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CORTO
VIAGGIO SENTIMENTALE
I.
Stazione di Milano.
Con dolce violenza il signor Aghios
si staccò dalla moglie e a passo celere tentò di perdersi nella folla che
s'addensava all'ingresso della stazione.
Bisognava abbreviare quegli addii
ridicoli se prolungati fra due vecchi coniugi. Ci si trovava bensì in uno di
quei posti ove tutti hanno fretta e non hanno il tempo di guardare il vicino
neppure per riderne, ma il signor Aghios sentiva costituirsi nell'animo proprio
il vicino che ride. Anzi lui stesso intero diveniva quel vicino. Che strano!
Doveva fingere una tristezza che non sentiva, quando era pieno di gioia e di
speranza e non vedeva l'ora di essere lasciato tranquillo a goderne. Perciò
correva, per sottrarsi più presto alle simulazioni. Perché tante discussioni?
Era vero ch'egli da molti anni non s’era staccato dalla moglie, ma un viaggio
sino a casa sua, a Trieste, ove essa due settimane appresso l'avrebbe
raggiunto, era cosa di cui non valeva la pena di parlare.
Se ne aveva parlato invece da
molti giorni e continuamente. La decisione era stata difficilissima proprio
perché ambedue l'avevano desiderata e ambedue per raggiungerla sicuramente
avevano creduto necessario di tener celato il loro desiderio.
Avrebbe potuto piangere se si
fosse trattato di un distacco per tutta la vita o almeno per gran parte di
essa. Ma così poteva confessare a se stesso che s'allontanava giocondamente.
Tanto più che sapeva di fare un piacere anche a lei.
Negli ultimi anni la signora
Aghios s'era attaccata di un affetto appassionato ed esclusivo al figliuolo.
Quando questi era lontano essa si sentiva sola anche accanto al marito e più
sola ancora perché del suo dolore non parlava, sapendo che il signor Aghios ne
avrebbe riso. Ma il signor Aghios sapeva di quel dolore, si offendeva di non
poterlo lenire e fingeva d'ignorarlo per non seccarsi. «Una duplice costrizione!»
pensava il signor Aghios che aveva letto qualche opera filosofica. «Duplice
perché mia e sua! »
Adesso la signora Aghios voleva
rimanere ancora a Milano per non lasciare solo il figliuolo che doveva passare
un esame importante. Il signor Aghios non dava gran peso agli esami che si
possono ripetere e sapeva anche che il figliuolo, cui il soggiorno a Milano non
spiaceva, li avrebbe ripetuti volentieri. Ma adesso, se voleva partire solo,
anche lui doveva insistere perché la madre restasse a tutelare il figliuolo in
tanto frangente. Così la signora restava a Milano per compiacere il marito, ma
il signor Aghios, che l'animo della signora aveva accuratamente spiato, partiva
offeso, senza però dirlo, perché altrimenti avrebbe compromesso la sua libertà
di viaggiare solo.
Era veramente un congedo che
bisognava abbreviare, perché anche all'ultimo momento la signora Aghios era
capace di mutare ogni disposizione quando avesse indovinato come stavano le
cose. Era una donna che non ammetteva di non fare il proprio dovere. E il
signor Aghios pensò che il lieve rancore che sentiva per la moglie, un
sentimento sgradevolissimo, sarebbe sparito non appena si sarebbe trovato solo.
Correndo fu già più giusto. La moglie prolungando quegli addii rivelava il suo
rimorso di lasciarlo partire solo ed egli pensò: «Come è onesta! Non m'ama
affatto, ma fino all'ultimo vuol tenere le promesse fatte all'altare. Si
rammarica di non sapere fare quello che dovrebbe. Una grande pena per lei e una
bella seccatura per me! ».
Ma perché il signor Aghios si
sentiva tanto pieno di gioia e di speranza al momento di poter finalmente
abbandonare la sua legittima consorte? Voleva forse andar a divertirsi e
disonorare i suoi capelli quasi del tutto bianchi correndo dietro alle donne?
Oh! Non bisogna dire una cosa
simile. Un vecchio intanto non sa correre e poi il signor Aghios non era corso
dietro alle donne neppure quand'era giovine. Certo dalla sua gioia e speranza
non bisognava escludere del tutto la donna. Era tanto piena quella gioia e speranza
che la donna - la donna ideale, mancante magari di gambe e di bocca - non
poteva esserne assente. Giaceva nell'ombra fusa con molti altri fantasmi, parte
importante degli stessi. Ma la donna non è sempre la stessa nel desiderio. È
vero che prima di tutto serve all'amore, ma talvolta la si desidera per
proteggerla e salvarla. È un animale bello, ma anche debole, che se si può si
accarezza e se non si può si accarezza ancora.
