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La famiglia Lanucci, presso la
quale Alfonso stava a fitto, abitava un piccolo quartiere di una casa di città
vecchia, verso San Giusto. Egli aveva perciò da camminare per oltre un quarto
d'ora per andare all'ufficio da casa.
La signora Lucinda Lanucci aveva
dimorato per un'estate, poco prima di maritarsi, nel villaggio, in compagnia di
una famiglia presso la quale stava quale governante. Aveva fatto allora la
conoscenza della madre di Alfonso, la quale le aveva raccomandato il figliuolo.
Forse la lettera di raccomandazione della signora Carolina non sarebbe valsa
gran che, se i Lanucci non fossero stati alla ricerca d'un inquilino per una
stanzuccia che v'era in casa oltre il bisogno della famigliuola. Alfonso capitò
dunque a proposito e venne accolto bene.
Negli ultimi anni, traviato
dall'ambizione dell'indipendenza, il signor Lanucci aveva abbandonato un
impiego non splendido ma ch'era bastato a nutrire la famigliuola e s'era messo
a fare l'agente, a rappresentare ogni e qualunque specie di case, in tutti gli
articoli. Il poveretto scriveva tutto il giorno offerte a case di cui toglieva gl'indirizzi
dalle quarte pagine dei giornali, ma guadagnava sempre meno che a suo tempo da
impiegato, e perciò l'umore in famiglia era triste, le sue condizioni essendo
precarie dopo di essere state discrete.
Quest'umore aveva aumentato la
nostalgia in Alfonso, perché è la gente triste che fa tristi i luoghi.
Lo trattavano affettuosamente, ma
in Alfonso il signor Lanucci destava una compassione dolorosa, specialmente
quando lo vedeva costringersi a usargli cortesie, a sorridergli, a dimostrare
interessamento ai fatti suoi, mentre comprendeva che non ne poteva venir
considerato che quale un cespite di rendita.
La signora Lanucci, avvezza da
lungo tempo a consolare il marito dell'infruttuosità dei suoi sforzi, aveva
assunto la medesima parte con Alfonso e finito col partecipare tanto
intensamente delle sorti del giovine, che ne parlava come di affari proprii.
L'invito del signor Maller, di cui Alfonso le aveva parlato, aveva destato in
lei le maggiori lusinghe; ne parlava come se da quell'invito la fortuna dell'impiegato
venisse assicurata. Ci era tanto poco avvezza, che la buona fortuna la
sorprendeva.
Lucinda poteva avere quarant'anni
forse, ma, piccola e grassa e pel grigio abbondante dei capelli, ne dimostrava
di più. Non era stata mai bella. Aveva apportato al marito qualche poco di dote
ch'era stata assorbita da una speculazione in lotti turchi. Era intelligente,
vivace, amava di parlare molto e la sua faccia pallida da sofferente le aveva
subito conquistata la simpatia di Alfonso.
Pareva volesse bene al marito; al
figliuolo Gustavo, diciottenne, il buona lana come ella lo chiamava,
diceva di volerne poco; il suo maggior affetto era per la figliuola Lucia,
sedicenne, la quale lavorava da sarta in case private. La madre guadagnava più
di tutti quale maestra in una scuola popolare, ma senza i proventi di Lucia i
mezzi non sarebbero bastati. La signora Lucinda era desolata di veder la
figliuola costretta a passare la gioventù sulla macchina da cucire mentre ella
l'aveva passata meglio, perché, da benestante, aveva studiato e s'era
divertita. Nelle ristrettezze ella non aveva potuto far nulla per l'educazione
di Lucia, ma di questo non si lagnava non avvedendosi che il risultato
corrispondeva alla spesa fatta. Ella era intelligente e non s'accorgeva che il
discorrere della figliuola era insipido, disgraziato. La vedeva bella mentre
allora Lucia era magra, anemica, come tutti in famiglia, bionda di un biondo
tendente al rosso e, causa la magrezza, con la bocca che voleva arrivare alle
orecchie. La madre, per deliberato proposito, — era democratica sfegatata, —
aveva un contegno da popolana e bestemmiava anche; la figliuola aveva appreso
con facilità, nelle case borghesi ove frequentava, le forme esterne da
signorina, le quali in quella casa stonavano. Gustavo, rozzo e semplice, spesso
la derideva; si guadagnò l'antipatia della madre più per questo che per la sua
scioperataggine.
