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5 - CASA E PERSONA DEL VOSTRO AMICO SCRITTORE
Circa la prima, sappiate, i mièi carìssimi, che ora gli occhi della nostra
pèntola vedèvano un'altra gola di camino, ben più stretta, ben più lunga dell'antica;
vedèvano la cappa di una città. Babbo, con tutta la sua economìa, non pagava
più tasse sopra la maggior parte delle possessioni di casa (due anni, pensate,
che si tagliava, per così dire, il frumento colle cesoje e lo si stendeva a
seccare nei cassettoni! due anni che si vendemiava coi panieri da calza!) babbo
dunque, affittato il poco avanzàtoci, tasta di quà, tasta di là, giungeva alla
fine a trovarsi un buon impiego nella vicina città qual segretario in una
pùbblica amministrazione.
Del rimanente, il trasporto della nostra pignatta, lo avrèbbero richiesto
anche i mièi studi. Non era ancor l'anno dalla partenza di Ghioldi, che,
scivolato al grosso Proverbio il piede su que'pericolosi suòi pavimenti,
rompeva a sé il collo, a noi canarini il graticcio - quindi - non più maestri,
non libri! ... figuràtevi... già minacciavo una ricaduta nella poltronàggine e
nella cattiveria. Ma venne la risoluzione di babbo: noto che nel vagone che ci
trasportava alla città, noi occupavamo quattro posti; nel quarto si adagiava
una paffuta balia con un naccherino tutto polpa alla cioccia, un naccherino che
i mièi genitori avèan potuto mèttere insieme nei mesi quieti di mia lontananza.
Quanto a mè, allorché sollevài la portiera nel raccontuccio presente,
correvo il mio quindicèsimo: ero a pena sgattolajato dal ginnasio e cominciavo
ad arieggiare l'uomo con barba. Ora, oltre a lavarmi e pettinarmi ogni mattina
e, qualche volta, la sera, facevo gran consumo di saponi, manteche, pòlvere
d'ìreos; attaccavo molta importanza al nodo della cravatta, alla freschezza dei
guanti, all'arroccettatura delle camicie; ora importafogliavo i mièi viglietti
da visita, intaschinavo un bell'orologio d'oro, con catena d'oro, dòndolo d'oro
- indispensàbile per tener sbottonata la giubba - ed ora, come mi era messo
tutto alla via, in punto, comparivo sul corso con una giannetta in mano,
fulminando degli occhi le tose.
In confidenza, peraltro, osservo che sùbito li sbassavo e facevo lo gnorri
se mai qualcuna mi reggeva allo sguardo... Che rabbia! E in questo, volere o
no, saliva a galla ch'io era peranco bambino, in questo e in molte altre cose,
ché - sebbene ora mi guardassi dallo sostare dinanzi le mostre de'baloccài -
pure, le sbirciavo vogliosamente, impromettèndomi di sfogarmi a casa sotto pretesto
di trastullar Giorgio e, tuttoché non mi andasse che mamma dicèssemi: Bibì o
Guidino - alla presenza di forestieri, a quattro, anzi a sei occhi,
accomodàvomi sulle di lei ginocchia e le parlavo con un vocabolario di
parolinette graziose, inintelligibili a tutti - fuorché a noi.
Principiavo dunque, intenderete anche, a ingarbugliarmi in quella matassa
di stùpide convenzioni sociali più geroglìfiche dei due bottoni che i sarti
cucìscono dietro ai sopràbiti e càusa della maggior parte delle nostre pìccole
miserie... Dio! quante pene io soffersi per esse. Tra le altre:
I° un terribile mal au coeur,
avendo, come me lo si offriva, accettato e stretto fra i denti con disinvoltura
un lungo zìgaro di Virginia - acceso;
2° una spellata di gola e due giorni
di letto, regalàtimi da un fortìssimo punch, da mè coraggiosamente ordinato, in
cambio dell'abituale aqua aranciata, trovàndomi in un caffè con mio cugino
Tiberio, capitano di cavallerìa e vero imbuto di ghisa;
3° infine; i mille ed uno fastidi
pel cangiamento di voce. Vi accennerò solo a quel dì in cui, entrato nella sala
dove sedeva zia Marta con la signora Baglioni e la figliuola di questa - la
quale, i mièi compagni, avèano erroneamente per una mia fiamma - avvisando di
dare il buon giorno, m'inviài su 'n tuono, cupo, profondo, e finìi con uno sì
acuto, con una stonatura tale che Dora si portò il fazzoletto alla bocca ed io
mi morsi le labbra.
