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Il Gaia era sorpreso e seccato
che Mario non diffondesse lui stesso la burla. Egli non la diffondeva per non
compromettersi di più, eppoi perchè credeva che non ce ne sarebbe stato
bisogno. S'era atteso anzi di vederla resa pubblica in qualche giornale locale
da qualche amico di Mario. Che sorta di autore era Mario se non correva per la
città a divulgare il suo successo? Sempre più occupato, il Gaia non trovava il
tempo di abbordare Mario per farlo ciarlare e goderne. E la burla che tardava
tanto a dare i suoi frutti, restava per lui sempre alta, una promessa di gioia
meritata.
Una sera, ritornato da una corsa
faticosa in un vagoncino della piccola, lenta e perciò lunga ferrovia istriana,
egli si fermò per molte ore in un'osteria a bere in compagnia di alcuni amici.
E come il vino doveva fargli dimenticare l'afa del vagoncino, così rievocò la
burla per distrarsi dal ricordo dei noiosi affari. La raccontò, eppoi ebbe
un'idea che lo incantò. Propose che uno dei presenti che conosceva i Samigli,
andasse da Mario a proporgli da parte di un altro editore tedesco l'acquisto
del libro ad un prezzo anche superiore a quello offerto dal Westermann, e con
un contratto che impegnasse l'editore alla pubblicazione immediata del romanzo.
Schiattava dal ridere pensando al rammarico di Mario di trovarsi già impegnato
col Westermann.
I presenti trovarono malvagia la
burla e rifiutarono di collaborarvi, e il Gaia vi rinunziò facendosi promettere
da loro che non avrebbero detto nulla ai due fratelli di quanto era stato
parlato quella sera.
Poi egli non ci pensò più, ciò
che per lui era la cosa più facile. La prima burla l'aveva già divertito
moltissimo e doveva derivargli da essa dell'altra gioia, se non altro quella di
assistere al dolore di Mario, e forse, a quella ch'egli diceva la sua
guarigione da tutte le sue presunzioni. Gli pareva facile di saper sottrarsi ad
ogni rimprovero. Il rappresentante di Westermann non era altri che un commesso
viaggiatore che aveva fatta la piazza di Trieste quando l'Austria vi si era
disfatta, ciò che l'aveva condannato all'ozio e reso propenso a collaborare ad
una lieta burla. Oramai si trovava ben lontano da Trieste, e il Gaia avrebbe
potuto asserire d'essere stato giuocato anche lui. Ammetteva che forse Mario
avrebbe potuto avere tanto spirito da ridere anche lui della burla. Ciò non era
molto probabile, perchè gli uomini che amano la gloria non sanno ridere, ma se
Mario si fosse saputo elevare a tanta altezza, egli avrebbe saputo farsi suo
degno compagno, e con lui, in piena amicizia, avrebbe saputo bere.
Ma intanto aveva commesso una
grande imprudenza. Uno di quei suoi amici serbò il silenzio con tutti meno che
con la propria famiglia, ed un suo figliuolo ch'egli mandava talvolta dai
Samigli ad informarsi di loro, riferì a Giulio a un di presso quanto aveva
appreso. Raccontò che il Gaia aveva burlato Mario facendogli credere che un
capocomico Giosterman si impegnava a rappresentare una sua commedia. Il tutto
era tanto sbagliato che Giulio dapprima credette si trattasse di tutt'altra
cosa e non concernesse Mario.
Anche Mario in un primo
brevissimo tempo ne rise. I due fratelli stavano cenando insieme e fu
sorprendente come dopo i primi bocconi presi con tutta calma, Mario ad un
tratto, da solo, senza che nessuno gli avesse detto un'altra parola, si
sentisse addirittura mancare scoprendo intera la burla. La scopriva con enorme
sorpresa, e nello stesso tempo si sorprendeva di aver dovuto attendere una vaga
parola d'avvertimento per saperla tutta. Aveva chiuso gli occhi apposta per non
vedere e non intendere? Da bel principio egli aveva indovinato l'intima natura
dei due messeri coi quali aveva avuto da fare e li avrebbe potuti smascherare
subito quando in sua presenza i due svergognati s'erano abbandonati al riso.