Alfonso trovò il suo vestito nero
steso sul letto, piegato accuratamente. La signora Lanucci aveva pensato a
tutto, dalla cravatta agli stivali lucidi preparati a piedi del letto. Anche
Alfonso si sentiva agitato dalla visita che doveva fare. Non aveva le illusioni
nutrite dalla signora Lanucci, ma, per contagio, era agitato più che la cosa
non valesse. Smise il suo vestito d'ogni giorno e lo gettò sul letto come se
non avesse avuto da indossarlo più.
Quando entrò nel piccolo tinello
ove desinava la famigliuola, poté illudersi di essere vestito molto bene. Il
signor Lanucci lo guardò e volle apparire ammirato dell'aspetto di Alfonso.
Gustavo, sucido, con la bocca piena, gli si avvicinò con un sorriso veramente
benevolo. A lui il signorino non destava invidia, perché egli aveva tutt'altri
desiderî: qualche soldo in tasca per poter passare la serata in osteria e
null'altro. Allora Gustavo era inserviente presso un gabinetto di lettura e
sembrava stesse per far giudizio nel nuovo posto, ove, purtroppo, poco c'era da
guadagnare ma pochissimo da lavorare.
Con la camicia di bucato, il
solino alto, l'abbondante capigliatura bruna ravviata, vestito di nero, Alfonso
era un bel giovanotto. Teneva in mano i guanti chiari comperati quel giorno per
consiglio di Miceni. Un occhio più esercitato avrebbe scorto su quel vestito
nero qualche tratto lucido logoro, e di più che il taglio non era moderno, il
collo troppo aperto, la stoffa poi non buona, tanto che cedeva alla rigidezza
della camicia. In famiglia Lanucci non si aveva l'occhio esercitato a queste
piccolezze.
La giovinetta Lucia aveva
terminato di mangiare, s'era allontanata un poco dal tavolo, appoggiata allo
schienale della seggiola, le mani incrociate. Non fece motto che rivelasse
ch'ella si fosse accorta della teletta speciale di Alfonso. Le sue relazioni
col giovine erano ottime, e quando era in casa lo serviva volontieri. Le
piaceva renderglisi utile perché per ogni passo ch'ella per lui facesse, egli
la ringraziava in modo sempre ugualmente vivace. Del resto la gentilezza di
modi fra di loro divenne anche eccessiva, perché Lucia trovava finalmente la
persona con cui trattare nel modo spiato ai borghesi e incoraggiato dalla
madre. Gustavo diceva ch'ella con Alfonso si sfogava.
Il signor Lanucci doveva aver
passato la cinquantina. Si tingeva, avendo la tintura gratis in campioni
ch'egli si faceva rimettere da case che offriva di rappresentare, e i suoi capelli
erano neri dove l'età non li aveva imbianchiti, giallognoli dove senza tintura
sarebbero stati bianchi. Portava una barba piena lunghetta, condizionata in
quanto a colore come la capigliatura. Di sera, per leggere, si metteva degli
occhiali rozzi, troppo grandi per la distanza fra' due occhi, piccoli, grigi
che quasi poggiavano al naso.
Fece dei complimenti ad Alfonso e
lo pregò di sedere accanto lui, onore non accordato più a Gustavo dopo che
aveva perduto un impiego discreto procuratogli con somma fatica. Era l'unico
castigo che sapeva infliggergli, non avendo per altri né energia, né testa.