Ma la cosa sulla quale mi preme condurre, più che su ogni altra, la vostra
attenzione, come quella che apre la ragionìssima del presente racconto, è il
completo riversamento nel mio naturale. Certo, molti di coloro che mi conòbbero
spensierato fanciullo, vivendo giorno per giorno, allegro come uno scrìcciolo,
me ne vorranno forse, perché io mi ripresenti serio, riflessivo, alle volte
triste, ma, oltre che i fatti son fatti, avverto come il modificarsi, il mutare
de' gusti sia inerente all'uomo, anzi, secondo mè, costituisca uno de'suòi
principali caràtteri. Mio padre, da pìccolo, sentivasi fuggire l'ànimo alla veduta
solo di un pezzettino di zucca: ora, ne mangerebbe entro il tè. Non poteva
dunque - su via morale - ripètersi un tale caso a mio riguardo? E, invero, la
melanconìa che Lisa coll'ùltima stretta di mano mi gettava nel cuore, si era a
poco a poco inspessata e fatta morbosa; mi avèa condotto ad almanaccare, a -
come babbo diceva - perticare la luna, scoprèndomi uno strano regno di spìriti
ch'io non sospettava manco esistesse; un regno, se di diffìcile entrata,
d'impossìbile uscita.
E ciò avèa fortemente scossi i mièi nervi. Sotto il chiarore del fantàstico
mondo, le cose del materiale mi si colorìvano al doppio. Lodàvami, a mo'
d'esempio, il maestro? trac... io mi trovava balestrato nel salonone degli
esami, dinanzi ad una tàvola col tappeto verde e con sedùtivi tre personaggi
(cravatta bianca, marsina, decorazioni, sorriso paterno) de' quali uno
porgèvami un libro in rosso ed oro. - Oh! grazie - e tutto intorno scoppiavano
applàusi. Così; pigliava una febbrolina a Giorgio? Madonna! scorgevo sul letto
di lui il lenzuolo segnare le forme di un corpicino instecchito, scorgevo lì a
fianco una cassa aperta... della segatura... fiori e chiodi. Da lungi,
l'estremo tempello di un'agonìa; dalla stanza vicina, singulti.
Perilqualché, capìto il mio sistema nervoso, torna piano l'imaginare quanto
la festa - altro che i quattro salti! - dell'avvocato Ferretti, mi
scombussolasse.
Le feste, per chi non c'è abituato, fanno come il vino; mòntano al
cervello. Tutte quelle lumiere con specchi che le raddoppiàvano; quel su e giù
di gente che s'impacciava reciprocamente il passo, signori vestiti ad un modo e
dallo stesso scipito frasario, domèstici livreati buffonescamente quasi come
Ministri di Stato, dame mezzo svestite, con gonne di color zabaglione, gàmbero
cotto, dorso di scarabèo... di raso, di mussolina, di velluto, con guarnizioni,
nastri e fiori di pezza; e quel trimpellamento continuo, monòtono di un
pianoforte; que' colmi càlici di falso-Champagne, il tutto
avvolto in un'aria calda, polverosa, che t'incollava la camicia alla pelle e ti
essiccava il palato, mi avèano ubbriacato del tutto. Al che, se tu aggiungi un
pajo di occhi che mi guardàvano fisi fisi, neri, birichini, come quelli della
vedovella contessa di Nievo, uno degli astri della città, se... Dio! quando ci
penso. Con mè, essa, avèa ballato la maggior parte de' valzi, polche,
quadriglie, a mè chiedeva il braccio perché la scortassi alla cena - e le recài
io medèsimo lo sgabellino, poi un'ala di quaglia - per mè, in quella sera, le
lusinghiere frasette, le stralucenti zolfanellate. Pensate dunque quanto se ne
dovesse tenere un giovanottino fuggito appena dal materno capèzzolo, sentèndosi
il favorito di un ìdolo dei meglio incensati, vedèndosi su la di lui nera
mànica il più rotondo sodo avambraccio che mai portasse smaniglie! Sarèbbene,
fin un dei sette, impazzito... E proprio ci avèa motivo: nè più nè meno che per
certe tosuccie dalla corta vestina, le quali, in quella stessìssima veglia,
èrano - da un bel luogotenente degli Ussari, dai mostacchi biondi arricciati -
tolte, non so perché, esclusivamente a piroettare.
