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Alfonso venne accolto da Santo
sulle scale.
— L'attendevo, — disse costui
sorridendogli con grande amicizia.
Lo trattava con rispetto,
lasciandogli il passo alle porte e inchinandoglisi profondamente dopo di
avergli aperta la porta della biblioteca. Anche alla banca coglieva ogni
occasione per provargli la sua deferenza.
In biblioteca trovò Annetta e
Francesca, questa sul suo eterno ricamo, quella scrivendo.
— Facevo il primo abbozzo, — gli
disse Annetta. — Venga, venga, mi aiuterà perché da sola non ci riesco.
Gli pose d'innanzi la carta,
piccola e elegante carta da lettera, e una penna.
— Starà maluccio ma il posto è
sufficiente quando c'è tanta voglia di fare come da noi due.
Il tavolo era troppo basso e non
c'era posto perché ella non s'era curata di asportare giornali. Francesca
supplì alla dimenticanza di Annetta.
— Capisco che se non vi aiuto, da
soli non ne verreste a capo.
Prese un fascio di giornali e lo
gettò in un canto.
Sembrava che le relazioni fra le
due donne fossero migliorate. Francesca non aveva più l'aspetto da sofferente
quantunque sul suo volto, ch'era sempre pallido, soltanto le labbra fossero
meno bianche, e Annetta non evitava di rivolgerle la parola.
— Bada di non voler mettere la
tua idea nel romanzo, perché si può ammettere di fare un romanzo in due ma non
in tre.
Avevano anzi il desiderio di
rivolgersi la parola di spesso come due persone che ad ogni istante bramano di
rammentarsi che non si tengono più il broncio.
— Un paio di parole di
prefazione! — disse Annetta con qualche gravità. — Vorrei spiegarle il metodo
che penso si dovrebbe seguire nel lavoro per non lasciarvi troppo chiare le
traccie di due menti, di due intenzioni differenti. Naturalmente che prima di
tutto bisognerà far sì che le due intenzioni sieno meno differenti che sia
possibile. Sarà la cosa più difficile, ma con qualche concessione da una parte
e dall'altra credo che ci si arriverà. In quanto al metodo, bisognerà semplicemente
dividere il lavoro.
Con mano nervosa tracciò dei
cerchi sulla carta che aveva dinanzi per render chiara quest'idea della
divisione. Aveva però delle esitazioni, almeno essa lo asseriva, per spiegare
come la divisione dovesse venir fatta nel caso concreto, perché temeva che la
parte ch'ella gli riserbava fosse trovata da lui inferiore di troppo.
— Dica senza riguardi, — le disse
Alfonso con un sorriso e arrossendo, — di lavorare m'importa assai, ma non
tanto da farmi dimenticare ch'è già un onore per me di essere stato chiamato a
suo collaboratore.
Il complimento non era stato
detto male e Annetta ringraziò.
— Ecco, ella ha idee buone,
questo lo sappiamo, e a lei daremo da proporre e sviluppare idee. Io che
conosco meglio la società farò il dialogo e farò la descrizione. Ella visse già
sempre fra libri.
Anche quest'osservazione era
stata fatta per consolarlo di avergli negato la conoscenza della società. Molto
lusingato, Alfonso accettò la proposta. Ogni singolo capitolo doveva venir fatto
da lui prima e poi rifatto da Annetta.
— Spero almeno di essere da tanto
di poter riconoscere e lasciare intatte le buone idee. — Più modesta non si
poteva essere. — Oh! questo è stabilito! — ed ebbe un sospiro di soddisfazione
come se con ciò parte del romanzo fosse stata terminata.
— Passiamo ora a stabilire il
soggetto!
Anche qui bisognava fare delle
premesse. Era necessario tenersi presente, avvertì Annetta, che a loro
occorreva il successo. Avrebbero pubblicato con uno pseudonimo ma, se non c'era
il successo, il piacere di tale pubblicazione sarebbe stato troppo piccolo. Non
desideravano la gloria futura e non pensavano affatto alla posterità, ma
volevano il pronto successo.
— Anche per raggiungere questo
successo io so il metodo. Non ci vuole mica tanto, sa! Sono stata ad osservare
per qualche anno quali opere avessero riportato il maggior successo a teatro o
nel mondo dei lettori ed ho trovato che tutte erano fatte secondo la stessa
ricetta: L'orso domato. Fa poco che l'orso sia uomo o donna, bisogna che venga
domato per forza di amore.
Anche Alfonso dovette convenire
che gli era già accaduto di commuoversi su lavori siffatti, commozione però che
mai non aveva diminuito il suo disprezzo per il lavoro e per l'autore. Non era
però il momento di far mostra di tale disprezzo. Giammai Annetta non gli era
piaciuta tanto. China a scrivere, i capelli bruni, lisci, ravviati
semplicemente, nella mano leggiadra la penna, la vedeva per la prima volta del
tutto dimentica della sua bellezza, noncurante di piacere o meno, le labbra
chiuse e la fronte increspata, la testa nobile in nobile atteggiamento.
Tutto accettò Alfonso. Con
rapidità fenomenale ella aveva steso l'indicazione in succinto del contenuto
dei primi dieci capitoli, poi, in due parole, l'idea generale degli altri. Egli
non vi scorgeva né una posizione né un'idea originale, ma dinanzi al primo
entusiasmo di Annetta ogni più piccolo dubbio sarebbe sembrato offensivo. Del
resto gli sarebbe sembrato prematuro di dare dei giudizii; l'esecuzione poteva
migliorare il soggetto.
Quando si trovò solo dinanzi al
lavoro che s'era obbligato di fare ne sentì anche più fortemente la volgarità.
L'orso era di genere femminino questa volta. Annetta aveva proposto il romanzo
di una giovine nobile che per essere stata tradita da un duca, nella prima ira,
acconsente di sposare un ricco industriale. Non lo ama però e lo tratta con
disprezzo. La virtù e l'alterezza dell'industriale, un brav'uomo di una
robustezza di muscoli grande quanto la mitezza del suo carattere, finiscono col
trionfare dell'avversione della moglie e i due vivono felicemente insieme per
lunghi e lunghi anni. Nell'abbozzo di Annetta erano segnate delle «scene» là
dove le sembrava di avere dei punti di grande effetto, e così somigliava anche
maggiormente all'abbozzo di una commedia, la commedia di ogni sera.
Però il primo capitolo quantunque
saltasse a piè pari in argomento, perché Annetta diceva che le lunghe
preparazioni annoiano il pubblico, era indicato con parole tanto poco precise
che Alfonso poté farne un capitolo di suo gusto.
«Clara, una contessina, apprende
che il duca sposa la figliuola di un bottegaio; sua disperazione.» Bisognava
raccontare i precedenti di tale situazione ed era quindi un altro romanzo in
cui Alfonso aveva la mano libera. In poche parole espose lo stato d'animo della
madre che riceve l'annuncio del matrimonio del duca e ne dà comunicazione alla
figlia non sapendo quale tempesta tale notizia debba sollevare nel cuore della
povera fanciulla, la quale sopporta il colpo con dignità e si sfoga soltanto
quando si ritrova sola nella sua stanza. Là però, oltre che sfogarsi, pensa con
dolore ai tempi passati, alla prima fanciullezza trascorsa col duca ch'era suo
cugino, un bambino feroce che spesso l'aveva battuta ma che se ne era fatto amare.
E giù una descrizione che ad Alfonso sembrò riuscita, dolce come un idillio.
Erano brevi tocchi come se l'autore fosse stato persona che per altre gravi
preoccupazioni non avesse saputo rivolgere tutta la sua attenzione al racconto
e avesse lasciato correre la penna sulla carta, dandole ad ogni tratto la
direzione e non inquietandosi di troppo se presto l'abbandonava. Egli sapeva
che a questo modo tutto il romanzo non poteva venir condotto, ma intanto il
capitolo era fatto.
Lo consegnò ad Annetta il mercoledì
e Annetta raccontò a tutta la compagnia del lavoro ch'ella ed Alfonso
imprendevano a fare. Spiegò poi a Spalati e a Prarchi perché non avesse scelto
loro invece di Alfonso. Al primo disse che non lo aveva scelto perché col
proprio professore si lavorava timidamente; aveva escluso Prarchi invece perché
troppo risolutamente verista. Prarchi asserì ch'era meno verista di quanto egli
stesso si dicesse e che per l'occasione avrebbe saputo sacrificare tutto quello
che nelle sue opinioni vi fosse stato di esagerato. Parlò seriamente, proprio
come se fosse stato ancora in tempo di convincere Annetta a recedere dalla sua
risoluzione. Poi si mise a ridere:
— Per l'occasione sarei stato
capace di collaborare ad un romanzo del tutto romantico.
Alfonso notò questo detto come un
avvertimento per lui.
Fumigi accompagnò Alfonso per un
tratto di via. S'informava con timidezza sul loro modo di lavorare e sembrava
s'interessasse molto all'argomento del romanzo, ma quando affettando
indifferenza e guardando altrove chiese quante volte alla settimana si
trovassero insieme, Alfonso provò la stessa sorpresa che gli aveva dato lo
sbadiglio di Macario:
— Sono dunque tutti innamorati di
Annetta?
Come erano rimasti d'accordo,
andò da Annetta la sera dopo. La trovò in biblioteca che scriveva. Vedendolo
fece un movimento d'impazienza soddisfatta. Poi però spinse in disparte il
manoscritto e cercò di parlare d'altro, del tempo meravigliosamente mite per
quella stagione. Alfonso, che non conosceva alcun motivo ad esitazioni, con un
sorriso che domandava compatimento le chiese come le fosse piaciuto il suo
capitolo. Era già poco lusinghiero ch'ella per prima non ne avesse intavolato
il discorso.
— Non mi piacque! — gli disse
Annetta guardandolo amichevolmente in modo da attenuare la crudezza della sua
frase. — È bello di certo, ne riconosco i pregi, ma è grigio.
Gli raccontò che s'era messa a
correggerlo ma che non le era riuscito, e che risolutamente aveva dovuto
rifarlo perché doveva confessare che neppure allora sapeva per bene che cosa a
quel capitolo mancasse.
— È fatto tutto di un pezzo!
Con questa espressione critica si
entusiasmò perché sapeva che le cose fatte tutte di un pezzo meritavano lode, e
ad Alfonso il cuore batté più leggiero.
— È però grigio, molto grigio.
Chi vuole che legga volentieri queste filze di pensieri senza interruzione e
senza ornamento? E poi ella racconta troppo poco; descrive continuamente anche
quando crede di raccontare. Con questa premessa come faremo noi a andare
avanti? C'è descrizione per mille parole e racconto per una, mentre era
preferibile che fosse viceversa. Era più importante di esporre la base del
romanzo, le prime idee di Clara al matrimonio con quell'industriale e il
vecchio amore di costui per essa, che di descrivere quel salotto che il lettore
non ha più da rivedere e dare tanti particolari sull'infanzia di Clara.
