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Ma la mattina di buon'ora, egli
si destò e ritrovò il suo dolore e la sua ira. Il mondo, ove tuttavia
imperversava la bora sotto ad un cielo fosco, gli appariva ben triste, perchè
privato dell'esistenza del Westermann.
Il fratello dormiva ancora. Andò
alla sua porta. Mario sorrise contento al sentire che nel lungo riposo la
respirazione del dormente s'era fatta meno rumorosa. Pensò ad alta voce:
«Ritorno subito a te, intero, a te che mi vuoi bene».
Lottando con la bora, egli
s'avviò diritto all'abitazione del Gaia, situata in una delle vie parallele al
Canale, a quell'ora ancora deserte. Stava anche per salire dal Gaia, ma poi si
pentì, e ritornò sulla via. Quelle spiegazioni non dovevano avere dei
testimoni. Bisognava fare in modo che la burla - se realmente si trattava di
una burla - non si divulgasse. Per il momento egli avrebbe aspettato il Gaia
sulla via e poi, se fosse occorso, l'avrebbe indotto a seguirlo in luogo ove lo
avrebbe potuto punire. Come erano fatti i luoghi ove si poteva punire senza sfigurare?
Mario non lo sapeva. Ma, teorico come era, gli pareva di aver già stabilito
tutto. L'importante era di trovare il Gaia.
Ebbe fortuna, intanto. Quando già
cominciava a soffrire del freddo intenso, vide apparire il commesso che
correva. Rincasato tardi come al solito, aveva aspettato nel letto l'ultimo
momento utile per arrivare in tempo al suo dovere.
Mario, che ora batteva i denti
(non sapeva neppur lui se dal freddo o dall'eccitazione), l'affrontò ruminando
parole relativamente miti con cui domandare delle spiegazioni. Ma il Gaia ebbe
la sfortuna d'essere poco attento, forse causa la fretta. Senza averlo
salutato, gli domandò: «Hai avuto notizie del Westermann?».
Le parole preparate con tanta
accuratezza, svanirono, e Mario non ne trovò altre. Il suo organismo intero era
come un arco che nelle lunghe ore d'impazienza si fosse teso sempre più fino al
limite della resistenza. Scattò: lasciò cadere sulla faccia del Gaia un
manrovescio enorme di cui non avrebbe creduto capace la sua mano e il suo braccio,
che da lunghi anni non avevano conosciuto alcun moto violento. Il colpo fu tale
che dolsero anche a lui il pugno ed il braccio, e fu in procinto di perdere
l'equilibrio.
Il cappello del Gaia era stato
abbandonato alla bora che lo sollevò alto, alto. Ora un cappello, specie quando
soffia la gelida bora, è un oggetto molto importante, e il Gaia perdette la
poca capacità di reazione che poteva avere, per seguirlo con l'occhio, esitante
se non dovesse rincorrerlo. Ciò gli conferì per un istante un'aria d'indifferenza
che fece trasalire Mario. Forse egli aveva sbagliato. Forse il Westermann
esisteva tuttavia. E allora che figura avrebbe fatto? Fu un attimo angoscioso e
di speranza intensa. Aveva ancora la minaccia nell'occhio, e pur supponeva che
forse un momento dopo si sarebbe dovuto gettare ai piedi del Gaia.
Ma intanto il cappello del Gaia,
dopo essere calato a terra, sparì ruzzolando sul marciapiedi, dietro al
prossimo svolto. S'avviava al Canale, alla definitiva perdizione, ed il Gaia
comprese che non lo poteva ripigliare. S'avvicinò a Mario, da cui l'aveva
allontanato il manrovescio, e Mario si sbiancò accorgendosi che voleva parlare
e non reagire. Da tutte le bestie intelligenti si osserva che un forte dolore
fisico come quello prodotto al Gaia dalla percossa, dà intero il sentimento del
proprio torto. Intanto, per poter protestare, confessò: «Perchè? Per uno
scherzo innocente».
E così Mario apprese con
disperazione ma anche con sollievo che il Westermann proprio non esisteva.
Confermò subito il manrovescio precedente con un altro. E gli sarebbe bastato,
se il suo mite animo avesse potuto intervenire. Ma è difficile, per chi manca
di pratica, cessare dal picchiare quando vi si è abbandonato con piena
violenza. Perciò piovvero sulla testa del povero viaggiatore di commercio due
altri fortissimi colpi, appioppati da Mario a due mani, perchè oramai la
sinistra doveva aiutare la destra ch'era quasi paralizzata dal dolore.
