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In poche parole, buoni, i mièi nuovi compagni lo èrano... Alto là - stavo
per mèttere tutti, il che sarebbe stato bugìa. Tutti non lo èrano, buoni: ci
avèa uno (uno solo, peraltro; quel Daniele Izar ch'or mi storceva la lingua) il
quale dava la volta alla non cattiva bottiglia.
Se adesso poi io vi presento questo Daniele come un marmocchio costruito
coi gòmiti, con un viso da tromba, non crediate già che lo faccia per
convenzione, per quella brutta ruffiana che t'imbastisce in quattro agugliate
un lavoro e che qui scrive: tiranno (moda antica) peloso più d'una còtica,
occhi injettati di sangue, sia guercio e zòppichi - oppure - tiranno (moda
odierna) il «Falconiere» di Tranquillo Cremona - no, è puramente perché và
rispettata l'istoria.
E infatti - a voi. L'avreste avuto forse per bello, per simpàtico, un coso
con due grosse e corte gambe, con mani larghe al par di guanti da scherma; che
vi mostrava una faccia vizza, quadrata, lentiginosa, il color rosso di cui si
agglomerava ne' mille bitorzoletti di un naso schiacciato e la cui bocca
mangiava quasi gli orecchi ? un fanciullo che, conoscèndosi ricco, andava sopra
di sé, incamatito, arrogante? Si-i? - Allora vi tolgo il
saluto.
E, non miglior della crosta, il pasticcio.
Vizi ve ne son molti, ma alcuni non ribùttano affatto; a mo' d'esempio, la
superbia, la prodigalità... Ebbene, quelli di Daniele èrano invece i più bassi,
i più schifosi, come la vendetta, l'avarizia, l'invidia.
Del resto, amici mièi, io voglio scusare il pòvero bimbo: a questo mondo,
cattivi proprio, non vi si nasce, no.
Vi dirò dunque che la mamma di Daniele perdette la vita nel darla a lui e
che per questo, ei, strapazzato da mani indifferenti, e pena e pena, sparse
nella sua infanzia tutte le làgrime che gli èrano state concesse e fece il
callo al dolore. Quante volte, di notte, in quella stamberga in cui la crudeltà
di un padre l'avèa esigliato, quante volte - nel mentre che il guàttero, suo
compagno di stanza, russava a spaventarne i sorci - Daniele, atterrito da un
sogno angoscioso, svegliàvasi all'improvvisa e, sollevàndosi dal pagliericcio,
poggiando al freddo muro l'accesa fronte, ascoltava con un trèmito, le
avvinazzate voci che gli venivano dall'appartamento di babbo!... quante volte
anche, dopo di èssersi fatto vicino al cuoco e di avergli detto: ho fame -
cacciato dalla cucina, ricoveràvasi nell'anticàmera presso la sala da pranzo,
per appostarvi i domèstici che ripassàvano còl selvaggiume scarnato, coi
manicaretti in ruina; per domandare loro (e quasi sempre invano) timidamente la
roba sua:
- Un morsellino! un solo spicchio di frutto! -
Senonché il padre - per fortuna! - morì. Sulle braccia di chi cadde allor
l'orfanello? Ei tombolò nel grembiale di sua nonna paterna, una riccona detta
la Contrabbandiera, vèdova di un mercante di olii, la quale, scandolezzata per
la birba vita del figlio, in urta con lui, si era ritirata in campagna a
mangiar bile sopra i suòi piatti d'oro... In confidenza, peraltro, la vecchia
ci avèa lei pure posto un dito - e non il mignolo - nelle azioni ladre di quel
fuggito all'inferno. E in verità, chi, se non essa, legava, la prima - colla
cunetta - in capo del suo Peppino, l'idèa dell'onnipotenza del dio Mammone;
quell'idèa che aduggia sì facilmente ogni nòbile istinto, che impoltrisce
coloro i quali potrèbbero, scansando la faticosa lotta contro il bisogno,
giùngere ancora pieni di forza e di entusiasmo al loro ideale? Ed anche - non
era stata ella forse che proibiva al bambino di trastullarsi co' figlioletti
del portinajo perché vestìvan frustagno, che non gli permetteva di spazzolarsi
un cappello, che infine lo addormentava, credo, col dolce suono di un
dinderlino a marenghi?