Gustavo, senza parlare, — teneva
il broncio al padre perché questi lo teneva a lui, — consegnò ad Alfonso una
lettera. Alfonso non l'aprì con grande premura. Era tanto preoccupato che non
ebbe la pazienza di decifrare i caratteri malsicuri della madre; rimise in
tasca la lettera dopo averla scorsa rapidamente.
— Che presto! — disse la signora
Lanucci con leggero accento di rimprovero.
— È molto piccola! — rispose
Alfonso arrossendo; — vi saluta tanto!
Il vecchio aveva cominciato a
raccontare dei lavori della sua giornata. Era la storia di ogni sera. Per
giustificarsi dinanzi alla moglie, raccontava quanto avesse brigato per fare
affari. Tutto sommato, quel giorno aveva guadagnato un grosso pacco d'aghi che
una piccola fabbrica gli aveva inviato in natura per senseria di un affare
conchiuso da lui. Nella mattina aveva fatto delle visite in case private,
presentandosi con una lettera di raccomandazione datagli da un suo amico
procuratore in una casa commerciale, il quale egli riteneva avesse
dell'influenza in paese. Aveva offerto del cognac, ma senza esito. In
tavola faceva bella mostra di sé il campione. A mezzodì il Lanucci aveva
ricevuto la posta, cioè il pacco d'aghi e la lettera di una Società
d'assicurazioni, che lo costituiva suo rappresentante. Subito al pomeriggio
s'era messo alla ricerca di persone che volessero assicurarsi. Con la nota dei
conoscenti ch'egli aveva sempre seco, il vecchio aveva percorso la città. Gli
amici gli avevano spiegato perché non volessero assicurarsi, dimostrandogli
d'essere già assicurati o di non poter sottostare a una spesa tanto elevata;
gli altri o non l'avevano accolto, — Lanucci amava recarsi dalle persone che
tenevano domestici alla porta, — o rimandato con poche e secche parole come si
fa coi mendici. Quest'ultima osservazione non era del Lanucci, il quale
raccontava con la calma dell'uomo perseverante pronto a ricominciare il giorno
dopo. Però nella giornata aveva fatto qualche cosa: aveva scritto alla sua
Società d'assicurazioni comunicandole che nulla ancora aveva concluso, ma che
sperava bene e che la senseria non gli bastava, visto ch'era tanto difficile di
fare affari.
— Poveri i centesimi della posta!
— mormorò la signora Lanucci facendo l'occhietto ad Alfonso, col quale aveva
già parlato delle speranze e delle manìe del marito.
Ella aveva seguito però con
grande attenzione il racconto e gli occhi le brillavano d'ira all'udire di tanti
sforzi fatti invano. Il signor Lanucci raccontava con lentezza, parlando
continuava a mangiare, deponeva la forchetta dopo ogni boccone e scandeva le
sillabe per far risaltare maggiormente la sua attività e la sua astuzia.
Ridiceva tutti gli argomenti da lui adoperati per convincere. Con l'uno aveva
parlato in genere dei vantaggi delle assicurazioni e della colpa che commette
chi non si assicura; con l'altro — era un amico o un noto filantropo — del
proprio bisogno di venir incoraggiato; con tutti aveva esaltata la Società che
rappresentava. La signora Lanucci lo stava ad ascoltare allontanandosi alquanto
dal tavolo e sgretolando accanitamente coi denti dei pezzettini di pane.
Ogni parola nella famigliuola
provocava facilmente delle dispute.
— Poveri i centesimi? Perché? Hai
un modo curioso tu di trattare le cose! Come se fosse impossibile che io faccia
degli affari!
L'ira accumulatasi in lui durante
la giornata si scatenò. Rimaneva fermo al suo posto senza gesticolare, ma gli
tremavano le labbra. Gustavo rideva nel piatto.
Alfonso lo calmò; trovandosi
anche lui di tempo in tempo in imbarazzi finanziarî, comprendeva il dolore del
vecchio. Gli disse che la signora aveva voluto scherzare, non offenderlo, e che
certamente essa più di tutti aveva il desiderio di veder prosperare i suoi
affari.
