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Nell'agitazione degli ultimi
giorni aveva del tutto dimenticato che il suo viaggio non gli apportava
soltanto il piacere di sfuggire i luoghi odiati ma anche la felicità di
rivedere il suo paesello.
Lo evocò dinanzi alla mente e fu
subito liberato da ogni amarezza. Si sentiva una gioia purissima all'idea del
piacere inaspettato che apportava alla madre.
Il villaggio era un gruppo di
case gettato là in un cantuccio dell'immensa e verde vallata attraversata
diagonalmente dalla ferrovia. La stazione giaceva a un tiro di schioppo dal villaggio.
Era un casotto da cantoniere elevato alla dignità di stazione in seguito alla
domanda fattane dal deputato della regione. Prima si doveva lasciare la
ferrovia alla stazione precedente e andare al villaggio in carretta. — Povera
ma gente felice! — pensò Alfonso rammentandosi del gaudio che era regnato nel
villaggio allorché ottenne la sua stazione. E la bella via che avevano
costruito per congiungere la nuova stazione al villaggio! Diritta come sulla
carta e larga che ci potevano correre simultaneamente tre carri.
La casa dei Nitti essendo lontana
dalla stazione quanto il villaggio stesso, il padre di Alfonso per giungervi
aveva voluto avere anche lui una via più breve che quella oltre il villaggio, e
a questo scopo aveva fatto migliorare un viottolo già esistente che andava
oltre ai campi dalla sua casa e che si ricongiungeva circa a mezza via alla
strada comunale. A quanto Alfonso se ne rammentava, suo padre era stato uomo
che aveva dovuto aver vissuto anche in centri popolati; eppure anche lui con
quanta semplicità si compiacque che quel viottolo venisse denominato nel
villaggio: «Via Nitti».
Alfonso voleva ricordarsi
dell'esistenza di quel viottolo che doveva ora condurlo più presto fra le
braccia di sua madre.
Dinanzi al casotto, appoggiato ad
un grosso bastone, assisteva al passaggio del treno il notaio Mascotti. Era
vestito con una giubba di velluto nero, pantaloni chiari e stivali altissimi.
Tozzo e grosso ma alquanto curvo dall'età, una faccia abbrunata dal sole
circondata da una barba corta grigia, era una figura da soldato ma da soldato
in ritiro.
— Già qui? — chiese sorpreso ad
Alfonso.
Alfonso altrettanto sorpreso di
rimando chiese: — Ella mi attendeva?
— No! no! — fece il notaio
portando lentamente l'indice alle radici del naso che fregò fino all'altezza
dell'occhio. Alfonso comprese dal gesto, ch'egli ricordava, che il notaio
rifletteva intensamente. Con naturalezza che ingannò anche Alfonso aggiunse: —
Mi sorprende di vederla, ecco tutto! Non l'attendevo.
Scesero dall'argine sulla strada
passando accanto al casotto abitato dal cantoniere e dalla sua famiglia, la
moglie e due figliuoli seminudi che guardavano con tanto d'occhi Alfonso come
se fosse piovuto dal cielo. Dei due fanciulli, uno di sei anni vestito di una
camicia e di calzoni che gli arrivavano al ginocchio, teneva in braccio l'altro
di due al massimo, vestito della sola camicia fermata a mezzo il corpo da una
fascia da cui pendeva un altro camiciotto. Un miscuglio di membra magre e brune
perché anche quello che ancora non sapeva camminare da sé aveva la pelle
annerita dal sole.
Alfonso non comprese subito
quanto strano fosse il contegno di Mascotti, perché, tutto inteso a gustare le
prime sensazioni che si attendeva dal rivedere il villaggio, non trovava il
tempo di osservarlo.
L'autunno aveva già spogliata la
valle e così nuda tradiva la vicinanza della regione dei sassi. La campagna non
aveva il colore bruno della terra fertile, umida, ma era sbiancata dalla
presenza della pietra bianca che pochi chilometri più in giù o anche più in su
signoreggiava. Nei campi più vicini si vedevano i piccoli sassi misti alla
terra, v'erano lasciati acciocché il vento boreale che anche qui infuriava non
spazzasse via la terra libera; qualche masso maggiore era piantato solidamente
e interrompeva la regolarità del solco o impediva nel suo sviluppo qualche
albero che rimaneva gracile e con la corona povera.
Le case del villaggio, nella
nebbia leggera che copriva la valle, erano appena appena visibili; visibile
invece come una striscia lucida la via larga sulla quale doveva poggiare la
casa dei Nitti e che senza mutare direzione diveniva la via principale del
villaggio. Il paesaggio non gli dava alcuna sorpresa; se ne era rammentato nei
minimi particolari. Di là dal villaggio vedeva biancheggiare la punta del colle
di sassi, una cupola regolare senza case e senza vegetazione, alla sua destra
un piccolo bosco di pini giovani piantato per lottare con una plaga di sassi.
Ma dacché egli era partito il boschetto aveva fatto pochi progressi.
Ebbe una sola sorpresa. Aveva
creduto che la sua casa si trovasse più vicina al villaggio; nel suo desiderio
che la madre fosse meno lontana dall'abitato, aveva spostata la casa e la cercò
ove non c'era. Giaceva proprio molto lontana, perduta in mezzo ai campi, sola,
mentre il vecchio Nitti aveva sperato ch'essendo da quella parte la zona più
fertile della valle ben presto sarebbe stata più abitata.
Alfonso accelerava impaziente il
passo. Vedeva ora un lato della casa, rosso di terra cotta. La facciata era
volta verso il villaggio ed era l'unico lato che avesse delle finestre
meritevoli di tale nome; la postica aveva due buchi praticati dal vecchio
medico in persona per agevolare il giro dell'aria. Arrivò al viottolo che
portava direttamente alla casa. Doveva esser poco frequentato perché per brevi
intervalli si confondeva nei campi e mai se ne staccava distintamente.
Mascotti, che aveva lungamente
taciuto, dopo aver atteso invano di essere interrogato, parlò per primo:
— Badi che ho sessantacinque anni
e che se corre tanto non potrò giungere, come voglio, a casa sua con lei! — Si
appoggiò ad un albero per riposare. Poi con aspetto indifferente e tutto
occupato a guardarsi il cappellone di felpa bianco che s'era levato di testa,
disse: — Sua madre non sta del tutto bene!
Alfonso lo guardò attentamente e
titubante. L'aspetto indifferente di Mascotti era sincero? Commosso chiese:
— Che cosa ha?
— Un difettuccio al cuore, non
batte regolarmente, a quanto ne dice il medico, — rispose Mascotti che credeva
di aver trovato la forma più mite per definire la grave malattia.
— Ella mi attendeva alla
stazione; mi hanno mandato un telegramma? — chiese Alfonso che si rammentò
della prima sorpresa di Mascotti al vederlo.
— Sì, ma grazie al cielo...
Alfonso non stette a udire che il
sì:
— Ci rivedremo a casa, — e, col
baule in una mano, il bastone nell'altra, si mise a correre non badando più a
Mascotti che lo seguì per un tratto gridando qualche parola ch'egli non intese.
La notizia inaspettata gli aveva
fatto battere rapidamente il cuore. Doveva essere ben grave se erano stati
costretti a richiamarlo con tanta premura. Fu ben presto stanco dalla corsa e
dall'emozione, ma continuò a correre sembrandogli che qualche parte della vita
della madre dipendesse dall'esito di questo suo sforzo.
E correndo gli si rizzarono i
capelli sulla testa pensando che forse egli correva ad abbracciare un cadavere;
non poteva essere che fosse questo l'annuncio che Mascotti aveva voluto dargli
gridandogli dietro?
Oh! egli da molto tempo l'aveva
dimenticata quella povera donna che moriva. Erano tre settimane ch'ella non gli
aveva scritto e lui tutto intento intorno alle gonnelle di Annetta non se n'era
neppure accorto. Non avrebbe dovuto comprendere che solo un grave impedimento
poteva averle fatto interromper l'invio di solito tanto regolare delle sue
letterine?
Era giunto finalmente nell'orto
dinanzi alla casa. Una vecchia alta e robusta vi raccoglieva delle ortaglie.
— Che cosa comanda? — gli chiese
rizzandosi in tutta la sua lunghezza.
Era una faccia a lui del tutto
nuova. La pelle di questo volto, che solo per la mancanza di peli si
riconosceva appartenere a donna, era incartapecorita dal sole e tutta
l'espressione della faccia si concentrava nei due occhietti neri, vivaci, da
sorcio, inquadrati in quel legno.
— Come sta mia madre? — chiese
Alfonso impaziente.
— Oh! il signor Alfonso! Ha fatto
bene a venire, — disse con lentezza la vecchia, e venne a lui. — La signora,
dice il signor dottore, sta meglio.
Stava meglio quando egli la credeva
morta! Ad ogni modo gli veniva accordato il tempo per baciarla e dimostrarle
l'affetto immenso che gli gonfiava il cuore. Il caso lo trattava meglio di
quanto egli meritasse.
— Entri! entri! — gli disse la
vecchia che guardava con desiderio le sue ortaglie.
Egli non volle e la invitò ad
andare essa la prima a preparare l'ammalata. Poi, vedendo ch'ella indugiava, le
spiegò che doveva avvertire dapprima che c'era qualcuno, poi qualcuno che
l'avrebbe grandemente sorpresa di rivedere, infine qualcuno che le sarebbe
stato caro di rivedere, suo figlio.
Entrò con lei in casa. Le due
uniche stanze che i Nitti avessero abitato nella casa relativamente vasta erano
situate al pianterreno. Erano le uniche due che avessero luce a sufficienza e
vano era stato il tentativo del defunto dottore di abituarsi ad una terza per
servirsene di stanza di studio. Mancava di luce ed era troppo grande perché il
vecchio medico co' suoi pochi mobili e la miserabile biblioteca non vi si
sentisse troppo solo; la stanza rimase destinata a biblioteca, ma il dottore
non studiò più nulla.
La stanza posta immediatamente
all'entrata era vuota con un solo letticciuolo in un canto, mentre quando
Alfonso l'aveva abitata era stata fornita di tutto quanto si poteva nelle
condizioni della famiglia Nitti. Alle mura erano stati appesi i pochi quadri
che la famigliuola possedeva e molte riproduzioni di quadri celebri, parecchi
di Orazio Vernet, cammelli dai corpi enormi e fisonomie tranquille, pazienti,
bestie più simpatiche degli uomini che li conducevano.
Nell'altra stanza avevano abitato
i coniugi Nitti. Era ripiena di vecchi mobili enormi di legno semplice che
stavano bene in quello stanzone e lo rendevano abitabile. Fra le due finestre
v'era un orologio moderno a pendolo, l'ultimo oggetto che il Nitti avesse
portato in casa. Durante i mesi di malattia del vecchio medico, la famigliuola,
per fargli compagnia, aveva pranzato in quella stanza e nel mezzo era stato
posto il tavolo che doveva ancora esserci, a quanto la signora Carolina aveva
scritto ad Alfonso.
La tristezza che lo assalì in
quella prima stanza, ove attendeva di venir chiamato e che riconosceva ad onta
che non vi fosse alcun oggetto che aiutasse i suoi ricordi, non era tutta
risultato del trovare sua madre ammalata. Questa a cui egli sentiva di andare
ad assistere era una delle sventure della sua vita. Grandissima era stata
quella della morte del padre! In quei luoghi, dinanzi al villaggio e alla casa
e in quella prima stanza, dacché aveva abbandonato la ferrovia, egli si sentiva
accompagnato dal suo ricordo. La bella gioventù che gli aveva fatto passare:
quanto tranquilla, protetta! La famiglia doveva certo aver passato delle brutte
epoche ed egli nulla ne aveva saputo, né durante la prima gioventù in
villaggio, né poi in città ove il vecchio Nitti per qualche tempo aveva tentato
invano di farsi una clientela. Quanta bontà e quanta rassegnazione! Non s'era
lagnato mai il vecchio e le esperienze fatte dal padre non avevano rubato le
illusioni al figliuolo. — È giusto! — aveva detto un giorno ad Alfonso che
nelle vacanze era venuto a casa con uno splendido certificato, — la fortuna che
non ho avuto io l'avrai tu. — E Alfonso l'aveva creduto perché vedeva che i
genitori, persone vecchie e d'esperienza, lo credevano.
La madre lo aveva chiamato con un
grido in cui egli aveva riconosciuto l'emozione della gioia e la debolezza
della malattia.
Volle gettarsi fra le sue
braccia, ma, fatto un passo nella stanza, si trovò nella più profonda oscurità
e non ebbe il coraggio di avanzarsi.
Si sentì preso ruvidamente per un
braccio e tratto a sinistra. Comprese che la madre si trovava in quel letto e
da lì ella gli chiese balbettando:
— Sei tu, Alfonso?
— Stai meglio, mamma?
— Sì, sì, molto. Apri la
finestra, Giuseppina, acciocché lo vegga.
La vecchia spalancò dapprima la
finestra più lontana dal letto e nella penombra egli riconobbe il volto della
madre che gli parve poco mutato. Giaceva supina, non lo guardava e mormorava
delle parole a bassa voce. Egli fu spaventato credendola febbricitante e la
chiamò.
— Sono religiosa, — disse ella
scotendosi, — non speravo più di rivederti e ringrazio chi fece che tu
arrivassi tanto presto, — e lo attirò a sé sorridendo.
Egli conosceva questa voce e
questo modo. La gravità e la serietà tanto pronte a fondersi nella dolcezza e
nello scherzo. E ancora una volta rivide la fisonomia del padre che pensava e
parlava proprio così, mai tanto vicino a sorridere come quando il suo volto si
atteggiava a grande serietà e la sua parola risonava pateticamente commossa.
Nei lunghi anni ch'ella aveva vissuto con lui se ne era assimilato i modi.
Giuseppina aperse anche l'altra
finestra; la spalancò con un solo colpo, rumorosamente.
Neppure allora Alfonso si accorse
di quanto fosse mutata la fisonomia della madre. La baciò in fronte quasi
tranquillato:
— Hai un aspetto florido.
— Sono grassa, eh?
Senza riguardi Giuseppina
intervenne con la sua voce poco aggradevole, bassa.