Il signor Aghios aveva bisogno di
vita e perciò viaggiava solo. Si sentiva vecchio e ancora più vecchio accanto
alla vecchia moglie e al giovine figliuolo. Quando aveva al braccio la moglie
doveva rallentare il passo e quando camminava accanto al figliuolo sentiva che
questi doveva rallentarlo. Lo circondavano di tutto il rispetto. Dacché era
stato ammalato la moglie aveva conservato il fare dell'infermiera che aboliva
ogni istinto di cavalleria da parte dell'uomo. Il figliuolo poi aveva tutto il
rispetto per il padre, ma lo educava e lo correggeva quando egli, spinto dalla
sua fervida fantasia, inventava etimologie non basate su alcuna scienza o
spostava o svisava fatti storici, mentre il giovinetto, che pur tanto aveva
stentato a finire il Liceo, ricordava il suo greco e latino che il signor
Aghios mai aveva conosciuti e sapeva - come sua madre - esattamente quello che
sapeva. E non è mica comodo di essere un padre che ha torto!
Ma non era tutto qui, benché
fosse abbastanza importante per il signor Aghios di essere lasciato nei suoi
vecchi anni interamente in pace, interamente cioè compresa la sua ignoranza,
nella quale viveva da tanti anni da farne la base della vita.
Ogni malessere che sentiva il
signor Aghios lo diceva vecchiaia, ma pensava che una parte di tale malessere
gli venisse dalla famiglia. Sta bene che vecchio come ora non era mai stato, ma
mai s'era sentito, oltre che vecchio, anche tanto ruggine. E la ruggine
proveniva sicuramente dalla famiglia, l'ambiente chiuso ove c'è muffa e
ruggine. Come non irrugginire in tanta monotonia? Vedeva ogni giorno le stesse
facce, sentiva le stesse parole, era obbligato agli stessi riguardi e anche
alle stesse finzioni, perché egli tuttavia accarezzava giornalmente sua moglie
che certamente lo meritava. Persino la sicurezza di cui si gode in famiglia
addormenta, irrigidisce e avvia alla paralisi.
Si sarebbe egli sentito più forte
all'aria rude fuori della famiglia? Il breve viaggio sarebbe stato un
esperimento, perché i suoi affari gli avrebbero fornito il pretesto ad altri
viaggi. Certo non sperava di divenire tanto vivo come nel suo ultimo viaggio a
Londra, ove aveva soggiornato varii mesi, vent'anni prima, senza la moglie
ch'era stata allora una giovanissima madre.
Aveva sofferto allora
orrendamente della solitudine. C'era stata da lui un'impazienza irosa della
sfiducia e dell'indifferenza da cui si sentiva circondato. Guardava con invidia
e desiderio la vita intensa che lo circondava e respingeva. Una volta, nella
stanza di lettura dell'albergo, s'era messo a leggere solitario quando fu
avvicinato da un bel ragazzo roseo, di dieci anni circa, che gl'indirizzò delle
parole ch'egli non intese affatto, perché si capisce che l'inglese dei bambini
è il più difficile. Il signor Aghios si commosse al trovare finalmente un
amico. Gli parlò e parve anche che il fanciullo intendesse perché rispose con
molte più parole di quelle avute. Disgraziatamente tutte in inglese! E per
avvicinarsi a lui, visto che la parola non serviva, il signor Aghios gli
accarezzò i biondi capelli. Ma allora apparve alla porta della sala un signore
che parve indignato che il bambino suo avesse da fare con uno straniero: «Philip!
Come along!» esclamò e il bambino subito s'allontanò, dopo di aver gettata
un'occhiata spaventata sulla persona cui aveva dimostrato fiducia e da cui
certamente poteva derivargli un pericolo, visto che con tanta premura da essa
lo si allontanava.