Appena allora il Gaia si sentì
imposta la resistenza, visto che senza di essa non poteva sapere quando Mario
avrebbe interrotta la sua azione. S'accostò minaccioso a Mario, ma era tanto
debole che un altro colpo raggiunse in pieno la sua faccia sebbene egli
l'avesse parato a tempo. Fu anche spaventato da un grido roco di Mario che gli
parve significare un'ira inumana. Era stato invece strappato a Mario dal dolore
al braccio lussato. Il naso del Gaia sanguinava e, col pretesto di coprirselo
col fazzoletto, il povero burlone s'allontanò di un passo da Mario.
Non era quello il vero posto
adatto a punizioni, ma Mario non se ne accorse. Una donna del popolo, tonda e
infagottata, con una cesta al braccio, si fermò a guardarli. Il Gaia si
vergognò anche perchè Mario aveva finalmente riacquistata la parola e gli
lanciava delle insolenze: «Ubbriacone, svergognato, mentitore». Volle trovare
un'espressione virile, ma non seppe perchè si sentiva male, molto male, ed era
anche impensierito. Egli sapeva con certezza di essere stato percosso al capo,
e non comprendeva perchè gli dolesse il fianco. Se gli fosse doluta la testa
non vi avrebbe dato peso. Col fiato corto, disse a Mario: «Non comportiamoci da
facchini. Io sono interamente a tua disposizione».
«Ma che parli di cavalleria, tu?
- urlò Mario. - Non senti neppure la vergogna degli schiaffi che avesti?». E
qui Mario trovò finalmente il modo di dire le parole con le quali avrebbe
voluto iniziare le spiegazioni: «Ricordati che se tu divulghi la burla che
osasti, io rendo noto quanto qui è avvenuto e rinnovo il trattamento che ora
subisti, ma anche a calci». Ricordò che a questo mondo esistevano anche i
calci, e ne inferse subito uno al povero Gaia.
Il quale, sempre ripetendo ch'era
a disposizione di Mario, e tenendo coperta col fazzoletto metà della faccia, si
ritirò verso casa sua, negli occhi una minaccia, ma il corpo del tutto inerte.
Mario non l'inseguì, e, stomacato, gli volse le spalle.
Si sentiva meglio, molto meglio.
Le vittorie dello spirito, non v'ha dubbio, sono molto importanti, ma una
vittoria dei muscoli è salutare assai. Il cuore acquista novella fiducia nel
vaso in cui batte, e si regola e rafforza.
S'avviò al proprio ufficio. La
bora soffiava tanto violenta che sul ponte del Canale egli dovette arrestarsi
per raccogliere le forze prima di varcarlo. Ebbe così uno spettacolo che
veramente lo esilarò. Sull'acqua navigava verso il mare aperto, e abbastanza
velocemente, il cappello del Gaia. Veleggiava proprio. La vela era costituita
da un tratto della falda, che sporgeva dall'acqua e dava presa al vento.
Affrontò poi virilmente il
momento sgradevole di dire della burla al Brauer. Fu facilissimo. Il Brauer
ascoltò senza batter ciglio. Non provava alcuna sorpresa perchè ricordava
ancora quella avuta all'apprendere che per un romanzo venisse offerta una somma
tanto ingente. Applaudì quando apprese del primo manrovescio inferto al Gaia e,
al secondo, abbracciò Mario.
Poi avvenne l'inaspettato. Una
scoperta: anche agli uomini più pratici accade di seguire da vicino lo
svolgimento dei fatti, di conoscerli interamente dal loro inizio, e di restare
poi stupiti trovandosi di fronte ad un risultato che si sarebbe potuto
prevedere, stendendo sulla carta un paio di cifre. Gli è che certi fatti
spariscono nella nera notte quando accanto a loro altri brillano di luce troppo
fulgida. Finora tutta la luce s'era riversata sul romanzo, che ora piombava nel
nulla, e appena adesso il Brauer si ricordava di aver venduto per conto di
Mario duecentomila corone al cambio di settantacinque. Ma il cambio austriaco,
negli ultimi giorni, s'era affievolito di tanto che, per quella transazione,
Mario si trovava ad aver guadagnato settantamila lire, giusto la metà di quanto
avrebbe ricevuto se il contratto col Westermann fosse stato fatto sul serio.
