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La prima cosa che le diè
nell'occhio al ritorno in famiglia, fu la grande insegna nera con un Banca
agricola provinciale, attaccata al terrazzino di mezzo del primo piano, i
cui grossi caratteri dorati brillavano sulla facciata chiara, rintonacata di
fresco.
Vedendo quell'omaccione dalla
livrea turchina filettata di rosso, che, cavandosi il berretto gallonato, prendeva
gli ordini del signor Marulli pel bagaglio, Giacinta domandò al babbo:
— Chi è costui?
— Il portinaio della Banca.
La vecchia scala di travertino,
con le pareti di stucco bianco e lo zoccolo scuro di finto marmo, con le belle
vetrate dai vetri puliti ad ogni pianerottolo, non era più riconoscibile.
— Gran novità, babbo!
— Sì; vedrai anche dentro.
Ma dal tono della risposta capì
che il povero babbo non doveva esserne molto contento.
Infatti, in tutte le stanze,
tappezzerie rinnovate, pavimenti alla veneziana lustri come specchi, usci
riverniciati in bianco, doppie tende di trina e di stoffa che scendevano con
larghi panneggiamenti fino a terra; davanti a ogni finestra o terrazzino,
bussole dai grandi cristalli, il salotto tutto addobbato di nuovo... In somma,
da non raccapezzarvisi.
— E quest'uscio? — domandò Giacinta al padre che
le mostrava ogni cosa.
— Dà nelle stanze del
commendatore Savani, il direttore della Banca agricola. Egli è solo, scapolo, e
desina in famiglia con noi.
— Babbo, e questa mia camera non
era prima la sala da pranzo?
— Tua madre!… — rispose il signor
Paolo stringendosi nelle spalle.
— Ma… come?
Si sentiva proprio scombussolare:
— Dov'erano andati i cari
testimoni della sua fanciullezza?
Quei ricordi così vivi, così
netti pochi giorni addietro ora, sotto l'impressione di quella inattesa realtà,
se li vedeva sbiadire rapidamente davanti con un senso di pena e d'indefinito
terrore.
— Anche il giardino!
Le aiuole, circondate da eleganti
ripari di ferro fuso, parevano, sì, ceste fiorite, ma…
— E quelle statue di terra
cotta?… Come stridevano, con la loro tinta rossastra, fra il verde degli
alberi!
E poi… che vita in casa!… Col via
vai di tanta gente dalla mattina fino a notte inoltrata, il salotto sembra una
succursale della Banca del primo piano.
— Quella mamma, Signore! Azioni,
dividendi, cartelle, bilanci, fedi di credito, operazioni…, non ragionava più
d'altro! Come trovare un tantino di tempo per badare alla figliuola?
Il povero babbo restava in
disparte. Il commendatore invece pareva il padrone di casa. Questo la irritava.
E il Savani le divenne presto antipatico.
— Povero babbo! Era molto
invecchiato!
Egli andava spesso a scaldarsi —
come soleva dire — nel bel nido della figliuola. Con la barba e i capelli
brizzolati di bianco, con la faccia piena di rughe e gli occhi un po' stupidi,
improntati di una rassegnazione animale, si sedeva in un canto del canapè e
parlava a monosillabi, o non parlava affatto.
— Babbo, a che pensi? — gli
domandava Giacinta.
— A nulla!
Si meravigliava di quella
domanda: non ne indovinava la ragione. E un giorno che sua figlia, parlando
della mamma con amarezza, aveva alla fine esclamato:
— Che vita! Che vita!
— Va! — egli rispose — Quella
donna è fatta così!
Giacinta lo abbracciò tra intenerita
e stizzita.
Passava in camera quasi l'intiera
giornata, leggendo, lavorucchiando qualche cosina, scrivendo delle lunghe
lettere di sfoghi a quella sua amica di collegio che non sapeva chi fosse il
proprio babbo, ma aveva però una mamma che le voleva tanto bene! In salotto
compariva di rado, massime la sera, infastidita da certe occhiate di quei
giovanotti, da certi maligni mezzi sorrisi che le era parso di scoprire sulle
labbra di alcune amiche di sua madre.
— La signorina vuol dunque farsi
monaca? — le diceva la Marietta che ora spadroneggiava sola in casa, dopo che
Camilla era andata via.
— Il chiasso mi dà ai nervi.
Tutte le mattine, appena la
padroncina suonava, Marietta entrava in camera discretamente, apriva le
imposte, levava via il lume dal tavolino da notte, metteva in ordine le vesti e
le portava il caffè, fermandosi presso il letto, con le mani nelle tasche del
grembiule bianco, domandando:
— La signorina ha dormito bene?
