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Entrando nel salotto dove il
conte Giulio e il signor Paolo stavano ad aspettarla, Giacinta ebbe quasi a
venir meno.
— Come sei pallida! — le disse il
signor Paolo.
— Oh, passerà! Un po' di nervi…
Ne avrò forse per una settimana. Passerà.
— Appunto il giorno delle nozze!
Il conte non sapeva consolarsene.
Mentre Giacinta, seduta accanto
al suo babbo e tenendolo per una mano, guardava attraverso i cristalli il cielo
bianchiccio, da nevischio, che gittava una luce fredda sulla tappezzeria grigia
della stanza, il signor Marulli si suonava il tamburo sulla pancia colle dita
dell'altra mano.
— Che stagione! Vuol nevicare. Ed
ieri avemmo quasi caldo!
— Sì, vuol nevicare.
Il conte gli faceva l'eco, per
dir qualche cosa, continuando a guardare con gli occhi smorti sua moglie che
taceva.
La conversazione languiva. Il
Marulli avrebbe voluto trovare qualche barzelletta da far ridere gli sposi; ma
il conte gli metteva soggezione col suo titolo, con la storica nobiltà del
cognome, col sangue principesco che gli traspariva dalle vene a fior di pelle,
alle tempie e alle mani. Gli occhi di Giacinta si ostinavano a restar fissati
alla striscia di cielo bianchiccio che si vedeva dalla finestra sul tetto della
casa di faccia; e col mordersi leggermente ora un labbro, ora l'altro, ella
mostrava di non aver voglia di parlare.
Il conte intanto stava sulle
spine, arrabbiato contro quell'imbecille di suo suocero inchiodato lì sul
canapè, senza accorgersi (ci voleva molto?) d'essere importuno.
Il signor Paolo, osservato il
cielo anche lui, ruppe il silenzio:
— È tempo che non dura.
— Certamente — rispose il conte.
— Certamente — replicò Giacinta.
E fu stupita d'aver parlato. Si
passava le mani sul viso per riscuotersi, e sbirciava di sfuggita il conte
Giulio che agitavasi sulla poltrona dirimpetto, umettandosi colla punta della
lingua frequentemente le labbra, scotendo coll'indice il ciondolo della catena
dell'orologio. Allora, dalla paura che il suo babbo potesse andar via, ella gli
strinse forte la mano. Ma il signor Paolo comprese a rovescio e balzò su dal
canapè, ridendo a scossoni, maliziosamente:
— Ma che faccio io qui? Eh! Eh!
Avete delle cosine da dirvi in segreto… perché… perché…
Il conte gli rispondeva con dei
gesti negativi e intanto gli faceva largo per lasciarlo passare. Ma Giacinta
levatasi in piedi, ripresa la mano al suo babbo, gliela premeva con insistenza.
— Ti senti male? — le domandò il
signor Marulli.
— Sì, babbo, un pochino.
E si lasciò ricadere sulla
seggiola, bianca bianca in volto, con un lieve tremito per tutta la persona.
— Perché ti sei alzata? Hai fatto
male, malissimo.
— Che disgrazia! — ripeteva il
conte, ritto in piedi dinanzi a lei, osservandola con tanto d'occhi.
— Sarà debolezza, — disse il signor
Paolo — la fatica, l'agitazione dei giorni scorsi… È così gracile! Vuole
scommettere, che non ha ancora preso nulla?… Se lo dicevo! A questo modo
starebbe male anche un colosso.
Il conte, per mandarlo via più
presto, accompagnandolo fino all'uscio, gli aveva sussurrato in un orecchio:
— Ci pensi lei!…
Non appena lo vide slanciarsi per
sedersele accanto, Giacinta si strinse tutta e chiuse gli occhi. Poi, al
contatto di quelle mani dalla pelle liscia e fredda, al fiato caldo che le
alitò sulla faccia, tentò subito di rizzarsi, come atterrita da un imminente
pericolo; ma il conte la tratteneva, balbettando parole inintelligibili. A un
tratto, presale la testa fra le mani, la baciò sulla bocca.
Giacinta lo respinse, senza saper
quel che si facesse, diventata di bragia; e gli sfuggì, a traverso le seggiole,
correndo verso l'uscio.
— Siate buona, contessa!…
Giacinta sii buona! — supplicava il conte, sbarrandole l'uscita, tendendo verso
di lei le lunghe braccia, aprendo e chiudendo le mani.
— Perché non volete? Perché?
Rifugiata in quell'angolo del
salottino, fremente d'indignazione, Giacinta spiava uno scampo:
— Lasciatemi uscire! Lasciatemi!
Avrebbe anche gridato al soccorso
nel vederselo dinanzi, a pochi passi, piantato sulle gambe allargate, con le
braccia aperte, e con lividi luccicori di fosforo negli occhi, sotto il ciuffo
di capelli rovesciatoglisi sulla fronte; ma la rabbia e il dispetto le avevano
inaridito la gola.
E si lasciò prendere tra le
braccia, cedendo, andando quasi trascinata verso il canapè, dove il conte si
mise a baciarla sulle guancie e sulla nuca, ripetutamente, insaziabilmente:
— Giacinta! Giacinta!
Oh! Quei baci la violavano!… E il
nome di Andrea le rigurgitava in gola, per buttarlo in faccia al conte:
— Basta! Non vedete che soffro?
— Perdono, contessa! Perdono!…
Colpito da quel grido angoscioso,
egli si era subito tirato da parte. E, intimidito, a testa bassa come un
fanciullo sgridato, si confondeva ora in mille scuse:
— Aspetterò… quando vorrete voi…
Perdono!… Rimettetevi; vien gente!
— Che ho mai fatto! — esclamò
Giacinta un'ora dopo, torcendosi le mani, appena il conte e la signora Teresa
la lasciarono un momento sola col Gerace, per accompagnar la Clerici e la Mazzi
che andavano via.
— Che ho mai fatto!… Che
terribile tortura sarà!…
— Oh, Andrea, Andrea!… E sono
stata io!… Io stessa!
— Zitta, per carità! Ritornano! —
disse Andrea.
— Che me n'importa?
— Ti farai scorgere…
— Hai paura?…
— Per te.
— Per me?… Oh… io porterei
attorno, come un trionfo, il nostro amore!… Li disprezzo tutti. Capisci?
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