II
Giorgio nella triste società
nella quale viveva, veniva chiamato il signore. Non
doveva questo nomignolo alle sue maniere che pur si tradivano superiori a
quelle degli altri ma più al disprezzo ch'egli
dimostrava per le abitudini e i divertimenti dei suoi compagni. Costoro
all'osteria erano felici mentre Giorgio vi entrava
svogliato, vi stava per lo più silenzioso, e quanto più beveva tanto più triste
diveniva. Il volgo ha un gran rispetto per la gente che non si diverte e
Giorgio accorgendosi dell'impressione che produceva affettava
maggior tristezza di quanto realmente sentisse.
In fondo la sua storia era molto
semplice e solita, né egli aveva il passato splendido che voleva far credere. Gli
studi di cui si vantava erano stati fatti in due classi liceali a percorrere le
quali aveva messo cinque anni. Poi aveva abbandonato
le scuole e in brevissimo tempo aveva dilapidato lo scarso peculio della madre.
Fece vari tentativi per conservarsi il posto di borghese colto a cui la madre
aveva tentato di portarlo, ma invano, perché non trovò altro impiego che di
facchino. Non potendola mantenere aveva abbandonato la madre e viveva in quella
stalla con altro facchino, certo Giovanni, lavorando, quando era molto attivo,
due o tre giorni per settimana.
Era malcontento di sé e degli
altri. Lavorava brontolando, brontolava quando
riceveva la mercede e non sapeva quietarsi neppure nelle sue lunghe ore d'ozio.
Ricco non era stato mai, ma
s'era trovato in condizioni nelle quali aveva potuto sognare di arrivare a
stato migliore e altri a lui d'intorno, la madre principalmente, avevano
sognato con lui e, certo, erano stati questi sogni e l'amarezza di vederne
sempre più lontana la realizzazione che avevano costato
la vita ad Antonio.
Si svegliò con un sussulto in
seguito ad un grande rumore. Giovanni stava
vestendosi, ed essendosi messo per errore uno stivale di Giorgio, bestemmiando
se l'era levato e l'aveva gettato con violenza a terra.
Giorgio finse di dormire ancora
e per proposito respirando rumorosamente ripensò con sorpresa al suo delitto.
Se non fosse già stato commesso probabilmente egli non
avrebbe avuto il coraggio di commetterlo, ma giacché era cosa fatta e ch'egli
coi nervi quietati dal lungo riposo si trovava in quel luogo dimenticato da
tutti, al sicuro, poggiando la testa sul suo tesoro, non provò né rimpianto né
rimorso. Questo fu il primo sentimento in quella lunga giornata.
Giovanni oramai vestito lo prese per un braccio e lo scosse:
– Non vai a cercare lavoro,
poltrone?
Giorgio aperse gli occhi e
stirandosi come se si fosse destato allora, brontolò: – Già oggi non se ne
trova. Resterò ancora un poco a letto.
Giovanni esclamò: – Oh! il signore! Continui pure a riposare. – Uscì sbattacchiando
dietro a sé l'uscio.
Già così, senza chiave, dal di fuori non si poteva entrare, ma a Giorgio non bastò.
Si levò e andò a tirare il catenaccio. Poi trasse dalle tasche le banconote e
le contò.
La vista di quel denaro gli dava
un sentimento di certo non giocondo: Era il ricordo del suo delitto e poteva
divenirne la prova. La vista della via illuminata dal sole mattutino lo aveva
agitato e invano, affannosamente, per essere di nuovo soddisfatto della sua
azione, andava calcolando quanti anni con quella somma avrebbe potuto vivere
libero e ricco. La preoccupazione maggiore interrompeva il calcolo e la
compiacenza. «Dove celarli?»
Il pavimento era coperto di
tavole che all'infuori di qualche leggera saldatura alle estremità erano
semplicemente poggiate sul terrazzo. Di buoni nascondigli ve n'erano
abbastanza, ma nessuno sicuro perché essendovi in
tutta la stanza un solo armadio, e quello senza chiave, i due inquilini avevano
l'abitudine di usare spesso di quei ripostigli.
Ma le
buone idee non mancavano a Giorgio. Nascose le banconote sotto il materasso di
Giovanni.
Mentre
era intento al lavoro con un sorriso di compiacenza sulle labbra, un leggero
rumore proveniente da un canto della stanza lo fece trasalire e abbandonato un
tavolo che aveva sollevato, questo, cadendo, gli contuse una mano,
producendogli un dolore che dovette morsicarsi le labbra per non gridare. Gli
parve che quello schiamazzo somigliasse a quello di una lotta e fu tale il suo spavento che quando si calmò, avvilito
dovette riconoscere che se le buone idee non gli mancavano, gli mancava qualche
cosa che avrebbe potuto essergli di utilità immensamente maggiore in quelle
circostanze.