— Ma sì! lo dico sempre io che ha
l'aspetto florido e che il dottore che la fa rimanere a letto è un asino.
La signora Carolina aveva
attirato Alfonso di nuovo a sé e gli passava la mano attraverso ai capelli
bruni.
— Tu sei divenuto anche più
bello, ciò che Rosina sicuramente non avrebbe creduto che fosse possibile, —
gli disse guardandolo con attenzione. — Abbiamo avuto torto di dividerci.
Adesso sarei certamente in questa stessa situazione, ma avrei passato meglio la
vita fin qui!
A quella distanza Alfonso aveva
capito che cosa desse alla madre l'aspetto tanto florido. Era gonfia, una
guancia molto più che l'altra, e su questa gonfiezza s'era riprodotta la trama
della tela grossolana e di qualche cucitura irregolare del guanciale. La sua
faccia ch'era stata ovale tendeva ora ad arrotondarsi. I capelli bianchi che
ancora le restavano facevano corona intorno ad un volto che sembrava infantile.
Ella comprese quale impressione
dolorosa la vista di quella gonfiezza gli avesse prodotta e volle attenuarla.
— Oh qui non mi duole! — e con un
dito si toccò con disprezzo la guancia. Vi produsse una cavità livida che
rimase anche quando ella ritirò il dito. Quello non era nulla, gli spiegò, e
non le dava sofferenze. Soffriva molto ai polmoni, non aveva aria a
sufficienza. Era probabile che così si morisse. Trovandovisi tanto vicina,
andava studiando il mistero della morte.
Egli cercò di provarle che
s'ingannava e avrebbe dovuto essergli facile trovandosi di fronte alla nozione
tanto imperfetta della malattia, ma non sapeva mettere tutta la sua
intelligenza a ingannarla. Ella moriva, questo era il doloroso, non ch'ella lo
sapesse. Aveva compreso che non v'era più rimedio. S'informava ancora di altri
sintomi sempre sperando di scoprire degli indizi di benignità. Invano; si
trattava proprio di un organismo che andava in isfacelo. Ella aveva sofferto
già da anni di disturbi nei quali un occhio esperto avrebbe forse riconosciuto
la malattia organica che ne era causa. Anche quando si avvide di avere qualche
poco di gonfiezze ai piedi non s'era rivolta al medico, un po' per ignoranza e
molto per riguardo e per economia. Quando finalmente s'era consultata con lui,
egli l'aveva fatta rimanere a letto; non s'era alzata più, dicendo che vi si
sentiva meglio che in piedi e che le ripugnava di vestirsi per vedersi il corpo
sfigurato a quel modo. Ora non poteva più moversi. Quello che non aveva fatto
la malattia era stato compiuto dall'inerzia e dalla mancanza d'aria pura. In
quella stanza si soffocava. Allorché per un istante erano state aperte le
finestre, era giunto fino ad Alfonso un soffio dell'aria di fuori, balsamica in
confronto a quella della stanza.
— Giacché lei c'è qui posso
ritornare in orto. Se avessero bisogno di me basta che picchino alla finestra,
— disse Giuseppina e uscì.
— È l'infermiera? — chiese
Alfonso. — E di solito ti lascia così sola come ti ho trovata poc'anzi?
La madre gli spiegò che l'aveva
presa in casa da un mese anche perché la rimpiazzasse in quei piccoli lavori ai
quali pur era d'uopo provvedere.
— Così la tolsi alla più
squallida miseria. Mi pareva tanto buona e attenta!
Egli rilevò quell'imperfetto che
accennava ad un presente in cui l'opinione su Giuseppina doveva essersi mutata,
ed era tanto evidente che attorno a sua madre regnava un'incuria e
un'indifferenza grande, sproporzionatamente alla gravità del male di cui
moriva, che, incapace di frenarsi, egli scoppiò in singhiozzi.
Ella comprese perché piangesse,
e, avendo immediatamente le lagrime agli occhi anch'essa, lo abbracciò stretto
per ringraziarlo della manifestazione d'affetto a cui doveva essere poco
abituata.
— Adesso ci sei tu e non ho
bisogno d'altri.
Per tranquillarla volle indicare
tutt'altra ragione allo scoppio del suo dolore e si lamentò che non lo si fosse
avvisato prima perché egli avrebbe portato con sé qualche bravo medico della
città il quale l'avrebbe fatta guarire prima e le avrebbe risparmiato molte
sofferenze. Ma le sue parole non riuscirono che a commoverla maggiormente.
Piangeva e il povero corpo a mezzo inanimato rimaneva immobile come inchiodato;
la sola testa si piegava sul guanciale per avvicinarsi a lui.
Spaventato della commozione in
cui l'aveva gettata, le assicurò che ben presto, con l'aiuto del medico che
voleva chiamare quel giorno stesso, sarebbe guarita. Del resto incapace di
rassegnarsi a quella situazione disperata, per quanto poco potesse ancora
sperare, voleva pregare Prarchi di venire lui a curarla.
Ma ella aveva la mente più solida
del figliuolo. Gli proibì di far venire altri medici perché ella ne aveva a
sufficienza di quello che veniva a trovarla. Voleva morire in pace, e, presa
fra le sue una mano di Alfonso, se la portò alla guancia e per poggiarvi la
testa, con sforzo immenso si gettò su un fianco. Poi pianse chetamente senza
singhiozzi, celandosi gli occhi con una mano.
Era proprio finita. Quale
miracolo avrebbe più potuto regolare quel corpo che muovendosi gli si era
rivelato informe del tutto?
Giacché salvarla non si poteva
più, egli fece dei tentativi per distrarla. Come se vi desse importanza le
chiese quali medicine le fossero state date.
— Dovrei prendere di quella, —
gli rispose ella, — ma non ne voglio perché mi fa male. Dopo presa, oltre la
difficoltà di respirare mi capitano giramenti di testa... qualche volta anche
le convulsioni.
Ella non aveva ancora liberi gli
occhi dalle lagrime che alzò il capo con vivacità e con malizia, sorridente,
gli chiese:
— Diventi presto direttore? Come
va alla banca?
Appena allora entrò il notaio e
disse anche d'essere stanco per la corsa che Alfonso gli aveva fatta fare. Il
buon uomo invece aveva la respirazione calma e sulla sua fronte increspata e
bassa non v'era traccia di sudore.
Rimproverò e acerbamente Alfonso
di aver fatto piangere la signora Carolina.
— Ella è intelligente e dovrebbe
capire che le può far male.
— Ho pianto io, non è lui che mi
ha fatto piangere, — disse la signora Carolina.
Ma Mascotti non udiva e ripeteva
le stesse frasi forse lieto di potersi mostrare zelante mentre Alfonso soffriva
al vederlo rumoreggiare senza riguardi in quella stanza come se si fosse
trovato in piazza.
Con una risoluzione di cui non
l'avrebbe ritenuta capace, per interrompere quel gridio, a voce alta la signora
Carolina dichiarò che stava benone e premette il polso della mano sinistra di
Alfonso; aveva ancora sempre sotto il suo capo la destra.
Alfonso avrebbe avuto il
desiderio di sfogarsi con Mascotti, rimproverarlo di non averlo avvertito prima
e fargli capire che non era soddisfatto del modo con cui la povera ammalata era
stata trattata, ma per il momento non poteva. Provò una certa soddisfazione
all'accorgersi che Mascotti stesso doveva sentirsi colpevole visto che cercava
di scolparsi. Senza che nessuno lo avesse interrogato sulla ragione che lo
aveva indotto a lasciar ignorare ad Alfonso la malattia della signora Carolina,
disse che gli era sembrato inutile di avvisarlo, visto ch'essa era stata sempre
in buone mani e ripeté questa frase come per far tacere qualcuno che avesse
asserito il contrario. Egli veniva a farle visita ogni giorno, ben volontieri
s'intende, e la Giuseppina ch'egli le aveva messo accanto era una buona
infermiera.
Questo, che forse era vero, parve
ad Alfonso tanto poco, che non seppe trattenersi e dinanzi alla madre lo
rimproverò: — Avrebbe dovuto prevenirmi! — e lo guardò con sdegno proprio per
fargli comprendere che aveva da fargli anche altri più gravi rimproveri.
— E la sua carriera? — chiese
Mascotti. — Io, quale suo tutore, dovevo pur aver cura che non la
interrompesse.
La signora Carolina non aveva
badato a questi discorsi:
— Adesso capisco, — e sembrava
che lungamente avesse studiato silenziosa, — adesso capisco perché hai
l'aspetto tanto mutato. Vesti tutt'altrimenti. Ti sei messo alla moda. — Rise
lieta di scoprire nel figliuolo l'apparenza da signore. Ammirò pezzo per pezzo,
dal solino rigido fino al taglio dei calzoni, e così la discussione fra
Mascotti e Alfonso venne interrotta. «Non abbandonata però,» pensò Alfonso, che
avrebbe voluto trovare qualcuno su cui vendicarsi.
Poco dopo venne il dottor
Frontini, un bel giovine vestito ricercatamente, dal volto ovale regolare ma
troppo regolare e i mustacchi folti di color bruno con qualche bagliore d'oro.
Fu cortese con l'ammalata ma, e gliene derivò un sentimento di antipatia per il
dottore, Alfonso comprese ch'ella lo temeva. Ella giurò di aver presa la
pozione due volte in quel giorno, mentre a lui aveva confessato che dalla sera
innanzi non l'aveva toccata.
Come Alfonso più tardi apprese,
il dottor Frontini era un giovine che aveva esordito in una grande città ove
però, forse per mancanza di aderenze, non aveva saputo conquistarsi una
clientela sufficiente e sbalestrato al posto miserabile di medico condotto si
credeva uno spostato e non amava i suoi clienti.
Dopo di aver dichiarato che
riscontrava qualche miglioramento nello stato dell'ammalata e raccomandato di
prendere con regolarità la medicina, si avviò per andarsene.
Alfonso gli corse dietro e lo
raggiunse in orto. Voleva sentire la sua opinione franca.
Il dottor Frontini dichiarò che
la malattia era molto ma molto grave, ma non escludeva la possibilità che il
cuore potesse riprendere la sua attività regolare; ciò accadeva di spesso.
S'era accorto dell'immensa angoscia impressa sul volto di Alfonso e aveva
aggiunto la seconda frase per compassione. Vedendo che il medico lo guardava
con attenzione, con la sua solita rapidità di percezione Alfonso comprese che
la prognosi era stata modificata per risparmiarlo. Non poté lagnarsene. Egli
conosceva quanto il medico stesso la gravità della malattia e il giudizio di
costui non poteva tranquillarlo, ma per il riguardo che il dottore gli usava
pensò di essersi ingannato sul suo conto. Certo almeno in quell'istante il
dottor Frontini s'interessava all'ammalata. Era forse un vantaggio che alla
signora Carolina derivava dalla venuta di Alfonso perché preziosa apparisce la
vita di una persona prima di tutto per il valore che altri vi pone.
Alfonso passò il resto della
giornata accanto al letto della madre. Soffriva di non poter andare nel
villaggio a salutare degli amici e rivedere qualche parte del caro nido,
soddisfare il lungo desiderio. Ma non poté allontanarsi.
Era rientrato nella stanza e la
signora Carolina aveva ben presto espresso il desiderio di dormire; gli occhi
le si chiudevano dal sonno. Egli si gettò sul letto del padre a guardarla
addormentarsi. Ma per la signora Carolina era compito più difficile di quanto
ella stessa sembrasse supporre. Precisamente quando stava per pigliare sonno,
con un sussulto violento ritornava in sé. Qualche volta il sussulto era tanto
violento ch'ella agitava le braccia come persona che perda l'equilibrio.
— Non posso! — sospirò, e già
rassegnata lo pregò che le parlasse per farle passare il sonno che non poteva
soddisfare. Pronto, egli si alzò e si sedette accanto al suo letto. Anziché
parlarle d'altro come ella avrebbe voluto, cercò di convincerla di tentare
ancora di dormire. Ella chiuse gli occhi per compiacerlo ed egli rimase fermo a
guardarla. Quando da un movimento quasi impercettibile del braccio egli
comprese ch'ella stava per destarsi col solito sussulto, incapace di rimanere
spettatore passivo, le afferrò nella sua la mano e ve la tenne stretta
solidamente. Vedendo che l'ammalata si acquietava afferrò anche l'altra mano.
Sorpreso e beato la vide addormentarsi di un sonno quieto, ristoratore, ma
anche nel sonno, se egli soltanto rallentava la stretta delle sue mani, ella
appariva subito meno sicura.
Qualche vantaggio le poteva
dunque ancora apportare e ne fu tanto lieto che per qualche tempo dimenticò il
brutto pronostico fatto dal medico e la propria disperazione. Da lungo tempo
non aveva provato una gioia così intensa e così pura! Pensò con disprezzo ai
dolori che aveva sofferto in città. Che importanza poteva loro accordare in
confronto ai sentimenti da cui era invaso accanto al letto della povera donna
moribonda? Godeva ripensando alle parole di Francesca per le quali poteva
credere che abbandonando la città tagliasse definitivamente la sua relazione
con Annetta. Ora, a quel letto, non sentiva né rimorsi né rimpianti. La sua
indifferenza dava il medesimo aspetto incolore tanto al suo amore per Annetta
quanto alla ripugnanza che aveva sentito per essa. Tutta l'avventura mancava
d'importanza, e se ne aveva, era unicamente per il fatto che casualmente era
stata dessa che lo aveva portato più presto al suo posto, presso sua madre.
Nelle lunghe ore ch'egli passò
là, inerte, ragionò anche una volta sui motivi che lo avevano indotto a
lasciare Annetta, ma come sempre il suo ragionamento non era altro che il suo
sentimento travestito. La sua ripugnanza per Annetta, egli andava dicendosi,
era spiegabile, anzi naturale. Non v'era nulla di comune fra lui e quella
donnetta ch'egli aveva potuto conoscere tanto esattamente come se gli fosse
stato dato di saperne ogni azione, ogni parola, ogni pensiero da lei avuto
dacché era nata. Quando ella parlava dimostrava più che altro il desiderio di
piacere, quando scriveva era vana, e vana e sensuale quando amava. Egli faceva
dei confronti fra lei e la povera donna di cui sosteneva il sonno. Anche in
quello stato la signora Carolina tradiva quanto avesse amato il marito e in
quale modo; tanto umilmente che ancora ne conservava, ricordo vivente, i gesti,
i modi che inconsciamente imitava, persino qualche cosa della fisonomia. Per
lui sarebbe stata una tortura di vivere accanto ad Annetta. Lo avrebbe reso
ricco e avrebbe ritenuto suo diritto di averlo a schiavo; la vanità e i sensi
che l'avevano gettata fra le sue braccia potevano farla cadere anche con altri.
