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Giacinta era rimasta, tutta la
nottata, seduta a piè del letto, con il capo rovesciato sulla sponda, le
braccia abbandonate, agonizzante sotto i colpi di quel dolore che tardava ad
ucciderla. Di tanto in tanto alzava la testa, apriva gli occhi smarriti, si
passava le mani sulla fronte.
— Non era dunque un orribile
sogno?…
E ricadeva nella prostrazione che la teneva
lì senza moto, quasi senza pensiero, da tante ore; da un’infinità di anni, le
pareva!
Dalle stecche rialzate della
persiana, il sole accendeva strisce e punti di luccicanti riflessi sui mobili,
sugli oggetti di cristallo e di porcellana, lasciando in penombra uniforme
tutto il resto dove non frangevasi la viva punta dei suoi raggi. E a un tratto,
in quel silenzio e in quel tepore, che sembrava tenessero in deliziosa
sonnolenza anche gli oggetti inanimati, arrivava, da la via, la stridula voce
d’un organino suonante una melodia del Ruy Blas.
— No, non era un sogno! Era la
verità! Aveva parlato lui! Proprio lui le aveva ingratamente rinfacciata la sua
passione… e le si era rivoltato contro…
Uno sbuffo di pazzia tornava a
montarle al cervello.
Oh!… Avrebbe voluto meritarselo
almeno! Avrebbe voluto meritarselo con qualcosa di spregevole, di ributtante,
dove la sua coscienza, la sua volontà fossero intervenute deliberatamente!…
Quel suo miserabile cuore diceva di no, quelle sue vilissime carni fremevano di
ripugnanza, avrebbe dovuto buttarle in preda al primo capitato, per sbarazzarsi
d’ogni scrupolo, d’ogni pudore! A che le servivano pudore, scrupoli, cuore?
Solo a renderla infelice!… E poiché non poteva, no, no!… e poiché non sapeva…!
L’organino aveva ripreso da capo:
Oh dolce voluttà! Desio d'amor gentil! Uno scherno, in quel punto. E le
pareva che il letto, le poltrone, i mobili della camera le danzassero attorno
una ridda infernale, gridando confusamente, gettandole in faccia tutte le gioie
da lei godute in quel santuario d'amore, quando la loro felicità era al colmo
ed ella non chiedeva più nulla né alla terra, né al cielo! E le pareva che quei
testimoni di tante dolcezze ora ghignassero, irridendola, in una perversa
esultanza: e facessero volar per aria, a folate, tutte le sue parole d'affetto,
tutte le sue carezze, tutti i suoi baci, come inutili cenci, a ludibrio
contraffacendola, sbertandola fra ringhi e fischi, quasi volessero chiudere con
tal chiasso indecente quell'ultima scena del suo dramma.
— E poiché non poteva!… E poiché
non sapeva… Ah! meglio morire!
La testa le scoppiava. La bocca
era riarsa. Ella aveva già avvertite delle interruzioni nella sua intelligenza,
lungo la nottata, quando il passato e il presente le erano, a poco a poco,
spariti dinanzi; quando, stupidamente fissa verso un punto luminoso, un oggetto
vicino, un fiore della tappezzeria, era rimasta a guardare a lungo, a lungo,
senza vedere, senza capire, proprio come una pazza…
— Meglio morire!
Il castello incantato della sua
passione era crollato, da cima a fondo, alle terribili parole di Andrea. Perché
più vivere, dunque?
— Meglio morire!
Cessò di piangere, s'asciugò il
volto. Aperti i cristalli, aspirò avidamente l'aria fresca che invadeva la
camera: poi corse all'armadietto d'ebano.
— Dev'essere qui — mormorava,
rovistando i cassetti. — Deve essere qui.
Frugava, disfaceva gl'involtini
che le capitavano tra le mani, ributtando indietro oggetti e carte,
impazientissima. Non trovava nulla. Arrivata all'ultimo cassetto, lo vuotò
intieramente; dal fondo un boccettina ruzzolò.
— Eccola!