Mario dapprima urlò: «Io quel
sozzo denaro non lo voglio». Ma il Brauer si sorprese e s'indignò. Al letterato
poteva spettare in commercio il diritto di stendere una lettera, ma non di
giudicare di un affare. Rifiutando quel denaro, Mario si dimostrerebbe indegno
di qualunque collaborazione in commercio.
Incassato il grosso importo,
anche Mario fu pieno d'ammirazione. Strana vita quella dell'uomo, e misteriosa:
con l'affare fatto da Mario quasi inconsapevolmente, s'iniziavano le sorprese
del periodo postbellico. I valori si spostavano senza norma, e tanti altri
innocenti come Mario ebbero il premio della loro innocenza, o, per tanta
innocenza, furono distrutti; cose che s'erano viste sempre, ma parevano nuove
perchè si avveravano in tali proporzioni da apparire quasi la regola della
vita. E Mario, per quei denari che si sentiva in tasca, stette a guardare con
sorpresa, e studiò il fenomeno. Abbacinato mormorò: «È più facile conoscere la
vita dei passeri che la nostra». Chissà che la vita nostra non apparisca ai
passeri tanto semplice da far creder loro di poter ridurla in favole?
Il Brauer disse: «Quel bestione
di un Gaia, giacchè aveva architettata una burla simile, avrebbe dovuto basarla
su una somma di almeno cinquecentomila corone. Tu allora avresti avuto in tasca
tante di quelle corone da bastarti per tutta la vita».
Mario protestò: «Io, allora, non
ci sarei cascato. Non avrei mai ammesso che per il mio romanzo si pagasse
tanto». Il Brauer tacque.
«Che questa mia fortuna non renda
più nota la burla che dovetti subire» augurò Mario angosciato.
Il Brauer lo rassicurò. Nessuno
l'avrebbe appreso, perchè alla Banca nessuno sapeva a quale origine fosse
dovuto quell'affare. Infatti neppure il Gaia ne riseppe; chè, se no, con
ragione avrebbe domandato il suo cinque per cento di provvigione.
I denari furono molto utili ai
due fratelli. Data la modestia delle loro abitudini, garantivano loro per
lunghissimi anni, se non per sempre, una vita più facile. E la smorfia che
Mario aveva abbozzato incassandoli, non la ripetè quando li spese. E talora gli
parve persino che gli fossero provenuti - premio pregiatissimo - dalla sua
opera letteraria. Però il suo intelletto abituato a concretarsi in parole
precise, non si lasciava ingannare quanto sarebbe occorso per la sua felicità.
Lo prova la favola seguente, con
la quale Mario tentava di nobilitare il proprio denaro: «La rondinella disse al
passero: «Sei un animale spregevole, perchè ti nutri delle porcheriole che
giacciono». Il passero rispose: «Le porcheriole che nutrono il mio volo, s'elevano
con me»».
Poi, per difendere meglio il
passero col quale s'immedesimava, Mario gli suggerì anche un'altra risposta: «È
un privilegio quello di saper nutrirsi anche delle cose che giacciono. Tu, che
non l'hai, sei costretta all'eterna fuga».
La favola non voleva finire più,
perchè molto tempo dopo, con altro inchiostro, Mario fece parlare un'altra
volta il passero: «Mangi volando, perchè non sai camminare». Mario si metteva
modestamente fra gli animali che camminano, animali utilissimi che possono, in verità,
disdegnare coloro che volano, cui il piacere di volare tolse ogni desiderio di
altro progresso.
E non era finita. Pare anzi che a
quella favola pensasse ogni qualvolta sentiva la comodità di disporre di tanto
denaro. Un giorno addirittura s'arrabbiò con la rondinella, che pur non aveva
aperto il becco che una volta soltanto: «Osi biasimare un animale perchè non è
fatto come te?».
Così parlava il passero col suo
cervellino. Ma se fosse fatto obbligo ad ogni animale di badare ai fatti
proprii e non imporre le sue propensioni e perfino i suoi organi agli altri,
non ci sarebbero più delle favole a questo mondo; ed è escluso che Mario abbia
voluto proprio questo.
Italo Svevo
Trieste, 14 Ottobre 1926.
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