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Il bilancio era stato chiuso da
quindici giorni e alla banca non si sapeva ancora nulla delle rimunerazioni che
annualmente in tale occasione venivano ripartite fra gl'impiegati:
— Che avessero l'intenzione di
abolirle? — chiedeva Ballina impensierito. La somma ch'egli poteva sperare era
mangiata dai debiti e, come egli diceva, sarebbe stato un vero fallimento per
lui se fosse mancata. In quest'occasione il suo spirito diveniva anche più
mordente: — Se è per sua mancanza, quel pellirossa meriterebbe la forca. —
Sotto la denominazione di pellirossa era inteso Maller.
Quel buffone di Alchieri,
quantunque anch'egli soffrisse nell'attesa troppo lunga di ricevere il denaro
sul quale aveva calcolato, si divertiva a beffeggiare Ballina e a stimolargli
il desiderio. Incaricò Santo di venir a chiamare uno ad uno tutti gl'impiegati
all'infuori di Ballina e si mise d'accordo coi singoli, acciocché facessero
credere di aver ricevuto chi cento chi due o trecento franchi. Ballina andava
sulle furie, diceva di voler lagnarsi con Maller, enumerava i servigi ch'egli
aveva prestati alla banca, le ore in cui aveva dovuto lavorare fuori d'orario.
Ad Alfonso che s'era lasciato convincere di dargli ad intendere di aver
ricevuto trecento franchi: — Già si sa, — disse, — ella è protetto, va in casa
e dà lezioni alla signorina! È una banca scandalosa!
Alfonso si affrettò a svelare la
burla, rosso in volto e ben pentito di aver provocato Ballina.
Una domenica Santo venne a
chiamare Bravicci a nome di Maller. Prima di andarci, Bravicci avvisò Ballina,
ma costui continuò calmo a scrivere:
— Caro mio, una volta si può
darmela ad intendere ma non due! — Quando Bravicci ritornato gli fece vedere
due note da cento franchi, Ballina cominciò a dubitare e quando venne chiamato
anche lui, andò da Maller col suo passo più franco: — Se m'ingannate, tanto
peggio per voi. — Ne uscì quasi contento: — È abbastanza e non posso lagnarmi.
È destino che del tutto libero di debiti io non possa essere giammai.
Starringer e Alchieri furono i
più lieti; avevano ricevuto più di quanto avessero sperato.
Miceni venne a congratularsi con
gli altri e a raccontare della sua sorte. Non era malcontento; lo si era lodato
avvertendolo però che dacché era alla contabilità poco da lui si domandava e
che perciò egli non molto sperasse dai suoi superiori.
— Io sto ancora cercando un
impiego e uno di questi giorni spero di potermela battere.
L'unico che ancora non fosse
stato chiamato era Alfonso, e Santo, che quel giorno faceva la parte d'araldo,
invece di gridare il suo nome ad alta voce gli si avvicinò e gli disse all'orecchio
qualche parola ch'egli neppure bene comprese, ma che suppose fosse l'invito di
recarsi da Maller.
Dal momento in cui venne chiamato
Bravicci, Alfonso era stato colto da una grande commozione. Dopo tanto tempo
doveva parlare di nuovo con Maller e lo agitava l'idea che Maller avrebbe
dovuto contenersi per trattarlo col calmo tono d'ufficio. Era ora ridotto a
sperare aumenti di paga e una grande rimunerazione mentre pochi giorni prima
aveva temuto di venir retribuito troppo abbondantemente, perché non avrebbe
voluto avere l'aria di lasciarsi pagare il silenzio. Ma ora che ne aveva
bisogno avrebbe cercato di godere di quanto gli avrebbero dato tenendosi sempre
presente che aveva lavorato abbastanza per meritare qualunque rimunerazione.
Stava per entrare in stanza di
Maller già malcontento in anticipazione, allorché Santo con un sorriso ironico
lo fermò:
— Non qui! E il signor Cellani
che la chiama!
Santo credeva che Alfonso non
fosse stato chiamato per la rimunerazione. Ad Alfonso s'imporporò il volto, era
anche peggio di quanto egli si fosse atteso. Neppure in quell'occasione Maller
non voleva vederlo.
Entrò da Cellani il quale come al
solito curvo sul tavolo non lo vide subito.
— Il signor Maller essendo stato
chiamato improvvisamente dall'ufficio ha incaricato me di darle questo! — e
pose con abbastanza mala grazia due banconote sul tavolo. Alfonso depresso le
prese, mormorò un grazie appena intelligibile e uscì.
Sul corridoio ebbe un'altra prova
dello sprezzo che gli veniva usato. Maller era in ufficio! Con la testa rossa
fuori della sua stanza, gridando, chiamava Santo. Sembrava adiratissimo tanto
che non vide Alfonso. Nella prima ira, Alfonso non seppe trattenersi; volle
farsi vedere. Senza inchino e senza saluto gli chiese:
— Se vuole Santo lo chiamerò io!
Maller lo guardò un po' sorpreso:
— Va bene! — disse brevemente e
gli chiuse la porta in faccia.
Alfonso ritornò nella sua stanza
senza curarsi di cercare Santo. Gli venne chiesto quanto denaro avesse ricevuto
e le parole che Maller gli aveva dirette. Alfonso rispose che le parole erano
state le solite e fece vedere le due banconote ricevute. Tutti trovarono ch'era
poco e Alfonso rammentò a Ballina le sue parole di pochi giorni prima:
— Sono un protetto io?
Uscì con passo risoluto dopo aver
esitato un istante dinanzi alla porta di Sanneo. Secondo la consuetudine
avrebbe dovuto recarsi anche dal capo per ringraziare della rimunerazione
ricevuta. Ma no! Sanneo non lo meritava! Doveva averlo raccomandato ben
debolmente se la raccomandazione non aveva avuto altro risultato.
