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Carlo Dossi
L’altrieri

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  • L’ALTRIERI NERO SU BIANCO
    • 5 - CASA E PERSONA DEL VOSTRO AMICO SCRITTORE
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5 - CASA E PERSONA DEL VOSTRO AMICO SCRITTORE

 

Circa la prima, sappiate, i mièi carìssimi, che ora gli occhi della nostra pèntola vedèvano un'altra gola di camino, ben più stretta, ben più lunga dell'antica; vedèvano la cappa di una città. Babbo, con tutta la sua economìa, non pagava più tasse sopra la maggior parte delle possessioni di casa (due anni, pensate, che si tagliava, per così dire, il frumento colle cesoje e lo si stendeva a seccare nei cassettoni! due anni che si vendemiava coi panieri da calza!) babbo dunque, affittato il poco avanzàtoci, tasta di quà, tasta di , giungeva alla fine a trovarsi un buon impiego nella vicina città qual segretario in una pùbblica amministrazione.

Del rimanente, il trasporto della nostra pignatta, lo avrèbbero richiesto anche i mièi studi. Non era ancor l'anno dalla partenza di Ghioldi, che, scivolato al grosso Proverbio il piede su que'pericolosi suòi pavimenti, rompeva a sé il collo, a noi canarini il graticcio - quindi - non più maestri, non libri! ... figuràtevi... già minacciavo una ricaduta nella poltronàggine e nella cattiveria. Ma venne la risoluzione di babbo: noto che nel vagone che ci trasportava alla città, noi occupavamo quattro posti; nel quarto si adagiava una paffuta balia con un naccherino tutto polpa alla cioccia, un naccherino che i mièi genitori avèan potuto mèttere insieme nei mesi quieti di mia lontananza.

Quanto a , allorché sollevài la portiera nel raccontuccio presente, correvo il mio quindicèsimo: ero a pena sgattolajato dal ginnasio e cominciavo ad arieggiare l'uomo con barba. Ora, oltre a lavarmi e pettinarmi ogni mattina e, qualche volta, la sera, facevo gran consumo di saponi, manteche, pòlvere d'ìreos; attaccavo molta importanza al nodo della cravatta, alla freschezza dei guanti, all'arroccettatura delle camicie; ora importafogliavo i mièi viglietti da visita, intaschinavo un bell'orologio d'oro, con catena d'oro, dòndolo d'oro - indispensàbile per tener sbottonata la giubba - ed ora, come mi era messo tutto alla via, in punto, comparivo sul corso con una giannetta in mano, fulminando degli occhi le tose.

In confidenza, peraltro, osservo che sùbito li sbassavo e facevo lo gnorri se mai qualcuna mi reggeva allo sguardo... Che rabbia! E in questo, volere o no, saliva a galla ch'io era peranco bambino, in questo e in molte altre cose, ché - sebbene ora mi guardassi dallo sostare dinanzi le mostre de'baloccài - pure, le sbirciavo vogliosamente, impromettèndomi di sfogarmi a casa sotto pretesto di trastullar Giorgio e, tuttoché non mi andasse che mamma dicèssemi: Bibì o Guidino - alla presenza di forestieri, a quattro, anzi a sei occhi, accomodàvomi sulle di lei ginocchia e le parlavo con un vocabolario di parolinette graziose, inintelligibili a tutti - fuorché a noi.

Principiavo dunque, intenderete anche, a ingarbugliarmi in quella matassa di stùpide convenzioni sociali più geroglìfiche dei due bottoni che i sarti cucìscono dietro ai sopràbiti e càusa della maggior parte delle nostre pìccole miserie... Dio! quante pene io soffersi per esse. Tra le altre:

  un terribile mal au coeur, avendo, come me lo si offriva, accettato e stretto fra i denti con disinvoltura un lungo zìgaro di Virginia - acceso;

  una spellata di gola e due giorni di letto, regalàtimi da un fortìssimo punch, da coraggiosamente ordinato, in cambio dell'abituale aqua aranciata, trovàndomi in un caffè con mio cugino Tiberio, capitano di cavallerìa e vero imbuto di ghisa;