Ella sorrideva tristemente, scotendo
il capo. Il cuore le batteva forte. Una lassezza dolcissima, simile a quella
provata alcune volte nei più bei momenti di felicità, le rammollava gambe e
braccia, e mentre non sapeva staccar gli occhi dal chicco nerastro chiuso nella
boccettina, sentivasi lentamente invadere da una pace profonda. Finalmente era
prossima a staccarsi dalla vita e da ogni vanità di essa! Finalmente si sarebbe
addormentata per sempre nel fatale sonno del curare!…
— Grazie! Grazie! — mormorava,
baciando la boccetta, rivolgendosi verso a un assente, a cui non era mai stata
così grata come in quel momento.
Si sentiva forte. Durante la
terribile notte, l'energia del suo carattere, che la passione e il dolore
avevano negli ultimi mesi alcun poco infiacchita, erasi destata con la vigoria
di una volta. Pure, ella stava in guardia contro sé stessa, a quel vivo
ripullulare di ricordi, di sensazioni e di sentimenti che pareva cercasse di
stornarla dal tristo proposito.
— No; voleva morire… Doveva
morire! Era vita la sua? Una continua agonia!
Ma i ricordi insorgevano, la
spingevano indietro, fino a quella stanza ingombra di arnesi smessi, dove le
ore solitarie della sua fanciullezza eran trascorse in un monotono
interminabile soliloquio. Vent'anni volati via in un baleno!
— Com'era stata felice allora,
nell'ignoranza di tutto!
Chiuse la finestra. La tepida
giornata primaverile, smagliante di luce, che i passeri salutavano col loro
cinguettìo dalle grondaie e dai tetti, la commoveva troppo. La vocina limpida e
allegra d'un'operaia che cantava Giulia gentil nella casetta
dirimpetto, fra il grido dei ragazzi, dei rivenditori, il rumore dei carri e
delle carrozze che passavano per la via, già cominciava a turbarla.
— No; meglio morire! — ella disse
ad alta voce.
E suonò.
Marietta a vederla
straordinariamente pallida, domandò:
— La signora contessa ha passato
una cattiva nottata?
— Anzi! Ho dormito troppo.
Nel camerino, seduta davanti allo
specchio, tutta avvolta nel bianco accappatoio, Giacinta osservava il suo viso
squallido e disfatto, dalle occhiaie livide, dalle labbra contratte. La testa,
con i capelli disciolti sulle spalle e gli occhi stralunati, aveva una così
strana espressione, ch'ella n'ebbe quasi paura.
Marietta le raccontava intanto la
piccola avventura capitatale al veglione la sera innanzi. Il Ratti, scambiatala
sotto il domino, chi sa per chi, dopo averle detto un mondo di
grullerie, l'aveva invitata anche a cena.
— Cenasti con lui?
— Sempre in maschera. Poi
insistette per accompagnarmi a casa…
— E ti lasciasti accompagnare?
— Dovevo affliggerlo? Quando mi
vide fermare al portone… Povero signor Ratti!
Giacinta sorrise.
Più tardi, venne il dottor
Follini. Chiedeva qualche soccorso per una sua ammalata.
— È giovane? — domandò Giacinta.
— Giovanissima e bella. Il lavoro
la uccide.
Giacinta gli diede un biglietto
da cento lire.
— Grazie!… È anche troppo. Come
sarà contenta quella infelice!
— Guarirà? — riprese Giacinta,
dopo una breve pausa.
— Oh, no! E vorrebbe vivere!
— Con una vita così piena di
stenti?
— La sua povera mamma, cieca e
paralitica, perirà di fame senza di lei. Trista cosa il mondo! Nessuno può
saperlo quanto noi medici, che vediamo miserie e dolori incredibili, non
possiamo alleviarli. Che sono mai in confronto, i dolori quasi artificiali delle
persone ricche, della gente elevata?
— Come s'inganna!
— Può darsi. L'immediato contatto
con la miseria ci fa perdere ogni filosofia. Il cuore non ragiona. E lei, sta
bene?
— …Benissimo! — ella rispose,
distrattamente. — Va via?
— Vado da quella disgraziata.