Gli lesse il suo lavoro.
Evidentemente per un gentile riguardo, qualche parola, qualche frase di Alfonso
era conservata, ma parole e frasi tanto poco importanti ch'egli non seppe essergliene
grato; precisamente quelle parti di cui più gli sarebbe importato non avevano
trovato grazia.
Finito di leggere, Annetta lo
guardò in attesa di un entusiastica approvazione, mentre ad Alfonso con grande
sforzo riuscì di mormorare una lode che fu troppo fredda. La diminuì ancora,
perché non sapendo nascondere il dispiacere di aver lavorato tanto, inutilmente
e non trovando prontamente una via per dare sfogo a questo dispiacere senza
offendere Annetta, quando gli sembrò di averla trovata la batté risolutamente
non curandosi di esaminare prima dove andasse a finire. Non parlò del lavoro
proprio o di Annetta in concreto, ma dopo aver detto che infatti quello di
Annetta doveva piacere di più, attaccò le teorie, i propositi di Annetta. Era
verissimo che con quelle teorie si sarebbe arrivati al successo, ma negava che
valesse la pena di sagrificare ogni superiore scopo artistico a questa fame di
un successo effimero.
— Scusi! — lo interruppe
Francesca che zitta fino ad allora sembrava non seguisse il filo del discorso,
— dal suo volto mi è sembrato di capire che il lavoro di Annetta non le sia
dispiaciuto. Non dovrebbe quindi essere antiartistico nel modo che ella dice.
Ad Alfonso sembrò che Francesca
accompagnasse la sua frase di un'occhiata che voleva forse invitarlo
all'assenso e ne fu tanto sorpreso che non seppe subito distogliere lo sguardo
da lei. Aveva collaborato anche Francesca a quel capitolo che lo difendeva? Era
ora troppo chiaro che gli veniva imposto di ammirarlo ed egli con la buona
grazia che seppe vi si adattò. Disse che il capitolo gli era piaciuto, che
combatteva soltanto la massima. Il capitolo invece gli era sembrato brutto,
nudo, declamatorio, e lo umiliò di essere costretto a fare quella dichiarazione
esplicita; aveva abdicato al diritto di dire la sua opinione. Ebbe la
meraviglia di vedere come Annetta non avesse alcun dubbio sulla sincerità della
sua dichiarazione. Era dunque stabilito, ella gli disse, quel capitolo rimaneva
intatto e per gli altri capitoli si sarebbe andati d'accordo nel modo istesso.
E infatti nel modo istesso ma più
facilmente si andò d'accordo per il secondo e per il terzo capitolo. Alfonso li
fece cercando d'imitare Annetta e Annetta li rifece senza molto curarsi della
prima versione.
C'era in questa situazione una
parte aggradevole per Alfonso. Conquistata e fatta riconoscere la sua
superiorità, Annetta, essendosi accorta probabilmente che la sommissione
costava molto ad Alfonso, volle compensarnelo dimostrandogli maggiore amicizia,
talvolta anche una protezione commossa da persona superiore, una specie di
affetto materno. Lo derideva per le sue debolezze, lo descriveva come un
piccolo orso che non sapeva fare complimenti e che mancava di diplomazia; una
sera disse agli amici del mercoledì, lui presente, che probabilmente c'erano
già stati filosofi maggiori di Alfonso, ma nessuno che come lui avesse preso
sul serio la filosofia e vivesse conformemente ai suoi dettami. Ne derivò —
questo però quando furono a quattr'occhi — l'aggettivo di «rospo». Rospo quando
balbettava mezza frase e non sapeva dirla tutta, rospo quando diceva che un
successo letterario valeva poco perché veniva fatto dagl'ignoranti, infine
rospo gli diceva quando egli le portava il suo abbozzo fatto per esser gettato
via. Gli diceva questa parola con un sorriso così buono, guardandolo con
ammirazione come un originale meritevole di venir studiato... ma non letto, sì
che egli stava rigido, parlava poco, smozzicava le parole per meritarsi più
volte tale qualifica. Ella rimase sempre ferma al suo primo giudizio, che
Alfonso bensì disponesse di un maggior numero d'idee elevate, ma che non
sapesse unirle a farne un buon romanzo. Era troppo greve e troppo grigio. Prima
o poi si sarebbe conquistato un bel nome con qualche buona opera filosofica ma
con romanzi no, era cosa troppo leggiera per lui.
Però le noie del lavoro non erano
piccole. Al secondo capitolo c'era una scena coniugale terribile fra Clara e il
marito nella stanza nuziale, ma al terzo già, e ciò per volere espresso di
Annetta, ambidue gli sposi sapevano di amarsi, mentre una grande, immensa
fierezza li teneva ancora divisi. Tutto il resto del romanzo doveva trattare di
queste due fierezze che bisognava domare perché questo era l'argomento del
romanzo. Almeno avesse trattato di queste due fierezze, ma Annetta voleva
innestare al romanzo mille altre storielle che coll'argomento principale nulla
avevano da fare. Entravano in scena il suocero dell'antico fidanzato, il
bottegaio, la moglie del nobile, la rivale di Clara, poi anche un fratello di
Clara e una sorella dell'industriale i quali finivano con lo sposarsi, e infine
diversi altri personaggi che prendevano parte a una commediola politica,
un'elezione fatta per ingrossare la novelluccia a romanzo. Alfonso aveva
proposto di omettere tutta questa roba inutile e di lasciare le due fierezze
che Annetta aveva volute, una di fronte all'altra a sbrigarsela fra di loro; ne
poteva ancora risultare una buona analisi della fierezza. Ad Annetta la
proposta sembrò addirittura comica. Capitolo per capitolo doveva comporsi di
lunghe chiacchierate, lotte fra le due donne, Clara e la moglie del nobile;
ogni capitolo poi doveva essere adornato da una o più occhiate di amore fra
marito e moglie. Si restava sempre là.
Il lavoro, per Alfonso,
cominciava a somigliare straordinariamente al lavoro bancario. Alla sera vi si
metteva con uno sbadiglio, lottando col sonno, unicamente attento a tenersi
strettamente a quanto Annetta gli aveva ordinato di fare, lieto quando aveva
terminato. Talvolta la noia del lavoro era tale che finiva coll'andare da
Annetta senz'aver fatto nulla. All'ultima ora non aveva lavorato, risolvendo di
mandare a scusarsi il giorno appresso e rinunziare di vederla per quel giorno
pur di non aver da scrivere quella roba. Ma non sapeva rinunziare a vederla e
andava da lei trovando qualche altra scusa.
Annetta lo accoglieva sempre
gentilmente e non gli moveva un solo rimprovero. Gli faceva leggere quello
ch'ella aveva fatto e poi lo lasciava parlare d'altro. Non le dispiaceva di sentirlo
parlare. Egli non aveva più che timidezze di proposito perché aveva capito che
certe timidezze con Annetta era bene di conservarle. Quando stava per lasciarle
si rammentava degli avvertimenti di Macario, di quel piccolo cenno di
Francesca, infine del contegno di Spalati, il più vecchio amico di Annetta, il
quale se si prendeva delle libertà, lo faceva sempre con un aspetto tanto più
rispettoso quanto la parola era libera. Era tanto abile Spalati che le mancava
di rispetto soltanto quando l'adulava. Le sue adulazioni pigliavano in tal modo
un aspetto ardito che le faceva apparire sincere. Era capacissimo di dirle
ch'ella usava troppo l'aggettivo come Victor Hugo. Alfonso aveva capito il
metodo, e il contegno gli era facilitato dalla comodità di poter simulare il
carattere che gli era stato attribuito. Dimostrando disprezzo per le forme
esteriori, gli era lecito di trascurarne qualcuna, e poi non era il culto di
tali forme che Annetta esigeva. Occorreva saper dimostrarle a tempo debito un
briciolo di ammirazione o di entusiasmo.
Erano le serate più divertenti
quelle in cui del romanzo nulla affatto si parlava, ma Alfonso s'accorse che a
lungo andare la lentezza nel lavoro poteva dispiacere ad Annetta. Ne venne
avvisato anche da Francesca che una seconda volta dimostrò di volerlo dirigere
nella sua relazione con Annetta.
Lo accolse essa una sera, Annetta
essendo ancora nella sua stanza.
— Non ha fatto nulla neppur oggi?
— gli chiese con accento di rimprovero. — Badi che Annetta facilmente
s'impazienta.
Per combinazione quella sera
aveva fatto qualche cosa. Comprese l'importanza dell'avvertimento e se lo tenne
per detto: da allora, e per parecchio tempo, ogni sera portò qualche prova di
aver lavorato o pensato per il romanzo.
Ciò gli riusciva più che mai difficile.
Alla banca aveva molto da fare. Aveva ora sulle spalle quasi tutto il lavoro di
Miceni, così che quotidianamente c'erano furie di lavoro alle quali a fatica
giungevano a bastare lui ed Alchieri. Sentiva più forte il bisogno delle lunghe
passeggiate e poi di riposo.
La prima volta che gli accadde
dopo la raccomandazione di Francesca di dover recarsi da Annetta senza
apportare una sola pagina di scritto, quantunque venisse accolto da Annetta col
solito gentile sorriso, temette ch'ella nascondesse l'ira di cui aveva parlato
Francesca e, punto rassicurato, credette di esser congedato improvvisamente e
per sempre. Nella paura non gli bastò di dire una scusa ma parlò del suo molto
da fare, poi di un suo male di testa e persino di notizie inquietanti che aveva
ricevute da casa sulla salute di sua madre e che gli toglievano la quiete
necessaria per lavorare. Annetta lo stava a udire con l'aspetto di grande
partecipazione, e ciò commosse profondamente Alfonso. Era avvilito di doversi
scusare come uno scolaretto dove avrebbe voluto poter parlare altrimenti, e fu
tale avvilimento che gli cacciò agli occhi delle lagrime, attribuite da Annetta
alla sua preoccupazione per la salute della madre.
Per Annetta Alfonso dovette
essere divertente quella sera più del solito. Dopo di aver parlato delle tante
cause che gli avevano impedito di lavorare al romanzo, egli era passato a
parlare del suo desiderio di dedicarsi a quel lavoro e poi ad asserire che la
sua occupazione prediletta era di pensare, meditare per quella bellissima
opera. Per la prima volta, non costretto adulava, ma era il momento in cui
avrebbe fatto anche monete false per assicurarsi l'amicizia di Annetta.
Descrisse le sue occupazioni alla banca e non avendo il coraggio di lagnarsi
con la figliuola del signor Maller del lavoro bancario in generale, si lagnò
che ancora non gli si affidava quel lavoro a cui egli credeva di avere diritto,
più intelligente e più libero.