E il dolore iracondo della
solitudine danneggiò anche i suoi affari, perché il signor Aghios finì col
considerare quali nemici tutti i suoi clienti. E ci fu anche di peggio, perché
il sobrio virtuoso signor Aghios, per sentirsi più animato ricorse all'uso
dell'assenzio, una bibita che sostituisce benissimo l’amicizia e la
conversazione. Non ne prese troppo, ma abbastanza da procurargli dei disturbi
nervosi che cessarono quando, rimpatriato, rientrò felice nella vita familiare
che rese superfluo ogni altro stimolo da principio.
Ma il dolore ricordato non è
sempre dolore. Ora egli vi sentiva la vita intensa. Oh! Se si avesse potuto
ricreare tutta quell'impazienza e quel dolore! Quale rinnovamento di vita! La
vita non può essere che sforzo, risentimento e attesa di gioia! Egli era
circondato da troppi amici, che, se anche talvolta lo ferivano, non gli
consentivano una vera ribellione. Aveva bisogno di vivere fra ignoti e magari
nemici. Ricordava con ammirazione la sua ribellione alla Granbretagna. Aveva
studiato questioni politiche ed economiche solo per poter aggredire il grande
Impero, il quale aveva un'organizzazione quasi perfetta, ma non perfetta del
tutto e non si sentiva capace del piccolo sforzo per arrivare alla perfezione.
E il ritorno in Italia fu anch'esso un viaggio animato dalle più alte speranze.
Fra l'altro bagaglio egli portava seco anche un piccolo pacchetto contenente un
po' di terra raccolta a Londra nelle vicinanze di un terreno roccioso. Di quel
pacchetto, che il signor Aghios teneva umido, nessuno sapeva fuori dell'agente
del dazio a Chiasso, ch'era stato in procinto di fermare il viaggiatore e
mandare all’analisi quella terra. Costui, pagato dal Governo, stava per
impedire la fortuna d'Italia! Il signor Aghios sorrideva pieno di affetto al
ricordare la propria grande ingenuità. Anche l'ingenuità è vita, anzi, il vero
esordio fresco fragrante della vita. Bisogna sapere che al signor Aghios era
stato raccontato che il Darwin riteneva che la roccia della Granbretagna fosse
stata convertita in terra fertile da un vermicello microscopico. Bastò questo
per fargli sperare di poter promuovere l'opera lenta dei vermicello anche nel
proprio paese. Sparpagliò quella terra su certo terreno carsico in Italia, e si
sentì elevato e animato. Non gl'importava che fosse ricordato il suo nome
quando, di lì a qualche secolo, in Italia, a fior di terra non ci sarebbe più
stata della roccia. A tanta altezza si arrivava nella solitudine! Adesso
sorrideva di se stesso. Aveva vissuto troppo tempo in famiglia per poter
intendere la propria passata grandezza. La famiglia era come un velo dietro al
quale ci si riparava per vivere sicuri e dimentichi di tutto. Ora egli ne
moriva pieno di speranza. Probabilmente era una prova che gli avrebbe procurato
una delusione. E allora si sarebbe accontentato. Nulla ci sarebbe stato di
perduto. Egli sarebbe ritornato dietro a quel velo per vivere nella penombra,
protetto, sicuro, ma moribondo rassegnato. Proprio così! Come i moribondi che,
abbacinati dalla meta vicina, non conoscono altro sforzo che di trattenere la
vita che vuol staccarsi da loro, incapaci di vedere, sentire o salutare le
altre cose, concentrati come sono nel lavoro divenuto difficile di respirare e
digerire.
Mancava quasi un quarto d'ora
alla partenza e il signor Aghios, rallentò il passo. Forse aveva dimostrata
troppa fretta di staccarsi dalla moglie e gli doleva ch'essa avrebbe potuto
risentirsene perché, certo, essa meritava tutto, anche riguardi.
Un piccolo fox terrier venne
esitante ad annusargli i piedi. «Sei già qui, vecchio amico?» pensò il vecchio.
Certo non era il primo cane ch'egli vedesse a Milano, ma era il primo che gli
si accostasse dacché egli era solo. E lo guardò con affetto, mentre il cane
arretrò - cercava certo il suo padrone - e poi saltellò via guardando ancora
un'ultima volta chi l'aveva spaventato, le molli orecchie giovanili aderenti
alla testa. Il vecchio gli guardò dietro ammirando. Il passo su quattro zampe è
sempre più ingenuo di quello su due. Quello del piccolo giovine cane, che ora
saltellava ora cercava, con quei movimenti non ancora bene associati delle
quattro zampe, era l'ingenuità stessa. E il signor Aghios pensò col cuore
pesante ai grandi pericoli che la bianca bestia correva. «Guardati dal
canicida!» pensò.
