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Alchieri agitato e smanioso, un
fascio di carte in mano, correva verso la cassa quando vide Alfonso che col
cappello in mano entrava da Sanneo ad annunziargli che ritornava all'ufficio.
Diede un grido di gioia, volle fermare Alfonso che passò oltre senza accorgersi
di lui, poi, immediatamente tranquillato sedette accanto a Giacomo, d'ispezione
sul corridoio e tutto intento a compitare a mezza voce un giornale. Non
trovando altri, fu a lui che Alchieri raccontò che da quindici giorni era la
prima volta che egli si sedeva per riposare e non per scrivere.
Sanneo salutò Alfonso con
cordialità e ritornando ad un enorme registro su cui gettava i suoi larghi
caratteri gli chiese se stesse bene. Senz'attendere la risposta, a frasi
interrotte dal lavoro che ad intervalli richiamava tutta la sua attenzione, gli
parlò di alcune lettere che aveva lasciato in sospeso ma cui bisognava
rispondere quanto prima possibile. Poi gliene consegnò alcune accompagnandole
di spiegazioni che Alfonso non comprese che a mezzo. Sanneo si riferiva a cose
avvenute prima della sua assenza, epoca che ad Alfonso sembrava lontana ben più
di quindici giorni. Lo congedò con una buona nuova:
— Continuerà a farsi aiutare dal
signor Alchieri che lavora benino... mi pare.
Alchieri lo fermò sul corridoio.
Voleva abbracciarlo per ringraziarlo ch'era ritornato precisamente come aveva
promesso:
— Non ne potevo più.
Poi anch'egli si mise a spiegargli
degli affari e là, sul corridoio, gli consegnò tutte le lettere che egli aveva
in mano per guardare dei saldi di conti o per avvisare delle tratte. Non vedeva
l'ora di liberarsene.
Con quelle lettere in una mano,
il cappello nell'altra, Alfonso andò a salutare Cellani.
Lo trovò che stava aprendo la
posta. Con delle enormi forbici, con un solo taglio, apriva una parte della
copertina, ne toglieva il contenuto che gettava da una parte e, prima di
deporre la copertina, per prudenza, la guardava contro la luce. Anch'egli
continuò a lavorare pur parlando con Alfonso, ma quando questi, sempre con la
sua abituale timidezza, disse un grazie rammentando che il permesso lo doveva a
lui, si alzò, e sul volto pallido un sorriso amichevole, andò a stringergli la
mano. Sembrava che la sua figura lunga da sportsman in riposo, elegante
ma debole, venisse portata più che muoversi da sola, tanto poca energia c'era
nei suoi movimenti e tanto esattamente, senza esitazioni, passò per un piccolo
spazio fra tavolo e sedia.
— Lei ha una cera bellissima —
disse ad Alfonso guardandolo quasi con invidia nel volto toccato dal sole.
Aveva fretta di ritornare al suo posto. Stringendogli ancora una volta la mano,
gli disse ridendo: — Adesso... — e con la penna nella sinistra accennò di
scrivere con grande rapidità.
Alfonso trovò che Alchieri aveva
diminuito i suoi sospesi e sedendo al suo posto incuorato dalla gentile
accoglienza di Cellani si propose di definirli e di non lasciare che altri se
ne accumulassero. In soli quindici giorni, Alchieri, che usciva da una caserma,
aveva introdotto nel lavoro un sistema preferibile di molto a quello di Alfonso
e ad Alfonso fu facile, almeno per il primo tempo, di conservarlo. La maggiore
tranquillità nel suo organismo rinforzato dall'aria aperta lo rendeva capace di
un'attenzione maggiore per quanto sempre forzata.
Anche essendo in ufficio
continuava la sua cura d'aria aperta come egli la chiamava. Faceva ogni mattina
una passeggiata di più ore e solitamente verso l'altipiano perché gli occorreva
la fatica della salita. Col suo passo misurato, l'aveva riconquistato,
percorreva tutta la lunga strada d'Opicina spaziosa e comoda, la quale,
lunghissima, con debole salita, in un solo giro, enorme semicerchio intorno
alla città, lo portava sino all'altipiano. Alfonso riposava ove da questa via
si staccava un viottolo verso Longera.