— Vuole che ne parli a papà? —
chiese Annetta molto commossa. — Ella infatti avrebbe diritto ai lavori più
difficili.
Egli non aveva preveduto tale
offerta che sommamente gli dispiacque. Protestò che non voleva approfittare
della buona amicizia di Annetta per ottenere protezione. Già una
raccomandazione non bastava a rompere l'ordine gerarchico della banca, mentre a
lui toglieva parte delle sue illusioni su quelle serate. Annetta volle sapere
quali fossero queste illusioni.
— Quando sono qui — rispose
Alfonso — non voglio rammentarmi che di essere suo amico e letterato. Per ora
non sono altro.
Annetta lo ringraziò.
— Ella dunque si diverte qui, se
ne potrebbe essere sicuri?
Passava a un tono più leggero di
molto e Alfonso non se ne accorse subito, tutto occupato a rendere Annetta
sicura ch'egli in quella casa sempre si divertiva.
Era stata una frase detta da
Annetta in buona fede credendola molto cortese, ma bastò a procurare ad Alfonso
parecchie ore di agitazione. Era cortese, ma tanto presto ella aveva
dimenticato di aver visto piangere un uomo da non sapergli dire che quella
frasuccia da conversazione? Egli non sapeva veramente perché quella frase gli
sembrasse offensiva e per capirlo gli bisognò pensarci a lungo. Intanto provava
un immenso malcontento di sé, quasi avesse rimorso per un'azione malvagia o
ridicola. Egli aveva pianto ed ella s'era trovata in dovere di dirgli una
parola gentile! C'era tale differenza fra l'importanza dei due fatti, ch'egli
si vergognava di aver sparso quelle lagrime. Una donna che avesse provato un
briciolo di affetto per lui avrebbe pianto con lui.
Era una bella serata dall'aria
fredda ma calma e un cielo fosco con poche stelle. Egli rimase a lungo sulla
via sentendosi incapace di trovar quiete in una stanza. Per la seconda volta
ebbe il desiderio di rompere la sua relazione con Annetta e sempre per lo
sconforto che lo invadeva, quando nella grande amicizia da essa dimostratagli
trapelava l'immensa sua freddezza e indifferenza. Erano sorprese dolorose che
lo scotevano dal vivere inerte più in un'abitudine che in un'idea o in uno
scopo, e analizzava allora questo scopo, sorpreso di non esser vissuto più
conformemente ad esso oppure di vederlo sotto tutt'altra luce, di trovarsi
altrettanto lontano dal raggiungerlo quanto prima gli era sembrato di esserci
vicino. Era una passione invincibile la sua da esporsi a tanti affanni per
soddisfarla? Neppure al principio della sua relazione con Annetta aveva sentito
tanto chiaramente che il suo amore era stato aumentato dalle ricchezze che
circondavano Annetta, una specie di adornamento che abbelliva la bella figura
come la legatura un diamante. Se ne rammentava ancora! Prima di conoscere la
grazia e la bellezza di Annetta, lo aveva agitato, commosso il saperla
figliuola di Maller, ed era stato da quell'agitazione e da quella commozione
ch'era nato il sentimento ch'egli chiamava amore.
Ma a quale scopo tale analisi?
Egli s'era accorto della differenza che correva fra il suo modo di sentire e
quello di coloro che lo contornavano e credeva consistesse nel prendere lui con
troppa serietà le cose della vita. Quella era la sua sventura! Valeva la pena
di arrovellarsi a quel modo per trovare un'uscita da un viluppo che
naturalmente doveva svolgersi da sé? Se Annetta lo amava, egli aveva, è ben
vero, molto da guadagnare, la sua vita ne sarebbe stata mutata; se non lo
amava, nulla aveva da perdere.
Volle essere calmo, ma
naturalmente i ragionamenti non lo liberarono né dai dubbi né dall'agitazione.
Servirono a non fargli prendere risoluzioni alle quali lo avrebbe portato il
suo carattere tanto turbato nelle situazioni esitanti, indecise, e lo salvarono
dall'analisi dei propri istinti e del proprio carattere. Lo faceva soffrire il
conoscersi.
Il giorno appresso s'imbatté sul
Corso in Macario che correva verso il mare. Non si vedevano da più settimane.
Macario ebbe la gentilezza di darne la colpa ad Alfonso:
— È tanto occupato del romanzo —
gli chiese — che non è più possibile vederla?
Era la prima volta che Macario
gli parlasse del romanzo e quel suo tono amichevolmente scherzoso diede una
sorpresa aggradevole ad Alfonso. Fu di nuovo il buon amico cui piaceva tanto
istruire Alfonso, il quale dal canto suo fece del suo meglio, ma invano, per
riavere quel suo aspetto sommesso d'altre volte. Non sapeva più trattenere la
parola che gli veniva spontanea a completare o rettificare le idee di Macario.
Macario lo invitò a una gita in mare e Alfonso dovette rifiutare perché era
vicina l'ora in cui gli toccava essere in ufficio. Lo accompagnò per un pezzo
verso il molo.
Macario salutò una signora che
non doveva essere di prima gioventù, grassa e greve ma ancora elegante.
— Ecco una signora — disse —
della quale, a quanto si dice, si può divenire l'amante con facilità, e non
sarebbe mica poco piacevole. — Da questa osservazione passò a ragionare ad
Alfonso della seduzione in generale. — Per saper prendere una donna che vuole
darsi ci vuol poco, ma già tanto che la persona più astuta non ci arriva.
Bisogna sapere il quando, perché anche una donna che vuole non vuole sempre, e
saputo questo quando, bisogna saper attaccare prontamente, cosa anche meno
facile, perché per tale specie di risoluzione ci vuole più nervi che ad un
generale per dirigere una battaglia. La risoluzione non diviene più facile per
quanto si sappia di essere atteso e quindi sicuramente vittorioso. Con le donne
indecise poi, alle quali bisogna apportare una convinzione e toglierne
un'altra, è cosa tanto difficile che io che pur so fare non mi ci sono mai
messo. Sono però convinto che anche là si tratta più di agire che di parlare.
Parlare prima, molto tempo prima, ma i discorsi non portano nessuna donna al
passo senza rimedio. Con le donne bisogna saper agire. Baciare per esempio,
baciare una mano, un volto, un collo, un piede magari, quello ch'è più vicino.
I buoni parlatori non sono mai fortunati con le donne.
Sembrava fatta per lui quella
predica, ma andando all'ufficio Alfonso rideva. Aveva sognato di aver preso sul
serio i consigli di Macario e di aver agito con Annetta. Vedeva la
bianca mano alzarsi minacciosamente e terminare la scena col suono di uno
schiaffo. Macario aveva forse anche sperato che i suoi consigli venissero
seguiti e Alfonso lo sospettava capace di tanto. Tanto meglio! Quella specie di
agguato che Macario gli aveva teso diventava per lui un avvertimento.
Ebbe ben presto l'occasione di
ripensare al consiglio di Macario. Una sera Francesca li lasciò soli, Annetta
scriveva calma con la sua bella scrittura minuta ma a tratti decisi; teneva il
braccio sinistro teso sul tavolo sul quale poggiava il petto, e la sua mano
arrivava proprio sotto alla bocca di Alfonso. Era impossibile non pensare
all'atto consigliato da Macario e Alfonso fremette accorgendosi che i peli del
suo mento già avevano toccata quella mano e che non perciò veniva ritirata. Si
ricordò che Macario aveva dichiarato che un uomo diveniva ridicolo agli occhi
di una donna già pel fatto di arrischiate meno di quanto ella desiderasse. La
decisione non era presa ch'egli per un movimento quasi involontario aveva
poggiato le sue labbra su quella mano. Sentì il contatto di quella carne
vellutata e se ne rammentò più tardi; per allora, spaventato del proprio
ardire, non sapendo come riparare, tentava di prendere l'aspetto indifferente
come un bambino quando vuole che di una propria cattiveria venga data la colpa
ad altri. Il fulmine temuto non cadde! Egli vide che il volto di Annetta aveva
cambiato colore e che la penna s'era fermata sulla carta. Forse Annetta rimase
indecisa sul contegno da prendere. La mano si ritirò lentamente con movimento
naturale come se ella ne avesse avuto bisogno per poggiarvi il capo. Un minuto
circa durò il silenzio, un secolo per Alfonso. Finalmente ella parlò e non del
bacio. Gli parlò con disinvoltura, guardandolo più volte sorridente e
amichevole.
Egli era salvo! Più che salvo,
felice! La dichiarazione era fatta! Almeno ella doveva ora sapere che non si
trovava più dinanzi l'impiegato, né il letterato.
Quando egli soffriva per una
parola fredda oppure per gelosia, poteva sperare ch'ella qualche cosa ne
indovinasse. Voleva essere modesto, non dare altro significato al silenzio di
Annetta che di una mite indulgenza, ma ne era già felice. Così si cominciava
appena, ma il passo fatto era gigantesco. Per quella sera non ebbe dubbi. Egli
amava Annetta e la voleva sua. Era bensì la via che aveva battuto per arrivare
alla ricchezza, ma allora egli non ne sapeva nulla. Un sorriso di Annetta era
la felicità! Gli era stato domandato un atto e la sua dichiarazione era stata
un atto ardito ma non brutale: dolce, rispettoso anche più di quanto avrebbe
potuto esser la parola.
Per parecchie sere, Francesca
rimase presente alle loro sedute e ad Alfonso non dispiacque. Con gli occhi
parlava ora: il linguaggio degli occhi è come quello della musica; non concreta
nulla quando non c'è la parola, ma quando c'è o c'è stata dice meglio e più che
la parola stessa. Non erano sguardi arditi, ed egli né cercava più di scoprire
una linea frugando con occhio indiscreto in quelle vesti morbide, né
stringendole la mano accarezzava per soddisfarsi nel contatto. Quella
dichiarazione, quell'uscita dal desiderio solitario aveva fortificato il suo
amore, gli aveva fatto respirare aria pura. Egli non avrebbe però saputo dare
un'appendice in parole a quel bacio.
Una sera, erano in biblioteca,
Francesca nel bel mezzo della seduta si allontanò sulle punte dei piedi per non
disturbarli. La sua assenza durò un quarto d'ora e quando ritornò li trovò al
punto a cui li aveva lasciati. Alla sua uscita Alfonso era trasalito credendo,
sempre secondo quanto gli aveva predicato Macario, di essere ora obbligato a
dire qualche cosa. Rimuginò alcune ideuccie, ma Annetta gl'impedì di dirle
parlandogli con tutta tranquillità del romanzo. Ella dunque nulla attendeva ed
era bene non fare cosa da lei non prevista. Tacque dunque; la sua posizione era
già bella ed egli altro non sapeva desiderare per il momento. Non parlava di
amore, ma tutto quanto egli diceva ad Annetta veniva alterato dal suo
sentimento. Se non faceva altro che dichiarazioni d'amore! Quando parlava ad
Annetta, in modo ben diverso da Macario, accennava al sottinteso che c'era in
ogni sua parola col suo sorriso o col suono della sua voce. Dicendo la cosa più
semplice sentiva fondersi la sua voce in una dolcezza di cui non l'aveva saputa
capace e la dichiarazione era così chiara, tanto ardita da sembrargli una presa
di possesso, che lo scoteva tutto nell'ebbrezza del sogno realizzato.