Uscendo all'aperto si rammentò
che quando frequentava il liceo, alla chiusura dell'anno, i suoi genitori
venivano in città e lo accompagnavano alla scuola a prendere il certificato. Lo
attendevano poi nel giardino di faccia al liceo e quando egli sapeva di
meritarlo, accorreva trionfante a ricevere le lodi del padre e l'abbraccio
commosso della madre. Un anno il certificato venne guastato da una cattiva
nota. Il fanciullo esitò lungo tempo ad entrare nel giardino e quando vi si
risolse andò al padre e senza dire alcuna parola gli consegnò il certificato.
Non rispondeva alle affettuose parole che la signora Carolina gli dirigeva per
incoraggiarlo. Il padre serio serio mostrava col dito la nota nera e quando sua
moglie per scusare il fanciullo dubitava che non fosse meritata e che si
dovesse attribuirla all'antipatia di qualche professore, rispondeva che non ci
credeva e che quando si faceva il proprio dovere tutte le cattiverie di questo
mondo scomparivano. Come s'ingannava il padre! Giovine come era aveva già fatto
l'esperienza che tutti gli sforzi non valevano a diminuire un odio ch'egli si
era attirato senza colpa.
Proprio allora, per la prima
volta s'imbatté in Annetta. In una pesante mantiglia nera, la sua figura appariva
maestosa; accanto ad essa trotterellava Francesca insignificante come una
serva. A lui parve impossibile di aver posseduto quella splendida creatura. Gli
parve che fosse stato un sogno. Su quella bella faccia bianca, pura, non era
rimasta traccia dei suoi baci. Quanta calma e quale incedere regale come se
ella non avesse errato come lui e non fosse in procinto d'ingannare un altro
uomo e disonorarlo.
Salutò umilmente e gli parve di
averla guardata quasi a chiederle grazia. Francesca non rispose al saluto come
se non lo avesse veduto; Annetta chinò la testa ma esitante come se tardasse a
rammentarsi di averlo conosciuto.
Voltosi a guardarle dietro egli
la vide parlare a Francesca; gli sembrò che il suo volto fosse molto pallido.
Volle assicurarsene sperando di non ingannarsi perché gli sarebbe stato di
grande conforto vederla agitata. La seguì a passo lento ma non rivide più la
sua faccia non avendo il coraggio di accelerare il passo. La distanza fra di
loro andò aumentando e quando Annetta scomparve tra la folla che a mezzodì
invadeva il Corso, egli si sentì più solo e più infelice di prima. Sentiva
quanto lontano egli si trovasse da lei. Non v'era più via aperta al ritorno;
egli rimaneva povero e abbandonato nella vita quando avrebbe potuto essere ricco
e amato. Forse era così per sua colpa.
Alla sera entrando in tinello si
sentì chiamare dalla stanza di Lucia.
— Mamma se ne dimenticò, — gli
disse la fanciulla con voce che a lui sembrò tremasse dall'emozione, — la prego
di chiudere lei la mia porta.
La voce commossa di Lucia gli
fece credere che quella porta fosse stata lasciata aperta appositamente. Guardò
nella stanzetta oscura e vide luccicarvi le lenzuola per un raggio di luce
ch'entrava dalla finestra. Dovette lottare per non entrarci. Non desiderava
Lucia, ma un suo bacio, gli sembrava, avrebbe potuto annullare l'effetto che in
lui aveva prodotto il contegno di Maller, e poi, in quell'agitazione, che cosa
avrebbe fatto solo tutta la notte? Eppure non ebbe bisogno di quel bacio per
calmarsi perché era bastato il piccolo sforzo fatto per riuscire vincitore
nella lotta. — Ancora una rinunzia! — si disse sorridendo e la parola gli
richiamò alla mente lo stato in cui s'era trovato pochi giorni prima. Era
bastato tanto poco per farnelo uscire! Maller aveva spiegato l'antipatia di cui
del resto aveva dato già prima dei segni non dubbi; non era avvenuto null'altro
di nuovo!
Egli si coricò tutto sorpreso che
finalmente gli fosse riuscito di quietarsi da sé con un freddo ragionamento.
Dormì profondamente e fece un sogno fantastico come non ne aveva più fatti
dalla sua infanzia. Cavalcava per l'aria su travi di legno, camminava a piede
asciutto sull'acqua ed era signore di un vasto paese.
Ma il giorno appresso gli accadde
cosa per cui il ragionamento più non bastò a consolarlo; era una vera disgrazia
che gli toccava e allora appena poté dirsi perseguitato.
Alla mattina di buon'ora, come
sempre, egli andò da Sanneo a chiedere le istruzioni per le lettere arrivate il
giorno innanzi. Sanneo lo accolse con un sorriso imbarazzato, tenne dinanzi a
sé il pacco di lettere guardandolo fisso non per vederlo ma per aver il tempo a
riflettere. Con tono cortese pregò Alfonso che prima di ricevere le istruzioni
andasse da Cellani che voleva parlargli.
— Non sa che cosa voglia dirmi? —
chiese Alfonso desideroso di potersi preparare alle comunicazioni di Cellani le
quali egli già aveva indovinato importantissime.
— Non lo so! — rispose Sanneo, —
ma credo che in quelle stanze abbiano perduto la testa.
Però egli sapeva benissimo di che
cosa si trattasse perché, con la sbadataggine che metteva in tutti gli affari
che non erano d'ufficio, lo pregò di consegnare a Bravicci il fascio di carte
che aveva in mano. Era cortese ma non tanto da perdere tempo e così Alfonso si
aspettò al peggio. Veniva congedato.
