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Il Gaia, Mario e il
rappresentante di Westermann furono tanto puntuali che si trovarono insieme
alla porta del caffè. Vi si trattennero parecchio perchè vi costituirono una
piccola torre di Babele. Mario seppe dire in tedesco due parole con cui
esprimeva il piacere di fare la conoscenza del rappresentante di una ditta
tanto importante. L'altro, in tedesco, disse di più, molto di più, e non tutto
andò perduto perchè il Gaia assiduamente tradusse: «L'onore di conoscere...
l'onore di trattare... l'opera insigne che il suo principale a tutti i costi
voleva possedere».
Anche il Gaia, con fare più
villano che deciso, disse qualche parola che subito tradusse: Aveva dichiarato
che il Westermann avrebbe potuto avere il romanzo quando l'avesse pagato. Si
trattava qui di un affare e non di letteratura. Dicendo quest'ultima parola
ebbe una smorfia di disprezzo, ciò ch'era imprudente. Perchè maltrattare la
letteratura se era vero che qui si trasformava in buon affare? Ma il Gaia dava
dei colpi alla letteratura per poter colpire il letterato, dimenticando che per
burla avrebbe dovuto tenerlo in piena gloria. E nel corso del discorso, una
volta seppe dire a Mario: «Tu stai zitto perchè non capisci niente». Mario non
protestò: certo il Gaia voleva attribuirgli dell'ignoranza solo in affari.
Poi il Gaia si seccò di stare lì
all'aria aperta. Era calata una leggera nebbiolina umida, destinata ad essere
spazzata dalla bora che doveva funestare quelle celebri giornate. Il Gaia
spinse la porta del caffè e, senza complimenti, concedendosi lo sfogo di ridere
clamorosamente, entrò per primo, zoppicando.
Gli altri due s'attardarono
ancora in complimenti prima di varcare la soglia, e Mario ebbe il tempo di
studiare la persona tanto importante che vedeva per la prima volta. Non
l'avrebbe rivista più, ma mai più la dimenticò. Dapprima la ricordò come una
persona molto buffa, resa anche più ridicola dall'importanza del messaggio di
cui era incaricata. Poi il ricordo non si alterò di molto: La persona rimase
ridicola, ma l'inferiorità di essa riverberò dolorosamente su lui stesso,
perchè egli le aveva permesso di calpestarlo e di fargli del male. Le sue
ferite si facevano più dolorose perchè inferte da una mano simile. Si può dire
che Mario non era un cattivo osservatore, ma che era, purtroppo, un osservatore
letterario, di quelli che possono essere truffati col minimo sforzo, perchè
sanno fare l'osservazione esatta per deformarla subito a forza di concetti. Ora
i concetti non mancano mai a chi ha un po' d'esperienza di questa vita, dove le
stesse linee e gli stessi colori s'adattano alle più varie cose, che solo il
letterato ricorda tutte.
Il rappresentante dell'editore
Westermann era una personcina dinoccolata priva dell'autorevolezza che
conferisce una certa proporzionata abbondanza di carne e di grasso, e resa
sgraziata da uno sviluppo addominale eccessivo che trapelava persino oltre alla
pelliccia. Fin qui somigliava al Gaia. La sua pelliccia dal collare ricco, di
pelo di foca, era la cosa più importante di tutto l'individuo, e molto più
importante della giacca e dei calzoni sdruciti che s'intravvedevano. Non fu mai
deposta, anzi riabbottonata subito dopo che s'era dovuta schiudere per dar l'accesso
ad una tasca interna. L'alto collare coronò sempre la faccina fornita di una
barbetta e di mustacchi radi e fulvi sotto ad una testa radicalmente calva. Ed
un'altra cosa Mario osservò: il tedesco si teneva tanto rigido nella pelliccia
in cui era sepolto, che ogni suo movimento appariva angoloso.