Si ritrovò con Macario e costui
con insistenza sospetta gli parlò di nuovo dei modi di prendere una donna.
Alfonso stette a udire indifferente le brutalità che gli venivano suggerite, perché
egli ora sapeva meglio quello che faceva al caso suo. Si trovava bene in quello
stadio della sua relazione con Annetta e non voleva abbandonarlo senza sapere
quale sarebbe stato lo stadio prossimo. Anche lontano da Annetta soffriva meno.
Si annoiava nell'attesa della sera, ma non sognava tanto perché un sorriso di
Annetta aveva scacciato quei fantasmi ch'ella stessa aveva creati.
Alfonso si figurava, che anche
non amandolo, ella doveva essere lusingata dal suo amore e dal suo rispetto.
Egli esagerava la sua timidezza perché la timidezza spiegava e rendeva
possibile il prolungarsi della strana situazione.
Il lavoro letterario in mezzo a
questi amori languiva ed era quello che più lusingava Alfonso, perché sembrava
che anche per Annetta esso fosse divenuto cosa secondaria. Una sera avvenne che
Alfonso portò del lavoro fatto e che Annetta si dimenticò di chiedergliene la
lettura. In quanto procedeva però, era fatto del tutto secondo i propositi di
Annetta e Alfonso sentiva ogni giorno chiarirsi più nullo il soggetto, più
sciocco il romanzo. Pensava che aumentando la confidenza fra di loro sarebbe
pur venuto il giorno in cui avrebbe potuto dirle la sua opinione, ma per il
momento non osava neppur di esprimere il dubbio più lieve. Non voleva esporsi
al pericolo di veder diminuita la luce che brillava negli occhi di Annetta
quando lo guardava. Per lui quel romanzo aveva minima importanza e per esso non
avrebbe acconsentito a udire neppure una parola brusca dall'amata.
Venne strappato a quell'idillio
non per suo volere e non per volere di Annetta; Macario glielo aveva creato
senza saperlo, Miceni e Fumigi lo distrussero.
Miceni era colui che più
palesemente invidiava Alfonso per la sua famigliarità in casa Maller.
Naturalmente non glielo aveva detto e come al solito Alfonso si rifiutava di
ammetterlo anche quando Miceni col suo carattere bizzarro lo lasciava
trasparire all'evidenza. Le piccole punture di Miceni non arrivavano a ferirlo
neppure quando costui aveva cominciato col parlare di un suo amore per Annetta
e pretendere che sarebbe stato corrisposto se egli ci avesse messo maggiore
impegno. Alfonso, da alcune parole dettegli da Macario, sapeva che cosa egli
dovesse pensare di tale avventura. Quasi accordando ad Alfonso maggiore
confidenza, un giorno Miceni gli raccontò anche la ragione per cui egli aveva
smesso di fare la corte ad Annetta: per riguardo a Fumigi, perché sapeva che
costui ne era innamorato. Fumigi era un suo vecchio amico che gli aveva
procurato l'impiego da Maller e aveva quindi diritto a riguardi da parte sua.
Quest'asserzione lasciò Alfonso
meno freddo dell'altra. Anch'egli s'era accorto che Fumigi era innamorato di
Annetta ed era amore che aveva, doveva riconoscerlo, molta probabilità di
giungere al suo scopo. A mente fredda comprendeva che, non troppo vecchio,
Fumigi era un partito conveniente per Annetta.
Avvedutosi che Alfonso si turbava
quando gli si parlava di Fumigi, Miceni si prese di spesso il piacere di
stuzzicarlo liberandosi della propria gelosia alla vista di quella di Alfonso.
È più difficile apparire
indifferente quando non lo si è, che appassionato essendo indifferente. Miceni
cominciava di solito a parlargli di affari d'ufficio, il pretesto per recarsi
in quella stanza. Quando veniva costretto a nominare Annetta, Alfonso cribrava
ogni parola prima di emetterla e con una disinvoltura ch'egli stesso sentiva
eccessiva e da cui doveva trasparire l'affettazione ne parlava come se l'avesse
vista poche volte in sua vita. La diceva bella e, per colmo d'indifferenza,
confessava di desiderarla come si desiderano tutte le belle donne. Ma quando
gli si parlava di Fumigi, neppure la parola voleva più ubbidire al suo
proposito d'indifferenza. Non gl'importava che Miceni credesse ch'egli fosse
amato da Annetta, ma gli doleva profondamente che anche un solo uomo ritenesse
che l'amato fosse altri. Diceva con calma visibilmente forzata ch'egli
conosceva Fumigi e che non credeva che amasse Annetta. Allora anche Miceni
perdeva la calma:
— Per qual ragione vorresti che
io venga a dirtelo se non fosse vero? Informati. In città lo sanno tutti
all'infuori di te.
S'accalorava altrettanto lui per
affermare quanto Alfonso per negare; ma Alfonso, quando s'accorgeva d'essere
distante di troppo dalla sua parte d'indifferente, tagliava corto alla
discussione dichiarando che la cosa poteva comportarsi come voleva, che a lui
non importava niente. Le parole erano energiche, ma troppo, e l'aspetto del
volto e il suono della voce tutt'altro che da indifferente.
Lieto come se avesse apportato
una buona notizia, Miceni gli raccontò che Fumigi e Annetta si fidanzavano.
Alfonso si mise a ridere calmo e questa volta sinceramente calmo.
— Ero ieri a sera in casa di
Maller e me ne avrebbero prevenuto se fosse stato vero.
— Non è ancora ufficiale; ma
probabilmente, mentre qui parliamo, Fumigi entra per la prima volta in casa di
Annetta quale sposo.
La sua voce era divenuta subito
acuta come se la tranquillità di Alfonso lo avesse offeso.
Alfonso non si degnò di
discutere. La sera innanzi Annetta lo aveva trattato anche meglio del solito.
Gli aveva raccontato della sua fanciullezza, della vita di collegio ove era
stata mandata alla morte della madre. Erano confidenze e, sorpreso e beato,
Alfonso ci vide un altro miglioramento della sua posizione. Da qualche tempo
egli si ammirava come persona abile e uscendo quella sera dalla casa Maller
mormorò:
— Questa è la vera arte.
Progredire senza fatica.
Per quella sera non aveva da
andare da Annetta, ma pur agitato dalle parole di Miceni si aggirò lungamente
per via dei Forni. La casa conservava il solito aspetto. La lunga fila di
stanze non abitate aveva le finestre chiuse ermeticamente, tutte le tendine
calate; una finestra del tinello soltanto era socchiusa.
Uscendo dalla via dei Forni verso
il mare s'imbatté in Fumigi. Per aver tanto pensato a lui, Alfonso, vedendoselo
tutt'ad un tratto dinanzi, s'imbarazzò e gli parve che la confusione dell'altro
non fosse minore.
— Ella... va? — chiese Fumigi
balbettando e facendo un cenno verso la casa dei Maller da cui Alfonso veniva.
— No! — disse Alfonso con
vivacità. Gli sembrava che Fumigi volesse accusarlo di un delitto. — Cammino da
un'ora circa per fare del movimento. Se vuole farmi compagnia...
Sulla figurina di Fumigi, vestita
di solito con tanta regolarità, c'era qualche disordine; la cravatta non voleva
stare a posto, il collare del soprabito nero, del resto nuovissimo, non era
spiegato.
— Andiamo al porto nuovo? —
chiese. Guardò ancora l'orologio e dopo una piccola esitazione si mise a
camminare accanto ad Alfonso.
Tacquero movendosi ai pallidi
raggi del sole che tramontava. Dal piazzale della stazione si volsero verso il
mare e si fermarono sul primo molo fatto da poco, dal selciato bianco,
regolare.
— Splendido! — disse Alfonso
guardando il sole e lieto di poter parlare. Mezza palla incandescente guardava
ancora fuori del mare. Non sembrava che la luce tranquilla, bianca che
illuminava le case alla riva, provenisse da quel corpo rosso. Esso dava i
riflessi rosei all'orizzonte e arrossava a metà una nuvoletta bianca, immobile
sulla città nelle cui contrade interne già imbruniva.
Veramente nessuno dei due aveva
occhi per il magnifico spettacolo. Alfonso osservava Fumigi che era assorto nei
suoi pensieri tanto da non curarsi neppure più di celare la sua preoccupazione.
Guardò di nuovo l'orologio e mormorò alcune parole che Alfonso non intese; poi
si cacciò le mani in tasca fremendo dall'impazienza e guardando l'acqua sotto
ai suoi piedi. Aveva dimenticato persino d'essere accompagnato.
— Ha fretta? — gli chiese
Alfonso.
— No! — rispose Fumigi — mi basta
d'essere a un appuntamento per le sette e mezzo.
Quanto gli era stato raccontato
da Miceni era dunque vero, e Alfonso pensò che l'appuntamento a cui Fumigi
importava di giungere in tempo era con Maller. Fumigi attendeva una decisione e
Alfonso si credeva ancora tanto sicuro del fatto suo che quell'impazienza
febbrile gli fece compassione perché sapeva che al poveretto stava per toccare
un dolore.
L'anormalità nel contegno di
Fumigi era tale che per poter fingere di non conoscerne la causa non si poteva
fingere di non avvedersene.
— Sta forse poco bene?
— No... sì, un poco di emicrania.
Ma quello che mi disturba di più si è di dover stare all'aperto per essere
sicuro di non mancare all'appuntamento. Del resto, a pensarci, l'assicuro che m'inquieto
per cosa che assolutamente non lo merita.
— È cosa di piccola importanza? —
chiese Alfonso stupefatto.
— No, di grandissima, ma
insomma... — e diede un'alzatina di spalle la quale ad Alfonso sembrò volesse
significare una sicurezza assoluta del fatto suo.
— Allora perché agitarsi?
Alfonso continuava a
tranquillarlo, ma avrebbe dato molto per togliere a Fumigi quella fiducia che
lo feriva profondamente.