— Ti sei seccato molto? — chiese
la signora Carolina aprendo gli occhi verso sera. Nel debole chiarore del
tramonto quegli occhi lucevano ridenti. Da lungo tempo non aveva dormito così
bene e, dicendolo, per gratitudine, baciò le mani che Alfonso ora poteva
ritirare.
— Chissà, forse potrò vivere
ancora! — Doveva sentirsi meglio di molto per parlare così e non occorreva di
più per dare grandi speranze ad Alfonso. La baciò lungamente sulla fronte e le
disse che avrebbero sempre passato insieme la vita che loro rimaneva;
identificava le sue alle condizioni della madre per fortificarla nelle sue
illusioni. Neppure allora ella non aveva speranze tanto grandi. Dichiarò che
non sperava più di poter correre, saltare, forse neppure uscire di casa; magari
in letto, ma voleva vivere.
Cenò con lui che stava a
guardarla estatico, meravigliato di vedersi svegliare in lei prontamente col
desiderio la capacità di vivere. Volle non vedere nella fame svegliatasi
improvvisamente nella madre che la naturale reazione di un organismo indebolito
che vuole rifarsi, mentre la fretta con cui ella ingoiava il poco cibo che le
riusciva di prendere dinotava piuttosto il vivo desiderio d'illudersi, la
fretta di usare vantaggiosamente della tregua accordatale. Ben presto con
ribrezzo volle allontanato l'apparecchio. Si stese nel letto e fu difficile
capire se fosse veramente lieta di poter dire: — Da lungo tempo non ho mangiato
tanto.
La Giuseppina annunziò la visita
del medico, ciò che scosse la signora Nitti. Meravigliata e seccata, disse
ch'era la prima volta ch'egli sentisse il bisogno di venirla a vedere due volte
in un giorno. Alfonso ridendo le chiese se volesse fargli il rimprovero che quel
giorno veniva due volte oppure che gli altri non veniva che una. Con disprezzo
ella rispose ch'egli non capiva nulla della sua malattia e che avrebbe fatto
meglio a non venire affatto.
Poi ella lo subì e non seppe o
non si curò di nascondere che la sua visita l'annoiava. Egli si dimostrava
premuroso, chiedeva notizie, dava consigli, ma non riceveva in risposta che
monosillabi, e vedeva ricevuti i suoi consigli con silenzio interrotto da
qualche esclamazione poco entusiastica:
— Sì... sì... proverò anche questo
se vuole. — Alfonso cercò di riparare alle mancanze della madre dando lui le
risposte che il medico voleva dall'ammalata, ma comprese all'aspetto pallido di
costui, al suo imbarazzo, all'interruzione improvvisa della visita, di non
essere riuscito nel suo intento. Spaventato dall'ira ch'egli credeva covasse
sotto all'affettata freddezza, gli corse dietro e con la franchezza che credeva
essere la migliore politica gli chiese se fosse adirato per il contegno della
madre. Attese con vera ansietà la risposta. Nelle vicinanze non essendoci altri
medici gli premeva di renderselo amico. Il giovine medico ebbe il torto di
esitare per un istante e poi quello maggiore ancora di dire con disprezzo,
lisciandosi affettuosamente con una mano i grossi baffi:
— Oh! questi vecchi, specialmente
quando sono ammalati, perdono la testa! — Poi nulla aggiunse e non rispose
nulla alla promessa di Alfonso che avrebbe indotto la madre a portare maggior
rispetto a chi lo meritava. Il giovine medico era offeso e aveva anche l'intenzione
di farlo sentire.
Ritornato dalla signora Carolina,
Alfonso volle convincerla che il dottor Frontini meritava di venir trattato
meglio.
— Ma sì, ma sì — rispose ella
annoiata, — lo tratterò meglio, ma poi non due volte al giorno. — E
immediatamente dimenticò il medico.
Non aveva più voglia di dormire
altro e passarono metà della notte a fare dei piani per l'avvenire. Ella doveva
venir a vivere con lui in città. Per adescarla meglio a sperare, facendole
credere nella sincerità delle sue speranze, le descrisse la vita in città
cercando anche di abbellirla. Così dovette raccontarle molta parte delle
proprie avventure e, visto che ne era la più importante, non seppe omettere
completamente tutto quanto si riferiva a quella con Annetta. Raccontò della sua
amicizia col vecchio Maller e con Macario e anche come passava le sere a
scrivere il romanzo con Annetta. Quest'Annetta che subito diede sospetto alla
signora Nitti egli disse essere brutta molto e per di più promessa sposa di un
suo cugino; non si poteva trovare meglio l'accento dell'indifferenza.
In città, in due, sarebbero
vissuti felici e comodi perché il ricavato della vendita della casa e dell'orto
li avrebbe aiutati. Non sarebbero andati dai Lanucci, gente troppo triste;
sarebbero rimasti soli perché volevano vivere allegri. Forse nessuno dei due
sinceramente sperava, ma intanto era una bella musica che ascoltavano. Le
parole non sembravano irragionevoli. Perché abbandonando quei luoghi ella non
avrebbe potuto lasciarvi la malattia?
Furono ben presto richiamati alla
triste realtà. Per un quarto d'ora alla signora Carolina riuscì di celare che
si sentiva male. Alle domande di Alfonso, il quale della sua inquietezza s'era
avvisto, ella rispondeva che stava bene quantunque agitata. Volle anche
reagire. Premeva una mano di Alfonso come se in quella stretta cercasse
sollievo e teneva chiusi gli occhi avvertendo che voleva dormire. Ma questa
resistenza durò poco e con un grido di dolore si levò a sedere.
— Non ne posso più! — mormorò
sordamente. Aveva il respiro frequente e breve. — Fin qui, — disse accennando a
un punto del petto, — l'aria non giunge più oltre. — Da questa espressione
soltanto egli comprese che cosa ella sentisse.
Come ella volle, l'aiutò ad
alzarsi dal letto e sedere su un seggiolone comodo su cui il vecchio Nitti
aveva passato parecchie ore d'ozio all'aria aperta e che ora era accanto al
letto, destinato proprio a ricettare l'ammalata nelle sue ore peggiori. La
coprì, mentre livida, coperta da un sudore freddo, ella abbandonava la testa
sullo schienale; apparentemente non vedeva ciò ch'egli andava facendo. Di tempo
in tempo dava un grido con voce alterata, o anche, con sommo sforzo, esprimeva
qualche parola con la quale si lagnava o imprecava.
Per parlargli ella non trovava
tanta voce quanto per lagnarsi. Due volte egli non comprese che cosa ella gli
chiedesse. Voleva aria, voleva ch'egli aprisse la finestra e, dopo compreso,
avendo egli esitato temendo per essa del freddo, esasperata con un'occhiata di
risentimento, ella mormorò:
— L'aprirò io.
Non lo fece perché non le riuscì
di alzarsi dal seggiolone.
Dalla finestra ch'egli aveva
spalancata, entrava ora l'aria in abbondanza. Ad onta della mortale agitazione
in cui si trovava, egli se la sentiva entrare benefica nei polmoni assetati. La
respirazione della madre continuò frettolosa e superficiale.
Egli si rammentò che avrebbe
potuto avere bisogno di Giuseppina. Corse nella stanza vicina e la trovò che
dormiva con le coperte fino al mento. La chiamò gridando, ma inutilmente, e
impaziente dovette risolversi a scuoterla per un braccio.
— Che c'è? — mormorò ella, e si
capiva che a mezzo desta lottava per continuare a dormire perché tentava di
sottrarsi alla mano che l'aveva afferrata, e si faceva piccola piccola contro
il muro.
— Mamma sta male. Si alzi e
accenda il fuoco.
— Ma se non serve! Bisogna
lasciare che passi da solo.
Senza dubbio ella era quasi del
tutto desta, ma usava della poca capacità di ragionare che così aveva acquistato,
per tentar di provargli che sarebbe stato bene di lasciarla nel suo letto.
— Si alzi! — ripeté
imperiosamente Alfonso e dovette correre via chiamato da un grido della madre.
La signora Carolina era ritornata
da sola nel letto e premeva la bocca sul guanciale. Lo pregò ora di chiudere la
finestra perché il caldo forse le avrebbe fatto bene e poco dopo gliela fece
riaprire, sempre sorpresa che da tanti tentativi non le venisse alcun sollievo.
— Ho fatto accendere il fuoco.
Vuoi un tè che forse ti calmerà?
— Sì, sì, — gridò ella con una
gioia come se le avessero proposto di star bene.
Giuseppina era ancora in letto e
di nuovo addormentata. Furibondo egli la trasse con violenza per il braccio che
pendeva penzoloni fuori del letto; era l'unica parte che avesse obbedito alla
prima chiamata. Irritata e quindi ben desta, Giuseppina si mise a gridare
ch'era una vergogna che dopo una giornata in cui aveva molto lavorato non la si
lasciasse dormire. Poi però fu spaventata.
— È matto? — chiese a mezza voce
vedendolo saltare per la stanza e gettarle raggomitolate le sue gonnelle.
— Si levi immediatamente e faccia
un tè, — le gridò furibondo, — altrimenti la getto fuori della porta.
Ella si apprestò ad alzarsi senza
mormorare più oltre.
L'affanno doloroso avuto dalla
madre era diminuito; aveva ancora la respirazione celere ma non si lamentava
più. Qualche poco di sangue era ritornato a colorirle il volto. Così supina con
le braccia inerti sembrava dormisse. Badando di non far rumore egli chiuse la
finestra. Allorché venne Giuseppina col tè, volle impedirle di andare al letto,
ma la signora Carolina la chiamò. Bevette qualche cucchiaiata di tè senz'aprire
gli occhi e Giuseppina, vedendola calma, disse agramente:
— Non era dunque tanto grave!
— Esca! — gridò Alfonso indignato
al vederla tanto indifferente.
— Perché ti adiri tanto? — chiese
la signora Carolina quando Giuseppina fu uscita. — Già non serve! Non capisce
nulla!
Ella dunque soffriva
dell'imbecillità e indifferenza del suo contorno.
Per altra mezz'ora ella non si
mosse, ma quando egli già sperava che si fosse addormentata la sentì parlare.
Era un pensare ad alta voce.
— Non dicevo niente! — rispose
all'interrogazione ch'egli le fece. Ma poi senza ch'egli altro domandasse,
soggiunse: — Pensavo quale sciocchezza sia quella di fare dei piani per
l'avvenire trovandosi nelle mie condizioni.
Cercò d'incoraggiarla e mancando
di migliori argomenti parlò della medicina prescrittale dal medico. Quella
doveva darle la salute e, visto che non l'aveva mai presa regolarmente come si
doveva, bisognava tentare. Fu il primo ad essere convinto dalle proprie parole.
Infatti il più forte dei suoi doveri, quello che gli altri avevano trascurato,
era di convincerla a seguire la cura. Se la salvezza era ancora possibile, non
poteva venire che da quella.
Le portò un cucchiaio della
pozione fin sotto le labbra quando ella non aveva ancora assentito.
Stringendosi nelle spalle ella si lasciò convincere.
Un'ora dopo stava meglio.
— Sì, sì, — disse ella per
calmare gli entusiasmi di Alfonso, — anche il mese scorso la medicina mi giovò
la prima volta che la presi, mentre poi non mi fece che male.
Egli si sdraiò vestito sul letto
del padre e si propose di non dormire. Il sonno lo vinse e non si svegliò che a
giorno chiaro.
— Come stai? — chiese alla madre
ch'era stata a guardarlo a dormire.
— Meglio, meglio! — rispose essa
con un sorriso di gratitudine, — ho preso un'altra cucchiaiata della medicina e
mi sento alquanto sollevata.
Poi gli chiese se non avesse
desiderio di vedere il villaggio e salutare i suoi vecchi amici. Lo assicurò
che per una o due ore poteva rimanere sola.
Egli raccomandò a Giuseppina, che
trovò già occupata di nuovo nell'orto, di badare alla madre ed ella glielo
promise. Le parlò con dolcezza. Già spaventata al vederlo, la contadina s'era
affrettata a raccontargli che stava raccogliendo erbaggi per il pranzo. Ella
non era una poltrona, ma preferiva lavorare la terra che servire un'ammalata, e
il torto era di chi l'aveva destinata a infermiera.
La casa stranamente volgeva uno
dei lati alla strada maestra ed era unita a questa da un viottolo costruito dal
piede dei passanti.
La campagna era ancora bianca
dalla brina che il sole autunnale non aveva saputo sciogliere. Visto da quel
punto, il villaggio sembrava molto più insignificante di quanto fosse; pareva
composto di due semplici file di case. Una curva della strada maestra
nascondeva la parte meno regolare ma più popolata. Dalla parte della valle
v'era ancora una via della lunghezza di metà della principale a cui era parallela
e poi, addossato a quella, un mucchio disordinato di casette sucide ove abitava
la parte più povera della popolazione. Nel suo piccolo, il villaggio aveva in
embrione tutte le sezioni della città.
Alfonso si agitò e accelerò il
passo vedendo alla finestra la testa nera di Rosina, il suo primo amore. Non
l'amava più, questo era certo, ma quale dolce e giocondo sentimento al
rivederla!
Era una giovinetta che serviva la
vecchia parente presso la quale abitava, ma in casa aveva tanto poco da fare
che viveva come una signorina, meglio di qualunque altra ragazza del villaggio.