Grandi amici del viaggiatore sono
i cani. Persino in Inghilterra somigliano ai nostri e ci fanno ritrovare in
essi un pezzo di patria. Non meglio educati dei nostri, curiosi come questi di
tutte le porcherie sulla via, invadenti, rumorosi, obbedienti quando conobbero
la frusta, affettuosi e sempre stupiti che chi li ama non accetti di lasciar
passarsi la loro lingua sulla faccia. Parlano la stessa lingua. E l'Aghios
nella solitudine li amò e spiò scoprendone il carattere e le sue cause.
Radicalmente differenti da noi, che guardiamo mentre essi annusano, è strano
che fra noi e loro si sia costituita una relazione tanto intima, nostra grande
fortuna, dal cane basata certo su un malinteso. Forse il gatto a noi s'accosta
di più perché a noi meglio somiglia e meglio ci conosce. E il cane deve la sua
sincerità al suo senso predominante, l'olfatto. Il suo modo di percepire gli fa
credere che a questo mondo ogni tradimento sia subito scoperto perché egli non
vede le superfici ingannevoli, egli analizza proprio l'anima delle cose, il
loro odore. Può essere che anche il suo senso lo truffi o ch'egli spesso
addenti degl’innocenti dall'odore sgradevole, ma egli non lo sa e se è impedito
nel suo proposito s'adatta, ma ringhiando. Tante volte una legge superiore lo
arresta e lo incatena e, senza convinzione, egli deve subirla; vi è abituato.
Ma il proposito di tradire egli non può accogliere, pensando ch'egli col suo
senso sarebbe capace di scoprirlo e tanto meglio dunque il suo padrone, che non
sarebbe il suo padrone se non avesse dei sensi più perfetti dei suoi.
Mondo sincero perciò quello degli
odori. Pare però che si allontani dalla realtà più di quello delle linee e dei
colori. Il povero cane è sempre il truffato perché male informato. Tuttavia
qualche dolore gli è risparmiato. In nessun posto egli 'e straniero. Il suo
senso è essenzialmente socievole. Ogni incontro casuale si fa subito intimo e
al naso vengono offerte per la verifica le parti più recondite. Rifiutarle è
una vera sgarbatezza che provoca la reazione più violenta. Che vita più
naturale che non la nostra! Nella vita più affollata di Londra un uomo è
all'altro nient'altro che un impedimento a procedere. Come fare? Anche se il
signor Aghios fosse stato accettato quale dittatore della vita di società, egli
non avrebbe saputo imporre il sorriso reciproco di saluto fra sconosciuti.
Esso, imposto, sarebbe divenuto una smorfia orrida e mai avrebbe potuto
significare un sincero saluto di fratello. L'affetto è anch'esso una fatica; e
nessuno vi si sottopone per regola; il vero riposo è l'indifferenza. Dai cani,
diretti dagli odori, l'indifferenza di fronte alla vita non c’è mai. Non sono
mai semplici indifferenti stranieri, ma sempre amici o nemici.
Un treno non è una cosa piccola,
ma il signor Aghios nella vasta stazione non trovava il suo. Doveva pur esserci
nella stazione, in qualche posto, l'indicazione necessaria per trovarlo, ma il
signor Aghios non la vedeva. Di solito sua moglie lo dirigeva. Il signor Aghios
fiutò inutilmente a destra e a sinistra. Vide un facchino che gli correva
incontro. Era il fatto suo. Gli consegnò la piccola valigetta che tanto
facilmente avrebbe potuto portare da solo e domandò del treno. Sentì il bisogno
di scusarsi: «È leggera, ma mi pesa perché sono vecchio».
Aveva parlato al facchino per
farselo amico. Già sentiva il bisogno degli amici occasionali che non attentano
alla propria libertà. Il facchino, un uomo tozzo e svelto, sorrise e borbottò
qualche cosa in meneghino, che il signor Aghios non intese. Buona che c'era
stato il sorriso e il signor Aghios, con buona volontà e passo celere, seguì
l'amico che, la valigetta in mano, lo precedeva correndo. Lo seguiva e già
l'amava. Come era bella l'invenzione delle mance! Specialmente delle piccole,
quelle che non dolgono. Perciò egli era piuttosto avaro, perché regalando molto
in una volta, il piacere era breve e si restava poi paralizzati per lungo
tempo. Sua moglie era più generosa e quando trovava un bisogno che non poteva
essere lenito che con una somma grossa, essa la dava. Ma era un modo di
disporre della roba altrui, perché agli altri bisognava poi dire: «Ho disposto
già altrimenti di quanto vi spettava». Egli era veramente generoso solo
talvolta, per volontà della moglie, com'era molte altre cose ancora quando essa
lo voleva.
