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C'era una volta un sarto, che
campava la vita mettendo toppe e rivoltando vestiti usati.
Nella sua botteguccia ci si
vedeva appena; per ciò lavorava sempre davanti la porta, con gli occhiali sul
naso; e, tirando l'ago, canterellava:
Il mal tempo dee passare,
Il bel tempo dee venire.
Zun! Zun! Zun!
Aveva una figliuola bella quanto
il sole, ma senza braccia, ed era la sua disperazione. Le vicine lo aiutavano:
oggi una, domani un'altra, si prestavano a vestire la ragazza, a pettinarla, a
lavarle la faccia; egli doveva imboccarla. A ogni boccone, brontolava:
- Chi non ha braccia, non
dovrebbe aver bocca!
La ragazza, invece di arrabbiarsi
per questo continuo brontolìo, si metteva a ridere e rispondeva:
- Dovevate farmi le braccia e non
la bocca. La colpa è vostra.
- Hai ragione.
E il vecchio riprendeva a
lavorare, canticchiando:
Il mal tempo dee passare,
Il bel tempo dee venire.
Zun! Zun! Zun!
Invece il cattivo tempo peggiorò:
gli venne meno la vista, gli occhiali non lo aiutarono più; e gli avventori
vedendo quei puntacci da orbo, che facevano parere più brutte fin le toppe, non
ne vollero più sapere di lui e del suo lavoro.
- Figliuola mia, come faremo?
- Faremo la volontà di Dio.
Il bel tempo dee venire.
Per abitudine, ogni mattina il
sarto, aperta la botteguccia, si metteva a sedere davanti la porta con le mani
in mano, aspettando gli avventori che non comparivano, e al suo solito
canterellava.
Un giorno passa una signora, che
vicino a lui si china e raccatta da terra un ago lucente:
- Quest'ago è vostro, buon uomo.
- Grazie. Che debbo farne? A
cucire non ci vedo più.
La ragazza, sentendo parlare,
s'era affacciata alla porta.
- Prendetelo voi, bella
figliuola.
- Non ho braccia, signora mia.
- Ve l'appunto sul busto; è un
buon ago.
Il vecchio disse:
- Biscotto a chi non ha denti.
Così va il mondo!
- Allegro, compare!
Il mal tempo se n'è andato,
Il bel tempo è già arrivato.
Zun! Zun! Zun!
La signora, ridendo, scantonò e
sparì.
Poco dopo, ecco un avventore con
in mano una giacca vecchia, tutta strappi e buchi:
- Rattoppatemi questa qui. Vi
pago avanti; ecco uno scudo. Verrò a riprenderla domani.
Il sarto, vedendosi in mano
quello scudo, che arrivava a proposito, non ebbe animo di rispondergli: - A
cucire non ci vedo più. - Rimase lì col naso all'aria, stupito della buona
fortuna.
Andò subito a fare un po' di
spesa, e poi si mise a cuocere la minestra, rimuginando le parole dello
sconosciuto: Verrò a riprenderla domani.
- Figliuola mia, e come faremo
domani?
- Da qui a domani c'è
ventiquattr'ore.
Finito di desinare, la ragazza
guarda per caso la giacca e dà un grido di sorpresa: la giacca era già bell'e
rattoppata, e così bene, che pareva quasi nuova. In una manica c'era appuntato
un ago.
- È l'ago della signora!
Infatti l'ago non era più al
posto dove la signora lo aveva messo.
- Zitta, figliuola; quest'ago è
la nostra fortuna.
Il padrone della giacca venne a
riprenderla, e rimase contentissimo del lavoro. Chiunque vedeva quella
raccomodatura, restava meravigliato.
E gli avventori tornarono ad
affluire alla botteguccla del sarto. Sul banco c'era sempre una montagna di
vestiti vecchi, così stracciati che neppure il cenciaiolo li avrebbe voluti. Il
sarto se ne stava tutta la giornata seduto davanti la porta con le mani in mano
canterellando:
- Il mal tempo se n'è andato,
Il bel tempo è già arrivato.
Zun! Zun! Zun!
- Sarto, e il lavoro chi lo fa?
- Lo faccio io.
- Stando con le mani in mano?