Di là vedeva il vasto altipiano
muto e deserto con le sue innumerevoli piccole colline di sassi, di tutte le
forme, appuntite, rotonde, appiattate, mucchi di sassi piovuti dall'alto e
disposti dal caso che aveva fabbricato anche lo stesso monte Re all'orizzonte,
con la sua larga schiena e la dolce salita da una parte, dall'altra la caduta
perpendicolare quasi.
Alfonso non varcava mai quel
punto e ciò non soltanto perché il tempo gli mancava. Di là vedeva anche la
città con le sue case bianche, il mare abitualmente tanto calmo di mattina come
se le poche ore di giorno non fossero ancora bastate a destarlo. Il verde dei
promontori a sinistra della città ed il colore del mare contrastavano
singolarmente con i sassi grigi dell'altipiano.
Scendeva in città quieto come in
altri tempi non lo era stato che uscendo dalla biblioteca. Passava senza
entrarvi accanto a Longera, un villaggio oblungo, già quasi a valle, il quale
si stringeva al monte come se vi cercasse riparo, le sue casette
ammonticchiate, quando facilmente avrebbe trovato aria e spazio invadendo i
campi circostanti. Nelle strade del villaggio a quell'ora cominciava il
formicolìo e da lontano si vedevano accennate tutte le esteriorità
dell'attività e dei destini umani in quelle poche figure che si movevano per le
stradicciuole del piccolo luogo. La rapida corsa di un giovinetto che Alfonso
poté seguire da un lato all'altro del villaggio, l'uscita dalla sua casa di un
contadino in cappello e che prima di muoversi, con tutta calma esaminava il
cielo forse per sapere se dovesse prendere seco anche l'ombrello; in una
stradicciuola più remota un uomo e una donna che cianciavano insieme forse già
a quell'ora d'amore; in un cortile si batteva del grano e là c'era tanto
movimento che da lontano poteva prendersi per allegria. Poi Alfonso passava per
il ridente San Giovanni con le sue case sparse, la sua chiesuola bianca, di
settimana vuota e abbandonata, di domenica tanto piena che tutti i devoti non
ci capivano e le contadinelle vestite di lana nera marginata di larghe fascie
di seta azzurra o rossa ingombravano il piccolo piazzale e facevano le loro
devozioni all'aperto.
Il nuovo metodo di vita di
Alfonso era dannoso ai suoi studi perché il primo risultato del suo spesso
aggirarsi all'aria aperta fu il bisogno di quest'aria e l'incapacità di
rimanere a lungo in quella rinserrata. Talvolta, uscito dall'ufficio si avviava
verso la biblioteca, ma di rado sapeva vincere la sua ripugnanza fino a
restarci oltre mezz'ora; lo prendeva un'inquietezza invincibile che lo portava
all'aperto a incantarsi su qualche molo, senza idee e senza sogni, unica
preoccupazione quella di assorbire molto di quella brezza marina di cui
s'immaginava di sentire immediati i benefici effetti.
Poi se ne andava a casa e ancora
a cena aveva talvolta il proposito di passare la notte su qualche libro, ma la
stanchezza lo vinceva e dormiva le nove, dieci ore di sonno tranquillo, benefico
tanto che non sapeva averne rimorso.
Eppure fu precisamente allora che
la sua ambizione si concretò nel sogno di un successo. Aveva trovata la sua
via! Avrebbe lui fondato la moderna filosofia italiana con la traduzione di un
buon lavoro tedesco e nello stesso tempo con un suo lavoro originale. La
traduzione rimase puramente allo stato di proposito, ma fece qualche cosa del
lavoro originale. Il titolo intanto: L'idea morale nel mondo moderno e
la prefazione in cui dichiarava lo scopo del suo lavoro. Era uno scopo teorico
senza veruna intenzione di utilità pratica e questa gli sembrava già una novità
per la filosofia italiana. Voleva, questo alla breve il contenuto del libro e
fino ad allora Alfonso stesso non ne sapeva di più, voleva provare che l'idea
morale nel mondo non ha altro fondamento che da un'imposizione necessaria per
il vantaggio della collettività. L'idea non era molto originale ma il modo di
svolgerla poteva divenirlo se esclusivamente inteso alla ricerca della verità
senz'alcuna preoccupazione delle possibili conseguenze per la vita pratica:
coraggio e sincerità non gli mancavano. Scrivendo aveva tutto quel coraggio che
nella vita gli mancava e nei suoi studî fatti al solo scopo di imparare non
poteva aver perduto la sincerità. Gli elementi che costituiscono il successo
letterario non conosceva e poco curava. Voleva lavorare, lavorare bene e il
successo sarebbe venuto da sé.