In viaggio bisognava conquistarsi
degli amici, perché altrimenti si percorre questa terra ch'è la vera, la grande
nostra patria, col cipiglio dello straniero. Ed il signor Aghios sfruttava le
sue piccole mance da vero avaro e voleva con esse comperare non molta, ma
un'amicizia duratura. Perciò cominciava col pagare un prezzo inferiore alla
tariffa. Di solito l'altro non protestava, ma restava a guardare, interdetto,
il poco denaro che teneva nella mano aperta. Allora appena il signor Aghios
metteva in quella mano una moneta alla volta, finché essa si chiudeva e sulla
faccia del facchino appariva un sorriso. Così quel sorriso, che aveva tardato a
nascere, si stampava meglio nel ricordo del signor Aghios e gli appianava
qualche miglio di strada. Talvolta, prima ch'egli arrivasse a dare tutta la
mancia, il facchino si stancava e se ne andava con una brutta parola. Il signor
Aghios se ne andava allora con la mancia in tasca, ma aveva avuto tuttavia la
sua soddisfazione perché egli si divideva da un nemico bensì, ma non da uno
straniero.
Bisognò scendere per uno scalone
sotto terra e risalire, dopo aver percorso un corridoio, alla banchina sulla
quale bisognava aspettare il treno non ancora giunto da Torino.
Il facchino domandò al signor Aghios
se doveva aspettare con lui. Se non fosse stato necessario di parlare in
meneghino il signor Aghios avrebbe trattenuto l'amico dell'ultima ora. Così
invece lo congedò e restò nella solitudine allietata dall'ultimo suo sorriso di
ringraziamento. S'erano guardati per un istante negli occhi quasi a dichiararsi
la loro reciproca benevolenza. E il signor Aghios, per aumentare tale
benevolenza, aggiunse alla mancia una sigaretta.
Molta gente aspettava sulla
banchina. Accanto ad una colonna erano accatastati molti poveri bagagli, una
sola valigia chiusa, due ceste legate, di cui una chiusa da un panno rosso e
l'altra verde sbiadito. Una donna sedeva sulla valigia con un poppante in
grembo e una fanciullina di dieci anni, ben difesa dal freddo da un vestitino
consunto, dormiva su una cesta, la testa appoggiata sul fianco della madre.
«Sloggiano?» pensò il signor
Aghios. Vide poi avvicinarsi un contadino che, mentre correva, esaminava dei
biglietti ferroviari certo allora acquistati. La giovine donna ebbe un respiro
vedendolo. Doveva aver sofferto di essere rimasta sola tanto a lungo. Quello
non era un viaggio con tutta quella famiglia. Un'emigrazione, una fuga.
Poi il signor Aghios non guardò
più la gente che lo circondava e s'incantò per qualche minuto a guardare il
fumo che denso usciva dal camino di una locomotiva fuori della stazione. Il
vento lo spingeva. Uscendo dal camino a nuclei, veniva subito diminuito e
diffuso dal vento. Ogni nucleo, nell'atto che subiva tale distruzione, pareva
si spogliasse e tradisse l'esistenza entro di lui di una testa, un grugno, un
essere animato. E tale testa, prima di disfarsi, spalancava degli occhi
smisurati per guardare meglio e per guardare meglio finiva con lo spalancarsi
tutta. Una processione di teste spaventate e minacciose. «Poche linee di vita
bastano a significare l'essenza della vita, la paura o minaccia» moralizzò il
signor Aghios.
Il treno entrò sbuffando in
stazione. In quell'istante il signor Aghios sentì la voce della moglie che lo
chiamava: «Giacomo!».
Si volse a lei e forse non seppe
celare un gesto d'impazienza. Egli l'amava com'essa meritava, ma la sua assenza
non era stata lunga abbastanza per fargli desiderare di rivederla. Proprio era
bastato il suono della sua voce per strapparlo a quella lieta benevolenza
ch'egli riversava su tutte e cose e persone. Eppoi gli portava essa forse
l'annunzio che non poteva più viaggiare solo? Ma egli sarebbe partito tuttavia.