O pure stava ad aspettare, zitta,
con un benevolo sorriso sulle labbra, aggiustandosi di tanto in tanto la cuffia
civettuola. Poi l'aiutava a vestirsi, muovendosi attorno lesta, leggiera, con
un fare da cutrettola, per prendere questo o quell'oggetto.
— La Camilla perché è andata via?
— le domandò una mattina Giacinta.
— Quella chiacchierona!… Oh!…
Perché diede un grosso dispiacere alla signora…
— Che dispiacere?
— Ma, non so… Per l'affare… di
Beppe.
Giacinta era diventata un po'
rossa in viso, senza ben capire la reticenza della Marietta.
Così, a poco a poco, fra padroncina
e cameriera, era nata una intimità che a Giacinta serviva di sfogo. Quel
carattere allegro le piaceva, forse pel contrasto col suo. E nelle giornate in
cui la Marietta doveva stirare, Giacinta, preso in mano un lavorino di ago
andava a sedersi nella stanza con lei che, sbracciata fino ai gomiti, sbatteva
i ferri sul tavolino, canticchiando, ridendo…
— Per tenere di buon umore la sua
cara padroncina.
Di mano in mano, Marietta
s'infiammava; e mentre camicie, sottane, polsini e altri capi di biancheria inamidati
friggevano e prendevano il lucido sotto il ferro, la sua parlantina si
accresceva. Pareva che recitasse una parte da commedia; specie quando,
tralasciato di stirare, mettevasi a far la caricatura della signora Rossi che
somigliava a una gru, con quel collo tutto grinze e quel naso, proprio un
becco, che voleva ficcarseli in gola!
Allora seguiva tutta la sfilata.
— E la signora Clerici?
— Alla larga! Uno schizzo di
fontana quando tira vento. Bisogna accostarsele coll'ombrello.
— E la signora Maiocchi?
— Quella lì, santa economia!
cerca un solo marito per la figliuola e per sé.
— Zitta, linguaccia!
Ma, in verità, quella linguaccia
non le dispiaceva, così malamente ella soffriva tutte le amiche di sua madre.
— Però, la signora Villa…
— Gesù! Una rigattiera… Quel
vestituccio avana lo portava sin da ragazza. Ora, vi appunta su cogli spilli un
po' di guarnizioni nuove, e festa! Va attorno, con la sua aria di matrona, come
se avesse indosso chi sa che cosa…
E si dondolava, col busto in
fuori, camminando lentamente. Giacinta moriva dalle risa.
— Pareva proprio quella!
E il ferro tornava a far pan,
pon, pan, sul tavolino, quasi battesse la solfa.
— Sa? — riprese Marietta. — Quel
babbeo del conte di San Celso si permise, l'altra sera, di darmi un pizzicotto
ai fianchi! Ci ebbe poco gusto. Con una gomitata, lo sbatacchiai al muro.
— Poverino!
— Poverino?… E ride? Almeno
l'avvocato Ratti…
— Ti pizzicotta anche lui?
— Tutti, quando capita!… Ma è tempo
perso. Ora dopo la disgrazia, ho messo giudizio. E la Madonna mi deve aiutare…
Uomini? Dio ne scampi!
A quel ricordo s'era fatta tutta
seria. Pensava alla sua creatura:
— Chi sa dove penava?… Il suo
destino avea voluto così!
E scuoteva il capo… E il ferro,
pon, pan, pon sul tavolino con dei colpi arrabbiati.
Ma se veniva interrogata intorno
al commendatore, Marietta diventava a un tratto discreta.
— Un bravo signore. Spende,
spande…
Non diceva mai altro.
La signora Marulli l'aveva tirata
su, a poco a poco, una cameriera perfetta. Astuta, fina, pieghevole, sapeva a
tempo e a luogo chiudere un occhio e anche tutti e due, e con la signora andava
molto di accordo, benché il carattere di lei… così difficile…!
— Alla mia padroncina però voglio
un gran bene davvero. Mi butterei nel fuoco per farle piacere.
E quando Giacinta, nei momenti
più tristi, le apriva tutto il suo cuore, Marietta piangeva.
— Quella benedetta signora!…
Oh! non voleva mettere male tra
mamma e figliuola; sarebbe stata un'infamia… Ma, all'ultimo si lasciava andare,
e smetteva i riguardi, parlando chiaro e tondo, chiamando pane il pane:
— La signora, con una ragazza da
marito in casa, si conduceva male, malissimo… Ecco!
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