Lavorava bene ma lavorava poco.
Ricorreva troppo di spesso col pensiero all'opera completa quando le frasi che
ne aveva fatte si potevano contare sulle dita. Così, in sogno, vedeva aumentati
i pregi di quest'opera che perché non ancora fatta non poteva essere stata
danneggiata dalle resistenze della penna. Dopo qualche mese, vedendo che il
risultato dei suoi sforzi era compreso tutto in quelle tre o quattro paginette
di prefazione ove prometteva di fare e di provare ma ove nulla era fatto o
provato, venne preso da un grande scoramento. Quelle pagine rappresentavano il
lavoro di mesi perché altro in quel frattempo egli non aveva fatto. Non una
sola volta aveva stancato il suo cervello con lo studio e quelle pagine erano
il solo progresso che egli avesse fatto verso la sua meta. Era tanto poco che
equivaleva ad una rinunzia tacita ad ogni ambizione.
Pigliava anche più legittimamente
l'aspetto di rinunzia per il fatto incontestabile che alla banca egli si
trovava meglio e che odiava meno quel lavoro che da bel principio aveva
scoperto in antagonismo a quello intellettuale cui voleva dedicarsi. L'aiuto e
l'esempio di Alchieri avevano cooperato a renderglielo meno odioso ma anche,
riteneva, la cessazione quasi intera dell'attività più intelligente.
Per lungo tempo inutilmente tentò
di ripigliare le letture alla biblioteca civica, magari lasciando per allora in
disparte il suo lavoro filosofico. Una sera Sanneo lo sgridò per un errore da
lui fatto. Per quanto dovesse riconoscere di meritare quei rimproveri, si
irritò del modo, di una parola più brusca. Altre volte, se ne rammentava, si
toglieva all'avvilimento in cui lo gettavano tali accidenti della vita
d'impiegato, applicandosi con maggior fervore ai suoi studi che dovevano
toglierlo alla sua posizione subalterna. Fu quel fatto che dopo lunga assenza
lo portò di nuovo alla biblioteca.
Si dedicò alla lettura di un
giornale bibliografico italiano. La lingua non gli obbediva e bisognava darsi
esclusivamente a letture italiane. Lesse per un'ora circa con attenzione
spontanea, era effetto della brutalità di Sanneo, una discussione
sull'autenticità di certe lettere del Petrarca e quando cessò rimase
soddisfatto, rimpiangendo i tempi passati che la stanchezza del suo cervello
gli ricordava, un rimpianto forte come se da allora la sua vita avesse mutato
di molto.
Quando alzò il capo si avvide che
a lui dirimpetto sedeva Macario che lo fissava indeciso.
— Il signor Nitti! — disse costui
quasi domandandolo; doveva avere la memoria labile. Poi però gli porse
amichevolmente la mano.
Uscirono insieme.
— Ci viene spesso? — chiese
Macario occupato anche questa volta a raddrizzare il soprabito, una lunga
mantellina grigia dai grandi bottoni d'osso.
Alfonso con tutta disinvoltura
rispose che veniva ogni sera e, tacitamente, si propose di fare in futuro della
bugia una verità.
— Io da otto giorni, ed è peccato
che sia la prima volta che ci vediamo — disse Macario gentilmente. Gli chiese
che cosa studiasse.
— Letteratura! — confessò Alfonso
esitante.
Era lieto di poterlo dire a
Macario, ma esitava conoscendo e temendone lo spirito maldicente. Spiegò ch'era
sua abitudine di studiare ogni giorno qualche ora per svagarsi del lavoro della
giornata.
— E che cosa legge? — chiese
Macario che lo guardava con sorpresa.
Trovava che Alfonso, ad onta del
viso bronzino, aveva l'aspetto meno rustico di mesi prima. Parlava più
disinvolto e, di più, Macario era abbastanza intelligente per comprenderlo,
dinotava una certa superiorità di negare ogni importanza a degli studî fatti
con regolarità.
Sapendo quanto disprezzo si
avesse da certuni per filosofi e filosofia, Alfonso si astenne dal nominare i
suoi autori prediletti e parlò soltanto di qualche critico. Macario doveva però
accorgersi che aveva a fare con persona che si prendeva il lusso di giudizi
propri e fu sorpreso di trovarlo alquanto maligno. Alfonso aveva i grandi
entusiasmi per gli autori che a Macario non nominò.