Era più brutto del Gaia, ma al
letterato parve naturale gli somigliasse. Perchè chi commercia i libri non deve
somigliare a colui che s'occupa di vino? Anche per il vino c'era stato qualche
cosa di supremamente fine che aveva preceduto e creato il suo commercio: la
vigna e il sole. Quanto al sussiego con cui veniva portata a passeggio quella
pelliccia, visto ch'esso legava un individuo della specie del Gaia, non era
difficile d'intendere perchè esso fosse stato adottato. Mario non pensò che
quello di tenersi rigidi era un modo di soffocare un imperioso bisogno di
ridere, ma ricordò invece che la rigidezza era propria di codesta categoria di
persone, gli agenti di commercio, che vogliono apparire qualche cosa che non
sono e che se non sorvegliassero tradirebbero il loro vero essere. Tutto questo
fu pensato da Mario con un certo sforzo. Pareva lavorasse per facilitare il
buon esito della burla. E pensò ancora che il critico di casa Westermann era
rimasto a casa, ma era rimasto a casa anche il grande uomo d'affari. Non era
facile il viaggiare allora, e si vede che per portare a termine un tale affare
bastava incaricarne un coso simile, un amico del Gaia.
Attorno al tavolo, nel caffè a quell'ora
deserto, ci fu ancora un po' di torre di Babele. L'agente di Westermann tentò
di spiegare qualche cosa in italiano, e non vi riuscì. Il Gaia intervenne:
«Costui vuole una tua espressa conferma che io ho la facoltà di trattare per
te. Io potrei offendermi della sua diffidenza, ma capisco che gli affari sono
affari. Del resto ci sei anche tu, ma egli dice di non intenderti». Mario
protestò in italiano che quello che il Gaia aveva stabilito era impegnativo per
lui. Lo disse scandendo le sillabe, e il tedesco asserì di aver capito e di
accontentarsi.
Il Gaia offerse il caffè, e
subito il rappresentante di Westermann trasse dalla tasca di petto delle carte
di formato grande, il contratto già pronto in duplice copia. Lo stese sul
tavolo e vi si chinò con tutto il petto. Mario pensò: «Che soffra anche di
lombaggine?».
Aveva fretta il Gaia. Strappò le
carte all'altro e si mise a tradurre a Mario il contratto. Trascurò molte
clausole che erano adottate per tutti i suoi contratti dalla grande ditta
editrice, e parlò di tutti i vantaggi ch'egli con quel contratto aveva
procurato a Mario. Egli diceva proprio le parole che avrebbe impiegate se non
si fosse trattato di un affare per burla: «Capirai che mi sono meritata la mia
provvigione. Ho passata tutta la notte a discutere con costui. - E si permise
di schizzare un po' di quel veleno di cui era pieno: - Tu, se io non t'aiutavo,
non avresti saputo far nulla».
In forza di quel contratto il
Westermann avrebbe pagato a Mario duecentomila corone, e acquistava così il
diritto di traduzione del romanzo in tutto il mondo. «Per l'Italia rimani tu il
proprietario. Ho pensato di riservare a te questa proprietà, perchè chissà che
valore potrà acquistare il romanzo in Italia quando si saprà ch'è stato
tradotto in tutte le lingue. - Per essere più chiaro ripetè:- L'Italia resta a
te, intera». E non rise, il volto addirittura ghiacciato nell'espressione
dell'uomo che aspetta consenso e plauso.
Mario ringraziò con effusione.
Gli pareva di vivere in un sogno. Avrebbe abbracciato il Gaia, e non perchè gli
aveva regalato l'Italia, ma perchè prevedeva che anche in Italia, presto, il
romanzo si sarebbe conquistato il suo posto al sole. Si rimproverava
l'istintiva antipatia che per lui aveva sempre sentita, e s'andava persuadendo
all'affetto: «È più che buono, è utile. Ci guadagno io, ed è tanto bello da
parte sua di dimostrarsene soddisfatto».
Ricordava però l'angoscia
sofferta la notte e, attaccandosi affettuosamente al braccio del Gaia, propose
che nel contratto fosse inserita una clausola che obbligasse il Westermann alla
pubblicazione del romanzo almeno in tedesco prima della fine del diciannove.
Aveva fretta il povero Mario, e avrebbe voluto anche sacrificare una parte
delle duecentomila corone, se con ciò avesse potuto affrettare l'avvento del
grande successo. «Io non sono più tanto giovine - disse per scusarsi - e vorrei
veder tradotto il mio romanzo prima della mia morte».
Il Gaia era indignato, e il suo
disprezzo per Mario cresceva nella proporzione in cui aumentava l'affetto di
questo per lui. Ci voleva una bella presunzione a discutere la proposta che gli
veniva fatta per quello straccio di romanzo privo di valore.