Cellani non c'era nella sua
stanza ma accorse non appena udì che Alfonso era entrato. Fu serio, molto
serio, ma visto che gli dirigeva finalmente delle frasi intiere, ad Alfonso
sembrò più cortese del solito.
— Ho da comunicarle qualche cosa
che a lei forse farà piacere. — Ne dubitava e ad onta del suo aspetto serio la
sua frase finì coll'apparire ironica. — In contabilità hanno bisogno di un
impiegato pratico per il maestro centrale e il signor Maller decise che
quest'impiegato sia lei.
Era un comando, non una proposta,
mentre di solito i trasferimenti alla contabilità si facevano solamente col
consenso degl'impiegati a cui si proponevano.
— Così che debbo lasciare la
corrispondenza? — chiese Alfonso per prolungare il colloquio. Era irresoluto se
protestare, non subire tranquillamente quella ch'egli già aveva riconosciuto
essere un'offesa e una punizione, oppure rassegnarsi con buona grazia a cosa
ch'era senza rimedio. L'ira però la vinse in lui. Il signor Cellani lo derideva
volendo gabellargli per avanzamento quella umiliazione? — Ma che cosa ho fatto
io per venir scacciato in tale modo dalla corrispondenza?
Cellani lo guardò sorpreso. Si
avviò al suo posto stringendosi nelle spalle, impaziente, incapace di
continuare a fingere:
— Lo chieda al signor Maller; io
non ne so nulla, io!
Sbuffando gonfiò le guancie e si
mise nervosamente a scrivere e a firmare.
— Sta bene! — disse Alfonso
risoluto, — andrò a chiederlo al signor Maller!
Uscì ma già nel breve intervallo
aveva calcolato il pericolo a cui si esponeva andando da Maller. Per fare quel
passo aveva sempre tempo, voleva lasciarsi tempo a riflettere. Andò
direttamente alla sua stanza e consegnò a Bravicci le lettere come Sanneo gli
aveva ordinato. Bravicci gli raccontò che il giorno prima era stato prevenuto
che doveva assumere il lavoro di Alfonso. Non ne aveva detto nulla e Alfonso
gli consegnò bruscamente gli altri suoi sospesi. Era una persona che per il
momento egli odiava.
— Lei venne destinato alla
contabilità? — gli chiese Ballina vedendolo uscire dalla sua stanza col
soprabito, il cappello e un fascio di carte in mano. — È il secondo dunque!
Questo Sanneo a poco alla volta ci caccia tutti in contabilità!
Alfonso non scolpò Sanneo e anzi
l'osservazione di Ballina gli suggerì la risposta ch'egli doveva dare a tutti
coloro che gli avrebbero chiesto la ragione del suo trasferimento.
Nella nuova stanza ritrovò il suo
antico compagno Miceni il quale lo accolse lieto e congratulandosi con lui di
essersi finalmente allontanato dalla corrispondenza. Valeva la pena di venir
pagati meno, asserì; in contabilità si stava molto meglio e di più si aveva la
gioia immensa di non vedere Sanneo.
Marlucci gli fece un'accoglienza
meno buona ma soltanto perché gli dispiaceva che in quella stanza ove fino ad
allora erano stati in due si dovesse acconciarsi in tre. La stanza non era
molto vasta. Era una stanzuccia d'angolo, non perfettamente quadrangolare
perché un angolo, quello del fabbricato, era arrotondato. Il tavolo di Alfonso
non era previsto e vi mancava la fiamma a gas.
Miceni gli spiegò quale sarebbe
stato il suo lavoro, rapidamente, in poche parole, così che Alfonso poco o
nulla ne comprese. Alfonso non aveva che da tenere il maestro centrale, lavoro
che Miceni aveva avuto fino ad allora assieme a molti altri.
— Io non chiesi giammai un
aiutante — disse ridendo perché le sventure altrui stimolavano sempre il suo
buon umore, — e se ti mandarono qui è proprio perché Sanneo non ne volle più
sapere di te. — Chiese ad Alfonso quale fosse stato il motivo del litigio, ma
la forza di fingere in Alfonso non giungeva fino a fargli inventare delle
storielle.
— Non parliamone, — disse e il
sangue gl'imporporò il volto come se fosse stato preso da una grande ira.
Alfonso pensava che avrebbe
saputo adattarsi anche alla sua novella situazione e si rammentava che in altra
epoca aveva anzi desiderato di passare in quella sezione freddamente calma.
Gl'impiegati la chiamavano la Siberia perché di spesso dalle altre sezioni vi
erano mandati per punizione, come Miceni, oppure perché si dimostravano non
idonei al loro posto, ma anche in contabilità si poteva avanzare ed anzi
Cellani stesso era stato capo contabile prima di divenire procuratore della
banca. In quella quiete in cui il rumore degli affari non giungeva che fortemente
attenuato, egli avrebbe potuto lavorare tranquillamente e felice. La sua paga e
i denari che ancora possedeva dovevano farlo vivere per parecchio tempo e non
v'era ragione di precipitare le risoluzioni.
Ragionava così ma sempre agitato;
bastò una prima giornata di lavoro lungo, noioso e non riuscito per fargli
perdere la calma. Gli era stato spiegato il modo col quale doveva trarre le
registrazioni dal giornale e portarle nel maestro, un lavoro di copiatura lungo
ma facile. Ogni sera però egli doveva fare la somma delle cifre registrate in
quel giorno e doveva pareggiarsi il complesso dell'avere col complesso del
dare. Subito il primo giorno la prova non riuscì e tanto Miceni quanto
Marlucci, dopo di averlo aiutato per qualche tempo a cercare gli errori,
avevano rinunziato a trovare, come essi dicevano, il pareggio, e se ne erano
andati. Miceni prima di uscire, dolente di aver perduto tanto tempo, aveva
esclamato:
— Chissà quale specie d'errori
sei riuscito ad inventare quest'oggi.
