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-7-
Il vecchio era alla finestra a
guardare sulla via. Era un pomeriggio fosco. Il cielo era coperto da una nebbia
grigiastra e il selciato bagnato ad onta che non fosse piovuto da due giorni.
La fila degli affamati andava formandosi dinanzi alla porta del fornaio.
Il caso volle che la giovinetta
passasse giusto allora dinanzi al balcone occupato da lui. Era senza cappello,
ma al vecchio che non avrebbe saputo indicare alcun particolare del suo vestito
parve meglio messa che nei tempi in cui l'amava. L'accompagnava un giovane
vestito esageratamente alla moda, inguantato, un fine ombrello che si alzò alto
due o tre volte col braccio che volle accompagnare la parola evidentemente
vivace. Anche la giovinetta rideva e ciarlava.
Il vecchio guardava e ansava. Non
era più la vita altrui che passava per quella via, era la propria. E il primo
istinto del vecchio fu di gelosia. L'amore non c'entrava, ma solo la più
abbietta gelosia: - Essa ride e si diverte mentre io sono ammalato. - Avevano
sbagliato insieme e a lui ne era derivata la malattia, a lei nulla. Che fare?
Essa procedeva col suo passo leggero e presto sarebbe arrivata alla svolta
della via dove sarebbe scomparsa. Perciò il vecchio ansava. Non c'era neppur
tempo di chiarire i propri pensieri ed egli avrebbe sentito tanto il bisogno di
parlare e di predicarle la morale!
Quando la giovinetta e il suo
compagno scomparvero il vecchio volle tagliar corto alla propria agitazione che
poteva danneggiarlo e disse: - Tanto meglio! Essa vive e si diverte! -. V'erano
due menzogne in quelle poche parole che prima di tutto avrebbero voluto
significare che il vecchio durante la malattia si fosse preoccupato della sorte
della giovinetta eppoi anche che egli sentisse una soddisfazione al vederla
correre a quel modo le vie per divertirsi. Perciò non ne ebbe quiete. Restava
alla finestra e guardava dalla parte dove la giovinetta era scomparsa. Se fosse
ritornata egli l'avrebbe chiamata dalla finestra. Non faceva troppo freddo
eppoi gli pareva necessario di vederla. E qualcuno, sospettoso, dal suo interno
gli domandò: - Perché? Vuoi ricominciare? - Il vecchio si mise a ridere: -
Desiderio? Ma neanche per sogno! - Però guardava sempre dalla stessa parte con
l'atteggiamento del desiderio più intenso. - Io - pensò, convinto questa volta
di dire la verità, - sarei del tutto tranquillo se sapessi che quel giovinotto
l'ama e vuole sposarla.
Nessuno, neppure lui stesso
avrebbe saputo decifrare l'animo del vecchio, appassionatamente malcontento
della giovinetta e di se stesso. Egli vedeva chiaro che nel comportamento della
giovinetta era implicata una propria responsabilità. Cercava di diminuirla
ricordando ch'egli le aveva predicata la morale e cercava di obliare il resto. Per
riconquistare la tranquillità egli doveva ripeterle più chiaramente (cioè ad
essa, ch'egli per sé nulla domandava) i precetti di morale ch'essa poteva aver
dimenticati. E v'era anche il pericolo che essa avesse dimenticato le sue
parole e non le sue azioni.
Corse al tavolo per scriverle di
venire a trovarlo. Perché no? L'avrebbe ricevuta sereno come tuttavia i suoi
dipendenti in ufficio e le avrebbe raccomandato di badare meglio al suo
destino.
Con la penna in mano si trovò
imbarazzato. Voleva farle intendere subito che la lettera non proveniva da un
amante ma da un vecchio rispettabile che la invitava per suo bene di venire a
trovarlo. Prese un biglietto da visita e sotto al proprio nome scrisse due
parole d'invito. Lasciò il biglietto sul tavolo e ritornò alla finestra.
Sarebbe stato meglio ch'essa fosse passata di nuovo per la via. C'era il
pericolo che a quell'invito, strano per lei, essa non corrispondesse. Ma era
importante ch'essa venisse, importante per lui.