Decise di non uscire per il
momento. Gli era ben facile di trattenersi là nella semioscurità piuttosto che
di andare al sole, sulla via. Vedeva la luce che penetrava dall'unica finestra
e calcolava quale impressione gli doveva produrre di camminare per le vie di giorno quando s'era sentito tanto male a camminarle di
notte.
Giovanni gli avrebbe portato
delle notizie, le voci che correvano sull'assassino. Aveva l'abitudine di
leggere giornalmente il Piccolo Corriere, e così sarebbe
stato bene informato.
L'avvenimento probabilmente più
importante del giorno innanzi era il suo misfatto!
Il più importante! Si sentì un
malessere come se qualche peso violentemente gli si posasse sul cuore.
Anche i
suoi compagni si sarebbero occupati di tale avvenimento.
Come avrebbe avuto il coraggio
di parlare del suo delitto, come prima o poi vi
sarebbe stato costretto? Fare l'attore in una simile parte, lui che per quanto
perverso aveva il sangue che alla menoma emozione gli arrossava la faccia?
Studiò la sua parte. Comprese subito che in quelle circostanze e per quanto fosse
da persona poco raffinata, di fronte al delitto, egli era costretto di dimostrare
una grande, immensa indignazione. Né calma né indifferenza,
perché la finzione sarebbe stata troppo difficile. L'indignazione
avrebbe spiegato il rossore, avrebbe spiegato il tremito delle mani e
l'attenzione intensa ch'egli non avrebbe saputo
rifiutare ad ogni più piccolo particolare che gli sarebbe stato riferito sul
delitto.
Si vestì, e alle 11, l'ora in cui gli operai
non ancora l'invadevano, si portò all'osteria vicina. Prima di uscire dalla sua
tana la guardò lungamente; aveva l'aspetto solito dopo ch'egli
aveva pulita certa polvere che s'era ammassata accanto al letto di Giovanni,
sotto al quale erano state smosse le tavole.
Nessuno avrebbe potuto supporre
che in quella stanza era celato un tesoro.
All'osteria all'infuori della
fantesca non vide nessuno. Con costei, una bella donna quantunque passatella,
egli aveva amato talvolta di scherzare; in quel giorno gli riuscì impossibile.
Rimase seduto al suo posto
trasalendo ad ogni rumore che poteva annunciare la venuta di altre
persone.
Non aveva udito ancora neppure
una parola sull'assassinio! Volle tentare di udire questa prima parola.
Era già avviato per uscire e ritornò a Teresina che portava delle stoviglie alla
dispensa. La prese sotto il mento e guardandola fissa negli occhi: – Niente di nuovo Teresina? – le chiese, non trovando una domanda più
abile, e nella sua voce vibrò una commozione che lo sorprese.
– Oh! Meno male! – esclamò ella allontanandosi da lui, perché erano troppo vicini alla
porta. – Temevo foste ammalato vedendovi oggi così
serio!
– Sto poco bene! – disse lui, e
acciocché ella più facilmente glielo credesse ripeté
la frase più volte. Ella si attendeva di ricevere
qualche bacio ora che si era messa all'oscuro, ma egli le andò vicino, la prese
per mano amichevolmente, e ripeté la sua domanda: – Niente di nuovo?
– Non sa dire altro quest'oggi?
– chiese ella, e volendo fare la smorfiosa si liberò
della sua stretta e fuggì.
Sulla via egli camminò con passo
che volle sicuro diffilato verso la sua abitazione. Si trovava molto debole, vigliacco
in modo sorprendente. Il pensiero al suo misfatto gli aveva tolto ogni
naturalezza. Il suo contegno non era più naturale neppure con quella servetta! Perché andava figurandosi che tutta la città si preoccupasse
dell'assassinio? Aveva chiesto alla Teresa se nulla
sapesse di nuovo e s'era atteso ch'ella subito in risposta alla sua vaga
domanda gli raccontasse quanto ella aveva sentito parlare del misfatto. «Oh! Bisogna mutare di contegno», si disse, nella fiera risoluzione
morsicandosi le labbra, «ne va della pelle». Si era contenuto tanto
scioccamente con Teresa che l'aveva resa capace di divenire un testimonio a suo
carico.
Forse in città nulla si sapeva
dell'assassinio! Questa speranza per quanto insensata diminuì
il suo abbattimento. Era l'unica ipotesi felice per lui perché egli
aveva capito che non rimaneva impunito se anche non veniva
scoperto; quel terrore continuo era già per sé una grave punizione. Chi poteva
saperlo? Per un fenomeno qualunque il cadavere di Antonio
poteva essere scomparso dalla faccia della terra. Probabilmente sempre è stata
la speranza che ha supposto nella natura il miracolo.