Ancora per qualche tempo egli
continuò a confrontare le partite, ma non scoperse un solo degli errori che
dovevano esservi e s'avvide che quel lavoro lo aveva esausto e che non gli
riusciva di metterci tanta attenzione quanta era necessaria per confrontare due
cifre. Allora si rammentò che aveva detto a Cellani di voler andare da Maller a
lagnarsi dell'ingiustizia che gli era stata fatta. Non aveva rinunziato a
quello sfogo e si disse che non era andato subito dal principale per non
disturbarlo nelle ore di lavoro, ma che non aveva mai pensato di subire senza
protestare l'ingiustizia che gli era stata fatta. Le noie ineffabili di quella
giornata gli erano state procurate da quella. Anziché portarsi a casa
l'inquietudine per il lavoro non definito, preferiva pigliarsi un'agitazione di
altra specie. Gli faceva salire il sangue alla testa l'idea che a quell'ora
Maller tranquillamente si compiaceva del suo operato e entrò nella sua stanza
senza altro scopo che di far sentire la sua ira. Quando vi si trovò ebbe una
paura: Maller alle sue lagnanze poteva rispondere chiaramente esponendo i
motivi del suo odio! Vinse la propria agitazione. Ciò non poteva accadere e se
fosse avvenuto egli avrebbe avuto anche meno riguardi di Maller. Avrebbe
parlato di Annetta come se Maller non ne fosse stato il padre e poi dopo avere
anche lui offeso, dopo di essersi vendicato, sarebbe uscito dalla banca a testa
alta. Una soddisfazione simile non era pagata troppo cara con la vita; la
perdita dell'impiego e di un impiego simile non era nulla in confronto.
Semisdraiato su un'ottomana,
Maller leggeva un giornale che gli copriva mezza figura. Sollevò la testa per
parlare con Alfonso e durante il colloquio più volte la lasciò ricadere dietro
al giornale per stanchezza o per celare l'espressione del suo volto. Ad onta
dell'avviso che Alfonso ne aveva dato a Cellani, Maller non doveva essersi
preparato a quel colloquio. Si comportò indeciso, dapprima serio e freddo da
superiore il quale crede che rispondendo faccia una grazia, poi inquieto e
indeciso.
— Il signor Cellani mi avvisò che
per ordine suo venivo trasferito dalla corrispondenza alla contabilità, —
incominciò Alfonso balbettando, — vorrei pregarla di dirmi se questa è una
punizione per qualche mio trascorso.
— No! — rispose Maller, — si
aveva bisogno di un impiegato alla contabilità e si poteva farne a meno di uno
in corrispondenza.
Ecco tutto! Per la prima volta
piegò la testa dietro al giornale, ma certo perché credeva che il colloquio
fosse terminato.
La freddezza di Maller calmò
Alfonso. Lo trovava ben lungi dal passare a quel tono di franchezza che aveva
temuto. La questione rimaneva rappresentata come se fosse stata puramente
d'ufficio, e a mente fredda comprese che gli conveniva di contenersi in modo da
non costringere Maller a licenziarlo; almeno se ciò era possibile dicendo tutto
quello che aveva sul cuore. Si trovava in piena battaglia, e così
immediatamente, conscio di esservi e tanto risoluto di battersi, non si era mai
trovato.
Disse che aveva lavorato molto
alla corrispondenza e che gli dispiaceva di perdere senza colpa il posto
conquistato con tante fatiche. In corrispondenza sapeva di poter essere utile
alla banca e di poter quindi sperare in un rapido avanzamento mentre in
contabilità ridiveniva un praticante qualunque.
— Per il momento però — disse
Maller che lo aveva guardato sorpreso di trovarlo tanto ardito, e con una certa
curiosità, non comprendendo dove Alfonso volesse arrivare.
— Per sempre! — confermò Alfonso.
La frase risoluta gli diede la
calma che l'occhiata di Maller per poco non gli aveva tolta; la sua voce non
era più incerta. Disse ch'egli non era uomo che potesse vivere in mezzo a sole
cifre; il suo cervello aveva bisogno di costruire frasi, periodi, perché era
stato guastato da studî di cui il signor Maller pur doveva sapere qualche cosa.
Tentò di sorridere perché quest'ultima osservazione doveva essere scherzosa.
Il volto di Maller aveva il
colore della sua pelle punteggiata in rosso; quella doveva essere la sua
pallidezza e il sorriso si agghiacciò sulle labbra ad Alfonso perché su quel
volto non v'era alcuna traccia di buon umore. Comprese che ad allarmare Maller
era bastata quell'allusione agli studî di cui il suo principale non avrebbe
potuto sapere nulla se non fossero stati fatti insieme ad Annetta.
— Insomma ella vuole?
Maller s'era tranquillato
all'aspetto spaventato di Alfonso e non appena tranquillo s'era affrettato ad
aggredire.
La domanda irritò Alfonso; era
forse già un rifiuto?
— Io non voglio, — disse con
stizza. — Io desidero, io prego di venir rimandato alla corrispondenza. Ho
bisogno di poter avanzare, — e candidamente parlò della sua difficile
situazione finanziaria.
— Insomma anche alla contabilità
si può avanzare, — dichiarò Maller. Appariva molto impaziente.
Nel suo forte proposito di
difendersi con energia dando ad ogni botta una pronta risposta, Alfonso si
trovava in una grande agitazione prodotta da quel suo sforzo di pensare
intensamente per trovarsi sempre preparato. Così era più che mai in balìa della
prima impressione. Di solito, quando gli toccava qualche cosa d'inaspettato
rimaneva esitante, taceva, abbandonando anche i piani fatti precedentemente,
ciò che di spesso finiva col pentimento di non essere stato più risoluto.