Come aveva saputo celare il riso,
così soppresse - e con la stessa fatica - ogni manifestazione di disdegno, e per
poter ridere meglio più tardi, avrebbe anche voluto trovare il modo d'inserire
nel contratto la clausola desiderata da Mario. Ma non c'era posto in quelle
pagine (veramente dedicate ad un contratto per il trasporto di vino in vagoni
cisterna) eppoi non c'era la possibilità di lavorare in presenza di Mario o
anche di fingere di lavorare con quella voglia di schiattare dal ridere in
corpo. Il Gaia, dopo un momento di esitazione riempito da tanta malizia che si
sentì costretto a coprirsi la faccia con la mano per grattarsi prima il naso,
poi la fronte e infine il mento (sapeva forse ridere con una parte del viso
alla volta) si mise gravemente a discutere la domanda di Mario. Dapprima emise
il dubbio che forse il Westermannn si sarebbe potuto seccare di tante pretese,
eppoi, vedendo che Mario appariva dolente di vedersi negata una domanda che non
danneggiava in niente il Westermann, e dava tanta quiete a lui, ebbe un'alzata
d'ingegno: «Ma non credi che chi pagò duecentomila corone avrà ogni ragione
d'affrettarsi a far fruttare il suo denaro?».
Mario riconobbe la bontà
dell'argomento, ma il suo desiderio era tanto forte che qualunque argomento non
sarebbe bastato ad annullarlo. Attendere ancora? Che cosa avrebbe fatto tutto
quel tempo? Le favole non si fanno che in giornate ricche di sorprese.
Aspettare è un'avventura, anzi una sventura sola, e può dare una favola sola,
ch'egli aveva già fatta: la storia di quel passero che moriva di fame
aspettando del pane là ove, per caso, una volta sola ne era stato sparso (esempio
d'ingordigia e d'inerzia associate, che si ritrova talvolta nelle favole):
Mario era esitante. Cercò e non trovò qualche altra parola (non troppo forte)
per insistere nella propria preghiera. E ci fu perciò un'altra pausa nelle
trattative. Il Gaia centellinava il suo caffè e aspettava il consenso di Mario,
che, evidentemente, non poteva mancare. Mario guardava la calvizie del
rappresentante di Westermann, il quale rileggeva attentamente il contratto
ficcandoci il naso lungo, affilato, sul quale tremavano gli occhiali. Perchè
tremavano quegli occhiali? Forse perchè quel naso passava sul contratto da
parola a parola, per vedere se il desiderio di Mario vi fosse già appagato. La
calvizie del tedesco, che gli era rivolta come una faccia muta, cieca e priva
di naso, era molto seria, perchè le mancavano gli organi per ridere. Anzi -
pelle rossa sporcata da qualche pelo fulvo - era tragica. «Infine - pensò Mario
- avrò pazienza e non appena avuti i denari potrò render pubblico il mio
successo. Sarà come se il libro fosse stato già tradotto». E, rassegnato,
s'accinse a firmare il contratto con la penna a serbatoio prestatagli dal Gaia.
Il Gaia lo fermò: «Prima i
denari, poi la firma!». Parlò concitatamente col rappresentante di Westermann
il quale subito trasse dalla sua capace tasca di petto il portafogli, e vi
ficcò il naso per trarne un foglietto di carta che aveva la forma di un assegno
bancario. Lo diede al Gaia ch'ebbe il torto di guardare in faccia
porgendoglielo. Bisogna evitare dall'associarsi quando si è in due minacciati
dall'esser afferrati da un assalto d'ilarità. Le due debolezze si sommano e lo
spasimo del riso trionfa. Poi la rigidezza era una buona politica, mentre il
Gaia, imbaldanzito dalla padronanza di sè di cui fino ad allora aveva dato prova,
s'era creduto capace anche di un'altra finzione, quella dell'ira che dimostrò
parlando al tedesco del necessario, immediato pagamento. L'organismo umano è
capace di tutte le finzioni, ma non di più d'una alla volta. L'indebolimento
che gliene derivò fu tale ch'egli dovette abbandonarsi tutto ad uno scoppio di
riso che quasi lo ribaltò dalla sedia, e, subito, per contagio, il
rappresentante di Westermann si mise a dibattersi nella pelliccia. Ridevano e
si urlavano nello stesso tempo delle insolenze in tedesco. Mario guardava,
invano cercando di sorridere per accompagnarsi a loro. Poi si sentì offeso che
un affare simile fosse trattato in tale guisa. La nobiltà del vino e del libro
era profanata da cotesti affaristi.