Dalle parole di Alfonso il
Lanucci fu portato a tutt'altro ordine d'idee; si rammentò che il confortatore
poteva divenire un suo cliente e gli chiese se non avesse l'intenzione di
assicurarsi, — forse contro gli accidenti?
La signora Lanucci protestò:
— Eh! vuoi lasciarlo in pace con
i tuoi affari?
Il Lanucci rimase interdetto;
altrettanto imbarazzato era Alfonso, dolente dell'imbarazzo del Lanucci che
supponeva fosse già pentito della poca delicatezza dimostrata.
— Lo lasci parlare, — disse alla
signora, — è interessante e non ci si perde niente!
Aveva trovato il modo di ridurre
la cosa a una questione puramente accademica.
— Ma sì! — accentuò il Lanucci, —
io non lo costringo mica ad assicurarsi o ad assicurarsi per mio mezzo! Farà
lui dove vorrà! Però una persona che può è male abbastanza che non si assicuri.
Può cadergli una tegola sul capo; se non è assicurato non guadagna nulla
dovendo stare a letto, mentre se è assicurato fa un buon affare.
Alfonso, per cavarsela, con tutta
sincerità gli spiegò le sue condizioni finanziarie. La signora Lanucci
protestava, il vecchio invece con tutta calma cercava obbiezioni, però negando
anche lui che il rifiuto avesse bisogno di motivazioni.
Ogni sera la famiglia Lanucci
usciva dopo cena per pigliare, dicevano, un po' d'aria. Non era questo solo lo
scopo della passeggiata. La signora ne aveva introdotto l'uso per compensare
Lucia dell'oretta sul Corso in compagnia delle altre sartine cui l'aveva
costretta di rinunziare. Anche Gustavo li accompagnava, ma poi non rientrava.
Alfonso lui pure qualche volta, annoiandovisi ma fingendo tanto bene di
divertirsi da finire col crederci lui stesso.
La signora Lanucci si alzò da
tavola e, indossato uno zambelucco sdruscito ma greve, attese in piedi che
Lucia avesse terminata la sua teletta più complicata di molto. Il vecchio nel
suo pastrano troppo piccolo che la moglie gli aveva aiutato ad infilare
continuava a parlare, sempre ancora sperando di terminare la giornata con un
affare; ma Alfonso, che per un istante era stato là là per cedere, si rammentò
ad un tratto di tutte le dolorose difficoltà del suo stato finanziario e con
voce alquanto alterata espose in cifre le sue entrate e i suoi esborsi
concludendo che assolutamente non poteva neppur sognarsi di aumentare le spese.
Per timore di vedersi gettato in nuovi imbarazzi finanziarî ebbe frasi
incisive; non voleva udire altri ragionamenti diffidando della propria
fermezza. Poi gli parve che il signore ed anche la signora Lanucci lo
salutassero più freddamente del solito, quantunque la signora non omettesse di
augurargli la buona fortuna. Lucia lo salutò con un inchino e, augurandogli il
buon divertimento, gli porse con gesto studiato la mano affilata.
Alfonso rimasto solo, per lasciar
trascorrere ancora qualche poco di tempo prima di recarsi dai Maller che,
forse, ancora non avevano terminato di cenare, rilesse la lettera della madre.
Nella lettera la vecchia Nitti
parlava molto delle speranze ch'ella riponeva in Alfonso; diceva di aver
scritto alla signorina Francesca Barrini governante di casa dei Maller per
raccomandarlo. Poi, per tutta la lettera aveva sparso saluti da singoli amici
del villaggio di cui la vecchia signora con tutta pazienza indicava nome e
cognome con l'aggiunta — ti saluta tanto, — infine due linee di baci ed
abbracci e la firma: — tua madre Carolina.
Di sotto però, preceduta da un
P.S. c'era la frase: — Da due giorni non sto molto bene; oggi però sto meglio.
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