Ma troppo presto questa speranza
venne distrutta. A mezzodì capitò Giovanni e anche a
lui egli disse di essere indisposto per scusarsi di non essere andato al
lavoro.
– Ah! Così – fece Giovanni e
finché non continuò, Giorgio attribuì il sorriso ironico che gli vedeva errare
sulle labbra ad un sospetto. – Sei ammalato come al
solito, eh?
Infatti
non era la prima volta che Giorgio si diceva ammalato per scusare la sua
infingardaggine.
Poi subito senz'altra
transizione che uno sbadato: – Hai inteso? – Giovanni incominciò a raccontare
del delitto di via Belpoggio. Mangiava del pane che
s'era portato di pranzo e quelle parole attese da Giorgio con febbrile impazienza
uscivano dalla sua bocca una alla volta con lunghi intervalli. – Certo, Antonio
Vacci... pare si tratti di oltre trentamila fiorini.
Un bel colpo! Il cuore spaccato! Se è vissuto dieci secondi dopo di aver
ricevuto quel colpo è assai.
Giorgio non si agitava soltanto
per la sua ultima speranza che crollava. Era stato quel cuore spaccato che gli
aveva dato il dolore al braccio; forse nel suo braccio
aveva sentito le ultime vibrazioni del viscere moribondo, e l'idea di quel
contatto immediato lo faceva fremere. Si sapevano da tutti persino i
particolari del delitto; doveva sembrare enorme. Sul corpo di
Antonio non era rimasta traccia della istantaneità del fatto, ma della
violenza sì.
Non ardiva aprir bocca. Cribrava
ogni parola che gli saliva alle labbra e la ringoiava
perché ognuna gli pareva dovesse dare sospetto. Non c'era mezzo di far parlare
quell'individuo tutto occupato dal suo magro cibo e che nelle tante riflessioni
che emetteva non aveva detto ancora nulla sulle supposizioni che dovevano essere
state fatte in città sul suo conto?
Finalmente Giorgio trovò una
frase che gli parve un capolavoro di naturalezza: – E l'assassino chi è? – Per
trovare questa frase aveva dovuto prima esaminare quanta parte del fatto di cui
trattavasi fosse a sua conoscenza soltanto perché egli
lo aveva commesso, poi esaminare quanto nelle parole di Giovanni vi fosse di
oscuro perché era pericoloso dimostrare di aver capito troppo presto tutto – Sì
l'assassino chi è?
Con grande
gioia egli osservò che l'altro s'impazientava. Mettendovisi con tutt'attenzione egli sapeva dunque ingannare abbastanza
abilmente e questa volta non ebbe che un solo rimorso. Nella gioia di aver
trovato quella frase l'aveva ripetuta quasi inconsapevole.
– Non te l'ho già detto? Non
l'hanno trovato finora. Non si sa chi sia.
E da
Giovanni di più non poté sapere ed egli vi rinunciò. Per avere le notizie che
Giovanni gli poteva dare non aveva il bisogno di
sottostare al supplizio di un colloquio. Se le sarebbe
procurate da un giornale.
Un quarto d'ora dopo l'uscita
del facchino con un coraggio ch'egli stesso ammirava,
egli uscì non senza avere titubato per qualche istante. Col desiderio di
notizie ch'era stato stimolato in lui da Giovanni non
poteva attendere più oltre.
Per giungere all'edicola più vicina
del Piccolo Corriere gli occorreva camminare per dieci minuti circa.
Camminava dapprima rasente ai muri, poi, per il volgare ragionamento che
l'aspetto di voler celarsi avrebbe potuto dar sospetto, franco in mezzo alla
via, con passo che voleva essere disinvolto ma che s'impacciava continuamente.
Aveva dunque disimparato di camminare?
Avuto il giornale si rintanò
immediatamente. Si gettò sul materasso che aveva trascinato sotto all'unica
finestra e si mise a leggere. Mai in tutta la sua esistenza egli non aveva
trovato tanto interesse a un pezzo di carta stampata,
giammai su questa carta egli aveva saputo rivolgere tutta la sua attenzione e
dimenticare il proprio contorno da sembrargli, cessata la lettura, di destarsi
da un lungo sogno.
L'assassinio era il fatto più
importante della cronaca locale e la riempiva quasi del tutto. Il racconto del
misfatto era preceduto da alcune considerazioni fatte dal giornale sulla
frequenza con cui simili fatti di sangue si verificano
in città e con un tono d'amarezza che certamente impressionò maggiormente
l'assassino che leggeva che le autorità a cui era destinato, si lagnava della
trascuratezza con cui s'invigilava alla pubblica sicurezza.
