
avuto da rispondere alla lettera del Volpini; le comunicò i risultati ottenuti.
La donna onesta avrebbe provato da prima una grande, enorme sorpresa; poi il
dubbio che si trattasse di un malinteso e in fine, ma appena in fine, il
sospetto orribile che tutta la lettera fosse da attribuirsi al desiderio
dell'amante di sottrarsi ai suoi impegni. Angiolina fu incantata di tutta
quella ricostruzione di un processo psicologico, ed egli si mise subito al
lavoro.
Ella gli sedette accanto zitta
zitta. Si lavorava per lei e, appoggiata con una mano sul suo ginocchio, la
testa vicinissima alla sua per poter leggere subito quello ch'egli via via
scriveva, gli si faceva sentire senza incomodarlo punto nello scrivere. Quella
vicinanza tolse alla lettera l'aspetto di rigida preparazione e - se non fosse
stata destinata ad un uomo come il Volpini- anche l'efficacia, perché perdette
la misura dignitosa ch'egli aveva pensato di dover darle. Perciò penetrò in
quelle frasi qualche cosa di Angiolina. Gli venivano alla penna dei grossi
paroloni ed egli li lasciava correre beato di vederla estatica
dall'ammirazione, con la stessa espressione con la quale giorni prima aveva
guardato, nello studio, il Balli.
Poi, senza rileggerla, ella si
mise a copiare quella prosa, soddisfattissima di potervi apporre la propria
firma. Ella era apparsa ben più intelligente quando aveva ragionato sul modo di
comportarsi, che non ora nella sua incondizionata approvazione. Copiando non
seppe dare alla lettera la sua attenzione, perché la calligrafia le dava molto
da fare.
Guardando l'esterno della busta
chiusa, ella chiese improvvisamente se il Balli non avesse più parlato del
veglione cui aveva promesso di condurla. Il moralista che sonnecchiava in
Emilio non si destò, ma egli sconsigliò di andare a quel veglione per la paura
che il Volpini lo risapesse. Ella però aveva delle risposte che toglievano
qualunque dubbio. - Adesso poi ci vado al veglione. Finora, per rispetto a
quell'infame, non ci ero andata, ma adesso! Magari lo risapesse.
Emilio insistette per vederla
quella sera. Nel pomeriggio ella doveva posare al Balli, poi doveva correre un
istante dalla signora Deluigi; perciò non potevano trovarsi che tardi. Ella
accordò l'appuntamento visto che - come dichiarò - per il momento, non sapeva
negargli nulla; ma non nella stanza della Paracci, perché voleva essere a casa
di buon'ora. Come nei tempi migliori del loro amore, avrebbero passeggiato insieme
a Sant'Andrea, e poi egli l'avrebbe accompagnata a casa. Ella era ancora
abbattuta - aveva bevuto tanto vino il giorno prima - e aveva bisogno di
riposo. A lui la proposta non dispiacque affatto. Era una delle sue
caratteristiche essenziali quella di compiacersi nella rievocazione
sentimentale del passato. Quella sera avrebbe analizzato di nuovo il colore del
mare e del cielo e dei capelli d'Angiolina.
Ella lo congedò e, per ultimo
saluto, lo pregò di imbucare la lettera al Volpini. Così egli si trovò in mezzo
alla via con quella lettera in mano, segno palpabile dell'azione più bassa
ch'egli avesse compiuto in vita sua, ma di cui aveva coscienza soltanto allora
che Angiolina non era più seduta accanto a lui.
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