Ritornò al tavolo e riscrisse lo
stesso biglietto che le aveva mandato tante volte. Col più vivo rossore perché
la sua colpa era così evocata addirittura tangibilmente. Ma non aveva da usare
riguardi a quella bambina. Gli bastava d'indurla a venire per gettarla fuori
dal proprio destino; e per nettare il suo destino da una presenza tanto
incomoda a lui sembrava non occorresse altro che di poter dirle chiaramente
(più chiaramente di quanto avesse potuto farlo in passato): - Per quanto mi
concerne, ti domando d'essere virtuosa con me e con tutti. - Poi sarebbe stato
facile di non pensarci più.
Cercò la quiete col rendere
definitiva la propria risoluzione. Trovò il modo di spedire quel biglietto
senza farlo passare per le mani della sua infermiera. L'appuntamento era per il
giorno appresso nelle ore tarde del pomeriggio. Le prime ore erano dedicate a
cure.
Ritornò alla finestra. Nel
desiderio di nettarsi la coscienza di ogni rimprovero riandò col pensiero la
storia delle relazioni colla giovinetta. Sarebbe stato strano di attribuirle
una importanza. Troppo facile era stato di avere quella giovinetta.
Un'avventura comunissima. Non nella sua vita, però, e anche importante per la
giovinezza e la beltà della fanciulla. - È certo - pensò il vecchio - che gli
altri sono peggiori di me e che oggi, poi, io sono superiore a tutti. - Gli
pareva un vanto di non sentire alcun desiderio e un secondo vanto ancora
maggiore di chiamare a sé la giovinetta per farle del bene.
Le avrebbe dato del denaro.
Quanto? Due… tre… cinquecento corone. Il denaro bisognava darlo se non altro
per acquisire il diritto di educare. Poi l'avrebbe messa in guardia contro gli
amori disordinati. Anche in passato aveva predicato contro gli amori, ma
bisognava far ora dimenticare ch'egli aveva tentato allora di mettere il
proprio amore fra quelli permessi.
Su la via si svolse una scena che
attrasse tutta la sua attenzione. Ne scorse già da lontano gli attori perché
venivano dalla parte ch'egli fissava. Un fanciullo di forse otto o dieci anni,
scalzo, scendeva la via traendosi dietro per mano un uomo evidentemente
ubriaco. Pareva che il fanciullo fosse conscio della sua responsabilità.
Procedeva con un passo piccolo ma risoluto. Guardava di tratto in tratto dietro
di sé il grande uomo che pareva convinto di dover seguirlo, eppoi guardava
dinanzi a sé per vedere la propria via. Certo egli sapeva di dover consigliare
e dirigere. Così giunsero sotto le finestre del vecchio. A quel punto il
fanciullo scese dal marciapiedi per camminare meglio e non subito fu seguito
dall'uomo. Perciò avvenne che le loro braccia allacciate andarono a cozzare
contro il colonnino di un fanale. Non subito il fanciullo intese che avrebbe
dovuto retrocedere per accompagnarsi all'uomo. Aveva fretta e probabilmente
fece male all'ubriaco premendone la mano sul colonnino. Costui fu preso da un
improvviso furore. Si svincolò dal fanciullo e subito gli menò un calcio
atterrandolo. Per fortuna la sua ebbrezza gli impediva la rapidità dei
movimenti, perché si capiva che si raccoglieva per picchiare ancora. Il
fanciullo, a terra, si celava puerilmente la faccia col braccio per proteggersi
e piangeva, guardando terrorizzato l'ubriaco ch'era chino su lui e non riusciva
a riacquistare l'equilibrio.
Il vecchio, alla finestra, fu
invaso dal terrore. Aperse le lastre dimenticando per un istante la cura della
propria salute e si mise a gridare con la sua voce roca chiamando aiuto.
Subito, dalla fila alla porta del fornaio accorsero molte persone, tante, che,
presto, il vecchio non poté più vedere né il fanciullo né l'ubriaco. Richiuse
la finestra, chiamò l'infermiera e, ansimante, si gettò su una poltrona. Era
troppo per lui. Le gambe non lo reggevano più.