La signora dovette indovinare
parte del suo stato d'animo perché, interdetta, gli domandò: «Ti secco tanto?»
e fece l'atto di ritornare sui suoi passi. Fu un attimo brutto.
Questo poi no, il signor Aghios
non l'avrebbe ammesso. Si poteva pensare a questo mondo quello che si voleva,
ma non bisognava rivelare quel pensiero tanto bello e giusto finché restava
celato nel proprio animo e tanto ingiurioso quando sbucava alla luce del sole.
«Non ti avevo riconosciuta!» disse subito. E, presala per la mano, l'attirò a
sé. Essa si sottrasse all'abbraccio, perché era tanto bene educata che non
avrebbe ammesso una cosa simile in pubblico. Ma fu subito convinta, perché essa
credeva al marito. Era una fede di cui il signor Aghios in passato era stato
beato. Da qualche tempo lo seccava. Era proprio un modo di semplificare troppo
la vita. Oramai anche questa fede aveva qualche cosa di gelido come tutta la
loro relazione.
Sorridendo essa gli disse che non
era per rivederlo un'altra volta che gli era corsa dietro, ma perché aveva
dimenticato di dirgli che la signora Luisi lo pregava di avvertire il
gioielliere di Venezia che essa tratteneva il filo di perle offertole e che il
signor Luisi avrebbe provveduto fra pochi giorni al pagamento.
Poi, sempre sorridendo, gli
domandò: «Ricordi ancora quello che hai nella tasca di petto?».
L'Aghios portò subito la mano a
quella tasca e, trovatala gonfia, ricordò: «Non dubitare! Ci penso sempre».
Ma qui essa non gli credette,
perché s'era accorta che per ricordare di aver seco una somma forte di denaro,
egli aveva dovuto toccare quella tasca. E s'impensierì, per i denari e non per
lui. «Ho fatto tanto male di lasciarti partire solo.» Si guardò irresoluta in
giro. Poi sospirò, «Già! Ora non c'è più tempo».
Erano ambedue contenti che non ci
fosse più tempo, ma il signor Aghios era anche adirato di sentirsi trattare
quale un bambino. «Pensi forse ch'io perderò il denaro?» domandò risentito.
«M'hai trovato distratto così perché proprio pensavo di fare un giro per
Trieste per vedere se non potevo trovare il denaro più a buon mercato per la
rinnovazione di parte del nostro debito.» E mentre parlava guardò ancora una
volta il camino della lontana locomotiva donde continuava a sbucare del fumo
denso. Non era che fumo informe ora, non teste, non minaccia, non spavento.
«È una leggerezza di viaggiare
con tanto contante in tasca» disse ancora la signora con voce calda che
domandava scusa.
Sì! Era una leggerezza. Dal
giorno prima avevano deciso di comperare un vaglia, anche per rendere quella
tasca più leggera. Ma lo aveva disturbato di andare con quel denaro alla banca
e aveva rimandato quell'operazione fino a quel giorno stesso. Poi, sul più
bello, erano venuti a trovare il figliuolo tre giovini che con lui studiavano.
Il vecchio s'era incantato a star a sentire i loro piani per l'avvenire ora che
avevano finiti gli studii. Egli non avrebbe aperto bocca per paura di sentirsi
correggere da quei dotti, ma ricordava che all'uscita dalla scuola egli era
stato più timido, esitante, pauroso. Uno di loro trovava la sua posizione già
fatta, ma riteneva che il suo intervento avrebbe significato un progresso per
l'azienda in cui doveva entrare. Il secondo, poi, che non trovava nulla di
fatto dai suoi antenati, con tutta calma s'apprestava all'emigrazione. Gli
spettavano tante cose che l'Italia non poteva fornirgli. Il terzo invece
manifestava un grande disprezzo per la politica, ma pensava di dedicarvisi. Non
aveva alcun partito ancora e aveva tempo di pensarci. Intanto sarebbe entrato
in un ufficio governativo. E il vecchio non s'accontentava di pensare che il
mondo non fosse più quello in cui era nato lui, ma s'incantava a studiare quale
dei due mondi avesse avuto ragione. Non c'era verso! Uno dei due aveva
sbagliato. Forse egli non sapeva meglio, ma in sua gioventù gli avevano
spiegato che sulla terra non ci fosse gioia abbastanza per contentare tutti ed
egli l'aveva creduto e, uscito dalla scuola, timidamente aveva bussato alla
porta del mondo per domandare: «C'è un posticino anche per me? Potrò
conquistarlo?». Questo era il mondo d'allora, quando a questo mondo si era in
meno. Che dopo il mondo si sia allungato e allargato? E il vecchio era stato
tenuto al suo posto e impedito di andar a comperare il vaglia dal rancore di
essere nato in un mondo più difficile.