  infine; i mille ed uno fastidi pel cangiamento di voce. Vi accennerò solo a quel in cui, entrato nella sala dove sedeva zia Marta con la signora Baglioni e la figliuola di questa - la quale, i mièi compagni, avèano erroneamente per una mia fiamma - avvisando di dare il buon giorno, m'inviài su 'n tuono, cupo, profondo, e finìi con uno sì acuto, con una stonatura tale che Dora si portò il fazzoletto alla bocca ed io mi morsi le labbra.

Ma la cosa sulla quale mi preme condurre, più che su ogni altra, la vostra attenzione, come quella che apre la ragionìssima del presente racconto, è il completo riversamento nel mio naturale. Certo, molti di coloro che mi conòbbero spensierato fanciullo, vivendo giorno per giorno, allegro come uno scrìcciolo, me ne vorranno forse, perché io mi ripresenti serio, riflessivo, alle volte triste, ma, oltre che i fatti son fatti, avverto come il modificarsi, il mutare de' gusti sia inerente all'uomo, anzi, secondo , costituisca uno de'suòi principali caràtteri. Mio padre, da pìccolo, sentivasi fuggire l'ànimo alla veduta solo di un pezzettino di zucca: ora, ne mangerebbe entro il . Non poteva dunque - su via morale - ripètersi un tale caso a mio riguardo? E, invero, la melanconìa che Lisa coll'ùltima stretta di mano mi gettava nel cuore, si era a poco a poco inspessata e fatta morbosa; mi avèa condotto ad almanaccare, a - come babbo diceva - perticare la luna, scoprèndomi uno strano regno di spìriti ch'io non sospettava manco esistesse; un regno, se di diffìcile entrata, d'impossìbile uscita.

E ciò avèa fortemente scossi i mièi nervi. Sotto il chiarore del fantàstico mondo, le cose del materiale mi si colorìvano al doppio. Lodàvami, a mo' d'esempio, il maestro? trac... io mi trovava balestrato nel salonone degli esami, dinanzi ad una tàvola col tappeto verde e con sedùtivi tre personaggi (cravatta bianca, marsina, decorazioni, sorriso paterno) de' quali uno porgèvami un libro in rosso ed oro. - Oh! grazie - e tutto intorno scoppiavano applàusi. Così; pigliava una febbrolina a Giorgio? Madonna! scorgevo sul letto di lui il lenzuolo segnare le forme di un corpicino instecchito, scorgevo a fianco una cassa aperta... della segatura... fiori e chiodi. Da lungi, l'estremo tempello di un'agonìa; dalla stanza vicina, singulti.

Perilqualché, capìto il mio sistema nervoso, torna piano l'imaginare quanto la festa - altro che i quattro salti! - dell'avvocato Ferretti, mi scombussolasse.

Le feste, per chi non c'è abituato, fanno come il vino; mòntano al cervello. Tutte quelle lumiere con specchi che le raddoppiàvano; quel su e giù di gente che s'impacciava reciprocamente il passo, signori vestiti ad un modo e dallo stesso scipito frasario, domèstici livreati buffonescamente quasi come Ministri di Stato, dame mezzo svestite, con gonne di color zabaglione, gàmbero cotto, dorso di scarabèo... di raso, di mussolina, di velluto, con guarnizioni, nastri e fiori di pezza; e quel trimpellamento continuo, monòtono di un pianoforte; que' colmi càlici di falso-Champagne, il tutto avvolto in un'aria calda, polverosa, che t'incollava la camicia alla pelle e ti essiccava il palato, mi avèano ubbriacato del tutto. Al che, se tu aggiungi un pajo di occhi che mi guardàvano fisi fisi, neri, birichini, come quelli della vedovella contessa di Nievo, uno degli astri della città, se... Dio! quando ci penso. Con , essa, avèa ballato la maggior parte de' valzi, polche, quadriglie, a chiedeva il braccio perché la scortassi alla cena - e le recài io medèsimo lo sgabellino, poi un'ala di quaglia - per , in quella sera, le lusinghiere frasette, le stralucenti zolfanellate. Pensate dunque quanto se ne dovesse tenere un giovanottino fuggito appena dal materno capèzzolo, sentèndosi il favorito di un ìdolo dei meglio incensati, vedèndosi su la di lui nera mànica il più rotondo sodo avambraccio che mai portasse smaniglie! Sarèbbene, fin un dei sette, impazzito... E proprio ci avèa motivo: più meno che per certe tosuccie dalla corta vestina, le quali, in quella stessìssima veglia, èrano - da un bel luogotenente degli Ussari, dai mostacchi biondi arricciati - tolte, non so perché, esclusivamente a piroettare.

