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C'era una volta due sorelle
rimaste orfane sin dall'infanzia: la maggiore bella quanto il Sole, diritta
come un fuso, con una gran chioma che pareva d'oro; la minore così così, né
bella né brutta, piccina, magrolina e zoppina da un piede. Per la sorella, non
aveva nome: era semplicemente la zoppina.
La vecchia nonna, da cui erano
state raccolte in casa, non avrebbe voluto che costei la chiamasse sempre con
quel nomignolo:
- Che colpa n'ha, la poverina? È
mancanza di carità rammentarle il suo difetto.
- O se è vero ch'ella è zoppina!
Non me lo invento io.
E la cattiva rideva, per giunta.
Si fosse pure contentata di
maltrattarla con quel nomignolo soltanto! Non sarebbe stato niente, perché la
zoppina non se ne faceva, come se non dicesse a lei. Il peggio era che la
maltrattava anche coi fatti, quasi non fosse stata dello stesso suo sangue, ma
una serva.
- Zoppina, fa' questo... Zoppina,
fa' quello!... Zoppina, vien qua! Zoppina, va' là.
Non le dava requie un momento; ed
ella intanto se ne stava in panciolle per non sciuparsi le belle manine, o pure
allo specchio o alla finestra, quantunque la nonna spesso la sgridasse:
- Chi aspetti lì, a quella
finestra?
- Aspetto il Reuccio
Né lo diceva per chiasso. Si era
messa in testa che il Reuccio, passando per la strada, dovesse restare
incantato dalle bellezze di là e farla Reginotta. E la mattina, quando il
Reuccio andava a caccia, seguito da tanti cavalieri, se lo divorava con gli
occhi, e si sporgeva fuori dalla finestra, facendosi quasi sventolare la sua
gran chioma d'oro per attirarne gli sguardi. II Reuccio non le badava, non si
voltava; passava trottando, con gran dispetto di lei. Ella però non si dava per
vinta.
- Guarderà domani. Se mi guarda,
è fatta: sarò Reginotta.
E sfogava la sua rabbia contro la
sorella. Arrivava fino a picchiarla, se le pareva di non esser servita a
puntino, specialmente nei giorni che il Reuccio passava di corsa, proprio
quando ella credeva di essersi fatta più bella, lavata, pettinata, e con la biancheria
di bucato.
Un giorno, che s'era alzata dal
letto di malumore più del solito, aveva gridato sgarbatamente:
- Zoppina, va' a comprarmi il
latte: e sia fresco, zoppina!
La povera zoppina era scesa in
istrada, e, ciampicando, s'avviava verso la bottega del lattaio, quando, dalla
svolta della cantonata, ecco sbucare il Reuccio e il séguito a cavallo, di
carriera. Ebbe tanta paura, che inciampò, e cadde. Al grido di lei, il Reuccio
poté frenare a tempo il suo cavallo e salvarle la vita. Scese subito di sella,
l'aiutò a rizzarsi in piedi, le domandò premurosamente se s'era fatta male, e
vedendo che zoppicava, credette che fosse per effetto della caduta. Allora le
porse il braccio, l'accompagnò dal lattaio e poi la ricondusse fino alla porta
di casa.
La sorella maggiore già
s'affrettava a scender le scale per non lasciarsi sfuggire quell'occasione di
farsi vedere dal Reuccio; già borbottava le belle parole di ringraziamento da
dirgli, e già pensava al graziosissimo inchino da fargli; ma quand'ella arrivò
giù, il Reuccio era rimontato a cavallo, e spariva in fondo alla strada.
Figuriamoci che stizza! Quel
giorno parve ch'ella avesse un diavolo per capello: niente la contentò, niente
le andò a verso:
- Zoppina! Zoppinaccia! Brutta
zoppaccia!
La poverina si mise a piangere.
- Fa' la volontà di Dio - le
disse la nonna. - Dio ti aiuterà.
La nonna, ch'era molto vecchia,
si ridusse in fin di vita. Prima di morire, si rivolse alla sorella maggiore:
- Ti raccomando quella poverina.
Ora che non ci sarò più io, non esser con lei sempre cattiva come pel passato.
È buona, affettuosa; non si merita punto i maltrattamenti che tu le fai. E non
la chiamare più zoppina!
- O se è vero ch'ella è zoppina -
fu la risposta di lei. - Non me lo invento io.
- Senti: verrà un giorno che vorresti
esser tu la zoppina!
E la vecchia morì.
Rimaste sole, la sorella maggiore
si tenne per padrona addirittura. Se la nonna le avesse raccomandato di far
peggio di prima, quella cattiva ragazza non avrebbe potuto far peggio. La
povera zoppina piangeva giorno e notte.