Per brevi istanti Fumigi sembrò
più tranquillo. Poscia ripiombò nelle sue meditazioni e dava tanto poco ascolto
ad Alfonso che tutto ad un tratto si congedò interrompendo altra frase che
Alfonso andava fabbricando per dargli calma. Aveva bisogno di rimanere solo, ma
più che altro desiderava di perdere tempo, e si congedava avendo così qualche
cosa da dire che non fosse quello che per sollevarsi avrebbe raccontato tanto
volentieri. Si congedò con molte parole raccontando che anche prima
dell'appuntamento doveva recarsi in altro luogo.
Alfonso lo seguì con occhio
attento e non gli sfuggì in lui una lieve esitazione sulla via da prendere
quando fu giunto nel bel mezzo della piazza. Era chiaro! Il poveretto portava a
spasso i suoi dubbi dolorosi; altro scopo non aveva di moversi.
E Alfonso da quella sola
esitazione fu mosso a compassione e tolto all'ira destata in lui dalla sciocca
sicurezza di Fumigi. Tant'oltre andò questa compassione ch'egli si perdeva a
sognare sulle vie ch'erano aperte per conciliare la sua con la felicità di
Fumigi. Non ve n'era, ma ciò non gli impedì di costruire su quella situazione
un romanzo in cui a sé riserbava la parte non disaggradevole di amico di casa
Fumigi. Disaggradevole per lui era il sentimento di aver cooperato a fare
l'infelicità di Fumigi, di aver meritato l'odio di qualcuno per la prima volta
in vita sua, lui consapevole. Bastava a procurargli un profondo disgusto della
sua felicità.
Andò a lavorare al romanzo perché
gli sembrava di meritare così meglio la sua fortuna, e si sottopose al
disgustoso lavoro quasi avesse voluto placare l'invidia degli dei dimostrandosi
meno felice.
Bastò una parola di Miceni per
togliergli in parte la sua sicurezza.
— Probabilmente a quest'ora tutto
è conchiuso!
Se in quello stesso istante ad
Alfonso fosse stato annunziato che Fumigi, subito il rifiuto da Annetta, si era
ucciso, non gliene sarebbe doluto affatto.
E il caso volle che per parecchi
giorni rimanesse in tale stato d'animo. Quella sera non venne ricevuto da
Annetta. Lo fermò sulle scale la cameriera per avvisarlo che la signorina
Annetta non poteva riceverlo.
— C'è qualche cosa di nuovo? —
chiese Alfonso spaventato. Poi, vedendo la sorpresa dell'altra, aggiunse a
spiegazione:
— La signorina è forse
indisposta?
— No! — rispose la cameriera, una
donna vecchiotta, vestita con pretesa e che aveva trattato Alfonso sempre con
grande indifferenza forse anche perché egli s'era dimenticato di farle un poco
la corte — sta benone. — Corse via come se per il molto da fare non potesse
rimanere in ozio neppure per pochi momenti.
Bastò per dare ad Alfonso il
dubbio che la domanda di Fumigi fosse stata accolta altrimenti di quanto egli
avesse supposto. Donde era derivata a lui quella sicurezza in cui si era
cullato? Non sapeva nulla di nuovo, ma ora andava raccogliendo prove che la
domanda di Fumigi era stata accolta favorevolmente e non più, come aveva fatto
sino ad allora, indizii che fosse stata respinta. Persino la fretta della
cameriera gli parve che provasse essere avvenuto un grave mutamento nella vita
di Annetta.
Egli era ancora convinto che
Fumigi dovesse essere stato rifiutato, ma soltanto perché non gli sembrava
ammissibile che Annetta si adattasse a sposarlo; non per altro amore, non per
amore a lui. Egli non c'entrava in quella risoluzione, questo ora sentiva. Era
ora minacciato da una grande sventura, ma quando l'imminente pericolo fosse
stato scongiurato egli non si sarebbe perciò sentito più sicuro.
Il giorno dopo Miceni gli disse
che ancora nulla di nuovo sapeva, ma che non aveva premura. La sua carta da
visita per felicitazione sarebbe sempre giunta in tempo. Scappò via non
permettendo ad Alfonso di dare una risposta ch'egli doveva prevedere poco
gentile. Non s'erano detti una sola parola sulle relazioni di Alfonso con
Annetta, ma Miceni agiva come se le conoscesse e Alfonso se ne accorgeva.
Andò alla sera da Annetta. Per la
via si abbandonò alle maggiori speranze. Si aspettava di trovarla immutata e
attendendolo in quella biblioteca ove poteva passare altre ancora di quelle
serate indimenticabili.
Stava per deporre il cappello
all'entrata già rassicurato, quando Santo, ch'era sul pianerottolo, lo chiamò:
— La signorina non può riceverla
quest'oggi; è indisposta.
Alfonso impallidì. Ma Miceni
aveva dunque ragione?
— Molto ammalata? — chiese a
Santo. Anche con costui bisognava fingere.
— Oh! sa! le donne! — fece Santo
con l'irriverenza che gli era propria quando parlava dei suoi padroni dietro
alle loro spalle.
Non era ammalata! In quel tinello
completamente illuminato come nelle serate di ricevimento, forse ella sedeva
accanto a Fumigi, il quale gustava a pieno della gioia di quelle dolci
espansioni, quella calma del possesso non più contrastato che Alfonso credeva
fosse la suprema delle felicità.
Santo già gli aveva voltato le
spalle. Fino ad allora e dacché lo aveva veduto in casa Maller, Santo lo aveva
trattato con servilità anche seccante. Il suo disprezzo era segno evidente che
lo considerava decaduto. Alfonso lo seguì per alcuni passi:
— La prego di dire alla signorina
Annetta ch'io sono stato qui e che mi dispiacque molto di aver udito della sua
indisposizione.
Scese le scale guardando dinanzi
a sé e senza degnarsi di corrispondere al saluto che Santo pur gli fece. Il suo
pensiero era ancora sempre rivolto a quei due che soli nel tinello forse si
baciavano, ma finché non giunse sulla via camminò impettito badando di non
lasciar trasparire neppure dal suo volto qualche cosa dei sentimenti che lo
agitavano. Era possibile che in quella casa qualcuno lo osservasse per gioire
del suo dolore.
Era un'idea sciocca; nessuno di
lui più si occupava neppure per fargli del male. Piovigginava ed egli teneva
l'ombrello chiuso in mano. Era irritato perché pensava al modo col quale
avrebbe dovuto raccontare il fatto a Miceni e andava immaginando l'ironia
atroce quanto facile di costui. Ma egli non aveva più da aver riguardi. Celare
le illusioni sciocche, ora lo riconosceva, nutrite da lui fino a quel giorno,
era cosa impossibile con Miceni. Ebbene, egli avrebbe cercato di descrivergli
come queste illusioni erano nate e come Annetta le avesse incoraggiate.
Se tutto era finito come egli
andava ripetendo a se stesso, molto ma molto era perduto per lui. Lo scopo
della sua vita; perché che cosa gli restava? L'ambizione l'aveva dimenticata in
quell'amore e non credeva che in lui potesse rivivere, e per il suo destino in
casa Maller non valeva la pena di vivere. Era stato un sogno magnifico quello
di farsi trarre dal suo avvilimento con un bacio di donna. La vita perdeva quel
suo aspetto di rigidezza ingiusta, mandava la fortuna e la felicità a chi la
meritava e senza esigerne lotta; di lassù veniva una regola, per lui la
ricchezza e l'amore.
Si ritrovò bagnato fino alle ossa
e molto lontano da casa. Era poi vero? Egli riteneva che se non si fosse
trovato nel dubbio, la sua agitazione sarebbe stata minore. Avrebbe deciso sul
contegno da tenere e credeva di potersi ancora procurare qualche soddisfazione
nella sua sventura. Poteva portare il capo alto, rimeritare l'indifferenza con
l'indifferenza, essere ferito e ferire mostrando d'essere incolume. Annetta era
capace di voler trionfare del dolore che aveva saputo apportargli.
Era proprio quale Macario l'aveva
descritta! Fredda e vana, ed anzitutto vana. Non aveva egli in mano la prova
palmare di quella vanità, in quel romanzo, un dettato della vanità in persona,
dal concetto generale tronfio e vacuo alla singola frase enfatica, il volo di
chi non sa camminare? Non era soltanto per spirito di vendetta ch'egli pensava
di lei così. Caduta dall'altezza a cui il suo amore l'aveva posta, egli credeva
ora di vederla quale era.
Giunto a casa trovò un bigliettino
di Annetta col quale lo invitava a portarsi la dimane da lei.
«Mio buon amico!» Già
l'intestazione sarebbe dovuta bastare a toglierlo dalla sua disposizione e
dargli una gioia immensa. Invece lesse e rilesse cercandovi quello che non
c'era: l'assicurazione ch'egli aveva avuto torto di temere di Fumigi e di
dubitare dell'amore di Annetta per lui. Quel biglietto non escludeva la sua
sventura, e se momentaneamente la escludeva non ne toglieva la minaccia. Alla
calma non sapeva ritornare, ed anche il sentimento di essere tanto più felice
che poco prima non era aggradevole. Specialmente quando è passato, il dolore ha
delle attrattive seducenti, e ai deboli ambiziosi è soddisfazione di potersene
vestire. Era felicità quella derivante da questa situazione quando il caso gli
aveva rivelato quale sventura questa stessa situazione potesse apportargli?
Poteva sempre esser gettato da parte come una cosa inutile, e non appena
Annetta lo avesse negletto egli sarebbe ridivenuto il povero impiegatuccio al
quale non sarebbe stato neppure lecito dimostrare il proprio dolore.
Non era più quel dolore che poco
prima lo aveva cacciato per le vie della città, ma una grande commozione, un
compianto di se stesso. Se Fumigi era stato respinto, la sua relazione con
Annetta continuava immutata apparentemente; realmente la sua gelosia, i suoi
timori, la minaccia che gli era stata fatta, gliela rendevano insopportabile.
Non v'era che una via per uscire da tale situazione. Poteva essere lui il primo
a ritirarsi e almeno, per quanto addolorato di dover fare una tale rinunzia,
avrebbe potuto ripensare a tutta l'avventura senz'arrossire, senza sentirsene
offeso. Neppure interrotta così però, il ricordo ne sarebbe stato piacevole. La
durezza e la vanità di Annetta che gli sembrava di avere scoperte allora allora
non avrebbe mai saputo dimenticare. Era stata dura l'esperienza ch'egli aveva
fatta e gli sarebbe servita per tutta la vita. Voleva ora ritornare alle sue
abitudini da puritano, a quell'ideale di lavoro e di solitudine che nessuno gli
contendeva. Quella era la felicità. L'abitudine e la regolarità gliela dovevano
dare.