Dal canto suo Alfonso seppe ben
presto come fosse fatta la coltura di Macario. S'accorse con soddisfazione che
ne veniva stimato tanto da indurlo a sottostare a qualche mal celata fatica per
portare il discorso su quanto meglio conosceva onde poter fare con lui buona
figura. Parlò di naturalisti moderni. Alfonso aveva letto qualche loro romanzo,
poi qualche recensione e se ne era fatta un'idea sua con la calma dello
studioso disinteressato ch'era stato allora. Ammirava qualche parte, biasimava
qualche altra. Macario era un adepto risoluto e il suo entusiasmo bastò ad
Alfonso per vagliare la sua mente. Così mentre Macario lo guardava con certo
sorriso derisorio significante «I miei pochi studi valgono i tuoi molti perché
ho buon naso», l'aspetto di Alfonso serio, attento, da scolare che riceve una
lezione, celava la soddisfazione di sentirsi superiore. Evitava una discussione
da cui non poteva sperare di riuscire vincitore contro la facilità di parola di
Macario. La parte d'indifferente era però impossibile con un parlatore simile
e, quasi involontariamente, Alfonso diede dei segni di assenso che per
tranquillare la propria coscienza destinava alle singole frasi di Macario, non
a tutta la sua idea. Alcune erano tanto belle che Alfonso sospettò fossero rubate.
Parlava di creazione fatta dall'uomo, la quale, per i risultati, non aveva
niente da invidiare a quella biblica. Nel metodo differivano alquanto, ma
ambedue le creazioni finivano coll'arrivare alla produzione di organismi che
vivevano a sé e che non portavano alcuna traccia di essere stati creati.
Macario raccontò che veniva in
biblioteca per leggere con calma Balzac che i naturalisti dicevano loro padre.
Non lo era affatto o almeno Macario non lo riconosceva. Classificava Balzac
quale un retore qualunque, degno di essere vissuto al principio di questo
secolo.
Erano giunti in piazza delle
Legna camminando tanto lentamente che ci avevano messo mezz'ora. Per via
Macario aveva trovato il tempo di ammirare il bel visino di una sartina e far
arrossire una signorina sgranandole in faccia due occhi ammirati. Alfonso
invece non aveva saputo far altro che ascoltare.
— Dove abita? — chiese Macario
appoggiandosi al suo braccio.
— Da quelle parti! — e accennò
vagamente alla città vecchia.
— L'accompagnerò un pezzo.
Come si poteva non essere
lusingati di tanta gentilezza e come si poteva mettersi in discussione per
difendere Balzac dalla taccia di retore? In risposta alla gentile offerta,
Alfonso risolutamente sacrificò Balzac.
— È retorico di spesso, certo!
Non entrarono in città vecchia ma
ritornarono sul Corso.
— Sa che lei dovrebbe ora
trovarsi divinamente in casa di mio zio? È divenuta tutt'altra casa; Annetta si
dedica alla letteratura. Vuole che andiamo a trovarla? È ritornata dalla
campagna da otto giorni e riceve quasi ogni sera degli amici; è sulla via di
emanciparsi anche più di quanto lo fosse in passato.
— Davvero? — chiese Alfonso
dimostrando sorpresa.
Cercava di trovare la risposta
per rifiutare l'invito.
Macario fece come se Alfonso
avesse già accettato. Seguito da lui attraversò il Corso e imboccò via Ponte
Rosso. Alfonso era sempre ancora indeciso.
— La vedrà! È bellissima così.
Passa mezza giornata a tavolino. Ecco almeno una vocazione che non inquieta
nessuno; fra qualche mese non ne parlerà più. Credo le abbia turbata la mente
la fama conquistata in Italia da altre donne. Queste donne! Una comincia e le
altre seguono come le oche. L'esempio degli uomini non conta per esse. Imitano
questa, imitano quella, e mai s'accorgono d'imitare, perché i loro cervellini
ne sanno tanto di originalità da ritenerla equivalente ad esattezza, esattezza
nella copia. L'originale fra loro è quella che per la prima imita gli uomini.
Alfonso rise.
— E la signorina Annetta?