Perchè non aveva pensato, perchè non guardato? Ricordò ancora: sul naso
affilato del tedesco gli occhiali avevano tremato per il riso trattenuto;
un'oscillazione simile a quella di un motore su una vettura. Mario ebbe allora
il pensiero tanto pronto e acuto che scoperse qualche cosa che dai suoi occhi
era stato chiaramente percepito ma non ancora comunicato al suo cervello: quel
pezzettino di carta tratto dal portafogli del tedesco, e che doveva scusare il
riso cui i due compari s'erano abbandonati, era coperto di uno stampatello
gotico. Gotico, tutto rette ed angoli. Ne era sicuro, come se lo vedesse
allora. Perciò non poteva provenire da un postribolo di Trieste. Mentitori! E
mentitori che gli avevano denotato il loro disprezzo non curandosi neppure
d'essere accorti.
Se era stato deriso, egli
meritava qualunque punizione. E avrebbe voluto castigare se stesso subito, ficcandosi
i denti nelle labbra. Ma tanta chiaroveggenza era tuttavia accompagnata da
dubbio. Un'ulteriore dimostrazione della propria insanabile bestialità? Povero
Mario! Un'evidenza per quanto intera, quando apporti tanto dolore, non è mai
accettata senza un tentativo di oscurarla. Ognuno lotta contro il destino come
sa, e Mario tentò d'arrestarlo dicendosi che non bisognava ammettere si
trattasse di una burla finchè non se ne fosse scoperto lo scopo. Per il piacere
di ridere? Ma è un piacere che il deriso non intende.
Tentò però di liberarsi del
dubbio non perchè gli sembrasse poco fondato, ma perchè gli sembrava
contribuisse ad agitarlo ed aumentasse il suo dolore. Voleva passare la notte
almeno nella certezza. E non c'era altra via di procurarsela che la riflessione.
Fuori soffiava muggendo e ululando la bora, e se non fosse bastata a trattenere
Mario, c'era anche l'impossibilità di raggiungere il Gaia il quale,
specialmente di notte, era introvabile.
Bisognava intanto sapere
esattamente quello che il ragazzetto loro amico aveva detto. Perciò iniziò un
serrato interrogatorio del povero Giulio il quale non ricordava quelle parole,
avendovi attribuito poca importanza. E l'ammalato non sopportò il cipiglio di
Mario. Aveva già sofferto molto essendosi accorto di quello che stava avvenendo
al fratello, proprio allora, in sua presenza, ma soffriva ora ancora di più nel
timore di vedersi rimproverata un'altra volta la propria debolezza, la propria
vita. Finì che gli colarono alcune lacrime sulle guancie emaciate.
Mario alla vista di quel segno di
dolore del fratello, si agitò anche di più. Dolersi della burla a quel modo
significava riconoscersi abbattuto e attribuirle grande importanza. Urlò:
«Perchè piangi? Non vedi che io, cui la faccenda colpisce tanto più direttamente,
non piango affatto? E non mi vedrai piangere mai. Spero, invece, di far
piangere il Gaia se realmente m'ha burlato».
Non potè sopportare la debolezza
di Giulio. Piantò la cena e fatto un breve saluto a Giulio (cui realmente
serbava rancore perchè non ricordava bene quello che il ragazzo loro amico
aveva detto) si ritirò nella propria stanza.
E, rimasto solo, gli parve
d'essere sicuro e di aver eliminato definitivamente ogni dubbio. La burla aveva
lo stesso scopo di tutte quelle di cui il Gaia aveva cosparso l'Istria e la
Dalmazia, e delle quali ora Mario ricordava di aver riso di cuore. Sì! Della
burla si rideva e non occorreva altro. Ne ridevano tutti coloro che non
dovevano piangere. E Mario ricordando questo, subito pianse com'era la legge
della burla.
Non ancora svestito, si gettò sul
letto. Udiva sempre la risata cui i due congiurati s'erano abbandonati in sua
presenza. Riecheggiava negli stessi scomposti rumori della bora, e vi si faceva
enorme. Andava a colpire tutti i sogni che avevano abbellito la sua vita. Se il
Gaia aveva voluto questo, per un istante aveva raggiunto il suo scopo: Mario si
vergognò dei proprii sogni. Non poteva fallire quella burla per quanto
rozzamente congegnata. Il lavoro accorto del burlone l'aveva preceduta, e non
c'era stato bisogno che l'accompagnasse. Il burlone l'aveva spiato, e gli aveva
presentato un contratto, che non era stato inventato, ma accuratamente copiato
dall'animo suo. Non s'era egli atteso una cosa simile, da quasi mezzo secolo? E
quando gli fu presentato, in lui non ci fu sorpresa, nè ci poteva essere
diffidenza alcuna. Non aveva neppure guardato in faccia coloro che glielo
avevano presentato. Era cosa che gli spettava, ed arrivava a lui per una data
via che non aveva importanza. Dunque egli era stato burlato come in altre età i
cornuti e gli scemi, coloro che la burla meritavano.