Ma quando si trovò con Annetta,
quando ella gli strinse la mano affettuosamente, col medesimo dolce sorriso con
cui lo aveva congedato pochi giorni prima, come se nulla nel frattempo fosse
avvenuto da poter turbare i loro buoni rapporti, egli dimenticò questi
propositi. Poteva uscire da quella situazione, ora lo comprendeva, anche
altrimenti che abbandonando il giuoco. Altro rammarico non sentiva che di non
saper dire prontamente tutto ciò che nei giorni precedenti aveva supposto e
sospettato per provocare una spiegazione che poteva bensì togliergli l'amicizia
di Annetta, ma forse anche raffermarla, migliorarla, svelarglisi quale amore.
Intanto, per timidezza, al suo volto non lasciò esprimere che tranquillità e
cordialità.
Erano nel tinello e soli perché
Francesca era indisposta. Annetta parlò di un capitolo del romanzo, fece delle
proposte per esso; Alfonso le approvò e senza sforzo poté mostrare di
ammirarle. Non era il momento di accalorarsi per idee critiche. Annetta avrebbe
però avuto bisogno di qualche consiglio perché trovava delle difficoltà a
procedere in un argomento che tendeva all'assurdo. I suoi due eroi erano ancora
sempre là, amandosi appassionatamente e per superbia non dicendoselo. Alla
conclusione del romanzo non mancava che questa confessione e nella testolina di
Annetta cominciavano a mancare le idee per tirare innanzi.
Improvvisamente Alfonso divenne
ciarliero. Ciarlava per il bisogno di parlare, e parlò del romanzo e della sua
ammirazione per le idee di Annetta perché d'altro non poteva. Quando si grida è
indifferente quale parola si vesta del grido, lo sfogo si trova nell'emissione
di voce. Alfonso nel fiume delle proprie parole si calmava e se tacque fu
proprio per calcolo e con isforzo al pensare che se non lasciava parlare
Annetta nulla da lei avrebbe potuto apprendere. Per ultimo e con una freddezza
di calcolo che immediatamente lo portò allo scopo, descrisse con parola animata
la sua vita di ogni giorno concludendo che di un anno intero le ore liete da
lui vissute sommavano a pochi giorni quantunque contasse fra quelle tutte le
ore passate in casa Maller.
Invitatane, Annetta descrisse
come aveva passato l'ultima settimana. Quando ella cominciò, Alfonso arrossendo
la guardò fisso, non sembrandogli sufficiente attenzione l'ascoltare. Voleva
indovinare quando da quella esposizione ella sarebbe stata portata a pensare a
Fumigi e voleva vedere come, pensandoci, atteggiasse il volto.
Quella settimana era stata due
volte a teatro. Aveva però avuto anche parecchie sere di noia ed una sera era
stata lì lì per mandarlo a pregare di venir a sollevarla dalla noia con le sue
idee filosofiche e la sua collaborazione al romanzo.
— Sarei venuto tanto volentieri!
— mormorò Alfonso con voce soffocata dall'emozione.
— Sì? — chiese Annetta arrossendo
ella pure — per un'altra volta, siamo intesi?
Fu questa gentilezza che diede un
coraggio da leone ad Alfonso.
— Niente altro? — mormorò
quand'ella ebbe finito di descrivere la sua settimana.
— Niente altro! — rispose Annetta
sorpresa e tutt'ad un tratto impallidendo.
— Io ho passato una brutta
settimana — disse Alfonso con voce profonda.
Le raccontò ch'era stato avvisato
minacciargli una sventura e che dapprima non ci aveva creduto, ma che ad ogni
passo aveva trovato indizii che sussisteva la minaccia e fors'anche la sventura
in modo che quando seppe che quest'ultima era stata evitata non volle crederlo
perché da troppo lungo tempo l'aveva ritenuta inevitabile. Ancora ne dubitava.
La successione dei fatti era stata esposta con tale verità che, rammentandosi
del dolore provato, gli vennero le lagrime agli occhi e si fermò per
arrestarle.
Fu questa la dichiarazione e
quando Alfonso più tardi ci ripensò dovette sorridere perché certamente non era
stato l'amore che gli aveva cacciato le lagrime agli occhi ma bensì, come
sempre da lui, la compassione di se stesso. Per quanto non parlasse più, le
lagrime gl'inondavano le guancie e non le rasciugava perché un gesto le avrebbe
mostrate ad Annetta la quale forse non se ne avvedeva. Era la seconda volta
ch'egli piangeva dinanzi a lei e la prima non aveva avuto a lodarsi del
risultato ottenuto.
— Lacrime! — esclamò Annetta
commossa — ed io ne sono la causa?
Volle quietarlo e lo prese amichevolmente
per mano. Il gesto, non il contatto, non la soddisfazione del desiderio, rese
beato Alfonso. Distruggeva il malessere che aveva sentito pel sentimento della
glaciale freddezza della sua relazione con Annetta, e ci correva tanto da
quella sua visione di tali rapporti a quelli reali in cui Annetta prendeva la
parte di consolatore, ch'era un salto da far chiudere gli occhi. Egli baciò la
mano di Annetta senza moverla. Chinò la testa fino ad arrivarci con le labbra e
anche questa volta ebbe cura di rendere rispettoso l'atto ardito. Appena appena
giunse a sfiorare con le labbra quella mano; era un abbozzo di bacio ed egli
non desiderava neppure di andare più oltre. Fin qui non erano avanzati che di
poco e sarebbero potuti ritornare alla dolcezza dei loro rapporti quasi ingenui
se con quel bacio si fossero separati.
— La spiegazione è sufficiente —
disse Annetta con un sorriso, ma con voce rotta dall'emozione e che sorprese
Alfonso. Ritirò la mano.
— Povero Fumigi! — esclamò
Alfonso cui non riuscì di mettere nella propria voce l'emozione che aveva
sentita in quella di Annetta.
— Non tanto povero!
Disse ch'era uomo forte e
energico il quale avrebbe saputo guarire presto di quella piccola ferita. S'era
sentita onorata dalla sua domanda e non aveva accettato perché non voleva
maritarsi.
— Anche il nostro ideale
artistico mi fa prediligere la mia libertà, — e questa frase con quella prima
persona al plurale cancellò in Alfonso l'impressione di freddo che gli aveva
dato la precedente.
— Del resto, Fumigi rimane il mio
buon amico, me lo promise! E adesso ritorniamo al nostro romanzo.
Ma non ci ritornarono. Lo stacco
era troppo grande fra quella cosa fredda, voluta, e la loro passione che se ciarlava
era per nascondersi. Alfonso vedeva Annetta di nuovo tranquilla, la voce soda e
sicura, ferma la mano che teneva la penna.
— Che cosa vuole quest'imbecille?
— chiese Alfonso alludendo all'eroe che passava accanto alla moglie che lo
amava, in un corridoio oscuro, per dignità fingendo di non vederla. — Questa
dignità esiste poi?
S'inginocchiò dinanzi ad Annetta
e cercò di riprenderle la mano. Era detto ed era agito bene con aspetto di
spontaneità mentre realmente si trattava di un'audacia calcolata. Ella si mise
a ridere, ma avvicinò la sua alla testa bruna di Alfonso e nessuno dei due
avrebbe saputo dire come fossero giunti per la prima volta a baciarsi sulle
labbra. Egli lo aveva previsto tanto poco, che cessato il contatto gli parve di
non averne sentito tutta la felicità che avrebbe dovuto e tentò di rifarsi in
un secondo bacio. Ma ella aveva allontanata la testa e s'era alzata in piedi
spaventata, non sembrandole, seduta, di essere al sicuro. Aveva però le guancie
intensamente colorate dal sangue, gli occhi splendidi, lucenti e gli diede
un'occhiata che ad Alfonso non parve d'ira quantunque Annetta dovesse avere
avuto l'intenzione di intimidirlo. Così era assolutamente bella.
— Basta, signor Nitti!
Egli si alzò e restando fermo al
suo posto, con voce sorda dall'agitazione, le disse per tranquillarla che
veramente bastava, ch'egli avrebbe potuto viverle accanto tutta la vita e non
chiederle altro.
Annetta sorrise per ringraziarlo;
si sentiva di nuovo al sicuro accanto a quel ragazzo. Era stata proprio questa
qualità di ragazzo che l'aveva portata con lui tanto innanzi. Che cosa aveva da
temere da quella timidezza personificata? Era stata commossa dalla soavità di
quell'amore senza parole, da quel silenzio timido perdurante anche dopo una
prima arditezza lasciata impunita. Egli non aveva mai in nessun modo accennato
a quel bacio rubato sulla sua mano, non aveva tradito impazienza ed ella
ingenuamente aveva creduto ch'egli non chiedesse altro. Ingenuamente e
superbamente. Ammetteva che il piccolo favore, perché venuto da lei, potesse
bastare.
Avevano ora fatto un passo
gigantesco innanzi e non c'era più via al ritorno. Avevano parlato e quello
ch'era peggio Alfonso aveva assistito alla commozione da persona debole di
Annetta, aveva improvvisamente scoperto di essere lui il più forte.
Annetta non se ne accorse e non
comprese, e con un sorriso che doveva attenuare il dispotismo del suo ordine
gl'impose di mai più parlarle d'amore. Venne subito disingannata. Egli chiese
per grazia di poterne parlare anche una volta e fece una dichiarazione in piena
regola, mescolando ricordi di romanzi letti con frasi da lungo tempo rimuginate
nel cervello e che non attendevano che l'occasione per venir rivolte ad
Annetta. Era stato il suo più vivo desiderio di poterle parlare del suo amore e
aveva pensato che quella sarebbe stata la sua prima creazione poetica;
accompagnato sempre dalla parola intelligente, l'amore ne sarebbe stato
nobilitato, elevato, ed era per essa che la differenza delle loro condizioni
doveva essere dimenticata. Invece ora si accorgeva che il desiderio non ha
parola. Mentre si abbandonava a delle sentimentalità di proposito, perché gli
sembrava che così fosse suo dovere, ne sentiva la convenzionalità senza sangue
e senza vita e se ne meravigliava non sapendo a che cosa attribuire tale
freddezza. Soltanto quando parlò dell'intimità amichevole con Annetta, la sua
voce si fuse e tremò in una commozione che gli toglieva il respiro. A questa
dolce intimità pensava dacché aveva avvicinato Annetta per la prima volta, ma
ora, parlandone, tutt'altro desiderio si vestiva della stessa parola e
passandogli dinanzi agli occhi gli dava le vertigini.
— Io lo sapeva, — disse Annetta
con sincerità — ma sarebbe stato meglio di non dirmelo.
Lo minacciò scherzosamente col
dito e sul suo volto passò un'ombra di serietà. Del resto, come a lui che le
diceva, a lei le parole di amore sembravano più fredde di quanto le aveva
precedute e provocate; di quelle non temeva. Non erano che una soddisfazione
alla sua vanità e lo interruppe dicendogli con grande dolcezza:
— Basta, basta! — così che se
Alfonso non vi si fosse annoiato avrebbe continuato.