Colei sfoggiava abiti di seta,
collane, e anelli, e orecchini di brillanti: la zoppina, doveva indossare un
vestituccio di stoffa scadente, scuro, sbricio sbricio, quasi da monachina. E
tutti i giorni:
- Zoppina! Zoppinaccia! Zoppina
del diavolo!
La poverina faceva la volontà, di
Dio, come le aveva detto la nonna; ma la notte, nella sua misera cameretta, si
metteva a piangere, zitta zitta; e pregava:
- Nonnina mia, nonnina mia,
pensateci voi per me!
Una mattina, nel far le scale per
andare a comprare il latte, scòrse su uno scalino qualcosa che non distingueva
bene che fosse. Si chinò, lo raccolse, e vide ch'era un fiorellino tutto
scalpicciato e sgualcito; un fiorellino rosso, che mandava un odore di
paradiso. Lo ripulì, gli riaggiustò le foglioline e se lo mise in petto.
Tornata a casa, lo ripose in un vasetto con l'acqua, su un tavolino della sua
camera, e di tanto in tanto andava a osservarlo. In quel vasetto con l'acqua,
il fiorellino parve risuscitato, e riempiva la camera del suo profumo.
Quando la sorella la sgridava: -
Zoppina! Zoppinaccia... Zoppaccia del diavolo! - ella, senza sapere perché,
andava a guardare il fiorellino, e si sentiva consolata.
Verso mezzanotte, entrata in
letto, la poverina s'era messa a piangere:
- Nonnina mia, nonnina mia,
pensateci voi per me!
E sentì una voce flebile flebile,
dolce dolce, che diceva:
- Ci penserò io! Ci penserò io!
Ebbe paura e accese il lume.
Nella camera non c'era nessuno: né quella era la voce della sua nonna.
- Mi sarà parso!
Spense il lume e si addormentò.
Così più notti di seguito; ella
però oramai più non provava paura a quella voce flebile flebile, dolce dolce,
che pareva venisse da lontano. Anzi, una notte, fattosi animo, osò domandare:
- In nome del Signore, chi
sei?... Sei tu la mia nonnina?
Passato un, mese, il fiore era
sempre così vegeto e così fresco nel vasetto, dov'ella rimutava l'acqua due
volte al giorno, da potersi credere spiccato allora allora dalla pianta.
La zoppina n'era meravigliata, e
cominciò a sospettare che esso fosse incantato, e che fosse sua quella voce da
lei udita ogni notte.
Perciò la notte appresso, appena
sentì dire:
- Ci penserò io - subito gli
domandò:
- In nome del Signore, tu chi
sei?
Ma non ebbe risposta.
La mattina si sveglia, cerca
tastoni la veste, e al tatto si accorge che la stoffa era un'altra. Apre gli
scuretti della finestra, e che vede? Su la seggiola a piè del letto, vede steso
un vestito nuovo, così bello, così ricco, ch'ella rimase un pezzetto a
guardarlo a bocca aperta, senza osare neppur di toccarlo.
Indossò un vestito smesso, con le
maniche sdrucite ai gomiti, e quello lo nascose nell'armadio per via della
sorella.
Il giorno dipoi si sveglia, cerca
tastoni la veste, e al tatto si accorge che la stoffa era un'altra. Apre gli
scuretti della finestra, e che vede? Su la seggiola, a piè del letto, vede
steso un secondo vestito nuovo, più bello e più ricco di quell'altro riposto,
un vestito da Regina.
Frugò nel cassettone, trovò un
vestituccio smesso ma più sdrucito e più stinto del primo, e lo indossò;
nascose quell'altro nell'armadio, per via della sorella.
La sorella che non le aveva
badato il giorno avanti, vedendola così cenciosa, cominciò a sgridarla:
- Zoppina sudiciona! E dell'altro
vestito che n'hai fatto?
- L'ho dato a lavare.
Si contentò della risposta e si
mise alla finestra.
Da qualche tempo aveva notato che
il Reuccio, passando, alzava gli occhi verso la facciata della casa loro, come
sé cercasse qualche persona che non c'era: scorreva con lo sguardo tutte le
finestre, e abbassava gli occhi scontento.
- Ma, forse deve fingere di non
vedermi, per timore del Re suo padre! - ella pensava.
E insuperbiva più che mai.
Quel giorno, il Reuccio,
passando, alzò secondo il solito, gli occhi alle finestre, come se cercasse
qualche persona che non c'era, e, abbassatili scontento, spronò il cavallo e
tirò via.
Quel giorno ella fu così cattiva
con la zoppina, che la poveretta piangendo si mise a gridare:
- Ah nonnina, nonnina, vi siete
scordata di me!
E la sorella, inviperita:
- Te la do io la nonnina!