Il dottor Follini, in piedi,
trattenuto per la mano da Giacinta, sorrideva imbarazzato. Ella comprese
l'intimo linguaggio di quel sorriso, e di quella calda stretta di mano:
— Mi perdoni! — gli disse con
voce tremante.
— Che cosa?
— Forse le ho fatto del male…
senza volerlo.
— Mi ha fatto un gran bene.
— Quanto è generoso!
— Sono stato un fanciullo! —
soggiunse quasi subito il dottore, diventando un po' rosso in viso. — Noi che
viviamo nel pantano della più schifosa realtà, sentiamo assai più degli altri
il bisogno d'alzar gli occhi a un cielo dove la realtà si purifica, senza punto
smarrirsi in vaporose idealità. Sono stato un fanciullo… Avrei dovuto tacere
anch'oggi; avrei dovuto contentarmi soltanto del delicato profumo delle anime
nostre, aspirato quasi di nascosto… Non importa. Fra tre giorni sarò a Parigi.
La lontananza terrà sempre vivo un sentimento che noi, probabilmente,
uccideremmo da vicino.
— Ha ragione!
Come gli era grata d'esser venuto
a vederla per l'ultima volta! La vita le dava con lui l'estremo sorriso!
Fino a quel momento la figura
d'Andrea era rimasta rannicchiata nell'ombra, tenuta in disparte dal sentimento
d'odio e disprezzo, scoppiatole nel cuore la sera avanti, quando egli aveva
detto: «Se mento, è per te, unicamente per te!…».
— Ingrato!… Vigliacco!…
Ma ecco, ella cominciava a
provare una strana inquietudine, un bisogno di vederlo arrivare da lei alla
solita ora. Sul punto di staccarsene per sempre, la stringeva una tenerezza
piena di compassione per colui ch'era stato tutto, proprio tutto, per lei.
— Perché accusarlo? Una forza
superiore ci preme tutti e due!… M'amava davvero, senza secondi fini, con lo
stesso ardore con cui m'ero gettata fra le sue braccia! Se ora non m'ama più,
se il nostro amore, creduto tale da dover durare eterno, è stato più corto d'un
sogno, che colpa n'ha lui?… E tarda a venire appunto oggi!… Oh! Vorrei morire
perdonandogli, dicendogli che muoio per averlo troppo amato!
Indugiava, con una specie di
crudele piacere, più non temendo che la volontà e il coraggio le fallissero nel
punto di metter in atto la sua decisione, o che l'istinto della conservazione
le arrestasse in mano lo spillo avvelenato. Provava un'intensa serenità; si
teneva già morta. Le pareva già di vivere quella seconda vita, di cui aveva
parlato una sera il Mazzi, procuratore del re, uomo grave e spiritista
convinto.
— E poi, morire come
quell'indiano rammentato dal Follini, tranquillamente, senza soffrire, forse
senza che nessuno possa sospettare un suicidio…
A un tratto s'accostò alla gabbia
del canarino e l'aprì. L'uccellino, addomesticato, uscì fuori, saltandole sul
dito, beccandoglielo delicatamente.
Quando Giacinta lo punse con lo
spillo avvelenato, ei mostrò appena di risentirsene. Beccò il pezzettino di
zucchero immollato nell'acqua ch'ella gli porgeva; e, rientrato nella gabbia,
continuò a saltellare qua e là, irrequietamente, dopo aver intinto il becco nel
beverino e levato il collo per sorbire l'acqua.
Giacinta, pallida, strizzandosi
le mani ghiacce, attendeva.
Dopo alcuni minuti, il canarino
non saltellò più. Appollaiato sulla stecca, volgeva la testina attorno, come
preso da stupore e da stanchezza. Stirò una zampina, si frugò col becco tra le
piume del petto, nascose la testa sotto un'ala… e cadde in fondo alla gabbia.
Immobile col cuore che batteva
forte, gli occhi pieni di lagrime, Giacinta quasi credeva di aver assistito
alla propria agonia:
— Oh!… Morire in quel modo era
quasi un addormentarsi!
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