— Della signorina Annetta quale
scrittrice non so nulla, perché è tanto cauta che finché non avrà imitato
qualche cosa con grande accuratezza non farà vedere nulla; quindi bisogna
attendere dell'altro per dare un giudizio sicuro, perché si tratta di sapere
chi avrà scelto per imitare. Già ella sa l'opinione che ho di Annetta. Qualità
matematiche sviluppatissime... — e fece il suo gesto abituale per accentuare il
sottinteso. — Adesso intanto andiamo a farle la corte.
Entrava nella via dei Forni;
Alfonso lo fermò.
— Non vengo, non posso venire.
Sono atteso a casa e poi in questo stato...
Aveva il viso infocato e parlava
con troppo più calore di quanto abbisognasse per rifiutare l'invito di Macario.
— Io non ve lo costringerò di
certo. Peccato però! Se qualcuno l'attende ella ha naturalmente ragione di
rifiutare, ma se è per il vestito ha torto. Prima di tutto è pulito e poi ora
che Annetta è letterata ama anzi i bohémiens. Venga dunque, via!
Ma Alfonso resistette! Aveva già
compreso da quanto gli aveva detto Macario che Annetta lo avrebbe trattato con
gentilezza, ma voleva farsi pregare. Non aveva potuto prendersi altra
soddisfazione dell'offesa che gli era stata fatta e intendeva di esigere almeno
quella.
— Ancora sempre si rammenta della
freddezza di Annetta di mesi fa, — e quantunque Alfonso protestasse e asserisse
che non se ne rammentava più, andandosene Macario lo sgridò amichevolmente
trattandolo di fanciullo.
La sera appresso si trovarono di
nuovo in biblioteca. Alfonso ci andò più volentieri. La conversazione con
Macario lo divertiva e lo lusingava la sua compagnia.
Lo spirito di Macario la vinceva
sempre sulla scienza di Alfonso e Macario era convinto di dare delle lezioni.
S'ingannava. Alfonso se imparava da lui qualche cosa si era osservandolo quale
oggetto di studio.
Aveva intanto compreso la qualità
dello spirito di Macario. S'avvedeva degli errori suoi, non gli sfuggiva quando
da lui un'idea veniva gonfiata per darle evidenza con maggior facilità, e,
infine, se talvolta dimostrava ammirazione era perché ammirava la disinvoltura
con la quale Macario negava o asseriva anche là dove menti superiori esitavano.
Macario cadeva spesso in
contraddizioni, ma mai nel medesimo giorno. Era soggetto all'umore della
giornata. Secondo quello si metteva in dati panni non suoi e ci viveva come se
fossero stati suoi e non avesse avuto da smetterli mai più. Ciò gli era facile
in grazia della sua cultura superficiale, abbastanza estesa per ricavarne i
mezzi a creare un tipo da persona colta e stramba, non abbastanza profonda per
dargli una ferma convinzione sua, tale da non potervi rinunziare neppure per
ischerzo.
Quella seconda sera l'ebbe con la
stampa. Diceva che scrivendo per la stampa si simulava sempre, non si era mai
del tutto sinceri. In pubblico si diceva nuovo quello ch'era vecchio,
meritevole di lode il biasimevole e così via. Fin qui era debole ma andava
pigliando forza. A che serviva la scienza? All'infuori di coloro che si
dedicano alle indagini originali in una data parte, gli altri hanno torto di
curarsene troppo. Stancano il loro cervello e non ne hanno alcun vantaggio,
perché chi ha compreso per bene una parte, ha il suo cervello altrettanto
educato quanto colui che ne ha studiato più parti. La carta stampata danneggia
quindi il cervello più che non lo avvantaggi. Quel quindi non era del
tutto diretto, ma Alfonso non fece mostra di avvedersene e Macario si
compiacque del proprio ragionamento.
— Bellissimo! — esclamò una sera
Macario alla biblioteca, e pose dinanzi ad Alfonso un libriccino ch'egli aveva
finito di leggere: Louis Lambert di Balzac.
Lo lesse anche Alfonso in due o
tre giorni e la sua ammirazione non fu minore. Salvo una lettera di amore di
una passione profonda e tanto sensuale da non esserlo più, egli non ammirò
tanto i pregi artistici dell'opera, quanto l'originalità di tutto un sistema
filosofico esposto alla breve ma intero, con tutte le sue parti indicate, e
regalato dall'autore al suo protagonista con la splendidezza di gran signore.