E picchia. ....
- Te la do io la nonnina!
E picchia.
Le lasciò le lividure.
La notte, la zoppina:
- Nonnina mia, nonnina mia,
pensateci voi per me.
- Ci penserò io! Ci penserò io!
Svegliatasi, cerca tastoni la veste,
e al tatto si accorge che la stoffa era un'altra. Apre gli scuretti della
finestra, e che vede? Su la seggiola, a piè del letto, vede steso un terzo
vestito nuovo tutto ricamato d'oro, tempestato di pietre preziose: neppur la
Regina doveva averne uno pari.
Questa volta era inutile frugare
nel cassettone; ella sapeva benissimo che non aveva altri abiti smessi.
- Come fare, per via della
sorella?
Non sapeva risolversi ad
indossare uno di quelli: intanto la sorella, di là, gridava:
- Zoppina! Zoppinaccia! Non senti
dunque, zoppina del diavolo!
E le si rovesciò in camera,
furibonda.
Visto quell'abito da Regina,
rimase di sasso.
- Di chi è?
- Non lo so.
- Chi te l'ha dato?
- Non lo so.
- E tu perché in sottana?
- Non ho più vestiti da
indossare: me l'han portati via.
- Zoppaccia, non me la dài ad
intendere.
Per acchetare la sorella, la
poverina, mezzo sbalordita, le raccontò tutto: del fiorellino, della voce udita
di notte, degli altri vestiti trovati su la seggiola: e glieli fece vedere.
Colei non voleva crederle.
- Zoppaccia, non me la dài ad
intendere.
Prese i vestiti e il vasetto col
fiore e li portò in camera sua. La zoppina dovette indossare un abito vecchio
della sorella. Ci nuotava dentro e pareva più buffa che non era.
- Vo' provar io! - disse la sorella
maggiore.
E la notte appresso, spento il
lume, cominciò a dire:
- Nonnina mia, nonnina mia,
pensateci voi per me!
- Ci penserò io! Ci penserò io!
Rimase stupita.
- Dunque la zoppina non aveva
mentito!
E la mattina, svegliatasi, cercò tastoni
la veste; al tasto s'accorse che la stoffa non era quella. Aperse gli scuretti
della finestra, e che vide? Su una seggiola, a piè del letto, vide steso un
vestito vecchio, di canavaccio, tutto sbrendoli e frittelle. E nell'armadio,
dov'ella aveva riposti i tre bei vestiti, ne mancava uno, il migliore.
- Ah, zoppaccia del diavolo! Sei
stata tu!
E picchia e ripicchia! Le lasciò
le lividure.
Però volle ritentare:
- Nonnina mia, nonnina mia,
pensateci voi per me!
- Ci penserò io! Ci penserò io!
Smaniava che si facesse giorno,
per vedere se le accadeva come la mattina avanti. Le accadde peggio. Su la
seggiola a piè del letto trovò steso un vestito fatto di scorze di albero
imputridite. E dall'armadio ne mancava un altro di quelli ripostivi, il
migliore.
- Ah, zoppaccia del diavolo! Sei
stata tu! Sei stata tu!
E picchia e ripicchia! Le lasciò
le lividure,
Caparbia, volle ritentare; ma la
mattina seguente, non solo non trovò nulla né sulla seggiola né nell'armadio,
ma fin il fiorellino rosso era sparito dal vasetto, lasciando nella camera un
puzzo che ammorbava.
- Ah, zoppaccia del diavolo! Sei
stata tu!
E picchia e ripicchia! Le lasciò
le lividure.
Il giorno dopo si sparse la
notizia ch'era stato scoperto un furto nella guardaroba della Regina: mancavano
tre abiti di gala, abiti di un valore inestimabile; tutta la corte era
sossopra; il Re e la Regina su le furie; i Ministri spaventati della collera
reale perdevano la testa.
Il Re li aveva radunati a
consiglio.
- Se fra tre giorni non mi
trovate il ladro, vi faccio impiccare tutti in fila!
Eran passati due giorni, e i
poveri Ministri si tastavano il collo. Del ladro, nessuna notizia.
E il Re:
- Domani all'alba, vi farò
impiccare tutti in fila!
I Ministri pensarono di mettere
una sentinella a ogni porta e far perquisire tutte le case. Le guardie
rovistavano da per tutto, ma non trovavano niente. Andate in casa delle due
sorelle, cerca, ricerca, fruga, rifruga non trovarono niente neppur lì. La
sorella maggiore intanto, di nascosto dalle guardie, borbottava nell'orecchio
della zoppina:
- Zoppaccia ladra! Zoppaccia
ladra! Che tradimento volevi farmi!