Alfonso aveva ballato con lei ad una sagra e l'aveva prescelta prima di tutto
perché egli la vedeva bellissima e poi perché per cultura e vestire gli
sembrava superiore alle altre. Poi s'era sviluppata fra di loro una buona
amicizia che si manifestava in alcune parole che scambiavano giornalmente, ella
sulla finestra e lui sulla via. Qualche sera chiacchierarono insieme fermandosi
un poco più in là della casa, dunque fuori del villaggio, ma nella completa
oscurità egli non s'era arrischiato neppure di baciarle la mano. Le aveva fatto
delle lodi esagerate della sua bellezza, ma non le aveva neppure detto di
amarla. Il suo ideale non era realizzato in Rosina ed allora non aveva ancora
rinunziato a trovarlo. Non aveva dunque mai avuto l'intenzione di andare più
oltre, mentre nel villaggio si disse, e la signora Carolina lo riscrisse ad
Alfonso, che Rosina aveva provato una forte disillusione alla sua partenza.
Si avvicinò meravigliato ch'ella non
lo avesse riconosciuto subito pur avendolo veduto:
— Signorina, non mi riconosce?
— Oh! il signor Alfonso! — disse
Rosina con sorpresa calma, e fece un leggiero inchino esitante forse perché non
ancora lo aveva riconosciuto oppure perché non s'era ancora risolta a
riconoscerlo.
— Non mi dà neppure la mano?
— Eccola!
Ma non gliela diede ancora. Prima
di sporgersi dalla finestra guardò a destra e a sinistra per accertarsi che
nessuno la vedesse.
— Come sta la signora Carolina? —
chiese essa ritirando la mano che per un solo istante aveva lasciata inerte in
quella di Alfonso.
— Oh! male! male! — disse Alfonso
commosso stranamente da quegli occhi neri e dai capelli lisciati alle tempie e
a chiocciola sulle orecchie. Quello che le mancava nel vestire e nel parlare le
dava quella freddezza che rendeva tanto desiderabile il sorriso amichevole di
cui altre volte non era stata parca.
— Rimane qui ora?
— No! — rispose Alfonso, —
soltanto finché mamma per la sua malattia non possa moversi; poi ci stabiliremo
in città.
— Io sono promessa sposa, — disse
ella con semplicità.
Visto che di questa comunicazione
nessuno l'aveva richiesta, era evidente che la faceva per avvisarlo che poco le
importava della sua partenza dal villaggio.
Egli quasi si dimenticava di
chiederle chi fosse lo sposo felice.
— Gianni.
Gianni era il figliuolo di
Creglingi il bottegaio. Un bel giovinotto che sorvegliava l'amministrazione dei
campi del padre, il quale non aveva mai voluto lasciare la sua bottega ove
aveva fatto i danari. Rosina faceva una bella fortuna, certamente maggiore che
se avesse sposato Alfonso.
— Le mie congratulazioni! — disse
Alfonso un po' troppo tardi perché potessero venir credute sincere.
— Tanti saluti alla signora
Carolina, — fece improvvisamente Rosina e si ritirò senz'altro.
Comprese subito la ragione di
tale fuga. Dallo svolto della via si avanzava il notaio Mascotti accompagnato
da Faldelli, il proprietario di una delle due osterie esistenti nel luogo. Era
un vecchio vestito sordidamente e i cui vestiti pendevano dalle membra scarne.
Doveva aver freddo perché teneva le mani ritirate nelle maniche della giacca.
Lo salutarono ed egli si avvicinò
loro. Faldelli alzò un braccio stendendo la mano fuori della manica e strinse
con una stretta forte ma breve quella di Alfonso; poi riparò la mano di nuovo
nella manica. Non era cortese, e quando Mascotti chiese ad Alfonso come stesse
la madre egli si trasse in disparte e guardò attorno distratto.
La domanda cortese di Mascotti
fece pensare ad Alfonso ch'era quella l'occasione di rimproverare a costui la
sua poca cura per la signora Carolina.
Molto serio cominciò a raccontare
della triste notte trascorsa e dello spavento avuto, e subito con l'accento di
grande amarezza e d'ira parlò del modo tenuto da Giuseppina alla quale era
stata affidata la vita della madre.
Certamente Mascotti doveva avere
già compreso ch'era a lui che si voleva tenere la predica. Risoluto pronunziò
le parole bonarie:
— Eh! un poco poltroni siamo
tutti a questo mondo. Giuseppina se la sarà presa comoda vedendo che lei c'era
là, perché non occorre mica essere in quattro accanto ad un ammalato!
Non era più il modo con cui s'era
difeso il giorno prima e Alfonso ne fu sorpreso. Lo vedeva risoluto e si capiva
preparato, perché così presto aveva compreso e respinto l'attacco. Non negava
più che intorno alla signora Carolina ci fosse stata poca cura, ma trattava
tutta la faccenda come cosa di piccola importanza. Era il curatore, ma si
poteva provargli che perciò avrebbe dovuto occuparsi della salute della signora
Carolina? Alfonso temette che se gli avesse detto qualche brutta parola, di
quelle che aveva pensate durante la notte, nell'ira contro Giuseppina, Mascotti
non gli rispondesse brutalmente. Tacque perciò.
Il notaio gli comunicò che
Faldelli aveva messo da parte dei capitali e che aveva l'intenzione di
comperare dei terreni. Pareva che questa comunicazione dovesse venir seguita da
altre che potessero avere maggior importanza per Alfonso. Faldelli lo
interruppe per salutarli. Disse a Mascotti stringendogli la mano:
— Non c'è mica fretta, sa, signor
notaio!
Si avviò con passo frettoloso
verso la sua osteria situata di faccia alla bottega del Creglingi nella
piazzetta triangolare.
— Ella fa una passeggiatina per
rivedere i luoghi natii, — disse Mascotti di buon umore. — L'accompagno a patto
che non si metta a correre.
Alludeva scherzando a quel brutto
momento quando Alfonso aveva perduto la testa all'annunzio dello stato in cui
trovavasi sua madre.
Sulla via principale, casa per casa
era rimasta inalterata coi colori immutati perché maggiormente non potevano
sbiadirsi, le identiche insegne, alcune finestre sempre chiuse, altre sempre
aperte. Ad Alfonso il villaggio sembrava vecchio come un oggetto di museo, che
non viene toccato che per farvi i lavori necessari per conservarlo come è.
Tutta l'attività degli abitanti si riversava fuori del villaggio, sui campi.
Una sola casa era stata mutata,
aumentata di un piano e sul fianco si distingueva la fabbrica nuova dalla
vecchia per il colore annerito della calce che copriva quest'ultima. Era ora
abitata dal Selini, fornaio, ma la casa in villaggio si chiamava ancora sempre
casa Carli, dalla famiglia che prima l'aveva posseduta.
Facilmente ad Alfonso riuscì di
togliere col pensiero dalla casa tutto quanto vi era stato sovrapposto e
rivederla più piccola, nera, triste, casa disgraziata in cui in pochi giorni
erano morti meno uno tutti i membri della famiglia Carli: due ragazzi coi quali
Alfonso aveva giuocato, una fanciulla di tre lustri e il padre, un buon amico
del vecchio Nitti, lindo, sempre vestito di una giubba bianca tanto candida che
non vi si distingueva la farina onde era aspersa. Alfonso si rammentava di
tutti i particolari di quella sventura, la quale nella sua gioventù aveva segnato
una traccia indelebile. In faccia a tutti quegli organismi sani e forti
distrutti o creati inutilmente, egli aveva avuto i primi dubbî.
Una sera il vecchio Nitti era
rincasato più tardi del solito e aveva raccontato che Guido Carli, il più
giovine dei figliuoli, era stato colpito dal tifo, tanto violentemente che il
dottore supponeva che non avrebbe resistito. Il giorno prima Alfonso aveva
parlato col giovinetto che ora era moribondo. I Nitti abitavano dirimpetto ai
Carli e più volte durante la notte Alfonso andò alla finestra a vedere la bruna
casa di cui una sola stanza era illuminata, quella ove si lottava con la morte.
Pochi giorni dopo il giovinetto
morì, e quando Alfonso andava meditando quali segni d'affetto egli potesse dare
all'amico che sopravviveva, per consolarlo della perdita del fratello e
consolare se stesso, apprese che anche questi e la sorella e il padre erano
stati colpiti dal medesimo terribile male. Ogni giorno dalla casa usciva una
bara; la prima racchiudeva il cadavere della fanciulla, la seconda quella del
padre e la casa rimaneva muta indifferente come se fosse abbandonata da una
merce qualunque.
Soltanto quando non vi fu più
alcun capezzale a cui vegliare, dietro alla bara dell'ultimo figliuolo si
aperse finalmente una finestra e vi comparve, trattenuta da due uomini che
Alfonso mai non aveva visti, la madre che gridava di voler saltare dalla
finestra per raggiungere i suoi. Era una donna ancora giovine. Pregava di
lasciarla e sembrava meravigliata che la si trattenesse. Anche ad Alfonso la
violenza di quei due uomini che le impedivano di morire sembrò odiosa.
La casa fu messa in vendita, ma
nessuno voleva comperarla perché vi era accaduta tanta sventura, e si finì col
venderla a un prezzo miserabile al Selini venuto allora a stabilirsi nel
villaggio. Neppure la signora Carolina volle saperne di comperarla, mentre i
Nitti avrebbero fatto un affare di gran lunga migliore a comperare quella casa
invece di quel casone tanto distante dall'abitato.
Certamente anche il notaio,
passandovi dinanzi, pensò al contratto a cui aveva dato luogo quello stabile,
perché ingenuamente facendo pensare Alfonso alla somiglianza che c'era fra' due
affari, gli disse:
— Faldelli mi disse che
volontieri avrebbe comperato la vostra casa.
Alfonso trasalì:
— Non è in vendita! — disse
seccamente.
— E che cosa ne vuole far lei?
La grossolanità del notaio fece
capire ad Alfonso in quale maggior misura avesse avuto influenza su lui il
lungo soggiorno fra' contadini che non gli studî universitari.
— Ma, e mamma?
Il notaio si trovò portato a
tutt'altro ordine d'idee e si capì ch'era sorpreso che la signora Carolina
venisse ancora considerata come viva. Si rassegnò con buona grazia a tale
finzione:
— Sua madre mi diceva che aveva
l'intenzione di andare ad abitare con lei!
— Ci penserò! — disse Alfonso con
tristezza. La notte passata presso alla madre gli aveva tolto ogni speranza e
le parole di Mascotti avevano fatto rivolgere il suo pensiero alle conclusioni
che si dovevano trarre da quello stato di cose. Infatti, rimanendo solo, che
cosa avrebbe fatto della casa?
— Vive ancora la vecchia Doritti?
Quella donnetta caratteristica,
laboriosa, in altri tempi sempre indefessa al lavoro al campo o in casa ove
faceva di tutto pur di non aver a chiamare aiuto dal di fuori, tanto che in
villaggio si diceva ch'ella covava persino le uova assieme alle galline per
averne più presto i pulcini, veniva ricordata ad Alfonso da una casetta dai
colori sbiaditi, verdognoli delle finestre, grigio sucido delle mura qua e là
sgretolate. Dicevano che la casuccia non cadeva perché indecisa da quale parte,
ma essa aveva fondamenta salde alquanto petulantemente fuori della linea delle
altre case.
In quella casa il vecchio
Doritti, marito della vecchia, aveva tenuto per molti anni a pianterreno una bottega
di commestibili e a quanto si diceva ci aveva fatto molti denari. Creglingi era
sopravvenuto, e con la sua bottega nel centro del villaggio e fornita più
abbondantemente di merci gli aveva portato via i clienti. Doritti dapprima non
aveva voluto credere che fosse permesso di rovinarlo a quel modo; fuori di sé
dall'ira litigava con mezzo il paese, con Creglingi e gli avventori che
sorprendeva in atto di tradirlo, cioè facendo degli acquisti alla bottega del
suo concorrente, accanto alla quale di spesso si appostava per sorprenderli.
Poi s'era quietato. Aveva atteso senza impazienza che i due o tre clienti che
gli erano rimasti consumassero le ultime provvisioni della sua bottega e aveva
chiuso la porta e ritirata l'insegna. I due vecchi poi avevano vissuto ancora
qualche anno insieme e non avevano trattato con nessuno, perché per il torto
ch'era stato fatto loro odiavano tutti gli abitanti del villaggio. Il vecchio
era morto senz'assistenza di medico, e da allora la Doritti non era uscita di
casa che la domenica per andare a messa, vestita con un abito di seta nera sul
quale v'erano dei ricami in nero, girigogoli che davano alla stoffa l'apparenza
di molto pesante. Essendo quello giorno di settimana, era certo ch'essa stava
dietro a qualche finestra a fare la calza o a filare. Era una vecchietta simile
alla sua casa, piccola, curva, ma vigorosa.
Alfonso aveva dimenticato quei
due tipi e rammentandosene n'ebbe sorpresa come di cosa nuova.
— Dovevano pur essere vissuti
felici quei due vecchi.
Uscendo dal villaggio da quella
parte, v'era ancora per un chilometro di un verde molto contrastato, poi subito
il colle di sassi che annunciava la «Sassonia» come la regione dei sassi era
detta in villaggio.
Il cimitero era dietro al
villaggio, già in altura. Allegro, fresco, tutto di un color verde intenso che
non era neppur troppo spesso interrotto dalle lapidi bianche. Almeno là i morti
dormivano molto vicino ai vivi e la morte sembrava una separazione meno grande.
Mascotti volle venire con lui a
vedere come stesse la madre, ma poi alla porta della casa si fermò:
— Mi attrista troppo, — asserì.
Quando Alfonso venne a dirgli che la madre stava poco bene, vedendolo tutto
sconvolto: — Povero ragazzo! — gli disse. Ad onta della sua commozione se ne
andò saltellando per iscaldarsi e giunto alla via maestra vi salì con un salto
da giovanotto.
La signora Carolina infatti non
stava bene e Alfonso si faceva dei rimproveri di averla lasciata sola per
un'ora intera.
Sentendosi sollevata dopo presa
la medicina datale da Alfonso, naturalmente ella aveva attribuito la miglioria
a questa e, secondo le prescrizioni mediche, ne aveva presa un'altra
cucchiaiata dopo mezz'ora. Venne assalita dal malessere che già conosceva,
molto differente da quello avuto nella notte ma non meno doloroso. Era una
stanchezza enorme, proprio il sentimento che i singoli organi si rifiutavano
alla vita. Aveva i sudori alla fronte come durante l'assalto di mal di cuore,
ma l'occhio anziché semispento, brillante, dilatato dall'angoscia. Non seppe
dare spiegazioni ad Alfonso ma le sue parole di compianto la fecero piangere:
— Quella maledetta medicina! —
mormorò dimenticando i beneficî che le aveva apportati.
