IV.
Quel dopopranzo Pinuccio aveva
fatto un po' il cattivo ed era stato lasciato in casa, mentre il fratello e le
sorelline erano andate col babbo e con la mamma al giuoco del pallone.
La cameriera, a cui l'avevano
affidato, nell'assenza dei padroni era scesa col bambino a far quattro
chiacchiere in portineria con la portinaia e con le cameriere dei coinquilini.
Pinuccio s'era messo a fare il
chiasso col figlio del portinaio, detto Ranocchio, perchè corto e grassoccio.
Quel soprannome gliel'aveva appiccicato suo padre, e i bambini non lo
chiamavano altrimenti.
Ranocchio era un ragazzo
maleducato e cattivo, e perciò il signor Tomelli, che prima gli aveva permesso
di fare il chiasso coi suoi bambini in giardino, da parecchi mesi non gli
permetteva più che si mescolasse nei loro giuochi. Ranocchio stava a guardarli
dal cancello, e spesso li beffava e li faceva arrabbiare con motti e versacci.
Il signor Tomelli, a cui dai
bambini era stato accusato, gli aveva promesso una fitta di scapaccioni se non
avesse smesso; e Ranocchio se l'era tenuto per detto. Stava a guardare e non
diceva più nulla e più non faceva versacci. Si rodeva però dalla smania in quei
giorni, vedendo i bambini affaticati a rizzare lo steccato. Che cosa
combinavano? Non ne capiva niente. Infine, era bambino anche lui; e li avrebbe
volentieri aiutati a trasportare pali e arnesi perchè forte e robusto.
Quel dopopranzo dunque egli
domandò a Pinuccio:
— Che vuol dire quel casotto in
giardino?
PINUCCIO.
Non lo so; è pel cinese.
RANOCCHIO.
Pel cinese? Che è mai? Andiamo a
vedere?
PINUCCIO.
Leo non vuole.
RANOCCHIO.
Mentre non c'è nessuno; tu non
glielo dovrai dire.
PINUCCIO.
E come entriamo in giardino? Non
abbiamo la chiave.
RANOCCHIO.
Ci caleremo giù dalla finestra
della camera da letto di mio padre; è bassa bassa.
Pinuccio si lasciò persuadere. I
due ragazzi sgattaiolarono in camera senza che le donne se n'accorgessero; e
Ranocchio, rizzato Pinuccio sul davanzale della finestra, vi si arrampicò.
Lestamente, con un salto, fu in giardino e prese in braccio Pinuccio che
ripeteva pentito:
— Leo non vuole.
Visto che lo steccato era
chiuso, Ranocchio diè una strappata alla corda e aperse la porticina. Dentro ci
si vedeva poco. Ranocchio, dopo aver guardato curiosamente un pochetto,
intrigato da quel piedistallo con su quell'arnese coperto da un panno, dopo
aver girato torno torno senza osare di accostarsi, domandò:
— Che c'è lì sotto?
PINUCCIO.
Il cinese, che saluta con la
testa, così.
RANOCCHIO.
Davvero? E che dovete farne?
PINUCCIO.
È un giuoco; verranno
gl'invitati domani.
Ranocchio stese la mano e
sollevò un lembo della tela che copriva la statuetta; ma la testa non si poteva
vedere; e poi la tela, che vi posava sopra, la teneva ferma.
RANOCCHIO.
Come si fa per scoprirla?
PINUCCIO.
Non lo so; si tira su con un
bastone.
Ranocchio intanto voleva vedere
in che modo il cinese salutasse; gli pareva impossibile che una statuetta di
stucco potesse muovere la testa. Ma girando attorno il piedistallo, inciampò
nel bastone di cui non s'era accorto, urtò con esso la statuetta e la fece a un
tratto rovesciare, prima ch'egli avesse potuto ripararla.
Povero cinese! era già un
mucchio di cocci.
I due ragazzi rimasero lì,
sbalorditi della disgrazia, senza poter fare un gesto, ne proferire parola; poi
Pinuccio scoppiò in pianto, quasi la colpa fosse stata sua. Ranocchio sollevò
il bastone, che tirò su il pezzo di tela attaccato all'uncinetto.
RANOCCHIO.
Zitto! Vi metteremo un'altra
statuetta Ci penso io. Zitto.
PINUCCIO
(singhiozzando).
Dove la prenderemo?
RANOCCHIO.
Ti dico che ci penso io! Lascia
fare a me. Non piangere; così non sapranno mai chi è stato. E non dir niente a
nessuno. Chi ci ha visti?
Ranocchio intanto osservava bene
il bastone col panno, per persuadersi meglio del loro ufficio, e depostolo in
un canto, si diè a raccogliere i cocci nel berretto. Uscì in fretta dallo
steccato, tornò, raccolse gli ultimi minuzzoli, senza lasciarne neppure uno, e
corse a buttare via anche questi.
PINUCCIO.
Dove li hai riposti?
RANOCCHIO.
Li ho buttati nel pozzo. Andiamo
ora; pel resto, m'incarico io. E non dir niente! Nessuno ci ha visti.
Pinuccio si asciugò gli occhi ma
tremava tutto. Ranocchio, rassicurandolo e raccomandandogli a ogni passo di non
dir niente a nessuno, richiusa la porticina alla meglio, lo trascinò via, lo
rizzò di nuovo sul davanzale e saltò in camera.
— Pinuccio! Dove vi siete ficcati?
— chiamava in quel punto la cameriera, affacciandosi all'uscio.
Aveva fretta di salir su, prima
che la signora tornasse.
La cameriera si accorse del
turbamento del bambino.
— Che hai? Che ti ha fatto
Ranocchio?
PINUCCIO.
Niente.
LA CAMERIERA
(a Ranocchio).
Che hai fatto al bambino,
cattivo arnese?
RANOCCHIO.
Niente; abbiamo giocato. È vero?
PINUCCIO.
Sì.
Quel sì gli era stato strappato
da un'occhiataccia di Ranocchio, che aveva messo pure il dito sulla bocca,
ripetendogli a quel modo la raccomandazione di star zitto.
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