Leggendo a lui sembrava di
odiare il giornale! Perché quell'accanimento? Certamente
anche se egli fosse stato punito l'altro non si
sarebbe risvegliato più. Non bastava l'accanimento che già naturalmente ci
avrebbe messo l'autorità a ricercarlo?
Da tutto l'articolo appariva o
si voleva far apparire, che l'assassinio aveva destato
la massima sensazione in città. Si trattava di un misfatto, diceva il
giornalista, commesso con un'audacia inaudita, in una via della città
abbastanza vicina al centro e ad un'ora avanzata bensì, ma non tanto che si dovesse supporne specialmente spopolato quel rione. Un
passante qualunque per la sola ragione che aveva seco
del denaro era stato ucciso proditoriamente.
S'ingannavano e Giorgio avrebbe dovuto esserne lieto perché in tale modo il sospetto
sarebbe caduto anche più difficilmente su lui; nessuno aveva veduto la vittima
accompagnata dall'assassino. Però descritto in tale modo quale l'opera di un
aggressore che aveva ucciso un passante qualunque solo perché nelle sue tasche
aveva supposto del denaro il delitto diveniva ben più terribile; il malessere di
Giorgio ne veniva aumentato. Costoro che di lui
parlavano non sapevano a quale tentazione egli era stato esposto
dall'imbecillità di Antonio.
Era facile a comprendere che
descritto in tale guisa l'assassinio doveva commuovere
tutta la città. Ognuno sentiva minacciata la propria amata persona e sarebbe divenuto al caso un utile ausiliare della polizia.
Dell'assassino non una sola
parola giusta.
Poco prima del fatto, raccontava
il giornale, erano stati veduti aggirarsi in quei pressi due individui di
pessimo aspetto presumibilmente gli autori dell'omicidio.
Quest'errore era assolutamente
consolante per Giorgio ed egli stesso si meravigliò di non sentirsi scendere
nel cuore un po' di calma all'apprenderlo.
Quell'articolo l'aveva scosso
profondamente. Egli aveva sospettato delle persecuzioni fatte con maggiore
fortuna, ma, per quanto sfortunate ora che vi si
trovava di fronte, lo agitavano e lo impaurivano. Forse esiste nel nostro
organismo qualche parte tanto delicata che già si risente al solo augurio del
male. Egli sentiva convergere sul suo tale un cumulo di odio,
che, per quanto impotente dovesse sembrargli per il momento, lo opprimeva.
Il giornale che non poteva dire
una parola sull'assassino, si sfogava col fare una biografia particolareggiata
dell'assassinato.
Antonio Vacci
era maritato e padre di due ragazze. La famiglia era vissuta poveramente
fino a qualche mese prima, in cui le era toccata
inaspettata una vistosa eredità. Il Vacci veniva
descritto quale persona di poco cervello e che dacché era arricchito aveva
l'abitudine di portare seco una grossa somma di denaro che faceva vedere a chi
lo desiderava.
Non era quindi possibile di
elevare dei sospetti contro quelle persone che sapevano di questo tesoro
ambulante perché erano troppe. «Intanto», soggiungeva il giornale, «l'autorità
fa subito degli interrogatori a tutti gli abitanti della casa ove abitava il
povero Vacci».
«Oh! Fossi fuggito», pensò con
rammarico cocente l'assassino. Da quanto aveva letto
era chiaro che il sospetto fino ad allora non era caduto su di lui e partendo
da Trieste la sera innanzi egli sarebbe potuto giungere fino in
Isvizzera1 prima di aver a temere persecuzioni. Riteneva fondatamente
che il profondo malessere che lo rendeva tanto infelice non lo avrebbe colto se
si fosse trovato lontano dal luogo ove aveva ucciso.
Verso sera si recò anche una
volta all'aperto. Camminò più franco ed egli si affrettò ad attribuire quel
coraggio alla certezza di sapersi inosservato. Ma la
paura regnava sovrana nel suo organismo. A farlo trasalire bastava qualche cosa
d'immediato e impreveduto, per esempio di trovarsi improvvisamente faccia a faccia con una montura qualunque che magari
somigliasse soltanto a quella di una guardia. Non era la lettura del giornale,
la sicurezza di sapersi non sospettato che gli dava coraggio, e finì col
riconoscerlo anche lui. Era l'abitudine alla nuova posizione che gli permetteva
di muoversi più sciolto. Gran parte di quello che noi diciamo coraggio è
l'esperienza e l'abitudine del pericolo.
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