Fu una pessima giornata come era stata
una cattiva notte. Ella non giunse a dichiarare di star meglio del suo nuovo
male perché verso sera fu ripresa dall'affanno che le durò quasi l'intera
notte.
Da allora non ci furono più
neppure delle migliorie passeggiere. Quanto più l'ammalata peggiorava, tanto
più desiderava la vita, ed era sempre facile convincerla a prendere la medicina
che, secondo il medico, era l'unica che potesse ridarle la vita. Era un
continuo soffrire per la malattia stessa o per la cura. Un altro segno
dell'aumentato suo affetto alla vita era il suo contegno divenuto più cortese
col dottore Frontini. Il male suo era tale che aveva rotto ogni sua resistenza
e fattole dimenticare ogni antipatia. Le avevano detto che la salvezza doveva
venire dal dottor Frontini ed ella ci aveva creduto.
Il dottore veniva perciò più di
spesso e si fermava per delle ore a ciarlare con Alfonso più d'altre cose che
della malattia della signora Carolina. Non aveva saputo mostrare la sua scienza
su quella e cercava di mostrarla parlando d'altro. Alfonso era lieto di vederlo
fermarsi lungamente in camera dell'ammalata perché se durante quel tempo la
signora Carolina si sentiva peggio, per quanto Frontini poco o nulla potesse
aiutare, egli si sentiva più tranquillo.
Mascotti veniva di spesso, ma si
fermava alla porta, le gridava qualche parola d'incoraggiamento, ma non
entrava. L'ammalata si avvide della sua ripugnanza ad entrare e chiese ad
Alfonso:
— Puzzo tanto che mi si evita
così?
Era divenuta sempre più pesante
l'atmosfera in quella stanza e persino Alfonso si sentiva sollevato quando
poteva correre per una mezz'ora all'aperto. Non si poteva più ventilare la
stanza perché in pochi giorni, dopo una nevicata, la temperatura si era
sensibilmente abbassata, tanto che le lastre delle finestre erano coperte di
fogliami capricciosi di ghiaccio. Anche quando si sentiva mancare il fiato
l'ammalata non chiedeva più si aprissero le finestre perché una volta che
dall'aria aveva sperato sollievo poco mancò che quel freddo tagliente non la
ammazzasse.
Era una vita ben strana quella
ch'egli conduceva in quella stanza, tutto il giorno occupato a convincere
l'ammalata che il suo male non era grave o a tentare di alleviarglielo. Un
giorno era tanto simile all'altro ch'egli non avrebbe saputo dire da quanto
tempo si trovasse nel villaggio. Era tanto lontana l'epoca in cui aveva
amoreggiato con Annetta!
Un giorno il postiere Marco gli
portò due lettere. Una, a quanto disse Marco che nelle sue lunghe gite nei
dintorni si divertiva a fare degli studî sui caratteri degl'indirizzi, doveva
essere di donna. Ricevendole Alfonso ebbe un sentimento spiacevole. Non a tutti
dunque sembrava che il tempo passato fosse tanto da far dimenticare avvenimenti
e persone!
L'altra era di uomo, la
caratteristica calligrafia di Sanneo, ma firmata da Cellani. Veramente una
lettera della banca Maller e C. e anche quanto a contenuto. Con la forma fredda
e misurata che la banca usava per fare ai suoi clienti delle comunicazioni
d'affari, gli veniva annunciato che dal telegramma a lui indirizzato, firmato
«Mascotti», la direzione aveva saputo della gravità della malattia di sua madre
e che perciò, spontaneamente, portava il permesso accordatogli da quindici
giorni a un mese. La forma burocratica dello scritto, firmato da Cellani con
quel segno ch'egli usava per gli avvisi alla contabilità, non sorprese Alfonso.
Fu grato per il mese di permesso e immediatamente lesse la lettera alla signora
Carolina, la quale trovandosi in un istante di disperazione mormorò foscamente:
— Un mese basterà!
L'altra lettera era di Francesca.
«Quello che io prevedeva è già
accaduto o sta per accadere. Non so veramente con precisione a quale punto
sieno giunte le trattative tra padre e figlia, ma queste trattative si fanno,
giornalmente, e che siano già abbastanza avanzate ho la prova nel fatto che
Annetta a me nulla ne dice. Suppongo che nel suo interno sia già d'accordo col
padre, ma siccome fino a pochi giorni fa ella era ancora sinceramente vostra,
può essere che si vergogni di avervi dimenticato del tutto.
«Subito dopo la vostra partenza,
ella parlò a lungo col signor Maller il quale, a quanto me ne disse Santo che
origliò, gridò molto, tanto che Annetta pianse, per la prima volta, credo, in
sua vita. Poi, vedendo che con me ella non apriva bocca, io la guardai con aria
di rimprovero che mi costò grande fatica come mi costa grande fatica tutto
quanto faccio in vostro vantaggio. Annetta mi disse ch'ella vi amava sempre, ma
che avrebbe avuto molto da lottare con suo padre per ridurlo ad accondiscendere
alla vostra unione. Mi pregò perciò di scrivervi pregandovi di trovare un
pretesto qualunque per rimanere più a lungo nel vostro villaggio.
«Badate, Alfonso, ch'è un brutto
indizio che non volle scrivervi direttamente. Accettai l'incarico e non vi
scrissi nulla sperando di vedervi capitare inaspettato oggi ch'è trascorso il
vostro permesso; io lo so bene perché contai i giorni. Non giungeste invece! Al
primo vostro errore andate aggiungendo degli altri fino a ruinarvi. Vi scrivo
per mandarvi un ultimo ammonimento. Forse partendo immediatamente arrivereste
ancora in tempo, perché nulla ancora è perduto. Annetta esita, combattuta dal
desiderio di compiacere al padre che adesso piange e scongiura, e dall'amore
per voi, perché vi ha amato. Non garantisco di nulla ora, e al vostro arrivo
potreste ricevere la comunicazione ch'ella è fidanzata a Macario. Non so se
questa mia raggiungerà lo scopo per cui fu scritta. Feci con voi più del mio
dovere. Se ad onta di questo avvertimento esitaste a partire, sarebbe del tutto
inutile che rispondiate o che scriviate ad Annetta. Da voi non attendo parole,
scuse inutili. Non vi servirebbero a nulla. Soltanto la vostra presenza qui può
salvarvi, salvarci.»
Questo ch'ella diceva essere un
ammonimento somigliava molto a una domanda di aiuto, ed egli ne fu scosso.
Naturalmente non poteva neppur pensare a lasciare il villaggio e abbandonare la
madre moribonda, così che egli veniva salvato da ogni dubbio, e per quanto
Francesca ammonisse e gridasse egli non poteva darle ascolto. Ma era ben triste
che con un atto, che a lui era sembrato naturale e necessario ma che ad ogni
altro uomo sarebbe parso irragionevole, egli si fosse posto sulla via che
Francesca con tanta energia perseguiva. Le aveva lui impedito il cammino mentre
ella aveva sperato di trovare in lui un alleato nella sua lotta alla quale
anche in nome dell'onestà e della giustizia si doveva augurare la vittoria.
Maller l'aveva sedotta ed era troppo giusto che la sposasse. Era l'unico
rimorso che avesse Alfonso. Più che Annetta egli si rimproverava di aver
tradito Francesca.
Stette per un'ora circa accanto
al letto della madre assorto nei suoi pensieri.
— Quella lettera ti dà molto
pensiero? — chiese la signora Carolina che da lungo tempo lo osservava.
Ella parlava poco perché le dava
fatica e le poche parole che diceva erano qualche volta pronunciate molto tempo
dopo pensate. Forse ella era stata ad osservare il suo volto dal momento in cui
egli s'era abbandonato alle sue riflessioni.
Egli trasalì.
— No! — rispose, — è un amico che
mi chiacchiera su cose che non mi fanno ridere.
Ella non chiese altro. Le costava
un grande sforzo rivolgere la sua attenzione alle cose di fuori ed era facile
ingannarla.
La lettera di Francesca gli
portava del resto una buona notizia. Proprio come essa lo aveva preveduto, la
sua partenza dalla città era equivaluta a una rinunzia ad Annetta. Ora ne era
sicuro, sarebbe stato lui l'abbandonato e la parte gli piaceva molto più che
quella di traditore. Intuiva che invece Annetta non avrebbe sopportato di
essere l'abbandonata e che era ad ogni modo più soddisfatta di essere dessa la
prima a lasciarlo. Così da quella parte non aveva rimorsi.
Mettendosi a scrivere la risposta
che doveva dare a Francesca per quanto ella non l'avesse chiesta, comprese che
la difficoltà principale, per renderla efficace, per non attirarsi anche l'odio
di Francesca, era di persuaderla della gravità della malattia della madre.
Sembrava che alle due donne non fosse stata fatta alcuna comunicazione in
questo riguardo dalla direzione della banca. Finì col trovare la nota giusta.
Evitò ogni artifizio e fu breve come persona che espone dei fatti veri non
curandosi di addurre prove della propria veracità. Disse che sua madre era in
pericolo di vita e ch'egli per il momento non aveva testa per altro. Chiuse con
una frase che gli parve ed era realmente una trovata. Finse di non credere che
la sua presenza in città fosse tanto necessaria come lo asseriva Francesca.
«Annetta, come me lo conferma
nella sua lettera, mi ama. Perché avrebbe da abbandonarmi? Se resto qui non
faccio che il mio dovere.»
Dopo spedita la lettera si sentì
sollevato. Era un sollievo, e se anche in minore grado, simile a quello provato
alla partenza dalla città. Ritornava al villaggio dopo di essere stato
ripiombato in quegl'intrighi, e non giungeva a rubargli interamente la gioia di
esserne salvo la vista della faccia cadaverica della madre.
Alla sera, in un istante di pace
dopo una giornata di terribili sofferenze, ella gli chiese:
— Hai scritto alla tua amorosa?
Non negarlo, perché sarebbe male che così non fosse.
Ma negli occhi semispenti le
passò un lampo di gelosia.
Egli non negò. Conoscendosi uomo
dai rimpianti amari e dai rimorsi, s'era dato cura in tutti quei giorni di
portarsi in modo da non avere a rimproverarsi né una parola né un cenno brusco
verso la moribonda. Bisognava dunque dimostrarsi confidente, toglierla alla
curiosità e non dirle bugie perché sarebbe potuto dolergli anche di quelle. Non
le disse l'intera verità per riguardo al segreto altrui o almeno così si scusò
con se stesso. Le raccontò che amava una fanciulla, ma che l'aveva scoperta
tanto civetta e leggera che voleva togliersela dal cuore, ciò che gli doveva
riuscire facilmente del resto.
— È la signorina Lanucci? —
chiese la signora Carolina con un sorriso forzato.
— No! — rispose serio come in
confessionale, — è una ragazza ricca che tu non conosci.
— Molto ricca?
— Così così! più ricca di me ad
ogni modo!
Egli non voleva confessare che,
abbandonando colei che aveva dichiarato civetta, respingeva da sé una grande fortuna,
perché, sapendolo, la madre gli avrebbe dato torto.
Per quella sera ella non ne parlò
più, ma a quelle parole doveva aver riflettuto lungamente:
— Si capisce che tu non le vuoi
bene, — gli disse il giorno dopo, — non avresti tanto facilmente compreso ch'è
leggera e civetta o, comprendendolo, glielo avresti perdonato.
Dopo un assalto in cui era
sembrato che da un momento all'altro rimanesse soffocata, grata per l'aiuto
ch'egli le aveva dato, gli disse:
— Non amarla e non amarne alcuna.
Le donne non ti meritano.
Per quanto egli credesse che
degl'intrighi in città nulla affatto gl'importasse, pure, dopo ricevuta la
lettera di Francesca, il suo pensiero era per ore intere rivolto più a quelli
che alla madre. Se, come Francesca, con quel suo tono che non ammetteva dubbî,
glielo diceva, Annetta lo lasciava per sposare suo cugino, quali sentimenti
avrebbe avuto per lui? Di odio, era certo. Il ricordo della caduta di Annetta
faceva anche a lui ribrezzo, ma che cosa avrebbe dovuto produrre nell'animo di
Annetta maritata ad un altro? Onta e odio e forse, per il timore di veder
divulgato il segreto, un odio attivo; lo avrebbe fatto scacciare dalla casa
Maller e avrebbe tentato di rendergli impossibile la vita in città. E come si
sarebbe comportato lui di fronte a tale odio? Reagire, difendersi? Ma gli
sembrava di non averne il diritto! Fantasticava su tali persecuzioni e si
commoveva sulle sventure ch'egli immaginava gli dovessero toccare.
La madre vide ch'egli aveva le
lagrime agli occhi.
— Perché piangi?
— Ho bruciore agli occhi, non
piango!
Ella tacque e credette ch'egli
piangesse al vederla tanto soffrire, mentre egli lagrimava sognandosi scacciato
dalla banca con ingiurie da Maller e da Cellani e vedendosi uscirne col capo
basso sotto il peso di una colpa, ma non quella ch'essi gli addebitavano
pubblicamente.
Spesso quando ella aveva bisogno
di lui doveva chiamarlo più volte acciocché egli udisse.
La povera donna aveva
continuamente bisogno di aiuto perché da sola non sapeva più neppure voltarsi
nel letto. Il suo corpo era piagato in più luoghi dal giacere continuato e il
dolore che le causava la pressione su quelle parti le faceva sentire
continuamente il bisogno di mutare posizione. Per renderle possibile il
difficile movimento, Alfonso aveva trovato un modo ingegnoso. Egli si piegava
innanzi fino a mezzo il letto e con ambe le mani ella si attaccava al suo
collo; egli allora si spingeva verso quella parte ove voltandosi ella doveva
venire a poggiare, e l'ammalata faceva l'evoluzione così sospesa, semplicemente
ritirando dal suo collo una mano. Grande sollievo ella non provava che quando,
sospesa al collo di Alfonso, sul letto non poggiavano che i suoi piedi. Egli
veniva tolto ai suoi sogni per andare a lei e per aiutarla a sospendersi al suo
collo, ma quando non aveva che da sostenerla, mentre ella gridava e piangeva
nel fare il primo sforzo per sollevarsi, egli di nuovo sognava di Maller, di
Cellani e di Annetta.