Questa volta il pentimento doveva essere di tutt'altra natura. Maller fu brusco
e volle esserlo anche lui.
Ripeté che il trasferimento alla
contabilità doveva venir considerato quale una punizione; gli impiegati
chiamavano la contabilità la Siberia della banca.
— Non capisco perché mi venga
fatto questo torto!
Se Maller perdendo la pazienza
gli dava con franchezza lo schiarimento chiesto, allora la lotta era perduta,
altrimenti e precisamente per questa via era vinta.
Seccamente Maller osservò che non
usava derogare dalle misure prese, e che se Alfonso si contentava egli ne sarebbe
stato lieto, altrimenti... e completò la frase con un gesto che chiaramente
significava che anche se Alfonso avesse abbandonato la banca egli se ne sarebbe
consolato.
— Ebbene! — gridò Alfonso — io
lascerò l'impiego! — E si sentì forte al rammentarsi che il peggio che gli
potesse accadere era di rimanere senza impiego. Continuò più calmo, ma col
desiderio di colpire e di offendere: — Naturalmente non posso rimanere in un
impiego ove mi si perseguita senza cagione... almeno che appaia.
Quest'ultima aggiunta gli diede
sollievo; s'era sfogato. Rimase ancora per un istante indeciso non volendo
abbandonare quel luogo prima di essere certo d'aver detto tutto, poi s'inchinò
e s'avviò verso l'uscio.
Maller all'ultima aggiunta aveva
fatto un lieve movimento che ad Alfonso non era sfuggito. Poi sollevò la testa
fuori del giornale:
— Non prenda delle risoluzioni
tanto gravi su due piedi, — disse con suono di voce dolce quasi di preghiera e
che sorprese Alfonso perché stonava singolarmente col suono con cui gli erano
state date le risposte fino allora. — Sia sicuro che, se potrò, la farò
richiamare alla corrispondenza.
Era evidente! Il grosso uomo era
un po' agitato.
Per il momento addirittura
abbacinato dall'insperata vittoria, ad Alfonso non bastò il risultato ottenuto.
— E devo continuare a lavorare in
contabilità?
Troppo si risentiva ancora della
noia sofferta quel giorno per non sollevare anche questa questione.
— Darò ordine ch'ella venga
aiutato nel suo lavoro, — disse Maller cedendo subito.
Alfonso uscì senza ringraziare e
salutando con un piccolo inchino.
Questo colloquio lo lasciò in
un'agitazione terribile. Uscì dalla stanza di Maller insoddisfatto. Ottenuta la
vittoria, sentiva con evidenza che non era quella la desiderata perché non gli era
riuscito di togliere la disistima in cui era caduto agli occhi dei capi della
banca. Conservava l'impiego — ecco tutto! L'onesto Cellani avrebbe continuato a
trattarlo con freddezza e disprezzo! Oh! se avesse potuto parlare liberamente,
raccontare quanta parte nella sua avventura avesse avuto la civetteria di
Annetta ed il proprio sentimento, un sentimento poco nobile e poco puro ma
irresistibile, non lo avrebbero più ritenuto per un individuo che si fosse
insinuato in casa Maller per carpirvi una dote con arti poco oneste.
Riandava pensieroso su ogni
particolare di quel colloquio a cercare invano una parola della quale avrebbe
potuto rammentarsi con compiacenza. Ogni parola detta da Maller era stata
improntata dell'antipatia o della noncuranza quando non aveva tradito paura, ed
era lui che aveva sbagliato perché ogni sua parola era stata rivolta a
conservarsi e migliorare la posizione, nessuna a rendersi più amichevole
Maller. Anzi, e questo lo disperava, se aveva vinto nella lotta, era stato per
quell'allusione alle cause recondite per cui egli veniva maltrattato alla
banca. Aveva fatto una minaccia che aveva spaventato Maller?
Ma lo credevano dunque un
ricattatore! Per questo lo avevano temuto! Sotto il peso di quell'accusa non
voleva rimanere! Se egli non agiva, nessuna voce si sarebbe levata in sua
difesa! Maller non lo conosceva abbastanza per non sospettare di lui, ed in
Annetta l'odio doveva avere mutato il ricordo di lui in modo che non poteva
restarne che la figura di un avventuriere qualunque.
La dimane egli avrebbe chiesto un
altro colloquio a Maller e, liberamente esponendo le ragioni che a quell'atto
lo costringevano, avrebbe dato le sue dimissioni! Non voleva conservare neppure
per un giorno solo ciò che gli veniva lasciato per timore della sua vendetta. —
Lei mi odia, — gli avrebbe detto, — è il padrone, e perché mi conserva presso
di sé? Mi offende non licenziandomi!
Questo proposito avrebbe dovuto
dargli calma. Andò a casa e volle coricarsi. Mezzo vestito si gettò sul letto;
provava ancora il bisogno di sfogarsi sognando. Era deciso! Egli si trovava
senza impiego; che cosa avrebbe fatto della sua vita? Con gli studî, anche se
fossero stati molto più perfetti che non erano i suoi, non avrebbe potuto
vivere; e gli sarebbe stato ben difficile trovare un altro impiego. Di tutte le
relazioni annodate in città quali avrebbero potuto servirgli? Soltanto quelle
fatte in casa Maller e di queste su una, la più importante, non poteva contare.
E si vedeva abbandonato e povero, affamato forse, ed egli si conosceva, alla
fame non avrebbe potuto resistere; avrebbe finito collo stendere la mano anche
ai Maller chiedendo loro la carità o forse persino li avrebbe minacciati per
indurli ad aiutarlo. Nel lungo soliloquio più volte gli erano venute le lagrime
agli occhi. Finché poteva, doveva cercare di conservare la sua posizione in
casa Maller.