Da parte mia, m'abbandonavo, a una èstasi tale che sono sicuro di avere commesso a quel ballo, e sùbito dopo, le più majùscole farfallonerìe. Bàstimi ricordare come dimenticài affatto, partendo, di riverire gli òspiti, e come, accompagnata la contessina, giusta il suo desiderio, fino a' pie' della scala e sospirato all'ùltima languidìssima occhiata di lei e vìstala scomparire, ravvolta in un bianco scialle, nella carrozza, presi a camminar verso casa sotto una folta neve senza nemmeno aprire il paraqua, poi, giùntovi, stetti un buon quarto d'ora, frugando e rifrugando nelle saccoccie, prima di rinvenire la chiave della porta di strada, una chiave, diàvolo! lunga dieci centimetri,

Con tutta la mia agitazione, peraltro, riuscii, come già sapete, fortunatamente, a non far cigolare gli usci e ad entrare nella càmera, non intoppando in spigolo alcuno, interrompendo, un àtimo, a Giorgio il suo tranquillo respiro. Entrato, in vece mia, buttài sul letto (dalla solleticante rimboccatura, con due calzerotti di lana rossa al guanciale) la tuba, i guanti, il sopràbito e, punto badando alle palpebre che tiràvano a chiùdersi, mi lasciài cadere su di una sedia presso alla tàvola, sopra la quale avèo allogato il lume e a capo di cui - basso il tendone - piantàvasi un teatrino portàbile, delizia di Giorgio ed anche spesso mia.

E , poggiài sulla tàvola i gòmiti: fra le mani la testa... a scoppiar bolle di aria.

Che tuttavia contenèssero mai, mi duole, mièi cari, di non potèrvelo dire. Punto primo: egli è impossìbile di imprigionare - salvo che dentro un rigo da mùsica - certi pensieri che fra di loro si giùngono, non già per nodi gramaticali ma per sensazioni delicatissime e il  cui prestigio stà tutto nella nebulosità dei contorni: un tentativo di abbigliarli a perìodi con il lor verbo, il soggetto, il complemento... so io di molto! li fuga. Punto secondo: avessi io anche la potenza, la quale nessuno ebbe avrà mai, di acchiapparli con invisìbili maglie, di presentàrveli come vènnero a me, bisognerebbe che voi, per non trovarli ridìcoli, per non trovarli bambinerìe, foste, leggendo, nella medèsima disposizione di spìrito del loro scrittore. Il che, fra noi, non può èssere. Quando la fantasìa nostra si affolla, quando ci scordiamo di vìvere con pelle ed ossa, un libro - stretto da noi e con amore, prima - ci sfugge inavvertitamente.

Dunque, pazienza. Vi accennerò solo che, alla fin fine, schiacciata entro lo staccio, tutta la biribara de' mièi pensieroni non la filava altro di questo: che l'ingattimento della contessa di Nievo per - quantunque mezza-bottiglia - era fuori del forse e che io riamàvala alla spietata... E allora?

- Dormi - consigliommi la polpa.

Bah! avevo trincato troppi romanzi.

- Scrivi - mi vellicò, dall'altro orecchio, l'imaginazione.