Ben presto però le sofferenze
della signora Carolina aumentarono in modo che non gli lasciarono più tempo a
sogni, perché ella non ebbe più un istante di requie e abbisognava
continuamente di lui, non solo della sua forza per sostenerla, ma anche della
sua intelligenza per trovare nuovo modo di soccorrere a nuovi mali. Non
soltanto non poteva più sognare, ma neppure riflettere, perché l'imminenza del
grave avvenimento che andava compiendosi sotto ai suoi occhi gliene toglieva la
facoltà.
I disturbi più dolorosi
provenivano alla signora Carolina dai turbamenti del suo sistema nervoso.
All'ammalata sembrava che il materasso si piegasse da una parte in modo da
farla sdrucciolare fuori del letto e per quanto fosse diritto bisognava
elevarlo da quella parte mettendoci sotto dei guanciali. Naturalmente tutti gli
sforzi finivano col provare all'ammalata che il male risiedeva nel suo
organismo e non negli oggetti che la offendevano. Alla destra del suo letto
v'era una finestra ch'ella volle venisse coperta con un lenzuolo perché la luce
da quella parte l'offendeva. La bianchezza del lenzuolo continuò a molestarla e
anche quando Alfonso sostituì al lenzuolo un panno nero ella non ebbe pace.
— Capisco, capisco! — gemette e
non chiese altri mutamenti, ma da quella parte anche quando vi aveva rivolta la
schiena continuava a venirle un malessere indefinibile.
Una sola volta ancora Alfonso si
trovò tranquillo tanto da poter uscire. Aveva fretta perché non voleva rimanere
troppo tempo lontano dall'ammalata e desiderava di andare almeno fino al
villaggio. Fu quindi seccato d'imbattersi all'uscire di casa nel giovine Creglingi,
lo sposo di Rosina. Accompagnato da due contadini, andava verso i suoi campi
situati di là dalla casa di Alfonso; occupavano una metà della plaga più
ubertosa della valle.
Alfonso non seppe celare del
tutto che l'incontro non era stato da lui molto desiderato ma, ed egli se ne
accorse, neppure Creglingi ebbe subito il modo più amichevole, e anzi, se
Alfonso non si fosse mosso per il primo ad incontrarlo vergognandosi di passare
accanto al suo antico amico senza neppur salutarlo, Creglingi non avrebbe dimostrato
di essersi accorto di lui.
«Tanto mi è dispiaciuto di
trovarlo sposo di Rosina?» si chiese Alfonso sorpreso del proprio odio e non
dell'altrui.
— Come stai? — gli chiese
Creglingi, un giovine forte, dai tratti volgari, la pelle macchiata dal sole e
nel viso quasi rotondo gli occhi piccoli dell'astuzia. Dimostrava qualche
imbarazzo e Alfonso gli attribuì della gelosia per Rosina.
— Le mie congratulazioni, — disse
subito Alfonso, e gli strinse con forza la mano per non lasciar dubitare della
sincerità dei suoi auguri.
Ma Creglingi ricevute tali
congratulazioni parve non si trovasse meglio col vecchio amico e lo lasciò
asserendo che doveva essere di ritorno a una data ora dopo aver fatto tagliare
del fieno in un campo per giungere al quale doveva camminare ancora parecchio.
Era un'amicizia di prima gioventù
ed era durata fino alla partenza di Alfonso ad onta che con l'avanzarsi
dell'età la differenza fra i due giovani fosse divenuta sempre maggiore.
L'intelligenza di Creglingi era stata poco sviluppata o meglio soffocata dal
lavoro manuale. Mai Alfonso si sarebbe risolto a tagliare quella relazione
conservando un culto superstizioso alle memorie della sua prima giovinezza.
Ebbe qualche avvilimento al vedersi lui respinto. Creglingi era il possessore
di due o tre idee in tutto e dovevano servirgli per tutta la vita e Alfonso lo
aveva sopportato per una certa simpatia per la forza e risolutezza che scorgeva
in lui.
Gli parve che i tre uomini
ridessero discretamente di lui. Il sangue gli salì alla testa e, voltatosi, era
in procinto di dire loro qualche insolenza, ma essi camminavano quieti uno
accanto all'altro, Creglingi in mezzo con la testa bassa. Dubitò di avere
inteso male. Poi comprese che il riso dei contadini era stato provocato dalla
scappellata ch'egli s'era creduto in dovere di dare loro ad uso cittadino.
«Imbecilli!» pensò per
tranquillarsi, «all'occasione spiegherò loro lo scopo di tale gesto.»
Era trascorso il mese di permesso
e all'ultimo giorno egli si rammentò di chiederne la prolungazione scrivendo
direttamente a Cellani una lettera affettuosa in cui ringraziava per la
pazienza che fino ad allora si era avuta con lui e chiedeva addirittura un
altro mese di libertà. Aveva l'intimo convincimento che quindici giorni
sarebbero bastati, ma, visto che non si potevano sperare migliorie nello stato
della signora Carolina, non volle mettere in iscritto un termine troppo breve
quasi il desiderio di vederne abbreviata la vita. Nella lettera parlò della sua
speranza di una guarigione perfetta e aggiunse, per scrupolo, che forse gli
sarebbe bisognato di chiedere anche un'altra prolungazione.
Nell'ultima settimana le
sofferenze fisiche della signora Carolina erano diminuite, ed era proprio l'indizio
dell'avvicinarsi della grande pacificatrice. Il suo organismo era divenuto
incapace persino di dolore.
Una mattina, dopo una notte di
veglia inquieta e durante la quale l'ammalata più volte si perdette non nel
delirio ma nell'indebolimento spaventevole dei sensi, Alfonso le trovò la voce
mutata, il timbro più profondo e meno sonoro. Questa voce era interrotta dalla
respirazione frequente e insufficiente, ma l'ammalata sembrava non ne
soffrisse. In un istante di lucidezza disse con voce angosciata che moriva. Le
sembrava che i muri si piegassero e minacciassero di cadere; di fuori, per
essa, infuriava la tempesta e una volta, fuori di sé, chiese che si mandasse al
villaggio a vedere se era ancora in piedi. Poi volle definire quello che
sentiva e per ore invano andò cercando la parola adatta. Era strano e
terribile, diceva, perché si sentiva martoriare e non erano dolori.
Perdette totalmente la conoscenza
verso sera così che Alfonso credendola morta si mise a piangere senza riguardo.
Quella lunga giornata di sofferenze nuove, il sentimento della propria immensa
impotenza gli parve rivelassero cose sorprendenti ch'egli non aveva saputo
esistessero. Il male a cui il povero organismo della madre soggiaceva finì col
sembrargli un essere personale. Egli lo aveva visto colpire a intervalli,
deridere tutti gli sforzi che contr'esso si erano fatti, poi baloccarsi con chi
sapeva non potergli sfuggire e accordare tregue illusorie, infine, ora,
uccidere.
Giuseppina aveva toccato il corpo
della padrona e trovatolo freddo aveva avuto l'idea ingegnosa di rianimarlo
riscaldando il letto artificialmente. Infatti ancora una volta la signora
Carolina aperse gli occhi e guardò d'intorno supplichevole. Implorava grazia da
qualcuno.
Giuseppina andava vantandosi del
miracolo da lei fatto, ma durò poco. L'ammalata forse sentì l'avvicinarsi della
morte perché, alzato il capo quasi avesse voluto salutare con cortesia,
mormorò:
— Questo non ho mai provato! —
Furono le sue ultime parole. L'affanno si mutò in rantolo. Alfonso credette che
finalmente le fosse dato pace e che i polmoni riprendessero il loro lavoro
regolare; le voleva trattenere una mano per appoggiarla e la trovò irrigidita.
Il dottor Frontini capitò per
combinazione proprio allora. Constatò il decesso dopo un esame accurato come se
si fosse ancora trattato di apportare rimedio.
— È finita! — lo avvertì Alfonso
per risparmiargli la fatica.
Dovette dare il medesimo
avvertimento a Mascotti ch'era accorso chiamato da Giuseppina e che non voleva
credere alla morte. Mascotti voleva confortare e cominciava un discorso per
provare ch'era meglio che la signora Carolina fosse morta. Ma Alfonso di
conforti non aveva bisogno. Non faceva eccessi, non gridava, aveva la voce soda
e tranquilla. Era meravigliato della rapidità con la quale era cessato un tanto
male, quell'orribile affanno. La morta era adagiata nel letto che più non la
faceva soffrire, da cui più non sdrucciolava. La bocca era spalancata ma non
per gridare. Sembrava aperta per un lungo sbadiglio.
Vedendo Alfonso tanto calmo,
Mascotti si trovò subito bene in quella casa ove era entrato col timore di
dover assistere a delle scenate. Volle rimanere e invitò anche Frontini a far
compagnia ad Alfonso. Giuseppina, senza esserne stata incaricata, portò il
tavolo dalla stanza della morta nella sua, vi pose intorno delle sedie e
approntò del vino.
Appena seduti, Mascotti propose
ad Alfonso di andare a stare da lui.
Alfonso rifiutò dicendo che
sarebbe rimasto in quella casa finché non lasciava il villaggio. Lo disse
tranquillo ma risoluto e Mascotti non insistette oltre.
Tanto Mascotti che Frontini
tentavano di far deviare la conversazione, ma parlarono del vino che bevevano,
della posizione della casa, della neve abbondante caduta il giorno innanzi e
della temperatura rigida di quel giorno, e poi ricaddero a parlare
dell'avvenimento che li aveva riuniti in quella stanza.
Giuseppina aveva incominciato
raccontando quanto alla signora Carolina fosse giovata la sua assistenza. Se
ella non ci fosse stata, la poveretta sarebbe morta mezz'ora prima.
Mascotti stava a sentire con
curiosità:
— Strano! La vita dunque proprio
non era che un poco di caldo.
Parlava come un contadino, mentre
Frontini asseriva che, se la paziente era ritornata in sé, ciò non poteva esser
dipeso unicamente da quel poco di calore che le era stato fornito da
Giuseppina.
Il dottore poi assicurò che per
l'ammalata erano stati eseguiti tutti i dettami della scienza, ma che già dallo
scoppio del male egli aveva compreso che non c'era più rimedio. Lo aveva detto
a Mascotti.
— Non era forse vero?
Mascotti confermò.
Alfonso stava a udire
comprendendo a metà, infastidito dalle loro voci. Non bevette affatto e parlò
poco, soltanto quando era costretto a rispondere a una domanda diretta. Non era
commosso, ma sembrava riflettesse profondamente; una grande stanchezza nelle
membra e nella testa lo accasciava. Certo, Mascotti dovette pensare che quel
figliuolo aveva poco cuore.
Non c'erano letti in casa
all'infuori di quello del padre, e quello si sarebbe dovuto scomporre per
trarlo fuori dalla stanza della morta. Mascotti rinnovò la sua proposta che
Alfonso andasse a dormire per un paio di notti da lui, e Frontini, con un poco
più di energia perché a lui non costava niente, lo appoggiò. Alfonso, stanco,
adottò il partito che gli costava meno parole, accettò. Giuseppina promise di
far dessa la guardia al cadavere. Non era mai stata tanto pronta e attiva. Ella
aveva avvisato il curato e s'era data un gran da fare intorno alla morta a cui
aveva posto fra le mani un crocifisso e messo a canto due candele.
Prima di uscire da quella casa
Alfonso volle baciare la madre, e vedendo che Mascotti e Frontini non badavano
a lui tentò di entrare non visto nella stanza vicina. Mascotti glielo impedì
dicendogli che avrebbe potuto porgere l'estremo saluto alla defunta il giorno
dopo. Il pover'uomo ancora sempre temeva di scenate. Frontini fu del parere di
Mascotti e Giuseppina, nel suo nuovo zelo, prese Alfonso per la giacchetta e
addirittura lo trasse indietro. Ma Alfonso si ostinò e finì con lo sforzare il
passo violentemente. Nella lotta gli vennero copiose lagrime agli occhi. Aveva
da lasciare sua madre come se l'avesse fuggita?
Non era più la fisonomia ch'egli
aveva amata e allibì baciando una fronte già gelida. Aveva baciato una cosa non
una persona.
Poi fu docile e fece quanto volle
Mascotti. Uscì dalla casa senza fare alcuna raccomandazione a Giuseppina; le
lasciava poca cosa in custodia. Camminò in mezzo ai due a capo chino. Erano
anch'essi silenziosi perché, dopo di aver visto colare dai suoi occhi quelle
due lagrime strappate dalla loro ferocia nel consolare, il suo dolore senza
parole li commoveva.
La neve ghiacciata scricchiava
sotto ai loro piedi e la luna piena nel cielo sereno inondava dei suoi raggi la
vallata bianca, abbagliante in tanta luce fredda. La cima del monte di ghiaia,
di là dal villaggio, sembrava incendiata, circondata da un fuoco pallido,
immoto. Nel villaggio erano stati fatti dei tentativi meschini di spazzare via
la neve e poche macchie più oscure della terra denudata interrompevano
finalmente la terribile uniformità bianca.
Le case erano silenziose e
oscure; solo da una stanza a pianterreno dell'osteria di Faldelli uscivano da
due finestre dei fasci di luce intensa e il suono di voci forti.
Si fermarono dinanzi alla casa di
Mascotti situata accanto all'osteria. Frontini si congedò da Alfonso dicendogli
qualche parola che non venne da lui udita; dovevano essere ancora delle
consolazioni.
La figlia del notaio, una vecchia
zitella bruttina, aperse la porta e quantunque già sapesse della disgrazia
toccata ad Alfonso, subito dopo strettagli la mano in segno di condoglianza,
gli disse una frase ch'era preparata da chissà quanto tempo e a cui ella non
aveva saputo rinunziare per quanto fosse fuori di luogo:
— Non aveva proprio trovato il
tempo sinora di farmi una visita; in un mese!