Da parte mia, m'abbandonavo, a una èstasi tale che sono sicuro di avere
commesso a quel ballo, e sùbito dopo, le più majùscole farfallonerìe. Bàstimi
ricordare come dimenticài affatto, partendo, di riverire gli òspiti, e come,
accompagnata la contessina, giusta il suo desiderio, fino a' pie' della scala e
sospirato all'ùltima languidìssima occhiata di lei e vìstala scomparire,
ravvolta in un bianco scialle, nella carrozza, presi a camminar verso casa
sotto una folta neve senza nemmeno aprire il paraqua, poi, giùntovi, stetti un
buon quarto d'ora, frugando e rifrugando nelle saccoccie, prima di rinvenire la
chiave della porta di strada, una chiave, diàvolo! lunga dieci centimetri,
Con tutta la mia agitazione, peraltro, riuscii, come già sapete,
fortunatamente, a non far cigolare gli usci e ad entrare nella càmera, non
intoppando in spigolo alcuno, nè interrompendo, un àtimo, a Giorgio il suo
tranquillo respiro. Entrato, in vece mia, buttài sul letto (dalla solleticante
rimboccatura, con due calzerotti di lana rossa al guanciale) la tuba, i guanti,
il sopràbito e, punto badando alle palpebre che tiràvano a chiùdersi, mi
lasciài cadere su di una sedia presso alla tàvola, sopra la quale avèo allogato
il lume e a capo di cui - basso il tendone - piantàvasi un teatrino portàbile,
delizia di Giorgio ed anche spesso mia.
E lì, poggiài sulla tàvola i gòmiti: fra le mani la testa... a scoppiar
bolle di aria.
Che tuttavia contenèssero mai, mi duole, mièi cari, di non potèrvelo dire.
Punto primo: egli è impossìbile di imprigionare - salvo che dentro un rigo da
mùsica - certi pensieri che fra di loro si giùngono, non già per nodi
gramaticali ma per sensazioni delicatissime e il cui prestigio stà tutto nella nebulosità dei
contorni: un tentativo di abbigliarli a perìodi con il lor verbo, il soggetto,
il complemento... so io di molto! li fuga. Punto secondo: avessi io anche la
potenza, la quale nessuno ebbe nè avrà mai, di acchiapparli con invisìbili maglie,
di presentàrveli come vènnero a me, bisognerebbe che voi, per non trovarli
ridìcoli, per non trovarli bambinerìe, foste, leggendo, nella medèsima
disposizione di spìrito del loro scrittore. Il che, fra noi, non può èssere.
Quando la fantasìa nostra si affolla, quando ci scordiamo di vìvere con pelle
ed ossa, un libro - stretto da noi e con amore, prima - ci sfugge
inavvertitamente.
Dunque, pazienza. Vi accennerò solo che, alla fin fine, schiacciata entro
lo staccio, tutta la biribara de' mièi pensieroni non la filava altro di
questo: che l'ingattimento della contessa di Nievo per mè - quantunque
mezza-bottiglia - era fuori del forse e che io riamàvala
alla spietata... E allora?
- Dormi - consigliommi la polpa.
Bah! avevo trincato troppi romanzi.
- Scrivi - mi vellicò, dall'altro orecchio, l'imaginazione.