Per questo gli coceva la burla,
non per la perdita del denaro promesso. Neppure un istante pensò al debito
contratto col Brauer in conseguenza della burla. Prima di tutto gli oggetti
acquistati erano in casa ancora intatti, eppoi non ci si può figurare a quali
impegni si possa corrispondere col volere onesto. Il denaro non aveva
importanza. Invece lo straziava la persuasione di aver perduto
irrimediabilmente la ragione della sua vita. Mai più gli sarebbe stato concesso
di ritornare allo stato in cui era vissuto sempre, nutrendosi delle solite
porcheriole condite da quel sogno alto che stereotipava il sorriso sulle sue
labbra.
L'aggettivo di burlato non
s'attaglia in pieno che alla vittima di una burla che abiti in una città non
grande abbastanza per correrne le vie sicuro, cioè sconosciuto. Ogni sua nota
debolezza lo accompagna per via insieme alla sua ombra. Tutte le persone dello
stesso ceto vi si conoscono ed ognuno ficca le unghie nelle ferite del vicino.
Ognuno ha il suo destino quaggiù, ma, quand'è noto a tutti, si rincrudisce per
un incontro, per un'occhiata. Mai più si sarebbe potuto liberare dal marchio di
quella burla. Se mai aveva potuto dimenticare che una donna lo aveva burlato
respingendolo. Oramai tanto vecchio, essa tuttavia non sapeva reprimere un
cattivo sorriso quando lo vedeva. Con l'equanimità del letterato, Mario ricordò
che anche lui era per altri un rimprovero vivente, perchè in città v'era
qualcuno che si turbava al solo vederlo. Buono com'era, egli aveva tentato
d'addolcire quei rapporti, ma non vi era riuscito, anche perchè tali imbarazzi
non si levano, ma s'aggravano con le spiegazioni. Ed egli non aveva fatte mai
delle burle, ma la vita sapeva inventarne anche di più atroci di quelle del
Gaia, e bastava saperne per esser considerato dalle vittime un vero nemico.
La notte sarebbe stata orrenda,
se non fossero intervenute ad alleviarla le favole. Capitarono innocenti, come
se l'avventura col Westermann non le riguardasse, e trovarono subito e
incontrastato l'accesso a quella stanza. Meritavano tale accoglienza. Esse
erano purissime, non bruttate dalla burla. Nessuno aveva potuto spiarle. Erano
più pure ancora perchè Mario stesso non le aveva mai considerate se non una sua
appendice, una sua forma di sorriso e di respiro. Il Gaia non aveva previsto
ch'egli poteva guarire Mario da una letteratura, ma non da tutta la
letteratura.
Eran tre le gentili soccorritrici
e si tenevan per mano, ma ciascuna gli si rivelò distinta al momento opportuno
per confortarlo e guidarlo.
Ecco come si manifestò la prima:
Mario tremava al pensiero che forse egli non avrebbe saputo essere virile
abbastanza per punire il Gaia, non perchè temesse di lui, ma perchè non avrebbe
saputo abbordarlo e affrontare la sua derisione meritata. Un uccellino accanto
a lui sospirava: «Anche la debolezza ha il suo conforto». E nasceva la favola:
«Un uccellino fu strozzato da uno sparviero. Non gli fu lasciato che il tempo
sufficiente ad una protesta molto breve, un solo altissimo grido
d'indignazione. All'uccellino parve di aver fatto tutto il suo dovere, e la sua
animuccia se ne vantò, e volò superba verso il sole per perdersi nell'azzurro».
Quale conforto! Mario si fermò ad ammirare quell'azzurro cui l'anima degli
uccellini appartiene come la nostra al paradiso.
La seconda venne a correggere con
un sorriso il proposito gridato ad alta voce di non occuparsi mai più di
letteratura. Arrivava ben tardi quel proposito. E Mario ne seppe ridere come se
qualche bestiolina innocente accanto a lui avesse commesso il medesimo errore:
«Un uccellino fu ferito da un colpo di fucile. L'ultimo suo sforzo fu dedicato
a involarsi dal luogo ove era stato colpito con tanto fragore. Riuscì a
ficcarsi nell'oscurità del bosco ove spirò mormorando: «Son salvo».
E la terza chiarì la seconda.
