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L'immagine della morte è
bastevole ad occupare tutto un intelletto. Gli sforzi per trattenerla o per respingerla
sono titanici, perché ogni nostra fibra terrorizzata la ricorda dopo averla
sentita vicina, ogni nostra molecola la respinge nell'atto stesso di conservare
e produrre la vita. Il pensiero di lei è come una qualità, una malattia
dell'organismo. La volontà non lo chiama né lo respinge.
Di questo pensiero Emilio
lungamente visse. La primavera era passata, ed egli non se n'era accorto che
per averla vista fiorire sulla tomba della sorella. Era un pensiero cui non
andava congiunto alcun rimorso. La morte era la morte; non più terribile per le
circostanze che l'avevano accompagnata. Era passata la morte, il grande
misfatto, ed egli sentiva che i propri errori e misfatti erano stati del tutto
dimenticati.
In quel periodo, per quanto poté,
visse solitario. Evitò anche il Balli, il quale dopo di essersi contenuto tanto
bene al letto di Amalia, aveva già perfettamente dimenticato il breve
entusiasmo ch'ella aveva saputo inspirargli. Emilio non gli sapeva perdonare di
non essergli più simile in questo. Era oramai la sola cosa che gli
rimproverasse.
Quando la sua commozione
s'affievolì, gli sembrò di perdere equilibrio. Corse al cimitero. La strada
polverosa lo fece soffrire, e indicibilmente, il caldo. Sulla tomba prese la
posa del contemplatore, ma non seppe contemplare. La sua sensazione più forte
era il bruciore della cute irritata dal sole, dalla polvere e dal sudore. A
casa si lavò e, rinfrescata la faccia, perdette ogni ricordo di quella gita. Si
sentì solo, solo. Uscì col vago proposito d'attaccarsi a qualcuno, ma sul
pianerottolo dove un giorno aveva trovato il soccorso invocato, ricordò che
poco distante poteva trovare una persona che gli avrebbe insegnato a ricordare,
la signora Elena. Egli - se lo disse salendo le scale egli non aveva
dimenticata Amalia, la ricordava anche troppo, ma aveva dimenticata la
commozione della sua morte. Invece che vederla rantolare nell'ultima lotta, la
ricordava quando triste, spossata, con gli occhi grigi lo rimproverava del suo
abbandono, oppure quando, sconfortata, riponeva la tazza preparata per il Balli
o, infine, ricordava il suo gesto, la sua parola, il suo pianto d'ira e di
disperazione. Erano tutti ricordi della propria colpa. Bisognava coprire il
tutto con la morte d'Amalia; la signora Elena gliel'avrebbe rievocata. Amalia
stessa era stata insignificante nella sua vita. Non ricordava neppure ch'ella
avesse dimostrato il desiderio di riavvicinarsi a lui quando egli, per salvarsi
da Angiolina, aveva tentato di rendere più affettuosa la loro relazione. La sua
morte sola era stata importante per lui; quella almeno l'aveva liberato dalla
sua vergognosa passione
- La signora Elena è in casa? -
domandò alla serva ch'era venuta ad aprire. In quella casa non si doveva essere
abituati a ricevere molte visite. La serva - una biondina gentile - gli impedì
il passo e si mise a chiamare ad alta voce la signora Elena. Questa venne nel
corridoio oscuro da una porta laterale e si fermò nella luce che usciva dalla
stanza.
«Come ho fatto bene a venire! »,
pensò Emilio giocondamente, sentendosi commosso al vedere la testa grigia di
Elena, illuminata debolmente, mandare proprio quei riflessi che lo avevano
colpito la mattina della morte di Amalia.
La signora Elena lo accolse con
grande affetto. - E' tanto tempo ch'io speravo di vederla. Mi fa proprio
piacere.
- Lo sapevo - disse Emilio con le
lagrime nella voce. L'amicizia offertagli da quella donna al letto di morte
d'Amalia lo commoveva. - Ci conosciamo da poco, ma abbiamo passata insieme tale
una giornata da sentircene legati più che non da anni d'intimità.
La signora Elena lo fece entrare
nella stanza da cui era uscita, della forma del tinello del Brentani, sul quale
era situata. L'arredo ne era semplice, anzi scarso, ma tutto era tenuto con
grande accuratezza, e non vi si sentiva il bisogno di altri mobili. La
semplicità appariva un po' eccessiva sulle pareti lasciate nude del tutto.