Io sobbalzài. Una lèttera, eh? E come ne intravidi l'idèa, di colpo, con quella stessa foga che, pochi mesi innanzi, pressàvami a comperare - venti per volta - le scàtole de' soldatini di stagno, diedi di grappo alla cartelletta, l'aprìi, intinsi nel calamajo la penna... cominciài...

 

CON...

 

Ma - in questa - il lume impallidisce e, bizzarri suoni di una metàllica mùsica, sìmile a quella di certi tinnuli organetti germànici, pàjonmi gariglionare dal teatrino che mi stà in faccia: il lume si smorza; voi, fate un sibilo.

Ed al segnale, un luminoso quadrato si forma nell'oscurità. È il sipario, il quale, rotolàndosi, scopre alla slavata luce del magnesio un proscenio... Noi siamo nella magnìfica reggia di Pimpirimpàra: colonne, capitelli, architravi, tutto sembra coperto da un'aurea, impalpàbile polve, tutto trèmola, scintilla, crèpita, esageratamente càrico di elettricità. Ed ecco, nel mezzo della scena, su di un lettuccio S.A.R. la principessa Tripilla, una bellìssima bàmbola, in vesta oro ed argento, con un visetto bianco e rosso come una giuncata colle maggiostre, occhi aerini, treccie di stoppa stelleggiate di diamanti. Un groppo al fazzoletto, se mai ne usate, filòsofi! S.A. che mangia lingue di Araba Fenice e inghiotte perle sciolte in Tocài, che dorme su piume di uccelli-mosca e si forbisce con biglietti da mille, ahimè! si annoja pure a morirne. Invano la duchessa di Trich-e-trach - sua dama che le scalda le coltri - si affanna a trillare, a bocca chiusa, le più sdrucciolèvoli poesiuccie; invano la contessa di Piripicchio - la quale, ogni tanto, le soffia il nasino con una pezzuola a merletti - pizzica, su' n'arpa priva di corde, delle inzuccheranti armonie; Tripilla batte sempre, stizzosa, il plumbeo piedino contro le assi del palco: di più: come la marchesa di Chiacchieretta rispettosamente la prega di inanimirsi, di non compromèttere la sua augusta salute, essa, in risposta, dègnasi appoggiarle uno schiaffo. Se la spalmata, che, poco dopo, dalle quinte si ode, intende imitarlo, che Dio ci salvi anche dalle carezze della regale fanciulla.

Ma - taratàntara! - udite clangor di trombe. Ai lieti suoni di una fanfara (cioè di un pèttine vestito di carta velina, e di migliarola entro una scàtola di latta) due guardie, tutte d'un pezzo, dai larghi scudi, si appòstano agli stìpiti di una porta.

E in mezzo a loro, passa il Re di Pimpirimpàra. Esso è un vecchione con barba e zàzzera di bambagia, con una gran corona a gemme di talco, scettro e globo - insegne le quali dàvano, ai sovrani di una volta, maestà, e che ora la danno ai de' tarocchi; di più, con un manto d'amoerre celeste, ch'io giurerèi staccato dal cappellino di mamma.

Il per-la-grazia-di-Dio, viene, secondo il sòlito, ad augurare la buona mattina alla principessa figliuola; si avanza verso di lei - non senza distribuire de' pizzicotti alle belle damine d'onore - l'abbraccia e, paternamente, bàciale il cipollotto... Senonché, tosto, si accorge del malumore di S.A.R. - A un padre non sfugge nulla. Se ne accorge, benché le labbra di lei siano scolpite ad un eterno sorriso, e ne domanda la càusa:

- ? -

Risposta: la principessina si annoia -

Si annoja? - Ecco S.M., da babbo esemplare, offrirle un nùvolo di divertimenti: - Vuòi ch'io faccia tarantellare i mièi generali e ministri? vuòi ch'io converta il reame in un parco di caccia, avendo, per venagione, i nostri conigli di sùdditi? -

Ma no. Tripilla crolla sempre la testa con quell'aria che, così bene, segna nei burattini: sconforto - quantunque indichi pure, altra volta: starnuto.