La povera zoppina, atterrita di
veder tanti brutti ceffi, non rispondeva nulla. E pregava dentro di sé:
- Nonnina mia, aiutateci voi!
Aiutateci voi!
Pregava anche per quell'altra.
Una guardia, più sospettosa dei
compagni, tastata la materassa del letto della sorella maggiore, disse:
- Scucite qui.
Scuciono e fra la lana eccoti gli
abiti regali di gala, proprio quelli trovati dalla zoppina su la seggiola in
camera sua.
- La ladra è lei! La ladra è lei!
- urlava la sorella maggiore.
Ma le guardie le acciuffarono
tutte e due, e le condussero in carcere, La zoppina neppure piangeva; guardava
attorno, stupefatta. L'altra pareva impazzita:
- La ladra è lei! La ladra è lei!
Nella prigione, le chiusero in
due stanze separate.
La zoppina, al buio, pregava a
mani giunte:
- Ah nonnina, nonnina, pensateci
voi per me!
- Ci penserò io! Ci penserò io!
Si volse dalla parte d'onde la
voce veniva e, nel buio, vide il fiorellino rosso che luccicava come un
pezzettino di carbone acceso. A poco a poco quel luccichio crebbe, crebbe,
illuminò tutta la stanza, e fra lo splendore comparve una bellissima donna che
non toccava terra coi piedi, e pareva fatta tutta di luce, carni e vestiti.
- Sono fata Fiore; mi chiamano
così perché un mese son creatura vivente e un mese fiore: è il mio destino. Tu
mi hai raccolto, mi hai ripulito, mi hai rimutata l'acqua due volte al giorno,
mi hai salvato dal penare. Ora son qua io per te!
E detto questo, scomparve.
La mattina il Reuccio, nel punto
di montar a cavallo, vide per terra un fiorellino rosso; uno degli scudieri
stava per metterci il piede sopra.
- Bada! Bada!
Se lo fece raccogliere, e rimase
incantato del gratissimo odore che il fiore mandava; un odore di paradiso.
Subito gli venne in mente la
zoppina, a cui aveva molto pensato dal giorno che la raccattò da terra come
quel fiore: gli era parsa tanto buona, tanto gentile, quantunque non bella. Non
l'aveva più riveduta; e non s'era mai saputo spiegare perché pensasse così
spesso a lei avendola vista una sola volta. Si mise il fiore all'occhiello, e
quando tornò a palazzo, lo ripose in un vasetto con l'acqua, in camera sua; lo
chiamò il Fiore della zoppina.
La notte, sul punto di
addormentarsi, a un tratto ode: - Psi! Psi! Psi! Psi!
Accese subito il lume, guardò
attorno stupito; non c'era nessuno.
Poco dopo, di nuovo:
- Psi! Psi! Psi! Psi!
- Chi sei? Che cosa vuoi?
- Sono fata Fiore! Ascolta bene
quel che ti dirò: ma non accendere il lume.
E fata Fiore gli raccontò la
dolorosa storia della zoppina.
Verso la fine il Reuccio
piangeva.
Non attese che fosse giorno, e
corse dal Re suo padre. Rifece il racconto della Fata e poi si gettò al piedi
del Re:
- Maestà, fatemi sposare questa
zoppina! La Reginotta dev'esser lei.
Il Re non disse di sì né di no.
Ma quando gli parve l'ora, diede ordine:
- Conducete qui le due ladre.
Le guardie andarono prima alla
prigione della sorella maggiore. Tutta arruffata e sconvolta non sembrava più
lei; pareva una Strega. L'ammanettarono e la introdussero al cospetto del Re.
Aperto l'uscio della prigione
dov'era rinchiusa la zoppina, le guardie si arrestarono meravigliate su la
soglia. La nera stanzaccia s'era trasformata in un magnifico giardino fiorito,
e la zoppina, così bella da non riconoscersi, con indosso un abito
sfarzosissimo, coglieva fiori e ne faceva tanti bei mazzi.
- Questo pel Re, questo per la
Regina, e questo pel Reuccio che sospira.
Subito il Re e la corte andarono
alla prigione per condur via la zoppina con tutti gli onori di Reginotta.
La sorella maggiore, appena la
vide, diede in ismanie e furori:
- Ah! Zoppina ladra! Mi hai
rubato anche il Reuccio! Possa tu morire di mala morte, zoppaccia ladra!
Invece morì lei di mala morte; perché
il Re non volle farle grazia, vedendola così cattiva fino all'ultimo contro la
sua buona sorella, che implorava per essa il perdono reale.
Diventata Reginotta, la zoppina
che per virtù di fata Fiore non era più zoppina, a ricordo del suo passato, volle
esser chiamata sempre a quel modo; anzi, quando compariva in pubblico,
affettava con grazia di zoppicare un tantino.
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