Finalmente il Gaia potè riaversi
e correre ai ripari. Trasse dal portafogli del tedesco un'altra carta, simile
invero a quell'assegno, e balbettò, sempre interrotto dal riso, che ora gli
giovava dandogli il tempo di escogitare una trovata che lo spiegasse, che il
tedesco per poco non gli aveva dato, invece dell'assegno, quel cedolino,
proveniente dal luogo menzionato la sera prima, e dove quel maiale si recava
tutti i giorni. Eppure cedolini simili in quei luoghi non si trovano. Ma il
Gaia aveva detto la prima parola che gli era venuta alle labbra, e con sua
grande sorpresa, al Samigli essa bastò: «La punizione della castità» pensò poi
il Gaia.
Mario si accontentò solo perchè
era ansioso di veder ritornare la serietà a quel tavolo, e anche di dimenticare
l'increscioso incidente. L'abitudine del letterato di cancellare una frase di
cui si è pentito, lo induce ad accettare con facilità tali cancellazioni fatte
da altri. Racconta la realtà, lui, ma sa eliminare tutto quello che alla sua
realtà non si conformi. Anche qui egli eliminò. Finse, per cortesia, di
guardare il cedolino che il Gaia sempre ancora teneva in alto. Così si guarda
uno sconosciuto che, per caso, su un marciapiede, ci impedì per un istante di
procedere.
Fu così che Mario firmò le due
copie del contratto. Egli, alcuni giorni dopo, doveva riaverne una munita della
firma dell'editore. Intanto però gli consegnavano l'assegno ch'equivaleva ai
denari (come il Gaia spiegò): una tratta a vista della ditta Westermann
all'ordine di Mario su una Banca di Vienna.
Quando uscirono dal caffè, prima
di lasciare il tedesco, Mario avrebbe voluto ringraziarlo, e tentò di ripetere
in tedesco una parola di ringraziamento che si era fatta suggerire dal Gaia. Ma
poi il Gaia stesso lo interruppe: «Va là che anche lui ci ha il suo
tornaconto». Voleva restar solo con Mario, e congedò l'altro che parve di aver
anche lui premura di correre via.
«Adesso - propose il Gaia -
andiamo insieme alla Banca a consegnare quest'assegno all'incasso».
Mario non aveva nulla in
contrario, ma in quel momento l'orologio della piazza suonò il mezzodì. Al Gaia
dolse di aver fatto tardi, e di non poter perciò accompagnare subito Mario alla
Banca che a quell'ora si chiudeva. «Vuoi che ci diamo appuntamento per le
quindici?». Era esitante. Nel pomeriggio egli aveva un altro impegno e gli
doleva di mancarvi. Sarebbe stato penoso di sacrificare alla burla un proprio
interesse. Sarebbe stato un burlato anche lui.
Mario protestò che sapeva andare
alla Banca da solo. Non era anche lui disgraziatamente da tanti anni negli
affari? Sospettò che il Gaia temesse per la sua provvigione, e lo rassicurò.
«Non appena ricevo il denaro ti porto le tue diecimila corone».
«Non si tratta di questo » disse
il Gaia tuttavia esitante. Poi, deciso, spiegò: «Non devi vendere subito
quest'assegno. Me ne pregò il rappresentante di Westermann. È firmato da lui, e
con le comunicazioni postali di adesso, non è sicuro che il suo avviso giunga
in tempo». Gli parve che la faccia di Mario si oscurasse e aggiunse: «Ma tu non
devi temere. Se guardi l'assegno, vedrai ch'è firmato dal procuratore di
Westermann. Tu devi consegnarlo alla Banca impartendole l'istruzione di non
levare protesto in caso di rifiuto». Infine parve che il Gaia si pentisse delle
proprie parole. «Io ti dico tutto questo principalmente per evitarti una seccatura.