Perchè celare la propria letteratura è facile. Basta guardarsi dai piaggiatori
e dagli editori. Ma rinunziarvi? E come si fa allora a vivere? La seguente
tragedia lo incorò a non fare quello che il Gaia avrebbe voluto: «Un uccellino
acciecato dall'appetito si lasciò impaniare. Fu posto in una gabbiuccia ove le
sue ali non potevano neppure stendersi. Sofferse orribilmente, finchè un giorno
la sua gabbia non fu lasciata aperta, ed esso potè riavere la sua libertà. Ma
non ne godette a lungo. Reso troppo diffidente dall'esperienza, dove vedeva
cibo sospettava l'insidia, e fuggiva. Perciò in breve tempo morì di fame».
E, confortato da quei tre uccellini
periti tutt'e tre, Mario avrebbe potuto trovare anche il sonno. Ma in quella
s'accorse che nella sua stanza mancava qualche cosa cui egli era uso: il
russare del fratello. Che Giulio non dormisse ancora? A quell'ora! Sarebbe
stata una cosa grave.
Si accostò in punta di piedi alla
porta dell'altra stanza. La luce vi era spenta, ma Giulio, tuttavia desto, lo
sentì e lo pregò di entrare.
Quando Mario ebbe accesa la
lampada, Giulio lo guardò timoroso, e per la paura di dover sopportare degli
altri rimproveri, confessò il proprio turbamento: «Non so consolarmi di aver
aggravato i tuoi pensieri col non ricordarmi le precise parole che mi furono
dette da quel giovinetto».
«E non dormi per questo? -
esclamò Mario profondamente addolorato. - Oh, te ne prego. Dormi, dormi subito.
Adesso so perchè non potevo dormire io stesso. Per chetarmi devo sentir dormire
te. Via, mettiti in pace. Di quella storia parleremo domani...». E s'accinse a
spegnere la luce.
A Giulio non pareva vera tanta
dolcezza che pioveva sul suo letto. E volle goderne ancora. Impedì a Mario di
spegnere la luce: «Tu sei più calmo ora. Perchè non si potrebbe farmi ora la
lettura? Sei poi guarito della gola? Io non dormo più bene dacchè di sera non
si legge più».
E Mario, in piena buona fede,
perchè non ricordava più in quale stato d'animo si fosse trovato quando il
successo gli arrideva vicino e sicuro, esclamò: «Io non lo sapevo, perchè
altrimenti t'avrei letto ogni sera quanto e più di quanto t'occorra. Il male di
gola non era gran cosa, e m'è passato. Se vuoi ti leggerò De Amicis e
Fogazzaro. Così avrai pronto il sonno».
Quest'ultima frase farebbe
credere che già allora la burla avesse perduto ogni efficacia. Se il Gaia fosse
stato presente, sconfortato, avrebbe pensato che con un presuntuoso simile ogni
burla era vana. Invece, in verità, in quel momento, per Mario, la letteratura
non esisteva affatto. Esisteva solo il fratello malato, cui bisognava propinare
quanta letteratura occorresse. E si rassegnava ad abbassare la propria o
l'altrui all'ufficio di clistero.
Ma quella sera non volle leggere.
Era tardi, ed egli aveva bisogno di qualche ora di sonno. Bisognava arrivare al
Gaia sereno e riposato. E invece che letteratura regalò a Giulio ancora
dell'altro affetto. Lo trattò maternamente, con autorità e con grande dolcezza,
con imposizioni e promesse. Gli disse che ora doveva dormire, ma che la sera
appresso sarebbero ritornati insieme al loro dolce costume antico. Gli avrebbe
letto cose d'altri, ma anche cose proprie di cui non gli aveva parlato mai e che
ora gli confidava. Tante favole raccolte nella solitudine più assoluta. Nessun
altro doveva sospettarne l'esistenza. Si trattava di una letteratura casalinga,
nata nel cortile e destinata a quella camera. Anzi non era letteratura perchè
letteratura è una cosa che si vende e si compera. Questa era per loro due e
nessun altro. «Vedrai, vedrai. Son brevi, e non s'adattano perciò a ninna
nanna. Ma io ti dirò, leggendole, come son nate, perchè ognuna d'esse ricorda
una mia giornata, anzi la correzione della mia giornata. Ho da pentirmi di
tutto quello che feci, ma vedrai che il mio pensiero fu più accorto delle mie
azioni».
Poco dopo Giulio russava, e
Mario, beato del suo successo col fratello, s'addormentò anche lui non molto
più tardi. E al sibilo violento della bora, fecero bordone i suoni ritmici di
Giulio e, presto, anche qualche alto grido di Mario, che, nel sogno, continuava
ad essere convinto di meritare altro, di meritare meglio. La burla non arrivava
ad alterare il suo sogno.
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