La serva portò una lampada a
petrolio accesa, augurando ad alta voce la buona sera. Quindi uscì.
La signora le guardò dietro con
un buon sorriso: - Non posso levarle l'abitudine un po' campagnuola d'augurare
la buona sera quando porta il lume. Del resto è un uso che non dispiace.
Giovanna è tanto buona. Troppo ingenua. E' strano di trovare ai nostri tempi
una persona ingenua. Viene voglia di guarirla da una malattia tanto adorabile.
Quando le racconto qualche cosa dei costumi moderni, fa tanto d'occhi. - Ella
rise di cuore. Imitava la persona di cui parlava spalancando i buoni piccoli
occhi; pareva la studiasse per goderne di più.
La biografia della serva aveva
interrotta la commozione di Emilio. Per chiarire un dubbio che gli venne,
raccontò d'essere stato quel giorno al cimitero. Infatti il suo dubbio fu
subito risolto, perché, senz'alcuna esitazione, la signora disse - Io al
cimitero non vado mai. Non ci sono stata dal giorno della morte di sua sorella.
- Dichiarò poi ch'ella sapeva oramai che con la morte non si lotta. - Chi è
morto è morto e il conforto non può venire che dai vivi. - Aggiunse senz'alcuna
amarezza: - Purtroppo, ma è così. - Disse poi ch'era stata tolta all'incanto
dei ricordi dalla breve assistenza prestata ad Amalia. La tomba del figliuolo
non le dava più quella commozione che sconvolge e rinnova. Parlava veramente i
pensieri d'Emilio; certo non più, quando concluse con un assioma morale. - Vi
sono i vivi che hanno bisogno di noi.
Riparlò di Giovanna. Costei, per
sua fortuna, era stata colta da una malattia ed Elena l'aveva assistita e
salvata. Si erano trovate durante quella malattia. Quando la fanciulla risanò,
la signora comprese che suo figlio riviveva in lei. - Più mite, più buono, più
riconoscente, oh, tanto riconoscente - Anche il suo nuovo affetto le dava
pensieri e dolori: - Giovanna era innamorata...
Emilio non l'udiva più. Era
occupato tutto dalla soluzione di un grave problema. Andandosene salutò con
rispetto sulla porta la serva, quella che aveva trovato il modo di salvare
dalla disperazione un suo simile. - Strano - pensò, - sembrerebbe che metà
dell'umanità esista per vivere e l'altra per essere vissuta. - Ritornò subito
col pensiero al proprio caso concreto: - Angiolina esiste forse solo acciocché
io viva.
Camminò tranquillo, rinato, nella
notte fresca che era seguita alla giornata afosa. L'esempio della signora Elena
gli aveva provato che anche lui poteva trovare ancora nella vita il suo pane
quotidiano, la ragione d'essere. Questa speranza l'accompagnò per parecchio
tempo; aveva dimenticato tutti gli elementi di cui si componeva la sua misera
vita, e credeva che il giorno in cui avesse voluto, avrebbe potuto rinnovarla.
Le prime prove che fece
fallirono. Aveva tentato di nuovo l'arte e non gliene era risultata alcuna
commozione. Avvicinò delle donne e le trovò poco importanti. - Io amo
Angiolina! pensò.
Un giorno il Sorniani gli
raccontò che Angiolina era fuggita col cassiere infedele di una Banca. Il fatto
aveva destato scandalo in città.
Fu una sorpresa dolorosissima per
lui. Si disse: - M'è fuggita la vita. - Invece, per qualche tempo, la fuga
d'Angiolina lo ripose in piena vita, nel più vivace dei dolori e dei
risentimenti. Sognò vendette e amore, come la prima volta in cui l'aveva
abbandonata.
Andò dalla madre d'Angiolina,
quando già questo risentimento s'era affievolito, come era andato da Elena
quando il ricordo d'Amalia aveva minacciato d'attenuarsi. Anche questa visita gli
fu imposta da un suo preciso stato d'animo che domandava in quel dato momento
un nuovo impulso, tant'è vero che la fece in ore d'ufficio, incapace di
ritardarla neppure di minuti.
La vecchia l'accolse con l'antica
gentilezza. La stanza d'Angiolina aveva cambiato un po' d'aspetto, denudata di
tutte le cianfrusaglie che l'Angiolina aveva raccolte nella sua lunga carriera.
Anche le fotografie erano scomparse e dovevano oramai adornare la parete di
qualche stanza in altro paese.