Ma - in quella maniera che la signora Izàr, tirando su il figlio così, non
s'era accorta mai di storpiarlo - rotte le uova, dubitò manco di avere concorso
a rovesciare il paniere: ah! i cattivi compagni - sospirava ella, e si faceva
il segno di croce. Tant'è vero che appena la vecchia ebbe a pettinare il nipote
(semi-lodiàmola - lo dichiarò suo ùnico erede) volle
rifargli l'acconciatura tentata già col padre di lui, il che viene a dire, si
diè' ad arricciargli le sòlite idèe di dare ed avere, di superiorità, di pasta
diversa, di... Salvo che dal trito cammino si slontanò un pochetto. Siccome
Daniele non conosceva una bricia di ciò che il mondo del primo piano sà o
dovrebbe sapere, e, pazienza per l'istruzione! ma non aveva ancora vista la
coperta nemmeno del libro di messer Giovanni; e siccome la nonna, tanto larga
di cassa, era di mano strettìssima; così ella pensò di porre a bagnomarìa il
nipote per qualche tempo entro un collegio, dal quale, egli - ricevuta la prima
lessatura - passerebbe a condirsi nelle zampe di lei. La scelta pignatta stava
non molto lontano... Ve'! ti affumicheràj, Daniele: vai fra chi incensa al
vitello d'oro.
E quì, mi dispiace osservare come in generale, noi, caviamo volontieri il
berretto dinanzi a un riccaccio. Pare che l'aureo trìpode basti a creare
l'oràcolo; al dovizioso, il miglior posto a tàvola, al dovizioso una
turibulatura continua, turibulatura poi, nòtisi bene, da parte di gente che non
ha da sperare (nè spera) di far a mezzo con lui, di rosicchiargli almen qualche
cosa.
E invero - che diàmine, mai, Daniele, di giunta alla paga, dava al Proverbio?
Ma neanche un mazzo di tordi. Esso contàvagli le sue ottocento lire della
tariffa nè più nè meno di Gervasoni, il figlio del calzolajo, il facitore di
pensi. Ed il Proverbio, che poteva da lui impromèttersi? Nulla, ripeto. Finiti,
o dato un taglio a' suòi studi, Izar prenderèbbesi la porta non gli lasciando
che de' ricordi morali, qualche panca scolpita, o, tutt'al più, le sue care
sembianze da rompinocciuole, in fotografìa. Pure, Proverbio, smarriva la testa
nel giallo splendore del denaroso discèpolo, vi si spappolava entro, chiamava
Daniele il suo cucco; gli avrebbe, se chiesto, regalata la sua dentiera perché
si spassasse a sconnètterla. Ed era bello, sapete, il vederlo questo gran
direttore, quando la domènica, svoltava nel giardino il tiro a due della
ex-mercantessa, quando i due servitori in brache di felpa
rossa, panciotto verde, àbito pavonazzo, precipitàvano dal lor ballatojo, sul
quale tenèvali la fame ed una boria crudele... Che spreco d'incenso! che su e
giù di soffietti! ... Proverbio produceva una flessibilità da meravigliarne
Arlecchino; ei si piegava, ei si piegava e naturalmente allora quello
scimmiotto di un Daniele rinveniva, gonfiava come un pane biscotto inzuppato.
A noi tuttavia le arie e il pieno borsello d'Izar non facèan nè caldo nè
freddo. Noi, son ben contento di poterlo cantare, non avevamo per anco
aquistata la vera aggiustatezza de' modi e de' pensieri civili; noi,
ignorantìssimi d'ogni scienza sociale, non pensavamo proprio che fra de'
pìccoli èsseri, con musi e corpicciuoli tanto quanto simili, fòssero delle
differenze, delle insuperàbili sbarre; quindi, l'onorèvole mozzicone di uomo,
sebbene a casa sua mangiasse con posate d'oro sodo, riceveva in collegio -
quando ne era il caso - al par d'ogni altro ed anche più (ché li meritava
spessìssimo) i tient'a-mente, pur sodi, cui la scolaresca
giustizia lo condannava. Bene - guardate un po' che faceva allora l'ometto. Ei,
non potendo abboccare il can grosso, volgèvasi stizzoso a mòrdere il barboncino
senza difesa - giustamente, Ghioldi.
E' vero che, in sulle prime, Izar, lavorando di straforo, aveva con
spionaggio e calunnia cercato di accomodarci in salsa brusca; è vero che
cominciò anche a far spuntate le lagrimone a qualche puttino d'intorno i
cinqu'anni, stuzzicàndolo per trovare un appicco di dargli una graffiatura, una
dentata o di strappargli un riccietto, ma, nei due bei tentativi, non
avèndosela passata liscia, toglièvasi tosto dal terreno malsano e andava là
dove veggeva il bello di tribolare, con sicurezza, uno... Uno, cioè Ghioldi. E
contro questo pòvero màrtire, tutto ciò che una diabòlica o a mèglio dire
malata imaginazione riesce ad arzigogolare, fu da lui messo in òpera (ne salto
le particolarità), gli indurì insomma, alla nascosa per mesi e mesi, cotanto il
suo tocco di pane, che un altro, nuovo al dolore, ne sarebbe rimasto
strozzato...
E qui - con simìl collegio e tali maestri e compagni - io vi trasporto di
botto, o carìssimi, fino alla metà circa di luglio. Quanto al perché, èccolo:
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