E gli parve di aver trovato la
via per poter dare le spiegazioni occorrenti senza perciò perdere il suo posto.
Le poteva dare ad Annetta stessa! L'aveva conosciuta vana e egoista ma non
senza cuore; gli aveva perdonato tante volte e per sola compassione, una
compassione dolce che le faceva dimenticare i suoi propositi di contenersi in
modo da non compromettersi. A lei si sarebbe rivolto. Egli infine non domandava
altro che di esser lasciato tranquillo e lo chiedeva a gente che doveva avere
anche maggiore interesse di lui acciocché il silenzio venisse conservato; certo
da Annetta gli sarebbe stata accordata la sua domanda.
La sua prima idea era stata di
attendere l'occasione per parlare con Annetta, fermarla magari sulla via, ma
poi gli parve di non poter vivere in quell'agitazione e volle levarsela subito.
Il giorno appresso avrebbe scritto ad Annetta pregandola di accordargli un
colloquio.
Finì col farlo subito; gli parve
che quell'attività gli avrebbe ridato la calma. Saltò dal letto e accese la
lampada. Da lungo tempo a quel tavolo non aveva scritto; la penna irrugginita
resisteva e dovette diluire l'inchiostro che non fluiva.
Incominciò con un «Illustrissima
signorina» che gli parve dignitoso e umile, e in brevi termini chiese il
colloquio dicendo che aveva a comunicarle cosa di somma importanza per lui e,
credeva, anche per lei. Se accordava questo colloquio, egli non ne dubitava, la
pregava di portarsi fra le otto e le nove ore della sera del giorno appresso
sul primo molo, il più vicino alla via dei Forni. Ebbe poi un accento d'ingenuo
rammarico: «Non so più come trattarvi, o Annetta, perché voi forse mi odiate,»
e poi d'ironia altrettanto ingenua: «Firmo con nome e cognome perché al nome
solo forse non mi riconoscereste.»
Non dormì ma era cessato
quell'avvilimento che più volte gli aveva cacciato le lagrime agli occhi. Ora
l'agitazione era di tutt'altra specie e facilmente scoperse che gli era
derivata da quelle due frasi più dolci, quasi da innamorato imbizzito dirette
ad Annetta. Come aggradevolmente lo molceva il pensiero che il giorno appresso
l'avrebbe riveduta! Ecco, un'altra volta dimenticava le faccie nemiche che lo
circondavano dinanzi a quel viso che per lui aveva arrossito e impallidito
d'amore. Per lui solo, non per Macario; lo sapeva da Macario stesso che aveva
negato che su quel volto la passione potesse gettare la sua ombra.
Non gl'importava più neppure
dello scopo per cui chiedeva quel colloquio; il suo desiderio principale era di
riabilitarsi agli occhi di lei, farle sentire ch'egli non era l'avventuriere
ch'ella supponeva. Non sarebbe perciò tramontato il progetto di matrimonio con
Macario, ma nel cuore della donna che aveva amata sarebbe rimasto per lui un sentimento
affettuoso di riconoscenza e d'amicizia che a lui sarebbe bastato.
Andò immaginando le parole che le
avrebbe dette. Non si sarebbe scusato di averla sedotta perché sarebbe stato
poco abile. La sua passione lo aveva trascinato e non sapeva pentirsi di un
atto che gli aveva procurato la maggiore felicità di cui in sua vita avesse
goduto. Lo sapeva per averlo letto: Le donne perdonavano sempre gli omaggi alla
loro bellezza e in qualunque modo venissero fatti, magari anche fossero
delitti. Poi non avrebbe speso molte parole per rassicurarla sul suo conto,
renderla certa che si sarebbe piuttosto lasciato ammazzare che dire una sola
parola del segreto che a lei lo univa. Un tanto ella avrebbe dovuto comprendere
dal suo contegno senza ch'egli si abbassasse a dirlo. Non le avrebbe detto
parole d'amore quantunque sarebbe stato felice di poterle dire che l'amava.
Nella sua miseria non sapeva più disprezzare quell'amore. Se soltanto
ripensandoci s'era sentito riconfortato da tanto avvilimento! Lasciarne trapelare
qualche cosa ad Annetta sarebbe stato pericoloso perché di un innamorato non si
può fidarsi per quanto onesto e benevolo si dimostri e tutta la sua cura doveva
essere rivolta a celare il nuovo affetto. Doveva apparire quale un innamorato
che non tiene troppo rancore per essere stato abbandonato e al quale anzi del
suo amore è rimasta una dolce amicizia fraterna. Si sarebbe informato con
affetto se essa allora era felice e avrebbe tentato di dimostrare una grande
gioia nel caso molto probabile ch'ella avesse assicurato di amare Macario.
Poteva invece avvenire ch'ella gli confessasse di non essere felice e si
confidasse a lui con abbandono. In tal caso non v'era più difficoltà e non
aveva bisogno di riflettere lungamente al contegno da seguire.
Santo s'incaricò volontieri di
portare il biglietto al suo destino.
Per la prima volta Alfonso seppe
trarre profitto dalle osservazioni fatte su un carattere. Si diede una
cert'aria d'importanza e chiese con gran mistero a Santo se la signorina
Annetta gli avesse detto che aveva da ricevere quella letterina. Poi lo avvertì
che si trattava di fare una sorpresa a un membro della famiglia Maller.