Egli volle scusarsi, ma Mascotti
lo interruppe ordinando bruscamente alla figliuola di andare a preparare il
letto per Alfonso. Costei obbedì, ma dopo di essersi sorpresa che non la si
fosse avvisata prima dell'ospitalità che ora tutt'ad un tratto le si chiedeva.
Vincendo la sua enorme stanchezza, Alfonso sarebbe uscito da quella casa se
ella non avesse resa più cortese la sua frase dicendo che, non essendo stata
prevenuta, egli si sarebbe trovato molto male nella stanza e nel letto ch'ella
doveva destinargli.
Infatti, lasciato solo in una
stanzuccia di una finestra, si sentì molto male. Dovette aprire subito la
finestra perché l'aria era più umida che fuori. Un forte odore di muffa
aumentava la sua tristezza. Gli sembrava che intorno a lui tutto marcisse. La
stanza era a pianterreno e la finestra dava sulla via principale. Quando si
ritirò dalla finestra, l'odore nella stanza era forte come se l'aria non vi si
fosse ancora mutata. Fu in procinto di fuggirne facendo un salto sulla via.
Ebbe paura di non poter dormire neppure quella notte mentre dal sonno sperava
sollievo; lo desiderava per essere almeno per qualche ora libero dalla
tristezza che gli sembrava non lo avrebbe lasciato mai più.
Ma avrebbe dormito! La sua
stanchezza era enorme; la testa non rimaneva più ritta sul suo collo. Se avesse
lasciato quella casa non sarebbe giunto fino a casa sua ma si sarebbe
addormentato sulla neve.
Nel letto si sentì a disagio. La
tela delle lenzuola era di grana grossolana e per di più anche il letto gli
parve umido; subito dopo chiusa la finestra nella stanza putiva fortemente.
Erano i muri, erano i mobili vecchi ch'emanavano quell'odore.
Non sentì l'avvicinarsi lento del
sonno ristoratore. Il malessere ch'egli ancora sempre attribuiva alla puzza e
alla mancanza d'aria aumentava. Egli di nuovo risolse di levarsi e uscire dalla
casa. Era tanto risoluto di agire così che andava immaginando delle scuse alla
sua fuga, da dirsi il giorno dopo a Mascotti. Gli parve anche d'essere stato in
procinto di porre ad esecuzione il suo progetto e di aver sollevato il busto.
Il fatto si è che non ricordava di essersi steso di nuovo e che ben s'avvedeva
di trovarsi ancora sempre nel medesimo letto e premendo sul guanciale la testa
che gli doleva.
Si sentì tutt'ad un tratto
meglio, più comodo nel letto e senza dolori. Stette immoto temendo di far
svanire il suo benessere. Certamente non dormiva ma riposava aggradevolmente.
Non si rammentò mai come il
passaggio fosse avvenuto, ma improvvisamente egli si vide in tutt'altro luogo e
in stato d'animo ben differente.
Giaceva nel suo letto, a casa,
nello stanzone bene arieggiato e il sole d'estate entrava da una delle finestre
aperte. Era convalescente di una lunga malattia e debole tanto che non gli
riusciva di spostare le coperte che gli opprimevano il petto. Ma questo era
l'unico disturbo, perché del resto si sentiva lieto, allegro. Fissava il fascio
di luce che illuminava un'immensità di corpuscoli sospesi nell'aria, una nebbia
leggiera che il sole scopre nell'atmosfera più pura. Era lieto perché sapeva
che di là a pochi giorni gli sarebbe stato permesso di uscire all'aria e al
sole. Era lieto perché nella cucina vicina sentiva moversi la madre giovine
ancora e la quale canticchiava lavorando per lui. Di là gli giungeva il suono
monotono che la madre produceva pestando della carne con un coltello, ma nelle
orecchie aveva un altro rumore monotono, un ronzìo dolce, una nota tenuta che
lo addormentava.
Doveva essere entrato qualcuno
nel piccolo corridoio perché sulle pietre sentiva il suono di un piccolo piede
e il fruscio di una veste. Proprio dinanzi alla sua porta risonò una dolce voce
di donna: — Come sta Alfonso? — Per quanto dolce diveniva disaggradevole quella
voce perché si ripeteva e risonava in tutti i vuoti della grande casa. Di chi
era che gli sembrava notissima? La mise in relazione con tutte le voci di donna
che conosceva e con nessuna s'accordava. — Ah! sì! Francesca! — e lo colse un
profondo malessere e pensò: — Se s'è stabilita nel villaggio ruberà la quiete a
tutti i suoi abitanti.
La porta s'era aperta e subito la
stanza era stata invasa da un tumulto di suoni dei carri che passavano sulla
via e dei gridii prolungati dei carrettieri. Con movimento istintivo egli aveva
chiuso gli occhi per isolarsi. Era sua madre. Prima ch'ella giungesse al suo
letto egli la vide e vide il suo sorriso soddisfatto al trovarlo tanto quieto.
Ella si chinò su lui e lo baciò, ma giusto sulla cavità dell'orecchio. Egli
sentì un acuto dolore come se dentro qualche cosa fosse scoppiato e si svegliò.
Fu abbagliato dalla luce
ch'entrava dalla finestra. Già giorno? La sorpresa era maggiore perché si
sentiva ancora stanco come se avesse dormito un'ora al più.
Accanto al suo letto c'erano Mascotti
e Frontini e parve che non si fossero accorti ch'egli aveva aperto gli occhi.
— Quanto può durare? — chiese
Mascotti pensieroso e accarezzandosi il naso con l'indice.
— Chi lo può sapere? Anche
quindici giorni. È probabilmente una tifoidea.
— Io tifo? — chiese Alfonso.
— Vede che capisce e che si sente
meglio? — gridò Mascotti contento.
— Ha la febbre ma lieve, — disse
Frontini rivolto ad Alfonso. — Deriva probabilmente dalla stanchezza e dal
dispiacere. Le garantisco che non è cosa seria. Adesso mi pare che stia molto
meglio.
Era dunque ammalato e si
sorprendeva di non essersene accorto prima. Aveva la febbre che continuava con
brividi alla schiena, tutto il corpo caldo e asciutto, una tendenza a ridere
nelle mascelle. Non era disaggradevole come non erano stati disaggradevoli i
sogni ch'essa gli aveva dati.
— Sta meglio eh? — chiese
Mascotti, e si chinò su lui forse desiderando che Frontini non udisse. Alfonso
non dimenticò mai né quanto aveva sognato né quanto ora udiva. — Io la terrei
ben volontieri qui, ma non ho nessuno che possa avere per lei le cure di cui
abbisogna. Giuseppina sì, quella saprebbe fare da infermiera perché ne ha la
pratica.
— Sì, sì, a casa mia, — gridò
Alfonso cui la febbre non toglieva di vedere la paura che aveva il pover'uomo
di dover tenersi in casa un ammalato.
Udì ancora che Mascotti s'era
rivolto a Frontini per fargli constatare ch'era Alfonso stesso che desiderava
di ritornare a casa sua.
Ricadde nel sogno ma non
interamente. Lottava con la febbre e ad ogni tratto ne usciva trionfante.
Sentiva la voce della madre che gli chiedeva come stesse e poi subito gli
riusciva di vedere il biondeggiare dei mustacchi di Frontini. Era molto assiduo
Frontini. Ogni qualvolta Alfonso apriva gli occhi lo vedeva accanto al letto
che gli tastava il polso o ponevagli alla testa delle pezze ghiacciate. Doveva
essere una buona persona e nella febbre Alfonso si commoveva per quel povero
uomo che egli aveva odiato.
Poi la febbre aumentò di nuovo e
vi si aggiunse un forte mal di capo. Si sentì affanno e ne soffrì.
«Oh! povera madre mia!» pensò
rammentandosi di quell'altro affanno a cui egli aveva assistito e che doveva
essere stato tanto più doloroso del suo.
Doveva aver perduto la nozione
del tempo perché riaprendo gli occhi trovò notte oscura. Un lumicino brillava
accanto al suo letto e Giuseppina semiaddormentata era sdraiata su un sofà
posto sotto alla finestra, parallelo al suo letto. L'avevano chiamata dunque
anziché mandare lui fuori di casa. Anche Mascotti era una buona persona.
Aveva una forte sete e mise un
piede fuori del letto per andare a bere da una bottiglia d'acqua ch'egli tanto
presto aveva scoperta perché vi si rifletteva il piccolo chiarore del lumicino.
— Vuole rimanere nel suo letto? —
gridò improvvisamente Giuseppina minacciosa andando verso di lui.
Spaventato ritirò la gamba.
— Non volevo che acqua! — disse
per iscusarsi.
— Ah! è in sé! — disse Giuseppina
riflettendo comodamente ad alta voce. — Scusi! — aggiunse e quella sua voce grossa
d'uomo non sapeva chiedere scusa, — mi hanno raccomandato di stare molto
attenta! — Gli diede dell'acqua quanta ne volle.
Dovettero essere più giorni che
passò in quello stato perché più volte aprendo gli occhi rimanevano sorpresi
dalla luce del giorno mentre s'erano chiusi di notte.
Una volta aprendo gli occhi ebbe
la sorpresa di trovarsi sulla via, dinanzi alla casa di Mascotti, sostenuto da
Frontini e da Giuseppina. Dubitando non fosse un sogno, non dimostrò la sua
sorpresa e non chiese spiegazioni. Venne fatto salire su una carrettella che
subito si mise in movimento lentamente ma non evitando perciò, inevitabili sul
selciato irregolare, le scosse onde egli si risentiva come di legnate. Fu lieto
quando altre visioni scacciarono quella e anche quando si riebbe di notte
quella gita gli parve frutto del delirio.
Ma alla mattina sentendosi
tranquillo come dopo un lungo riposo e la mente quieta, alquanto intorpidita,
ma già rivolta del tutto ai fatti che avevano preceduto la sua malattia,
s'accorse che non era stata una visione. Vedeva esattamente in tutti i
particolari la stanza di casa sua, i mobili vecchi, l'orologio a pendolo che
camminava e che segnava le otto, e i due letti. Vi era anche quello della
madre. Ne avevano asportato il cadavere e lo avevano rifatto come se la persona
che ne era uscita avesse avuto da coricarvisi di nuovo la sera. Il guanciale
era il medesimo ed egli lo riconosceva a una grande macchia di caffè ch'era
stata fatta dalla defunta allorché respinse una tazza offertale in un momento
in cui le sofferenze l'avevano esasperata.
Bastava per evocargli dinanzi
agli occhi tutti i terribili avvenimenti a cui aveva assistito negli ultimi
quindici giorni. Gli vennero le lagrime agli occhi, proprio dolcissime, di
compassione. Il dolore di sentirsi ora tanto solo nel mondo non lo faceva
piangere. Piangeva per la povera vecchia ch'era morta amando la vita e che
molto tempo prima aveva saputo di doverla abbandonare. Egli viveva e continuava
a vivere, ed era cosa dolce questa vita quando il fluire del sangue, il
macchinismo su cui essa riposava, per la sua regolarità non si sentiva e si
aveva la calma e la certezza di vivere, il sentimento di durare eternamente.
Si mise a ridere vedendo
Giuseppina, perché si rammentava di averla vista all'opera quale infermiera.
— Il vecchio dunque mi ha gettato
fuori di casa? — Giuseppina protestò:
— L'ha fatta trasportare con
tutta comodità in carrozza.
Da quanto Giuseppina gli
raccontò, egli comprese ch'era stato allontanato dalla casa di Mascotti per il
timore che Frontini non aveva saputo distruggere in costui che si trattasse di
tifo. Era stata la figliuola del notaio a chiedere con maggior violenza il suo
allontanamento, e un giorno, spaventata da un'emicrania che le durò poche ore,
dinanzi a Frontini, pose al padre il dilemma:
— O fuori lui o fuori io!
Frontini aveva chiesto due giorni
di venia e al terzo, giungendo, lo aveva trovato già trasportato sulle scale,
così che non aveva potuto fare altro che aiutare al trasporto e assumerne la
direzione acciocché venisse fatto con prudenza. In tutti i dettagli era realtà
quello che ad Alfonso era sembrato sogno. Sulle scale egli aveva resistito,
debolmente perché mancava di forze, ma dopo la prima boccata d'aria fresca
s'era quietato, aveva guardato d'intorno con aria di sorpresa e senza dire una
parola s'era lasciato adagiare nella carretta a grande gioia di Mascotti che
gridava:
— Ma se sta bene, ma se si può
trasportarlo senza pericolo alcuno magari fino in città.
— Che birbante! — mormorò Alfonso
indignato al pensare che per oltre tre anni sua madre non aveva avuto quale
protettore che quell'individuo.
Frontini venne poco dopo e fu
oltremodo sorpreso al trovarlo perfettamente in sé e sentendo che lo era da
parecchie ore. Ad onta di ciò poco dopo asserì ch'era naturale che così fosse e
ch'egli lo aveva preveduto. Era un medico che doveva essere abituato a
commettere degli errori perché la sua sorpresa non era molto grande quando
trovava che i fatti non erano stati docili abbastanza per conformarsi ai suoi
responsi.
Però s'era comportato molto bene
durante la malattia e Alfonso con le lagrime agli occhi gli si disse
riconoscente. Gli era anche riconoscente se non altro per la soddisfazione che
alle sue parole gli vide brillare nel volto.
Nelle ore pomeridiane venne
Mascotti e parve non volesse affatto parlare del viaggio che durante la
malattia aveva fatto fare ad Alfonso. Alfonso volle essere freddo e Mascotti se
ne accorse presto poiché lo aveva già visto tenergli il broncio e sapeva quale
aspetto gli desse l'ira. Gli spiegò che aveva voluto farlo trasportare perché
la stanza in casa sua non era affatto adatta ad ospitare un malato. Poi,
vedendo che Alfonso non mutava fisonomia, s'imbrogliò alquanto e disse che
veramente era stata la Lina, sua figlia, a volerlo fuori di casa. Alfonso
taceva ancora sempre e allora Mascotti finì coll'indignarsi:
— Siamo vecchi, — dichiarò, — ma
desideriamo di vivere per qualche anno ancora.
Era più di quanto occorresse per
rendere Alfonso mite e amichevole.