Macario gli chiese come gli fosse
piaciuto e Alfonso era in procinto di dirne con sincerità la sua opinione. Ma
Macario con premura, quasi avesse temuto gli venissero rubate le idee, disse e
gl'impose la sua:
— Sa perché è un bel libro? è
l'unico di Balzac che sia veramente impersonale, e lo divenne per caso. Louis
Lambert è matto, è composto di matti tutto il suo contorno e, per compiacenza,
l'autore in quest'occasione rappresenta matto anche se stesso. Così è un
piccolo mondo che si presenta intatto, da sé, senza la più piccola ingerenza
dall'esterno.
Alfonso rimase stupefatto a
questa critica altrettanto originale quanto falsa. Doveva essere stata fatta
con un metodo che Alfonso si trattenne dall'indicare, unicamente perché temeva
di venir messo anche lui in quel piccolo mondo che si presentava da sé.
La sua compagnia doveva piacere a
Macario. La cercava di spesso; qualche sera gli usò anche la gentilezza di
andarlo a prendere all'ufficio.
Ad Alfonso non sfuggì la causa di
quest'affetto improvviso. Lo doveva alla sua docilità e, pensò, anche alla sua
piccolezza. Era tanto piccolo e insignificante, che accanto a lui Macario si
trovava bene. Non si compiacque meno di tale amicizia. Le cortesie, anche se
comperate a caro prezzo, piacciono. Non disistimava Macario. Per certe qualità
ammirava quel giovine tanto elegante, artista inconscio, intelligente anche
quando parlava di cose che non sapeva.
Macario possedeva un piccolo cutter
e frequentemente invitò Alfonso a gite mattutine nel golfo. Nella sua vita
triste, quelle gite furono per Alfonso vere feste. In barca gli era anche più facile
di dare il suo assenso alle asserzioni di Macario e in gran parte non le udiva.
Si trovava ancora sempre alla conquista della solida salute che gli occorreva,
riteneva, per sopportare la dura vita di lavoro a cui faceva proponimento di
sottoporsi, e gli effluvi marini dovevano aiutarlo a trovarla.
Una mattina soffiava un vento
impetuoso e alla punta del molo, ove si trovavano per attendere la barca che
doveva venirli a prendere, Alfonso propose a Macario di tralasciare per quella
mattina la gita che gli sembrava pericolosa. Macario si mise a deriderlo e non
ne volle sapere.
Il cutter si avvicinava.
Piegato dalle vele bianche gonfiate dal vento, sembrava ad ogni istante di
dover capovolgersi e di raddrizzarsi all'ultimo estremo sfuggendo al pericolo
imminente. Alfonso da terra era colto da quei tremiti nervosi che si hanno al
vedere delle persone in pericolo di cadere e fu solo per la paura delle ironie
di Macario che non seppe lasciarlo partir solo.
Ferdinando, un facchino ch'era
stato marinaio, dirigeva la barca. Lasciò il posto al timone a Macario il quale
sedette dopo toltasi la giubba quasi per prepararsi a grandi fatiche:
— Ora fuoco alla macchina, —
gridò a Ferdinando.
Ferdinando scese a terra e
trascinò il cutter per l'albero di prora da un angolo del molo
all'altro; poi, un piede puntellato a terra, l'altro sul cutter, lo spinse al
largo.
Alfonso lo guardò tremando;
temeva di vederlo piombare in acqua e, per quanto piccolo, l'imminenza di un
pericolo lo faceva sussultare.
— Che agile! — disse a Ferdinando.
Gli pareva d'essere in mano sua e
aveva il desiderio quasi inconscio d'amicarselo. Ferdinando alzò il capo,
giovanile ad onta del grigio nella barba e della calvizie abbastanza inoltrata,
e ringraziò. Non essendo suo il mestiere, ci teneva molto ad apparire abile.
Comprese però male lo scopo della raccomandazione. Trasse con forza a sé la
vela e la fissò, aiutando poscia a tenderla con tutto il peso del suo corpo.
Immediatamente il vento che pareva sorgesse allora la gonfiò e la barca si
piegò con veemenza proprio dalla parte ove sedeva Alfonso.
S'era proposto di far mostra di
grande sangue freddo, ma i propositi non bastarono all'improvviso spavento.
Poté trattenersi dal gridare ma balzò in piedi e si gettò dall'altra parte
sperando di raddrizzare la barca con il suo peso. Si tranquillò alquanto
sentendosi più lontano dall'acqua e sedette afferrandosi con le mani alla
banchina.