Santo si mise in tasca il
biglietto tutto lieto di venir messo a parte di un segreto che toccava la
signorina Annetta. Promise di contenersi cautamente e si offese che Alfonso gli
raccomandasse più volte il segreto. Poi volle elevarsi anche più; si lagnò che
Alfonso non si facesse più vedere in casa Maller. Era stato offeso forse da
qualcuno? Pareva che se Alfonso fosse stato offeso egli lo avrebbe vendicato.
Alfonso rispose arditamente:
— Se ci sono stato alla fine
dell'altro mese!
Santo, che nulla ne sapeva, fece
un gesto di sorpresa:
— Ah! così! ma pure non viene più
tanto di spesso come prima.
Il biglietto era inviato. A mezzodì
Alfonso, con gioia, osservò come Santo si allontanava dalla banca. Ogni minuto
che lo avvicinava all'ora del colloquio con Annetta gli dava gioia. Unico suo
timore era che Maller facesse qualche passo prima che questo colloquio avesse
avuto luogo. No! Se aveva da accettare dei miglioramenti nella sua posizione
non voleva che gli fossero proposti per paura. Anche respingendo i sogni
sciocchi fatti la sera innanzi, egli credeva che questo colloquio avrebbe
distrutto ogni malinteso. Alla peggio gli doveva riuscire di convincere Annetta
che, se si erano amati e non si amavano più, non c'era nessuna ragione di
odiarsi.
Non seppe fare una sola cifra nel
suo libro, né lavorare alla ricerca dell'errore che il giorno innanzi gli aveva
dato tanto da fare. Alla sera l'impazienza divenne tale che ne venne cacciato
dalla sua stanza e andò per la banca in cerca di persone con cui parlare e
passare quell'ora che bisognava ancora attendere.
Andò da Ballina a chiedergli
notizie della corrispondenza; pareva ch'egli ne fosse uscito da anni. Ballina,
come al solito, cenava alla banca e quella sera stava cuocendo delle uova a una
fiamma di spirito; le mangiava poi con pane e burro, inaffiandole con un
bicchiere di vino. Spiegò ad Alfonso quanto poco gli costasse quella cena succulenta;
circa settanta centesimi.
Alfonso dovette invidiarlo. Lo
vedeva tutto occupato intorno alla sua salute e alla sua forza e con esito
magnifico per quanto nelle circostanze più sfavorevoli. Dopo cenato faceva la
sua passeggiatina allo scopo di agevolare la digestione e si coricava. Dormiva,
a quanto raccontava, quieto come un bambino, stanco di aver copiato
quell'infinità di nomi; non l'inquietava che il ricordo di qualche nome con
troppe consonanti, ungherese o slavo.
Quando Ballina se ne andò, per
perdere ancora una mezz'ora, Alfonso si recò da Starringer in speditura ove
allora ferveva il massimo lavoro. S'imbatté nel vecchio Antonio cui era stato
affidato anche l'incarico di portare le lettere alla posta. Il povero vecchio
s'incamminava bestemmiando contro la direzione che aveva firmato tardi le
lettere. Era la solita canzone che si udiva in speditura. Anche Starringer la
intonò ed Alfonso finse di starlo ad udire ma nella febbre della sua impazienza
non percepiva una sola parola.
Non uscì ancora dalla banca. Si
pulì con accuratezza i calzoni e le scarpe con le spazzole di Miceni; anche
quella era un'occupazione.
Quando uscì dalla banca, mancava
poco più di un quarto d'ora alle otto ed egli si mise a correre, per poco temendo
di arrivare in ritardo al convegno. Che cosa avrebbe fatto in questo caso?
Forse sarebbe stato un ritardo senza rimedio.
Il tempo sciroccale persisteva
ancora ma non era caduta pioggia durante tutta la giornata. Fino a sera la
città era stata coperta da un po' di nebbia anche quella svanita e il cielo era
chiaro, seminato di stelle, senza luna. Una fanghiglia rada ma continua copriva
il selciato.
Passati dieci minuti oltre le
otto per la prima volta Alfonso ebbe il dubbio che Annetta non venisse. Era
molto probabile! Fino allora, senza confessarlo, egli aveva agito come se fosse
stato sicuro ch'ella ancora lo amasse perché altrimenti non poteva sperare che
una fidanzata si lasciasse trascinare a tal passo. Comprese di aver composto
malamente il suo biglietto. Avrebbe dovuto limitarsi ad esprimere a Annetta il
suo desiderio di parlare e attendere da essa l'indicazione del quando e dove.
Ma ora non era più in tempo di correggersi. Avrebbe atteso là fino alle nove e
si appoggiò ad un paracarro, paziente e rassegnato.
S'avvide che per la seconda volta
gli passava dinanzi un giovanotto fissandolo con curiosità; aveva già visto
altrove quel volto oblungo con baffi biondi e sguardo penetrante e quella
figura magra e lunga. Gli guardò dietro: Era Federico Maller. Lo aveva
riconosciuto ai calzoni attillati. Era una combinazione o Annetta aveva
confidato al fratello una missione per lui? Il Maller non gli era stato mai
simpatico e gli dispiaceva di aver a trattare con lui, ma bisognava ora
facilitargli il compito che s'era assunto per affetto alla sorella .
Si volse per salutarlo sentendo
che s'avvicinava di nuovo ma nello stesso tempo ricevette un urto che quasi lo
gettò a terra.
— Si chiede scusa, mascalzone! —
gli urlò nell'orecchio il giovine Maller e alzò la mano che nell'oscurità
Alfonso credette armata.
Lo volevano ammazzare? Si gettò
sulla figurina mingherlina, trattenne la mano levata in atto di minaccia e
afferrò Maller per il collo. L'altro per svincolarsi retrocedeva verso il mare.
Alfonso ansava dalla fatica impiegando molto più forza di quanto occorresse.
— Vi getto in mare! — minacciò e
gli diede una spinta ma non forte abbastanza.