«Già, adesso non c'è più tempo.
Sta sicura che per il denaro non c'è pensiero. Addio!» e le offerse il bacio
dell'addio. Essa si lasciò baciare sulla guancia e lo baciò poi anche lei sulla
guancia. Egli si guardò d'intorno cercando di trovare un altro segno d'affetto
da darle. Trovò! Le prese la destra e la portò alle labbra. Era lietissimo di
aver trovato. La solitudine a cui s'avviava sarebbe stata abbellita da tale
congedo.
Egli s'accinse di montare sul
vagone dimenticando di prendere la valigetta che il facchino aveva deposta in
terra. Essa la sollevò e gliela porse ridendo molto. Per scusarsi il signor Aghios
mormorò: «È il facchino che l'ha lasciata lì. Non trovavo il treno...»
La signora Aghios rise ancora: «E
come arriverai a Trieste senza il facchino?».
Era destino! Dovevano dividersi
in broncio.
Il signor Aghios di malavoglia
rispose: «Il difficile è di trovare il treno. Poi non lo guido mica io».
E la signora, sempre ridendo
insistentemente: «Per fortuna!» disse.
Non c'era più il tempo di pensare
ad una risposta. Avrebbe subito potuto dire che neppure lei avrebbe saputo
dirigere il treno, poi che non era tanto difficile perché c'erano le rotaie e
infine che la valigetta non conteneva niente d'importante, ma non disse niente.
Era meglio sorriderle ancora una volta e andare via in pace. Ma il rancore
c'era nell'animo suo ed era male. Saltò esitante nel vagone. Nel corridoio del
vagone era difficile di muoversi, ma con decisione giovanile il signor Aghios
con la valigetta in mano si fece posto ed arrivò alla prossima finestra che
aperse. Il treno in quel momento si mise in moto.
Il signor Aghios chiamò la moglie
che aveva continuato a guardare la porta per la quale egli era sparito. Essa
corrispose vivamente al suo saluto. La banchina era ormai deserta. Egli per un
istante stornò gli occhi dalla moglie per guardare il posto ove era giaciuto il
bagaglio dei contadini. Quel bagaglio era sparito e chissà che fatica per farlo
entrare nel vagone. Poi ritornò con l'occhio alla moglie che aveva levato di
tasca il fazzoletto e gli faceva dei vivi segni di saluto. Corrispose al suo
saluto mandandole un bacio. La fine elegante figura della moglie che da vicino
si scorgeva un po' disseccata dall'età, ora, come il movimento del treno
aumentava la distanza fra di loro, gli appariva veramente graziosa con quel
velo roseo che, puntato sul cappello, si muoveva nella brezza. E, avviandosi
alla sua solitudine, guardando quella figura snella, volle avere il pensiero
preciso e sincero e pensò: «Più m'allontano da lei e più l'amo». Poi si sentì
la coscienza tranquilla. Per il momento, insomma, egli si trovava in ordine con
la legge umana e divina, perché egli, sinceramente, amava la propria donna.
Per vederla più a lungo si sporse
dalla finestra. Vedeva bene? La moglie portava la mano al cuore con gesto
esagerato. Non era possibile ch'essa, una persona tanto equilibrata, volesse far
vedere a degli estranei un dolore esagerato perché la lasciava sola. Eppure
pareva che quel grande gesto fosse accompagnato da grida.
Poi, quando non la vide più,
indovinò. Con quel gesto essa aveva voluto fargli un'ultima raccomandazione di
badare ai denari che aveva nella tasca del petto. Meno male! Sorrise e,
obbediente, per attenuare il rimorso che sentiva di amare la moglie più che mai
ora che non la vedeva affatto, si toccò con grande energia la tasca del petto.
Il portafogli, gonfio delle trenta banconote da mille, c'era tuttavia.
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