Macario lo guardò con un leggero
sorriso. Si sentiva bene nella sua calma accanto ad Alfonso e per rendere più
evidente il distacco tenne il cutter sotto la piena azione del vento.
Alfonso vide il sorriso e volle prendere l'aspetto di persona calma. Segnalò a
Macario all'orizzonte delle punte bianche di montagne di cui non si vedevano le
basi.
Passando accanto al faro poté misurare
la rapidità con la quale tagliavano l'acqua; diede un balzo sembrandogli che la
barca andasse a sfracellarsi sui sassi che la contornavano.
— Sa nuotare? — gli chiese
Macario con tranquillità. — Alla peggio ritorneremo a casa a nuoto. Ma — e
finse grande preoccupazione — anche se si sentisse andare a fondo non si
aggrappi a me perché saremmo perduti in due. Penseremo a lei io e Nando.
Nevvero, Nando?
Ridendo sgangheratamente, costui
lo promise.
Coi suoi modi da pensatore,
Macario si dilungò in considerazioni sugli effetti della paura. Ogni dieci
parole alzava la mano aristocratica, l'arrotondava e tutti i sottintesi che
quel gesto segnava, cui nel vuoto della mano creava il posto, Alfonso lo
sapeva, dovevano andare a colpire lui e la sua paura.
— Muore maggior numero di persone
per paura che per coraggio. Per esempio in acqua, se vi cadono, muoiono tutti
coloro che hanno l'abitudine di afferrarsi a tutto quello che loro è vicino, —
e fece una strizzatina d'occhio verso le mani di Alfonso che si chiudevano
nervosamente sulla banchina.
E passarono accanto al verde
Sant'Andrea senza che Alfonso potesse padroneggiarsi. Guardava, ma non godeva.
La città, quando al ritorno la
rivide, gli parve triste. Sentiva un grande malessere, una stanchezza come se
molto tempo prima avesse fatto tanta via e che poi non lo si fosse lasciato
riposare mai più. Doveva essere mal di mare e provocò l'ilarità di Macario
dicendoglielo.
— Con questo mare!
Infatti il mare sferzato dal
vento di terra non aveva onde. Vi erano larghe strisce increspate, altre
incavate, liscie liscie precisamente perché battute dal vento che sembrava
averci tolto via la superficie. Nella diga c'era un romoreggiare allegro come
quello prodotto da innumerevoli lavandaie che avessero mosso i loro panni in acqua
corrente.
Alfonso era tanto pallido che
Macario se ne impietosì e ordinò a Ferdinando di accorciare le vele.
Si era in porto, ma per giungere
al punto di partenza si dovette passarci dinanzi due volte.
Si udivano i piccoli gridi dei
gabbiani. Macario per distrarlo volle che Alfonso osservasse il volo di quegli
uccelli, così calmo e regolare come la salita su una via costruita, e quelle
cadute rapide come di oggetti di piombo. Si vedevano solitarii, ognuno volando
per proprio conto, le grandi ali bianche tese, il corpicciuolo
sproporzionatamente piccolo coperto da piume leggiere.
— Fatti proprio per pescare e per
mangiare, — filosofeggiò Macario. — Quanto poco cervello occorre per pigliare
pesce! Il corpo è piccolo. Che cosa sarà la testa e che cosa sarà poi il
cervello? Quantità da negligersi! Quello ch'è la sventura del pesce che finisce
in bocca del gabbiano sono quelle ali, quegli occhi, e lo stomaco, l'appetito
formidabile per soddisfare il quale non è nulla quella caduta così dall'alto.
Ma il cervello! Che cosa ci ha da fare il cervello col pigliar pesci? E lei che
studia, che passa ore intere a tavolino a nutrire un essere inutile! Chi non ha
le ali necessarie quando nasce non gli crescono mai più. Chi non sa per natura
piombare a tempo debito sulla preda non lo imparerà giammai e inutilmente starà
a guardare come fanno gli altri, non li saprà imitare. Si muore precisamente
nello stato in cui si nasce, le mani organi per afferrare o anche inabili a
tenere.
Alfonso fu impressionato da
questo discorso. Si sentiva molto misero nell'agitazione che lo aveva colto per
cosa di sì piccola importanza.
— Ed io ho le ali? — chiese
abbozzando un sorriso.
— Per fare dei voli poetici sì! —
rispose Macario, e arrotondò la mano quantunque nella sua frase non ci fosse
alcun sottinteso che abbisognasse di quel cenno per venir compreso.
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