— Quanta cavalleria in questa
città, — disse il Maller con disprezzo mettendosi le mani al collo per
raddrizzare il solino.
— Credevo che mi volesse
svaligiare, — rispose Alfonso indignato.
Ricevette il biglietto di Maller
e consegnò il proprio. Promise che i proprî secondi a mezzodì del giorno
appresso si sarebbero trovati da Maller. Era sorpreso di essersi contenuto
subito tanto correttamente.
Questo dunque era stato
l'appuntamento che Annetta aveva accordato. Ella aveva rapide le decisioni e
facili i mezzi. Mandava il fratello con l'incarico di ucciderlo. Anche Annetta
lo odiava, questo gli doleva; e lo disprezzava, perché non credeva d'essere
sicura di lui. Credeva di dover sopprimerlo per non averne a temere. Non lo
conosceva; in tanto tempo in cui egli l'aveva amata, ella non aveva saputo
comprendere quanto schietto e onesto fosse il suo carattere. Questo era il
doloroso, non che Federico probabilmente lo avrebbe ammazzato!
Camminava con passo sempre più
celere verso casa sua. Sul Corso si fermò un istante; gli era parso che
passasse Macario. Non era lui, ma Alfonso andava indagando se forse gli avrebbe
dato qualche soddisfazione il vendicarsi andando da Macario a raccontargli
tutta la sua avventura con Annetta. No! Unica soddisfazione che potesse avere
era di convincere Annetta ch'ella sul suo conto s'ingannava. Le avrebbe scritto
una lettera, un addio da moribondo.
Si trovava con la penna in mano
dinanzi al suo tavolo, ma non gli riusciva di vergare una sola parola. Nella
sua vita da sognatore il sogno non lo aveva posseduto giammai così interamente.
Depose la penna e mise la testa fra le mani. Avrebbe voluto riflettere ma
sognava irresistibilmente. Annetta lo voleva morto! Desiderò che le riuscisse e
che poi lo rimpiangesse. Sognava che l'amore per lui, senz'altra causa, un
giorno le rinascesse nel cuore e che ella andasse alla sua tomba a spargervi
fiori e lagrime. Oh! quanta buona calma in quel cimitero ch'egli sognava verde
e riscaldato dal sole.
Quando riaperse gli occhi fu
sorpreso di trovarsi dinanzi quel pezzo di carta da lettera.
Doveva battersi con Federico
Maller in una lotta impari nella quale il suo avversario aveva tutti i
vantaggi: l'odio e l'abilità. Che cosa poteva sperare? Gli rimaneva soltanto
una via per isfuggire a quella lotta in cui avrebbe fatto una parte miserabile
e ridicola, il suicidio. Il suicidio gli avrebbe forse ridato l'affetto di
Annetta. Come in quell'istante non l'aveva amata giammai. Non si trattava più
d'interesse né di sensi. Quanto più egli l'aveva vista allontanarsi da lui
tanto più l'aveva amata; ora che definitivamente perdeva ogni speranza di
riconquistare quel sorriso, quell'affettuosa parola, la vita gli sembrava
incolore, nulla. Una volta scomparso, Annetta non avrebbe più avuto il ribrezzo
della paura per lui, per il suo ricordo, ed era tutto quello ch'egli poteva
sperare. Non voleva vivere dovendo continuare ad apparirle quale un nemico
spregevole sospettato di voler danneggiarla e farle pagare a caro prezzo gli
stessi favori da essa accordatigli.
Non aveva pensato mai al suicidio
che col giudizio alterato dalle idee altrui. Ora lo accettava non rassegnato ma
giocondo. La liberazione! Si rammentava che fino a poco prima aveva pensato
altrimenti e volle calmarsi, vedere se quel sentimento giocondo che lo
trascinava alla morte non fosse un prodotto della febbre da cui poteva essere
posseduto. No! Egli ragionava calmo! Schierava dinanzi alla mente tutti gli
argomenti contro al suicidio, da quelli morali dei predicatori a quelli dei
filosofi più moderni; lo facevano sorridere! Non erano argomenti ma desiderî,
il desiderio di vivere.
Egli invece si sentiva incapace
alla vita. Qualche cosa, che di spesso aveva inutilmente cercato di
comprendere, gliela rendeva dolorosa, insopportabile. Non sapeva amare e non
godere; nelle migliori circostanze aveva sofferto più che altri nelle più
dolorose. L'abbandonava senza rimpianto. Era la via per divenire superiore ai
sospetti e agli odii. Quella era la rinunzia ch'egli aveva sognata. Bisognava
distruggere quell'organismo che non conosceva la pace; vivo avrebbe continuato
a trascinarlo nella lotta perché era fatto a quello scopo. Non avrebbe scritto ad
Annetta. Le avrebbe risparmiato persino il disturbo e il pericolo che poteva
essere per lei una tal lettera.
N... 23 Ottobre 18...
Signor Luigi Mascotti,
In risposta alla pregiata vostra
del 21 corr. vi annunciamo che ci sono del tutto ignote le cause che spinsero
al suicidio il nostro impiegato signor Alfonso Nitti. Fu trovato morto nel suo
letto il 16 corrente, alle quattro della mattina, dal signor Gustavo Lanucci,
il quale, rincasato a quell'ora, s'insospettì per l'intenso odore di carbone che
trovò diffuso in tutta l'abitazione. Il signor Nitti lasciò una lettera diretta
alla signora Lanucci in cui la dichiarava sua erede. La vostra domanda sulla
somma trovata presso il signor Nitti deve quindi essere diretta a quella
signora.
I funerali si fecero addì 18
corr. con l'intervento dei colleghi e della direzione.
Con distinta stima vi riveriamo
Maller & Co.
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