Per quella sera bastò, ma non per
il seguito. Fino ad allora timido anche per calcolo, Alfonso s'era accorto
quanto maggior felicità gli fosse derivata dal passo fatto. Con sufficiente
chiarezza gli era stato indicato fino a quale punto gli era lecito di andare,
e, se non oltre, voleva almeno trovarsi sempre là. Ne aveva conquistato il
diritto. Ogni sera diceva ad Annetta la parola d'amore; se prima non lo poteva,
andandosene, stringendole la mano per congedarsi.
Improvvisamente Francesca era
ridivenuta la compagna indivisibile di Annetta. Assisteva sempre alle loro
sedute ed ora che poco o nulla lavoravano al romanzo, ella prendeva parte
attiva ai loro discorsi. Era scomparso ogni sforzo nelle sue relazioni con
Annetta dapprima fredde poi esageratamente amichevoli, e le due donne
cinguettavano dinanzi a lui di mode, di viaggi, di persone ch'egli non
conosceva, lasciandolo imbarazzato e muto. Rimaneva muto anche quando parlavano
d'altro, perché proprio non si sentiva più di rivolgere ad Annetta né frasi
banali, né disquisizioni critiche. Tutto ciò era troppo freddo, nullo e mancava
di scopo. A che scambiare delle parole che a lui non importava di dire, a lei
di udire? Egli rimuginava ancora delle parole, ma erano tali che dovevano
ammettere, immediatamente dopo dette, qualche atto ardito e appassionato.
D'altro non gl'importava. Il bacio sulla mano di Annetta gli aveva dato il
bisogno di parlare, quello sulle labbra glielo aveva tolto.
Veniva sempre ricevuto in quel
tinello perché c'era la stufa e là ogni oggetto gli ricordava i desideri e le
soddisfazioni avute. Quella confusione di mobili diversi, ogni singolo oggetto,
quei mobili grevi e comodi, erano indissolubilmente legati alle sue sensazioni,
gli parevano parte di Annetta o specchi che ridavano sempre la sua figura.
Quando lo si faceva attendere, lungamente solo in quel tinello, si cullava in
tali sensazioni e divenivano tanto forti, la vicinanza di Annetta tanto
sensibile, che se costei improvvisamente fosse entrata, l'avrebbe presa fra le
braccia e trattata come cosa propria, dicendole una sola parola che gli
sembrava che tutto dovesse spiegare e giustificare. Veniva invece prima
Francesca e trovava Alfonso confuso, inceppato dalla parola che aveva preparata
e che doveva rimanergli nella strozza.
Una sera venne Francesca e lo
avvisò che Annetta era stata costretta ad accompagnare il padre da certi
parenti. Non lo avevano potuto rendere avvisato in tempo, gli disse Francesca
con un sorriso malizioso, ma lo pregava di rimanere perché ella gli poteva
tenere compagnia. Alfonso non seppe reggere a tale disillusione. Stette lì
impalato per un quarto d'ora a rispondere a monosillabi alle domande che la
signorina aveva la bontà di fargli, poi, per levarsi dalla noia di dover
fingere, se ne andò dicendo ch'era venuto soltanto per scusarsi che doveva
mancare per quella sera perché indisposto. Francesca lo salutò con un inchino
ironico ma benevolo.
Per l'impazienza il contegno di
Alfonso perdette la correttezza che Annetta fino ad allora aveva amato in lui,
e se non se ne adirò subito fu perché ogni sua sconvenienza veniva spiegata e
scusata da sofferenze visibili. Quando Francesca soltanto si avvicinava ad una
finestra per guardare sulla via egli improvvisamente diventava attivo,
energico, mentre fino ad allora era rimasto ripiegato su se stesso, sui propri
sogni e desiderî, assente del tutto. Le diceva la parola d'amore con una mezza
voce che conservava le inflessioni del grido, un grido melodrammatico, rotto.
Agli occhi di Annetta il suo
maggior delitto fu di non saper conservare immutato il suo contegno con i
terzi. Dinanzi ad altra gente egli ridivenne muto come altra volta per
timidezza e peggio anche perché appariva malcontento e irritato. Prarchi venuto
un mercoledì gli chiese se stesse male. La domanda aprì finalmente la bocca ad
Alfonso perché per descrivere se stesso poteva ancora parlare. Parlò commosso
di una sua malattia che non sapeva definire, un'inquietudine che gli toglieva
il sonno, il piacere allo studio, la gioia della vita; tutto l'annoiava.
Con tutta serietà Prarchi diede
il suo parere medico. Naturalmente qualificò la malattia indefinita per
malattia di nervi e diede il consiglio di andare a passare un mesetto a casa
sua, all'aria aperta. Annetta, quantunque dovesse aver compreso di quale
malattia si trattasse, gli propose con dolcezza di chiedere per lui il
permesso. L'offerta di curarlo in tale modo irritò Alfonso così che si lasciò
trascinare ad esclamare:
— Dovrei andare molto lontano
acciocché mi giovasse.
Se Prarchi non fosse stato tanto
semplice da voler fare la diagnosi della malattia coi sistemi insegnatigli
nelle cliniche, indubbiamente la frase di Alfonso sarebbe bastata per fargli
capire di che cosa si trattasse.
Una sera la trovò sola, e quando
egli, già turbato profondamente dalla combinazione insperata, si accingeva a
mettere in atto un suo proposito ardito, ella gli lanciò delle parole brusche
che fecero su lui l'effetto di una doccia d'acqua fredda. Gli disse che aveva
trovato un sotterfugio per allontanare Francesca e parlare con lui a
quattr'occhi. Era malcontenta di lui; era risentita del suo contegno divenuto
fiero e noncurante degli occhi che sorvegliavano. Voleva comprometterla? Gli
gettò un'occhiata diffidente di cui Alfonso intuì tutto il senso.
Ella aveva creduto di avere a
fare con un timido profondamente innamorato e senza scopo. Ora lo esaminava con
diffidenza temendo di scoprire in lui un abile ingannatore che volesse
comprometterla.
Alfonso ne fu spaventato. Egli
non aveva l'intenzione di comprometterla, ma aveva avuto, consapevole, lo scopo
ch'ella gli attribuiva e ch'ella credeva volesse raggiungere compromettendola.
Egli si attendeva ora che gli venisse proibito l'accesso in quella casa;
sarebbe stata una conseguenza logica di quanto ella gli aveva detto. Non poteva
scusarsi; era stato ardito, s'era contenuto male. Sua unica difesa fu di
impallidire e di fare come se per bene non avesse compreso quello che gli veniva
rimproverato.
Ma per Annetta il suo spavento fu
la migliore scusa. Continuò a rimproverarlo ma affettuosamente, chiedendogli se
più non gli bastasse la sua amicizia e se non pensasse che coi suoi modi si
esponeva al pericolo di perdere anche quella.
— Sarò come ella vorrà ch'io sia!
— disse Alfonso che si sentì sollevato vedendola lontana dal proibirgli
l'accesso in casa sua. Era chiaro ch'ella non voleva che impedirgli di andare
troppo oltre, intimidirlo. Ella stessa, presa da un capogiro, era andata fin
dove a mente fredda non sarebbe giunta e rimpiangeva l'epoca in cui quel
giovine forte e intelligente l'amava e l'ammirava timidamente.
Annetta provava la compassione
sempre con grande vivacità. Gli si era avvicinata e stringendogli la mano, gli
chiese:
— Vediamo, signor Alfonso, non si
potrebbe vivere di nuovo da buoni amici, lieti, contenti, come altre volte? Che
cosa le è accaduto da renderla eternamente muto e proprio sempre occupato di
far sapere alla gente ch'è malcontento?
— È che ho sempre delle parole
qui, — e accennò alla gola, — e che mi viene impedito di dirle. — Sempre ancora
chiamava parole quelle ch'egli aveva in gola! Era ridivenuto subito lieto quale
Annetta da un mese non lo aveva veduto: da quella sera in cui per l'ultima
volta avevano parlato insieme del loro amore. Il fatto si è che, colpito dalla
rude lezione che Annetta gli aveva data, egli per il momento non era affatto
travagliato da desiderî. Le baciò le mani ch'ella gli abbandonava e
quest'abbandono non gli dava altro piacere che di sentirsi rassicurato del
tutto, ma anche la noia di dover simulare un grande entusiasmo. Ella
s'incalorì, perché l'agitazione della serata ridava a lui la parola vivace e
originale che sempre riusciva a scoterla.
Se ne andò stanco ma calmo del
tutto, così che la sua stanchezza somigliava a sazietà. Mentre Annetta aveva
creduto d'intimidirlo e ricondurlo al rispetto ch'egli altre volte le aveva
dimostrato, egli aveva sofferto al ritrovarla quale Macario l'aveva descritta.
Quella sera l'aveva vista dapprima fredda e sdegnosa, evidentemente un contegno
risultato dal calcolo, il timore di vedersi compromessa in un'avventura poco
conveniente; poi lo sdegno non s'era mitigato, ma ella s'era agitata. Lo amava
forse, ma la cura del suo interesse lottava con quest'amore e vittoriosamente
sempre finché in lei non parlavano i sensi. Tutto ciò era tanto chiaro, si
manifestava con tale evidenza che neppur sognando Alfonso non poteva non
tenerne conto. Perché, come al solito, egli cercava di annullare il suo malessere
spingendo la sua fantasia a deviare dalla realtà, ma questa volta era sogno che
non valeva la pena di venir fatto. Poteva figurarsi che Annetta cedesse,
sentisse gli stessi suoi desideri, ma per istanti. Erano commozioni precedute e
seguite da freddezza glaciale e persino accompagnate da un freddo calcolo che
segnava i limiti alla piccola passioncella che la signorina si accordava.
Doveva dunque essere una lotta che dopo vinta bisognava sempre ricominciare.
E non era questo l'unico dolore che
quella serata gli apportava. Fino allora e per quanto fosse stato conscio che
la ricchezza di Annetta era stata la prima origine del suo amore, non s'era mai
ideato l'impressione che in lui doveva produrre l'accorgersi che altri, anzi
Annetta stessa, sapesse e forse esagerasse l'importanza di tale elemento. Egli
l'amava! Anche nel soliloquio perdeva la freddezza per difendersi da quella
taccia. Ora egli l'amava! C'era un'enorme differenza fra lui e quell'abile
intrigante che Annetta sembrava sospettare in lui, perché quelli ch'ella aveva
creduto che fossero mezzi per raggiungere i suoi scopi, la melanconia,
l'inquietezza, erano invece derivati dal desiderio, dall'amore. Certamente il
suo non era un amore rispettoso, e gl'impedivano di essere tale le durezze nel
carattere di Annetta, ma l'amava e voleva convincersi che se avesse mutato di
condizione l'avrebbe amata lo stesso. Lo sentì con tanta violenza che gli parve
di non averglielo mai espresso come allora lo sentiva.