Mascotti cambiò subito discorso.
Parlò della vendita della casa ora divenuta necessaria. Creglingi, il promesso
sposo di Rosina, ne offriva diecimila franchi tutto compreso, persino i mobili
che vi erano.
— A me l'offerta non sembra
cattiva, — disse Mascotti. Poco dopo se ne andò.
Rimasto solo, fu la prima volta
che Alfonso ripensò alla sua avventura in città. Il suo cervello aveva trovato
riposo nella malattia e il pensiero ad Annetta gli sembrava quasi nuovo. Non
poteva appassionarsi per cose avvenute tanto tempo prima e delle quali quasi
non voleva riconoscersi responsabile. Egli ora era un uomo nuovo che sapeva
quello che voleva. L'altro, colui che aveva sedotto Annetta, era un ragazzo
malaticcio con cui egli nulla aveva di comune. Non era la prima volta ch'egli
credeva di uscire dalla puerizia.
Se al suo ritorno in città avesse
trovato che Annetta ancora lo amava, l'avrebbe sposata perché egli aveva piena
coscienza dei suoi doveri. Ma l'avrebbe prevenuta e avrebbe cercato di
dimostrarle quale enorme errore essi stavano per commettere unendosi. Le
avrebbe detto:
— Io sono fatto così e voi così,
ma divenendo legalmente vostro padrone userò di tutti i mezzi che saranno a mia
disposizione per modificarvi, farvi abbandonare i vostri gusti e le vostre
abitudini. — E inoltre: — Certo, vi amo, ma non tanto da amare e da tollerare i
vostri difetti. Dacché vi conobbi, lungamente vi odiai e vi disprezzai, qualche
volta anche quando vi dimostravo amore.
Sentiva che questi pensieri gli
agitavano il sangue. Aveva il sudore alla fronte e la vista gli si oscurava. La
lotta a cui stava per accingersi era grave, e, immediatamente dopo di essere
vissuto nella dolce febbre che lo aveva fatto vivere tra fantasmi cari, ne
sentiva maggiormente l'asprezza.
Se invece, come Francesca aveva
preveduto, Annetta non lo avesse amato più e si fosse già impegnata con altri,
egli si sarebbe ritirato nella sua solitudine ove si viveva tanto calmi e tanto
felici. L'avventura non avrebbe avuto altra conseguenza che di togliergli la
possibilità di avanzare alla banca Maller. Non era una grande sventura perché
la sua paga gli bastava quale era. D'altronde le sue attitudini al commercio
non gli davano il diritto a grandi avanzamenti e, perdendo per altre cause la
possibilità di averne, perdeva ben poco.
Sorrise all'ombra della madre che
gli parve approvasse i suoi propositi. Aveva la coscienza tranquilla. Faceva
ciò ch'era giusto secondo la morale più certa perché da una parte si dichiarava
pronto a corrispondere ai suoi impegni verso Annetta e per quanto rimpiangesse
di averli assunti, dall'altra rinunziava alla ricchezza perché non voleva
averla se rubata.
Se Annetta non lo amava più egli
usciva dalla vita, vi perdeva ogni interesse e nella vita contemplativa cui
intendeva di dedicarsi non avrebbe avuto
il bisogno di adulare o di fingere e non correva il pericolo di
ritrovarsi un bel giorno nel cuore un amore nato dalla vanità o dalla
cupidigia. Sarebbe vissuto con la sua franchezza natia, coi desiderî semplici,
sinceri e perciò duraturi.
Alla sera il dottore gli trovò
qualche poco di febbre ed espresse il timore ch'essa potesse riprendere forza.
Alfonso non ebbe questo timore perché conosceva meglio di lui le cause del
peggioramento, e infatti, dopo un sonno lunghissimo e senza sogni, si trovò la
testa libera e aumentato tanto di forze da poter rimanere tutto il giorno
seduto in letto.
L'ultimo giorno che passò a
letto, ricevette la visita di Creglingi che veniva a trattare l'acquisto della
casa. Il caso diede che mezz'ora prima fosse capitato Mascotti ad avvertire in tutta
fretta che Faldelli faceva un'offerta migliore di quella di Creglingi. Faldelli
voleva aprire in quella casa un'altra osteria e usare dei locali superiori a
granai e degli inferiori, ve n'erano due spaziosissimi, a cantine. Offriva
dodicimila franchi. La visita di Creglingi fu inattesa perché Mascotti aveva
promesso di avvertirlo lui che non si era disposti a firmare il contratto in
base alla sua offerta. Alfonso però sarebbe stato dolente di veder destinata ad
osteria la casa di suo padre e pregò Mascotti di portare Creglingi ad aumentare
la sua offerta. Al primo vederlo credette che Creglingi venisse dopo aver
parlato con Mascotti, mentre invece lo vide sorprendersi e alterarsi al sentire
che lo si invitava ad aumentare la cifra offerta. Alfonso spiegò che Faldelli
aveva offerto di più e che quindi, per quanto lo avesse desiderato, non avrebbe
potuto dare a lui la preferenza. Era sincero! Se non avesse temuto di esser
deriso da Mascotti, avrebbe accettato l'offerta di Creglingi senza trattare
ulteriormente. Gli piaceva lasciare la sua casa alla bella Rosina, e ciò che
maggiormente lo avrebbe indotto a preferire Creglingi era il timore che costui
lo credesse suo nemico perché sposava la sua antica amorosa. La differenza di
duemila franchi gli sembrava insignificante. Allorché egli parlò del suo
desiderio di favorirlo, sul largo volto di Creglingi passò un sorriso ironico
voluto. Alfonso ne fu ferito profondamente.
— Quand'anche volessi, — gridò, —
il mio tutore non mel perdonerebbe se accettassi la tua offerta.
— Può essere! — disse Creglingi
insolentemente, — ma prima di risolvermi ad aumentare la mia offerta voglio
parlare con Faldelli.
Non si curava neppure di fingere
che credeva alle parole di Alfonso.
— Senti, — disse Alfonso cui
nella sua debolezza l'ira aveva spinto il sangue con grande veemenza alla
testa, — se tu arrivi ad uscire di questa stanza, ti prevengo che considero
rotta ogni trattativa fra noi.
Creglingi s'inalberò e disse che
negli affari egli non aveva riguardi e non cedeva ad alcuna pressione:
— Gli affari non si concludono
mica così su due piedi!
Faldelli, venuto solo, trovò
Alfonso ancora nell'ira. Senza leggere il contratto che Faldelli aveva portato
seco, Alfonso firmò immediatamente e quantunque tanta fretta non gli venisse
domandata. Alcune clausole furono riempite più tardi e trovando il suo
contraente tanto pronto, Faldelli diminuì la sua offerta. I mobili, diceva,
erano più vecchi di quanto egli avesse creduto.
Quantunque avesse appreso che il
contratto era stato già firmato, Creglingi venne da lui ancora una volta e con
lo scopo aperto di fargli dispiacere. Due o tre volte gli disse che se gli si
avesse dato il tempo necessario per riflettere egli avrebbe pagato molto di
più. Quest'asserzione lasciò Alfonso tranquillo e sorrise con disprezzo, ma
Creglingi interpretò questo disprezzo in modo che Alfonso non avrebbe voluto.
— Già, — mormorò avvilito vedendo
che la questione del denaro non toccava Alfonso, — a te la cosa che più
importava era di fare un dispetto a me.
Alfonso non si difese perché
riconosceva che, in qualunque modo si fosse comportato, l'inimicizia di
quell'individuo ci avrebbe trovato ragione ad aumentare. Si divisero
bruscamente per non rivedersi mai più.
Rivide Rosina e provò un senso di
ripulsione come se si fosse imbattuto in Creglingi stesso. Fece uno sforzo per
vincersi; non volle identificarla al suo promesso sposo e le fece un saluto
sorridente. Si levò il cappello per abbondare anche in cortesia. I grandi occhi
neri di Rosina si allargarono dalla meraviglia ed ella salutò esitante. Era
certo che quella forma di saluto non sarebbe divenuta mai famigliare in
villaggio.
Qualche giorno prima della sua
partenza, Mascotti lo pregò di andare a fare una visita d'addio alla sua
figliuola, ma Alfonso non vi andò quantunque glielo avesse promesso. Non
serbava rancori, ma gli seccava di andare a udire sciocchezze o villanie.
Mascotti divenne molto freddo verso di lui e non fu che l'ultimo giorno che si
rasserenò.
Quel giorno Faldelli portò tutti
i denari, un franco sull'altro, come egli diceva. Mascotti voleva andarsene, ma
Faldelli ch'era giunto inatteso lo pregò di rimanere per assistere allo scambio
dei documenti. Versò, invece di dodicimila franchi, novemila soltanto e, in
luogo dei mancanti, consegnò una ricevuta di Mascotti con diversi allegati.
Nella prima sorpresa, Alfonso alquanto offeso chiese a Mascotti perché non
avesse atteso d'incassare da lui la somma che gli era dovuta. Mascotti alquanto
confuso dichiarò che aveva agito così per evitare a lui delle seccature e
Alfonso ebbe il tempo necessario per convincersi che sarebbe stato indecoroso
di perdere una sola parola a lagnarsi dell'elevatezza della somma prelevata e
non esaminò gli allegati che allorché si trovò solo.
V'erano i conti del farmacista,
la maggior parte, quantunque tutti insieme non arrivassero a formare oltre
qualche centinaio di franchi, poi una ricevuta di Giuseppina per una somma che
Alfonso non trovò superiore a quella ch'ella poteva credere di aver meritata,
una ricevuta di Frontini per un importo che avrebbe fatto sorridere dal
disprezzo il più misero mediconzolo della città. Ultimo un piccolo bollettino
di Mascotti che doveva giustificare la mancanza del resto, ben più della metà.
V'erano due parole in matita delle quali Alfonso non seppe decifrare che una:
«Tutela» e poi la cifra.
Parve che il contegno di Alfonso
fosse piaciuto a Mascotti perché, senz'esserne stato invitato, volle
accompagnarlo nella visita che, prima di partire, Alfonso fece al cimitero:
— Lasciarla solo in quel luogo,
col suo dolore? Non ne ho la coscienza!
La sua presenza contribuì a
togliere ad Alfonso la commozione. L'aveva attesa e fu sorpreso di non venirne
colto. Stava là immobile dinanzi al monticello di terra nuda, la tomba della
madre, mancante ancora del sasso ch'era stato commesso, e si trovò tanto freddo
che cercò di scusarsi verso se stesso. Che cosa v'era là sotto? Un corpo
distrutto che forse non portava più neppure la traccia di chi lo aveva abitato.
Questo chi, anima o forza occulta, la fede dei filosofi, non era in quella
tomba.
Il cimitero era disposto come un
altro campo qualunque, recintato da un muro. Le tombe, per la maggior parte
fornite di piccole croci di pietra, erano disposte regolarmente una dietro
all'altra con le iscrizioni verso la strada maestra cui il cimitero volgeva uno
dei lati più corti. Sembrava un campo oblungo su cui l'aratro avesse fatto i
solchi lunghi, regolari. Era diviso da una sola viuzza che conduceva a una
piccola cappella posta rimpetto all'ingresso.
La tomba del vecchio Nitti era
vicina all'entrata, ma per due file di tombe distante dalla via divisoria. Per
arrivarci, Alfonso dovette camminare su quelle tombe. Giunse dinanzi a un sasso
levigato con suvvi il nome del medico e gli anni della sua nascita e della
morte. Quante lagrime Alfonso non aveva sparse su quella tomba! Quanto semplici
e quanto vivaci erano stati i suoi sentimenti alla morte del padre!
La sera prima della partenza,
Giuseppina gli raccontò che Faldelli l'aveva presa al suo servizio e che le
aveva descritto quanti mutamenti egli volesse fare nella casa. Il nuovo padrone
avrebbe utilizzata quell'abitazione meglio di quanto non avessero saputo fare i
Nitti. Intanto la parte che i Nitti avevano completamente abbandonata doveva
essere per lui la più utile: — Nelle mani di costoro, — aveva detto a
Giuseppina, — questo era un capitale morto. — Ciarlava volontieri dei suoi
piani come tutti gli uomini intraprendenti.
Alfonso venne quasi cacciato
dalla casa. Alla mattina alle quattro lo svegliò il Faldelli in persona e lo
avvisò che gli avrebbe permesso di continuare a dormire e che veniva soltanto a
chiedergli di poter accatastare in quella camera tutti i mobili che c'erano
nella casa. Alfonso si alzò e prima di recarsi alla stazione stette per una
mezz'ora a guardare gli operai che trasportavano in quella camera dei mobili
ch'egli neppure rammentava che più esistessero.
— La vuole lei? — chiese Faldelli
porgendogli una pipa lunga, di legno, con una testa di schiuma.
Egli la riconobbe. Il padre non
l'aveva usata negli ultimi anni di sua vita e perciò era un ricordo dei più
begli anni, quando in casa i genitori avevano avuto la salute e lui la prima
gioventù. Non l'accettò per superbia, ma volle mostrarsi riconoscente a
Faldelli e si congedò da lui stringendogli affettuosamente la mano. L'altro fu
gentile ma distrattamente, e tutto ad un tratto lo abbandonò per lanciare una
bestemmia e un calcio a un contadino che movendo il tavolo aveva rotto una
lastra della porta. Alfonso sorrise vedendo che quando Faldelli si stendeva
tutti i vestiti gli divenivano troppo corti; abitualmente vi si teneva
raggrinzito.
Durante il viaggio Alfonso rimase
sempre solo nella sua terza classe.
Ad una stazione intermedia udì
delle voci di persone che litigavano. Guardò dallo sportello e vide un individuo
vestito molto male che con un solo balzo usciva da un carrozzone. Ne era stato
gettato fuori, e il conduttore raccontò ad Alfonso che non aveva pagato il
passaggio e che per bontà non lo si era fatto arrestare.
Quando il treno si mosse, il
povero diavolo era ancora al medesimo posto pulendo con la manica il cappello
logoro che nel salto gli era caduto a terra. Guardava dietro al treno con
intenso desiderio. Che cosa avrebbe fatto in quel villaggio nel quale capitava
per caso e ove non conosceva nessuno?
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