Io sobbalzài. Una lèttera, eh? E come ne intravidi l'idèa, di colpo, con
quella stessa foga che, pochi mesi innanzi, pressàvami a comperare - venti per
volta - le scàtole de' soldatini di stagno, diedi di grappo alla cartelletta,
l'aprìi, intinsi nel calamajo la penna... cominciài...
CON...
Ma - in questa - il lume impallidisce e, bizzarri suoni di una metàllica
mùsica, sìmile a quella di certi tinnuli organetti germànici, pàjonmi
gariglionare dal teatrino che mi stà in faccia: il lume si smorza; voi, fate un
sibilo.
Ed al segnale, un luminoso quadrato si forma nell'oscurità. È il sipario,
il quale, rotolàndosi, scopre alla slavata luce del magnesio un proscenio...
Noi siamo nella magnìfica reggia di Pimpirimpàra: colonne, capitelli,
architravi, tutto sembra coperto da un'aurea, impalpàbile polve, tutto trèmola,
scintilla, crèpita, esageratamente càrico di elettricità. Ed ecco, nel mezzo
della scena, su di un lettuccio S.A.R. la principessa Tripilla, una bellìssima
bàmbola, in vesta oro ed argento, con un visetto bianco e rosso come una
giuncata colle maggiostre, occhi aerini, treccie di stoppa stelleggiate di
diamanti. Un groppo al fazzoletto, se mai ne usate, filòsofi! S.A. che mangia
lingue di Araba Fenice e inghiotte perle sciolte in Tocài, che dorme su piume
di uccelli-mosca e si forbisce con biglietti da mille,
ahimè! si annoja pure a morirne. Invano la duchessa di Trich-e-trach
- sua dama che le scalda le coltri - si affanna a trillare, a bocca chiusa, le
più sdrucciolèvoli poesiuccie; invano la contessa di Piripicchio - la quale,
ogni tanto, le soffia il nasino con una pezzuola a merletti - pizzica, su'
n'arpa priva di corde, delle inzuccheranti armonie; Tripilla batte sempre,
stizzosa, il plumbeo piedino contro le assi del palco: di più: come la marchesa
di Chiacchieretta rispettosamente la prega di inanimirsi, di non compromèttere
la sua augusta salute, essa, in risposta, dègnasi appoggiarle uno schiaffo. Se
la spalmata, che, poco dopo, dalle quinte si ode, intende imitarlo, che Dio ci
salvi anche dalle carezze della regale fanciulla.
Ma - taratàntara! - udite clangor di trombe. Ai lieti suoni di una fanfara
(cioè di un pèttine vestito di carta velina, e di migliarola entro una scàtola
di latta) due guardie, tutte d'un pezzo, dai larghi scudi, si appòstano agli
stìpiti di una porta.
E in mezzo a loro, passa il Re di Pimpirimpàra. Esso è un vecchione con
barba e zàzzera di bambagia, con una gran corona a gemme di talco, scettro e
globo - insegne le quali dàvano, ai sovrani di una volta, maestà, e che ora la
danno ai rè de' tarocchi; di più, con un manto d'amoerre celeste, ch'io
giurerèi staccato dal cappellino di mamma.
Il per-la-grazia-di-Dio, viene, secondo il sòlito, ad
augurare la buona mattina alla principessa figliuola; si avanza verso di lei -
non senza distribuire de' pizzicotti alle belle damine d'onore - l'abbraccia e,
paternamente, bàciale il cipollotto... Senonché, tosto, si accorge del malumore
di S.A.R. - A un padre non sfugge nulla. Se ne accorge, benché le labbra di lei
siano scolpite ad un eterno sorriso, e ne domanda la càusa:
- ? -
Risposta: la principessina si annoia -
Si annoja? - Ecco S.M., da babbo esemplare, offrirle un nùvolo di
divertimenti: - Vuòi ch'io faccia tarantellare i mièi generali e ministri? vuòi
ch'io converta il reame in un parco di caccia, avendo, per venagione, i nostri
conigli di sùdditi? -
Ma no. Tripilla crolla sempre la testa con quell'aria che, così bene, segna
nei burattini: sconforto - quantunque indichi pure, altra volta: starnuto.