- E allora - sclama salt... restando in bestia la Maestà Sua - a spasso! ... - Poi - scuote, braccia, capo e gambette.

- Già, andiàmoci... - sùbito, ad annaquare il paterno furore, la principessa. E quì, tutti si òrdinano; ricomincia la mùsica, cui aggiùngesi un picchiamento di unghie sopra la tàvola per imitar lo scarpiccio e...via. La reggia imbianca, cancèllasi a poco a poco: dietro di essa, come ne' cromatropi, disègnasi una seconda scena.

Gran piazza; - l'attornia una tiritera di pòrtici; in fondo, chiesa: sul dinanzi da un lato, un albergo con insegna sporgente; dall'altro, un edifizio di carta grigia la cui soprascritta porta: asilo infantile. Sebbene il cielo stia pinto a un immacolato sereno, i signori burattinisti avvisano di rappresentare: tempo cattivo. Difatti, la luce che piove è glàuca, fredda come in una palude: tu, istintivamente aspetti, dalle quinte - un rospo.

Ma s'ode il crocchiar d'una toppa.

Invece del rospo, dall'asilo infantile, esce un collegialinuccio, in tùnica azzurra, il moccichino appiccato alla cìntola, in mano la cartelletta... Erbette in minestra! chi scorgo! Ma sono io, colùi, io stesso. Ecco i mièi capelli ricci, il mio bel naso all'insù, le mie labbra sottili... perfino un certo piccolo neo, alla dritta, sul ciglio... oh oh, chi osò mai?

Rataplan: in risposta, uno stamburamento.

Nasce, da lungi, un rumore simile a quello di molte dita a pìzzico, battute su gonfie gote (cavallerìa in galoppo) poi, il patatà-patatà si moltìplica; mèscolavisi tintinno di sonagliuzzi, squilli di casserole e uno scucchiarìo come di mano che frughi, convulsa, in una cesta di posate d'argento.

Appàjono i primi fanti; ciascuna fila somiglia ad una spiedata di quaglie... E pàssane, pàssane, arrìvano i cavalieri, corazzati in stagnolo; certo, de' cavalieri eccellenti per durarla in sella con i sopranaturali salti, con lo sprangar di calci violento, delle loro gran lepri; infine, su'n elefante, spunta, velata, la graziosa Tripilla, fèrmasi a metà piazza e, dopo qualche infruttuoso tentativo, si scopre.

O sfolgoreggiante beltà! Chi la vede, imminchionisce: agghiàcciasi sotto gli sguardi di lei il pispino di una fontana. Quanto a , il che viene a dire... quanto alla mia brutta copia, rimango quasi acciecato, mi si allarga la bocca, mi si sbàrrano gli occhi (avèo movìbili queste due parti, indizio della importanza mia nella comedia) insomma mostro un tal viso abbagliato che S.A. non può non addàrsene.

Allora, ella pispiglia non-so-che nel braccio della sua dama, baronessa Bacheròzzola: un fischio! e, tutto l'esèrcito, l'elefante compreso, in un precipitoso movimento; tanto precipitoso che i soldatucci, per meglio còrrere, non tòccan più suolo e - ingarbugliando fili di seta e di ferro - vanno ad ammontonarsi in mezzo alle quinte.

Gabinetto di S.A.R. - Si arreda con molte sedie e con tàvole introdotte dall'alto, si pòpola con le sòlite dame e damigelle d'onore. Entra la principessa: essa va ad accomodarsi, per quanto glielo permèttono le giunture, su' na poltrona. Dopo il silenzio di pochi momenti, in cui spicca il ronzìo addormentatore di una fontana... tac... tac - alla porta.

- Chi è? -

È un messaggiero; quel messaggiero in ferrajolo rosso, dagli sterminati baffi arricciati, che mi recava una letterona stracotta della graziosa Tripilla. Ei viene per annunciarmi; trincia de' minuèttici inchini e... Ma qui gli succede cosa imprevista; nel còmpiere una magnìfica riverenza, stramazza sul palco col suo filo di ferro...