Nella sua lunga solitudine, egli
aveva accarezzato una grande ambizione e s'era creduto benefico e superiore a
tutti, ma ora appena provava una sensazione veramente nuova e sorprendente di
vera, istintiva bontà. Per un breve tempo restò buono e generoso senza che il
suo sentimento fosse oscurato da alcun pensiero a se stesso. È ben vero che non
fece alcun atto che avvicinasse a lui quel povero fanciullo abbisognante di
soccorso e di conforto. Non ci pensò neppure; ma nel pensiero accarezzava con
grande emozione la puerile figura abbattuta. Scoperse anche nella propria
memoria un particolare che valse ad aumentare la sua pietà: egli aveva visto il
pianto del fanciullo, ma non aveva sentito alcun suo grido. Forse il fanciullo
si vergognava di essere punito in pubblico e la sua vergogna, che gli impediva
di attrarre l'attenzione degli altri, era più forte del suo terrore. Povero,
piccolo essere reso perciò anche più inerme.
Ben presto però il vecchio
ritornò alla sua occupazione abituale: alla cura di se stesso. Intanto il suo
sentimento generoso gli aveva allargato tanto bene il petto che poté subito constatare
un beneficio da quel suo abbandono. Per continuarne l'effetto parlò con la sua
infermiera della sua grande avventura. Disse di aver salvato lui quel
fanciullo: - Se io non avessi gridato, quell'omaccio lo avrebbe spezzato. -
Invece era possibile che il suo roco grido non fosse neppure giunto fino alla
via.
Ritornò col pensiero alla
fanciulla e qualche contatto si costituì nel suo pensiero fra il fanciullo
maltrattato e la giovinetta che sulla stessa via veniva trascinata a perdizione
da uno zerbinotto. La comprensione per il fanciullo lo portò fino a
rimproverarsi di non aver fatto per lui altro che spalancare la finestra e
gridare.
Si liberò da tale pensiero
pensando: - Io ho da pensare ad una disgrazia e basta per me!
La notte fu sino al mattino
insonne. Non soffriva e giaceva meditando. Capiva benissimo che la sua
coscienza non era tranquilla ma non ne vedeva la ragione. Decise di dare una
somma anche maggiore alla giovinetta. Gli parve che sarebbe bastato di indurla
a dirsi grata per riavere la coscienza tranquilla.
Verso mattina s'addormentò ed
ebbe un sogno: camminava al sole tenendo per mano la bella fanciulla, proprio
come l'ubriaco teneva per mano il ragazzo. Anch'essa lo precedeva di poco, ciò
che a lui serviva per vederla meglio. Era bellissima, vestita di cenci colorati
come il primo giorno in cui egli l'aveva vista. Camminava picchiando il piccolo
piede al suolo e ad ogni suo passo risonava il campanello d'allarme come quel
giorno sul viale di Sant'Andrea. Il vecchio che fino allora era proceduto col
suo passo lento, si sforzò di raggiungere la giovinetta. Essa era divenuta per
lui la donna del suo desiderio, tutta, coi suoi cenci, col suo passo e persino
quel suono argentino del campanello che doveva essere attaccato al suo piedino.
Poi fu subito stanco e volle sciogliere la sua mano da quella della giovinetta.
Non vi riuscì che quando esausto cadde a terra. La giovinetta come un automa si
allontanò da lui senza neppur guardarlo, con lo stesso passo sempre sonoro per
il campanello d'allarme. Portava il sesso ad altri? A lui nel sogno di ciò non
importò. Si destò. Era coperto di sudore come quella notte della grande angina.
- Sozzo! Oh! Sozzo! - gridò
addirittura spaventato del proprio sogno. Volle chetarsi ricordando che il
sogno non appartiene a chi lo fa ma che gli è mandato da potenze occulte. Ma la
sozzura era evidentemente sua. Ebbe certo maggior rimorso per il sogno fatto di
quanto ne avesse avuto per quella recente realtà cui aveva consciamente
collaborato. In mezzo alle cure che riempivano la sua mattina egli che non
poteva liberarsi dal ricordo dell'avventura notturna ebbe un'ispirazione: fra
il ragazzo atterrato e battuto e la fanciulla del sogno che come un automa
offriva la propria bellezza esisteva un'analogia. - E fra me e l'ubriaco? -
indagò il vecchio. Volle sorridere al paragone impossibile. Poi pensò: - Posso
tuttavia riparare beneficandola e istruendola meglio.
Nel corso della giornata ebbe
anche altri dubbii. E se nella realtà egli avesse da comportarsi come s'era
comportato nel sogno? Sta bene che i sogni sono mandati da altri e che la
propria responsabilità non c'entra, ma egli era vecchio abbastanza per sapere
che anche nella realtà, talvolta, in certe azioni, non si riconosce se stessi.