- E allora - sclama salt... restando in bestia la Maestà Sua - và a spasso!
... - Poi - scuote, braccia, capo e gambette.
- Già, andiàmoci... - fà sùbito, ad annaquare il paterno furore, la
principessa. E quì, tutti si òrdinano; ricomincia la mùsica, cui aggiùngesi un
picchiamento di unghie sopra la tàvola per imitar lo scarpiccio e...via. La
reggia imbianca, cancèllasi a poco a poco: dietro di essa, come ne' cromatropi,
disègnasi una seconda scena.
Gran piazza; - l'attornia una tiritera di pòrtici; in fondo, chiesa: sul
dinanzi da un lato, un albergo con insegna sporgente; dall'altro, un edifizio
di carta grigia la cui soprascritta porta: asilo infantile. Sebbene il cielo
stia pinto a un immacolato sereno, i signori burattinisti avvisano di
rappresentare: tempo cattivo. Difatti, la luce che piove è glàuca, fredda come
in una palude: tu, istintivamente aspetti, dalle quinte - un rospo.
Ma s'ode il crocchiar d'una toppa.
Invece del rospo, dall'asilo infantile, esce un collegialinuccio, in tùnica
azzurra, il moccichino appiccato alla cìntola, in mano la cartelletta...
Erbette in minestra! chi scorgo! Ma sono io, colùi, io stesso. Ecco i mièi
capelli ricci, il mio bel naso all'insù, le mie labbra sottili... perfino un
certo piccolo neo, alla dritta, sul ciglio... oh oh, chi osò mai?
Rataplan: in risposta, uno stamburamento.
Nasce, da lungi, un rumore simile a quello di molte dita a pìzzico, battute
su gonfie gote (cavallerìa in galoppo) poi, il
patatà-patatà si moltìplica; mèscolavisi tintinno di
sonagliuzzi, squilli di casserole e uno scucchiarìo come di mano che frughi,
convulsa, in una cesta di posate d'argento.
Appàjono i primi fanti; ciascuna fila somiglia ad una spiedata di
quaglie... E pàssane, pàssane, arrìvano i cavalieri, corazzati in stagnolo;
certo, de' cavalieri eccellenti per durarla in sella con i sopranaturali salti,
con lo sprangar di calci violento, delle loro gran lepri; infine, su'n
elefante, spunta, velata, la graziosa Tripilla, fèrmasi a metà piazza e, dopo
qualche infruttuoso tentativo, si scopre.
O sfolgoreggiante beltà! Chi la vede, imminchionisce: agghiàcciasi sotto
gli sguardi di lei il pispino di una fontana. Quanto a mè, il che viene a
dire... quanto alla mia brutta copia, rimango quasi acciecato, mi si allarga la
bocca, mi si sbàrrano gli occhi (avèo movìbili queste due parti, indizio della
importanza mia nella comedia) insomma mostro un tal viso abbagliato che S.A.
non può non addàrsene.
Allora, ella pispiglia non-so-che nel braccio della sua
dama, baronessa Bacheròzzola: un fischio! e, tutto l'esèrcito, l'elefante
compreso, dà in un precipitoso movimento; tanto precipitoso che i soldatucci,
per meglio còrrere, non tòccan più suolo e - ingarbugliando fili di seta e di
ferro - vanno ad ammontonarsi in mezzo alle quinte.
Gabinetto di S.A.R. - Si arreda con molte sedie e con tàvole introdotte
dall'alto, si pòpola con le sòlite dame e damigelle d'onore. Entra la
principessa: essa va ad accomodarsi, per quanto glielo permèttono le giunture,
su' na poltrona. Dopo il silenzio di pochi momenti, in cui spicca il ronzìo
addormentatore di una fontana... tac... tac - alla porta.
- Chi è? -
È un messaggiero; quel messaggiero in ferrajolo rosso, dagli sterminati
baffi arricciati, che mi recava una letterona stracotta della graziosa
Tripilla. Ei viene per annunciarmi; trincia de' minuèttici inchini e... Ma qui
gli succede cosa imprevista; nel còmpiere una magnìfica riverenza, stramazza
sul palco col suo filo di ferro...