- E' dunque fuggita? - domandò
Emilio con amarezza e ironia. Gustava quell'istante come se avesse parlato ad
Angiolina stessa.
La Zarri negò che Angiolina fosse
fuggita. Era andata a stare in casa di parenti che abitavano a Vienna. Emilio
non protestò, ma poco dopo, cedendo al suo imperioso desiderio, riprese il tono
d'accusatore che si era tentato di togliergli. Disse ch'egli aveva previsto
tutto. Aveva tentato di correggere Angiolina e di segnarle la via retta. Non vi
era riuscito e ne rimaneva scorato; ma era ben peggio per Angiolina, ch'egli
non avrebbe lasciata mai, se ella l'avesse trattato altrimenti.
Non avrebbe poi saputo ripetere
le parole ch'egli pronunziò in quel momento tanto importante, ma dovettero essere
efficacissime, perché la signora Zarri si mise a singhiozzare con certi
singhiozzi strani, secchi; gli volse le spalle e se ne andò. Egli la seguì con
lo sguardo un po' sorpreso dell'effetto prodotto. I singhiozzi erano certo
sinceri; la scuotevano tutta fino ad impedirle il passo.
- Buon giorno, signor Brentani -
gli disse, entrando con un bell'inchino e offrendogli la mano, la sorella
d'Angiolina. - Mamma è andata di là perché sta poco bene. Se ella vuole ritorni
un altro giorno.
- No! - disse Emilio solennemente
come se stesse per abbandonare Angiolina. - Io non ritornerò mai più. -
Accarezzò i capelli della fanciulla, più scarsi, ma del colore identico di
quelli di Angiolina - Mai più! - ripeté, e con intensa compassione bacio la
fanciulla sulla fronte.
- Perché? - domandò lei
gettandogli le braccia al collo. Stupefatto egli si lasciò coprire la faccia di
baci tutt'altro che infantili.
Quando riuscì a togliersi da
quell'abbraccio, la nausea aveva distrutta in lui qualsiasi commozione. Non
sentì alcun bisogno di continuare la predica incominciata e se ne andò dopo di
aver fatta una carezza paterna, indulgente alla fanciulla, ch'egli non voleva
lasciare afflitta.
Una grande tristezza lo colse
quando si trovò solo sulla via. Sentiva che la carezza fatta per compiacenza a
quella fanciulla segnava proprio la fine della sua avventura.
Egli stesso non sapeva quale
periodo importante della sua vita si fosse chiuso con quella carezza.
Lungamente la sua avventura lo
lasciò squilibrato, malcontento. Erano passati per la sua vita l'amore e il
dolore e, privato di questi elementi, si trovava ora col sentimento di colui
cui è stata amputata una parte importante del corpo. Il vuoto però finì
coll'essere colmato. Rinacque in lui l'affetto alla tranquillità, alla sicurezza,
e la cura di se stesso gli tolse ogni altro desiderio.
Anni dopo egli s'incantò ad
ammirare quel periodo della sua vita, il più importante, il più luminoso. Ne
visse come un vecchio del ricordo della gioventù. Nella sua mente di letterato
ozioso, Angiolina subì una metamorfosi strana. Conservò inalterata la sua
bellezza, ma acquistò anche tutte le qualità d'Amalia che morì in lei una
seconda volta. Divenne triste, sconsolantemente inerte, ed ebbe l'occhio
limpido ed intellettuale. Egli la vide dinanzi a sé come su un altare, la
personificazione del pensiero e del dolore e l'amò sempre, se amore è
ammirazione e desiderio. Ella rappresentava tutto quello di nobile ch'egli in
quel periodo avesse pensato od osservato.
Quella figura divenne persino un
simbolo. Ella guardava sempre dalla stessa parte, l'orizzonte, l'avvenire da
cui partivano i bagliori rossi che si riverberavano sulla sua faccia rosea,
gialla e bianca. Ella aspettava! L'immagine concretava il sogno ch'egli una
volta aveva fatto accanto ad Angiolina e che la figlia del popolo non aveva
compreso.
Quel simbolo alto, magnifico, si
rianimava talvolta per ridivenire donna amante, sempre però donna triste e
pensierosa. Sì! Angiolina pensa e piange! Pensa come se le fosse stato spiegato
il segreto dell'universo e della propria esistenza; piange come se nel vasto
mondo non avesse più trovato neppure un Deo gratias qualunque.
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