Per esempio lui era entrato in quell'avventura dopo quella storica passeggiata
al molo nella quale era stato accompagnato da tutt'altri propositi. Ora se i
suoi propositi attuali non avessero avuto maggior efficacia di quelli di
allora, addio pace eppoi addio salute e certo anche addio vita.
Ma qui spuntò nel vecchio una
decisione di vera nobiltà. Risolse di abbandonare la vita piuttosto che
ritornare a vivere solitario come prima in mezzo alla sua farmacia. Oggi,
specie dopo di quel sogno, si sentiva ancora più desideroso di vivere e di agire.
Oggi, se avesse assistito di nuovo al maltrattamento del fanciullo non si
sarebbe saputo abbandonare al riposo come il giorno prima. Ed egli pensò che
anche quando avesse chiarito la sua posizione con la fanciulla, egli avrebbe
potuto ritrovare e beneficare anche il giovinetto. Solo che ora la cosa era
troppo complicata e bisognava aspettare la visita di qualche amico influente
che avrebbe incaricato delle ricerche necessarie. Ai tanti altri bambini che si
trovavano in circostanze simili e a portata di mano, il vecchio non pensò e
quello che egli amava per averlo visto battere fu presto da lui dimenticato.
Al medico egli disse qualche cosa
della sua avventura notturna. Il vecchio amico, che ogni giorno trovava il modo
di scoprire un indizio della prossima guarigione, sorrise: - Vedi che ritorna
la salute, anzi la gioventù.
- Che cominci così la salute e la
gioventù? - domandò il vecchio perplesso. Ebbene! Egli di quella gioventù non
voleva saperne. Voleva la calma, la serenità, la vera salute. Prima di tutto
voleva liberarsi da ogni rimprovero per il contegno da lui avuto con la
giovinetta. Il dottore non poteva indovinare che allora il suo paziente era
deciso di curarsi a modo suo tanto più che il vecchio stesso non avrebbe saputo
dirglielo. Egli stesso non sapeva che correva dietro una nuova cura.
Nel pomeriggio il vecchio dormì a
lungo di un sonno ristoratore e privo di sogni. Si destò sorridente come un
bambino da quel sonno finalmente innocente perché privo di immagini.
Poi preparò la cena per la fanciulla
proprio come la prima volta in cui l'aveva attesa. Prima di accingersi a tale
lavoro ebbe un istante di esitazione. Ma poi si disse che prima o poi la
giovinetta avrebbe dovuto sentire da lui parole dure e prediche meno divertenti
e che perciò era bene di offrirle il compenso cui essa apparentemente teneva
tanto. Aperse perciò con accuratezza le scatole che per tanto tempo aveva
tenute in serbo. Sorrideva vuotandole nei piatti preparati sul solito tavolino:
si trattava di indorare una pillola che alla giovinetta sarebbe potuta sembrare
amara.
Assistendo a tanti preparativi,
la sua infermiera s'allarmò. Non avrebbe essa avuto il dovere di avvisare il
dottore? Il vecchio la rassicurò con aria di superiorità. L'ultimo suo sonno
era stato tranquillo, ed il precedente dimenticato. Perciò il sospetto
dell'infermiera non poteva neppure offenderlo. Le disse che essa avrebbe potuto
assistere all'abboccamento dalla stanza vicina. Per la prima volta parlò
chiaramente del passato confessando quello ch'essa sapeva o di cui almeno
dubitava. - I trascorsi di gioventù devono essere dimenticati. Ad ogni modo non
possono più essere ripetuti. - Ma l'infermiera non si quietò. Per quanto non le
mancasse nulla in quella casa, pure le spiaceva di veder preparati per altri quei
buoni cibi. Velenosamente rispose: - Cinque mesi or sono Lei era dunque
giovine!
- Solo cinque mesi sono trascorsi
da allora? - domandò il vecchio stupito. A lui pareva fosse trascorso un secolo
dall'ultima visita della giovinetta. Rifece il conto e trovò che quel periodo
di tempo non raggiungeva neppure i cinque mesi. Non rispose all'infermiera, ma
dubitò di essere vecchio essendo stato tanto giovine cinque mesi prima. Non
dubitò però del proprio sincero desiderio di morale e di bontà.
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