Allora un manone grassoccio, dai tozzi diti e dalle unghie cimate,
discende, prestamente il raccoglie: risetto beffeggiatore dietro le tele e la
rappresentazione continua.
Rapito il messo, spazzate via le dame, chi, se non io, dovèa squintarsi? E
invero, Ego compare nel suo bell'arnese delle domèniche, Ego che, in sulle
prime, tremante, incoraggisce poi e comincia a spifferare a Tripilla una
pippionata d'amore. Ma quella, con uno sguardo rimuginante, lo tira sùbito fuor
di rotaja, lo confonde talmente che Ego, persa affatto affatto la scherma, le
si butta alla balza in ginocchio. Poh! e' s'è fritto. Il lontano rumore, che
nel principio dell'amoroso colloquio pareva quello di un orologio polseggiante
in mezzo all'ovatta, raggiunge il rombo di cento incannatòi, come in cantina;
un bolli bolli, uno sfrigolare, un sussurrìo, lo accompàgnano. E tutta la
stanza si abbuja: con il cric-crac di cattivi fiammìferi, sègnansi,
dissòlvonsi sulle pareti, girigògoli strani - fosforescenti, fumosi. Intanto
de' violini, che si èrano inviati sottaqua, s'instràdano in un crescendo. Fuga.
Subìscono strappate sprezzanti, rabbiose, che òbbligano certo i lor suonatori a
balzar dalle sedie tre dita ogni arcata; - poi - ad un tratto, lampeggio. E
nuovamente chiarore. Continuando il frastuono, attorno, nella scena, mi si
pertùgiano mille finestre con duemila occhi che guàrdano giù e, da cento porte,
una folla di burattini s'incalza, si stiva, risucchia come l'onda del mare. A
mè trèman le gambe: tento gridare, non posso. La principessa, in questa, le cui
pupille gattèggiano più che più, incorònami un cèrcine, imbòccami un
dentaruolo. Generale sufolamento; la piena ballònzola, il fracasso aumenta,
aumenta. E... bo-um... un colpo di tamburone, poi, tutto,
teatro, ometti di stoppa, luce - in un battibaleno - come una palla di ferro
che tonfi in negra aqua, scompare; scompare non lasciando dietro di sé che un
forte odore di smoccolatura ed un rintrono da grossa campana suonata.
E io mi sveglio. Ho il corpo indolenzito, la lingua allappata, gli occhi
mezzo ingommati. Fò per stirarmi: ahi! - dico, urtando contro la tàvola - che
c'è? - Io ne rimango soprapensieri, quindi strasècolo allorché, riuscito
tastoni alla finestra e schiusa un'imposta, vedo vestito mè, e il letto, non
tocco: quanto all'orologio, accenna alle nove; quanto al mio Giorgio, si dorme
pacificamente la sua dodicèsima ora.
Ed impossìbile racapezzarmi; mi affanno invano a cercare. A chi, dunque,
ricòrrere?
Perdio! alla brocca.
Difatti, come v'immergo le mani - che unghiella! - e mi bagno la fronte,
ecco nella fantasìa ripasseggiarmi, a braccio, la principessa di Pimpirimpàra e
la contessa di Nievo. - Mariuole! - penso io tra lo stizzoso e il ridente.
E lì, non posso rimanermi di dare una occhiata dietro al sipario del
teatruccio; vi si ammontona un garbuglio di fantoccini: ne volgo un altro alla
carta da lèttera posta sopra la tàvola, vicino al candeliere senza candela e
colla gorgieretta di vetro spezzata; c'incontro in majùscole, un:
CON...
- Mariuole, mariuole! - ripenso nell'abbeverare la penna. E, perché le due
burlone non si gloriàssero almeno di avermi fatto anche sciupare un foglietto
di carta, utilizzo il già scritto, seguendo:
CONjugazione del verbo difettivo, gutturale e nutriente:
(((( = MANGIARE
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