Anche se tu lo volessi, ai tempi che corrono, la Banca non pagherebbe
quest'assegno, benchè munito di tanta firma. Vale perciò meglio di consegnarlo
alla Banca perchè lo incassi. Io non ho alcuna premura di avere la mia
provvigione. Ne sono tanto sicuro come se l'avessi già in tasca».
Mario promise di conformarsi
strettamente alle sue istruzioni. Del resto aveva già pensato di fare così. Con
quell'assegno in tasca, s'ergeva anche lui ad uomo d'affari. E il Gaia potè
sentirsi tranquillo che la burla non avrebbe implicato nè per lui nè per Mario
uno scontro con l'autorità giudiziaria. V'erano anche delle ragioni più alte
che lo tranquillavano. Credeva, cioè, che in tutti i paesi civili, i diritti
della burla fossero riconosciuti.
E Mario continuò ad essere cieco.
L'inquietudine del Gaia s'era rivelata evidente, ma egli non se ne accorse
perchè in quel momento era tormentato da un rimorso. Il rimorso è la specialità
dell'uomo di lettere. Gli pesava molto di aver sempre spregiato il Gaia e di
trarne ora tanto vantaggio. Fino ad allora ne aveva sopportato l'amicizia solo
per riguardo ai ricordi di giovinezza, che uomini fatti come lui sentono tanto
fortemente. Non avrebbe dovuto fargli sentire che con quel giorno le loro
relazioni cambiavano di natura? D'altronde non gli parve di poterlo far subito
perchè sarebbe stato come dirgli che voleva pagare il suo aiuto oltre che con
la provvigione anche con la sua amicizia.
Ma il Gaia, che ormai s'era
liberato da ogni inquietudine, corse via senz'attendere le tarde decisioni del
letterato abituato alla lenta lima. E, per nettare il lieto animo da ogni nube,
Mario pensò: «Quando gli darò la provvigione, l'accompagnerò con un bel bacio.
Sarà uno sforzo, ma io debbo essere giusto».
Non tutto il Gaia aveva previsto.
Intanto fu il Brauer che andò alla Banca pregatone da Mario che era dovuto
restare in ufficio. Il Brauer s'attenne coscienziosamente alle istruzioni
avute: consegnò l'assegno per l'incasso, e prescrisse la restituzione senza
protesto per il caso di rifiuto. Ma l'impiegato ch'era un amico del Brauer lo
consigliò di garantirsi il cambio della giornata, e al Brauer che sapeva dei
salti sorprendenti dei cambii di quei giorni, la bontà del consiglio parve
tanto evidente che lo seguì senza sentire il bisogno di domandare
l'autorizzazione di Mario. Il quale, perciò, assieme alla ricevuta
dell'assegno, ebbe un cedolino in cui la Banca gli dichiarava di aver comperato
da lui duecentomila corone al prezzo di settantacinque lire per cento corone da
consegnarsi entro il Dicembre. Mario piegò insieme i due documenti e li ripose
accuratamente nel suo cassetto. Nè Mario nè il Brauer s'accorsero di aver
venduto una cosa che forse poteva anche non esistere. Il Brauer si rammaricò
che il Westermann non se la fosse pensata una quindicina di giorni prima,
perchè in confronto ad allora Mario perdeva cinquantamila lire. Mario si
strinse sorridendo nelle spalle: Una falcidia del denaro non aveva importanza
visto che poi il successo non si trovava falcidiato.
Un'altra cosa il Gaia non aveva
preveduto. Alcuni giorni dopo il Brauer apprese di certe difficoltà finanziarie
dei due fratelli, e indusse Mario ad accettare un prestito di tremila corone,
poichè non era giusto che penasse quando tanti denari stavano già viaggiando al
suo indirizzo. Quel denaro fu prezioso per Mario. Comperò un mondo di cose ed
ognuna di esse era un segno tangibile del suo successo.
Per qualche sera i due fratelli
rinunziarono alla lettura, per ammirare i nuovi mobili acquistati, che
brillavano fra quei mobili dalle stoffe stinte, che li avevano visti nascere.
Fecero anche una lista degli oggetti che avrebbero acquistato quando il denaro
dovuto a Mario sarebbe stato incassato. Tutto era allora molto caro, ma a Mario
pareva che il suo denaro fosse stato molto a buon mercato. Certo, nel
frattempo, oltre che il successo, anche il denaro aveva acquistato per lui una
grande importanza.
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