Ad onta del suo amore rimase
duro, persino ingiusto nel giudicare il carattere di Annetta. Perché se Annetta
rimpiangeva le sue momentanee disfatte, non ne toglieva via la possibilità,
vietandogli l'accesso in casa sua? Egli non ammise che Annetta si ripromettesse
di trionfare della propria debolezza. No! Ella semplicemente fingeva di
sfuggire quegl'istanti di smarrimento, ma li desiderava anche quand'era calma.
Il disprezzo di Alfonso veniva aumentato da questa conclusione, ma ne venivano
aumentate anche le sue speranze.
Da allora, come Annetta glielo
aveva comandato, dinanzi ai terzi seppe in parte padroneggiarsi, ma quando con
essa poteva trovarsi solo era ardito proprio per proposito, per calcolo e si
costringeva all'arditezza non lasciandosi arrestare dal sangue che gli affluiva
al core e gli toglieva la parola.
Una sera, dopo aver atteso invano
che Francesca si allontanasse, avendolo Annetta accompagnato fino sul
pianerottolo, egli risolutamente compì il piano che da parecchie sere s'era
proposto. In piena luce, là, dinanzi a tutte quelle porte, l'una o l'altra
delle quali improvvisamente poteva venir aperta, l'attirò a sé e la baciò sulle
labbra. Annetta spaventata si tolse all'abbraccio, ma molto commossa e per
niente irritata, mormorò con dolcezza:
— Mi lasci, Alfonso!
Se ne andò col passo da ebbro, ma
nella grande agitazione sapeva con chiarezza perché Annetta non avesse trovato
parole di rimprovero. Le piacevano gli ardimenti eccessivi, e le esitazioni che
il rispetto impone non soddisfacevano che la sua vanità. Attirandola a sé egli aveva
mormorato: — Se adesso mi uccidessero sarebbe pure la bella morte!
Era una frase melodrammatica che
non ci sarebbe stato bisogno di pronunziare, l'atto si scusava già da sé agli
occhi di Annetta o Alfonso aveva fondato motivo di crederlo.
La sera dopo ella si rifiutò di
accompagnarlo oltre la porta del tinello, ma ridendo, con l'aria di persona che
scherzando fa un dispetto a qualcuno. Si era riso molto tutta la sera perché
Alfonso s'era fermamente proposto di rendersi aggradevole; era certo che ad Annetta
gli uomini tristi e i malcontenti non piacevano. Non amava che le facce liete.
Non fu l'unico suo riguardo ai
voleri di Annetta. Era stato sospettato di volerla compromettere ed egli voleva
guardarsi da quella bassezza tanto più che sperava di non averne di bisogno.
Specialmente con Macario fu guardingo. Sospettava che costui per suoi scopi
particolari cercasse di sapere quali forme assumesse il loro lavoro letterario.
Alfonso credette di dover dimostrare molto interesse a tale lavoro e, ad onta
di ciò, di fingere che per solo spirito di dovere continuasse a frequentare
casa Maller — perché davvero — assicurava — bisogna contenervisi con troppi
riguardi che mi annoiano.
Sentiva però che l'altro non gli
credeva.
Per salvarsi più facilmente dalle
macchinazioni ch'egli temeva e anche per farsi un merito della sua discrezione,
raccontò ad Annetta delle domande che Macario gli aveva fatte e delle proprie
risposte. Ella non fu del tutto soddisfatta da queste e gli consigliò di
esagerare meno per farsi credere più facilmente. Ella giudicava giustamente e
Alfonso riconobbe che ad onta della delicatezza della sua onesta coscienza egli
non aveva messo tutta la sua perspicacia a far credere Macario nella freddezza
dei suoi rapporti con Annetta. No! Gli era bastato di tranquillare questa
coscienza e aveva trattato la cosa come se fosse stata d'importanza secondaria.
In fondo non gli dispiaceva di rendere Macario geloso.
Questa sua debolezza diveniva
apertamente manifesta quando, in luogo di Macario, doveva ingannare Miceni. La
cosa era facilissima, Miceni essendo ben lontano dal sospettare qualche cosa,
tanto lontano che Alfonso se ne indispettiva e più volte provava il desiderio
di farlo suo confidente e renderlo invidioso piuttosto che sprezzante, perché,
era sempre più evidente, Miceni sembrava supporre che Alfonso amasse Annetta e
non ne fosse corrisposto. Non sapeva del rifiuto dato da Annetta a Fumigi e
anzi Fumigi doveva avergli detto tutt'altro che la verità per spiegargli perché
non avesse avuto luogo la promissione di che gli aveva parlato. Era strano con
quanta facilità Miceni, solitamente tanto malizioso, tenesse per vere le favole
che gli erano state raccontate. Diceva ad Alfonso che Fumigi era in procinto di
sposare un'altra ragazza più ricca e più bella di Annetta e che perciò aveva
abbandonato quest'ultima.
Era reso più facile ad Alfonso
tacere di sé e delle sue fortune con Annetta, all'accorgersi che per vendicarsi
di Miceni, farlo stizzire, gli bastava deridere Fumigi e le sue pretensioni.
— Da un momento all'altro questo
signore lasciò l'idea di chiedere la mano di Annetta? Strano! A me invece venne
detto ch'egli abbandonò tale idea dopo averla già messa ad esecuzione!
Miceni allora diveniva rosso come
un gambero cotto e rispondeva come avrebbe risposto a un'offesa personale,
violentemente. Diceva che Annetta era una vanerella la quale avrebbe voluto
veder morire qualcuno d'amore per lei, ma che fino ad allora non le era
riuscito.
Alfonso non poté portare ira
contro Fumigi che per breve tempo. Una mattina, andando all'ufficio, vide la
piccola personcina trotterellare nella stessa sua direzione. Passò oltre
fingendo di non vederlo, ma Fumigi gli corse dietro chiamandolo ad alta voce.
Si volse e rimase stupito al trovarsi dinanzi una figura ben differente da
quella a cui s'era atteso. Non era la magrezza né la pallidezza di volto che lo
sorprendeva; era l'inquietudine dell'occhio, era uno strano movimento della
bocca che masticava o meglio ruminava, ma più che altro era il vestito
trascurato, indecente, una giacca troppo lunga che non sembrava fatta sul suo
dosso, calzoni bianchi leggeri ad onta della temperatura ch'era di poco al di
sopra dello zero, e sul ginocchio destro una larga macchia d'inchiostro che
Alfonso per cortesia non volle fissare.
— Le annunzio che mi sposo con...
con — e parve che non rammentasse il nome della sua amata. Alfonso si
congratulò esitante. Non capiva; quell'uomo più che di persona felice aveva
l'aspetto di pazzo.
Ragionava passabilmente però e
soltanto la lingua non gli serviva come avrebbe dovuto. S'era messo a
discorrere furiosamente e Alfonso provava difficoltà a seguirlo, perché la
pronunzia di Fumigi era fosca e poco precisa. Quando costui si accorse di non
venir compreso, adirandosi si mise a gridare per divenire più esatto.
— Capisco, capisco! — disse
Alfonso spaventato.
Fumigi gli raccontava dei suoi
studî di meccanica. Aveva inventato un locomobile con il quale si risparmiava
il settantacinque per cento di combustibile. Non era ancora sicuro del fatto
suo perché gli mancava il mezzo per poter misurare con precisione il consumo di
gas. Era una macchina a pressione d'aria.
— Sono pur disgraziato di
mancare... di quel mezzo... per misurare... In teoria sono sicuro...
Alfonso, che di meccanica nulla
sapeva, tanto per dimostrare che prendeva interesse a quanto gli veniva
raccontato gli chiese:
— Perché non si serve di un
gazometro?
L'altro lo guardò stupefatto:
— Proverò, — masticò. — Lei va
ancora dalla signorina Annetta?
Pronunziava questo nome con tutta
indifferenza.
— Di rado.
— Io non più perché mi manca il
tempo. Tanto... tanto da fare.
All'orologio della piazza
sonarono le nove. Fumigi contò i nove tocchi
— Già le nove? Devo andarmene.
Pose la destra mollemente in quella
di Alfonso e ritiratala subito la lasciò cadere al fianco. La sua bocca non
aveva dato alcun saluto subito di nuovo occupata a masticar e il suo pensiero
era già tutto rivolto al luogo ove doveva recarsi: si voltò e trotterellò verso
il mare traversando diagonalmente il Corso.
Quel giorno Miceni e Alfonso non
litigarono. Profondamente commosso, Alfonso chiese a Miceni di quale malattia
soffrisse Fumigi.
— Malattia? — chiese Miceni già
col tono dell'ira, — non è malattia, è una sovreccitazione nervosa che si buscò
dal troppo lavoro. Inventa macchine e continua a lavorare tutto il giorno in
ufficio.
— Ne ho piacere! — disse Alfonso
con sincerità. — Il medico ha assicurato che guarirà?
Aveva il desiderio di essere
certo che la malattia di Fumigi non era grave.
— Ma sì! — rispose Miceni
bruscamente.
Racconsolato, Alfonso sperò di
veder ben presto di nuovo Fumigi e guarito. Lo avrebbe trattato affettuosamente
e nel modo che gli sarebbe stato possibile avrebbe cercato di lenire i dolori
ch'egli aveva aiutato a procurare a quel povero ometto disgraziato.
La sera s'imbatté in Prarchi.
Correva infuriato per il Corso; lo fermò — scusi, non ho tempo! — gli disse
Prarchi cercando di passar oltre.
— Solo una domanda. Come sta
Fumigi?
Immediatamente Prarchi dimenticò
di non avere tempo.
— Come sa ella ch'è ammalato?
— Ho parlato questa mane con lui
e mi parve che avesse un contegno strano di molto.
Prarchi esitò per un istante,
poi:
— È vero — confermò — anch'io me
ne sono accorto. Però nulla ancora posso dire. Finora lo si lasciò col solo suo
medico di casa ed oggi soltanto vengo chiamato da Maller. Udii parlare di
eccitazione nervosa ed è possibile. Un mese fa era eccitato e null'altro. S'era
rimesso tutt'ad un tratto ai suoi studî e, quando lo consigliai di riposare, mi
rispose con un'energia di cui non lo avrei creduto capace: Morire ma arrivare
ad un risultato; son vecchio e ho fretta. Oggi non so. Chissà? Forse m'inganno
e non si tratta che di eccitazione come la chiamano.
Di nuovo Prarchi esitò. Poi
risoluto, commosso e con voce profonda disse:
— A lei posso dirlo. Vorrei
ingannarmi, ma non lo credo. Si tratta di paralisi progressiva. La prego di non
parlare di ciò con nessuno per ora.
Gli strinse la mano che Alfonso
gli aveva porto prima di udire il terribile verdetto e se ne andò correndo.
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