Allora un manone grassoccio, dai tozzi diti e dalle unghie cimate, discende, prestamente il raccoglie: risetto beffeggiatore dietro le tele e la rappresentazione continua.

Rapito il messo, spazzate via le dame, chi, se non io, dovèa squintarsi? E invero, Ego compare nel suo bell'arnese delle domèniche, Ego che, in sulle prime, tremante, incoraggisce poi e comincia a spifferare a Tripilla una pippionata d'amore. Ma quella, con uno sguardo rimuginante, lo tira sùbito fuor di rotaja, lo confonde talmente che Ego, persa affatto affatto la scherma, le si butta alla balza in ginocchio. Poh! e' s'è fritto. Il lontano rumore, che nel principio dell'amoroso colloquio pareva quello di un orologio polseggiante in mezzo all'ovatta, raggiunge il rombo di cento incannatòi, come in cantina; un bolli bolli, uno sfrigolare, un sussurrìo, lo accompàgnano. E tutta la stanza si abbuja: con il cric-crac di cattivi fiammìferi, sègnansi, dissòlvonsi sulle pareti, girigògoli strani - fosforescenti, fumosi. Intanto de' violini, che si èrano inviati sottaqua, s'instràdano in un crescendo. Fuga. Subìscono strappate sprezzanti, rabbiose, che òbbligano certo i lor suonatori a balzar dalle sedie tre dita ogni arcata; - poi - ad un tratto, lampeggio. E nuovamente chiarore. Continuando il frastuono, attorno, nella scena, mi si pertùgiano mille finestre con duemila occhi che guàrdano giù e, da cento porte, una folla di burattini s'incalza, si stiva, risucchia come l'onda del mare. A trèman le gambe: tento gridare, non posso. La principessa, in questa, le cui pupille gattèggiano più che più, incorònami un cèrcine, imbòccami un dentaruolo. Generale sufolamento; la piena ballònzola, il fracasso aumenta, aumenta. E... bo-um... un colpo di tamburone, poi, tutto, teatro, ometti di stoppa, luce - in un battibaleno - come una palla di ferro che tonfi in negra aqua, scompare; scompare non lasciando dietro di sé che un forte odore di smoccolatura ed un rintrono da grossa campana suonata.

 

E io mi sveglio. Ho il corpo indolenzito, la lingua allappata, gli occhi mezzo ingommati. per stirarmi: ahi! - dico, urtando contro la tàvola - che c'è? - Io ne rimango soprapensieri, quindi strasècolo allorché, riuscito tastoni alla finestra e schiusa un'imposta, vedo vestito , e il letto, non tocco: quanto all'orologio, accenna alle nove; quanto al mio Giorgio, si dorme pacificamente la sua dodicèsima ora.

Ed impossìbile racapezzarmi; mi affanno invano a cercare. A chi, dunque, ricòrrere?

Perdio! alla brocca.

Difatti, come v'immergo le mani - che unghiella! - e mi bagno la fronte, ecco nella fantasìa ripasseggiarmi, a braccio, la principessa di Pimpirimpàra e la contessa di Nievo. - Mariuole! - penso io tra lo stizzoso e il ridente.

E , non posso rimanermi di dare una occhiata dietro al sipario del teatruccio; vi si ammontona un garbuglio di fantoccini: ne volgo un altro alla carta da lèttera posta sopra la tàvola, vicino al candeliere senza candela e colla gorgieretta di vetro spezzata; c'incontro in majùscole, un:

 

CON...

 

- Mariuole, mariuole! - ripenso nell'abbeverare la penna. E, perché le due burlone non si gloriàssero almeno di avermi fatto anche sciupare un foglietto di carta, utilizzo il già scritto, seguendo:

 

CONjugazione del verbo difettivo, gutturale e nutriente:

(((( = MANGIARE

 




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