- Stando con le mani in mano.
Verso sera gli avventori
tornavano e trovavano tutto bell'e allestito. Le raccomodature erano fatte così
bene, che quei vestiti vecchi parevano quasi nuovi.
- Sarto, e il lavoro chi l'ha
fatto?
- L'ho fatto io.
- Stando con le mani in mano?
- Stando con le mani in mano.
Un giorno il Reuccio, passando a
cavallo insieme con uno scudiero davanti la bottega del sarto, vide la ragazza
che stava a sedere accanto al padre, e rimase incantato di quella bellezza.
- Ha un aspetto da Regina!
- Ma è senza braccia, Reuccio!
- Peccato!
Ci ripensò tutta la notte, e il
giorno appresso vo!le rivederla. Passò a cavallo, insieme con lo scudiero, e
rimase più incantato del giorno avanti.
- Ha un aspetto da Regina.
Peccato non abbia le braccia!
Ci ripensò tutta la notte, e il
giorno appresso vo!le rivederla. Giunto davanti la bottega, sentendo
canterellare il sarto, fermò il cavallo:
- Che canterellate, buon uomo?
- Il mal tempo se n'è andato,
Il bel tempo è già arrivato.
Zun! Zun! Zun!
Il Reuccio intanto teneva fissi gli
occhi su la ragazza. Il sarto, che non sapeva chi egli fosse, lo sgridò:
- Eh, amico! Che guardate?
- Guardo vostra figlia, che è più
bella del sole.
- Se fosse più bella del sole,
rimarreste accecato.
- Ahi! Ahi!
Il Reuccio portò le mani agli
occhi; a quelle parole del sarto gli occhi gli s'erano seccati.
Lo scudiero condusse per mano il
Reuccio cieco a palazzo, e raccontò quello ch'era accaduto.
Il Re e la Regina montarono in
furore contro il sarto:
- Vecchio stregone! Arrestatelo e
conducetelo qui.
Lo legarono peggio d'un ladro e
lo condussero innanzi al Re.
- Maestà, io non ci ho colpaI
- Vecchio stregone! O rendi la
vista al Reuccio, o ti fo arrostire vivo vivo!
Il povero sarto, dallo spavento,
era già mezzo morto.
- Maestà, io non ci ho colpa!
- Ti do tre giorni di tempo.
E lo fece chiudere in una
prigione dello stesso palazzo reale.
Ogni. mattinal il Re andava a
trovarlo, e dallo sportellino dell'uscio gli diceva:
- O rendi la vista al Reuccio, o
ti fo arrostire vivo vivo. È passato un giorno.
- O rendi la vista al Reuccio, o
ti fo arrostire vivo vivo. Son passati due giorni.
Il povero sarto non rispondeva;
si struggeva in lagrime, pensando alla figliuola senza braccia, di cui non
sapeva niente da più giorni, e che sarebbe rimasta sola al mondo in balìa della
cattiva sorte:
- Figliuola mia sventurata!
E il Re, dallo sportellino
dell'uscio:
- O rendi la vista al Reuccio, o
ti fo arrostire vivo vivo. Sono passati tre giorni.
- Maestà, non ci ho colpa! Grazia,
Maestà! Almeno, prima di morire, fatemi rivedere la figliuola!
La grazia gli fu concessa.
Il Re e la Regina, che avevano
sentito magnificare dal Reuccio la grande bellezza di costei, vollero vederla
quand'ella venne a palazzo reale.
Appena entrata nel salone,
dov'essi si trovavano insieme col Reuccio cieco, questi, battendo le mani
dall'allegrezza, si mise a gridare:
- La vedo! La vedo! Accanto a lei
c'è una signora.
Il Re e la Regina credettero che
il Reuccio fosse ammattito. Dov'era quella signora?
- È lì, accanto a lei, e la tiene
per la mano.
- Per la mano? Se non ha braccia!
- Io la vedo con le braccia; ma
non vedo voialtri.
Il Re e la Regina, per accertarsi
se il Reuccio la vedeva davvero, facevano muovere la ragazza, in punta di
piedi, pel salone; e il Reuccio la seguiva con gli occhi inariditi:
- È lì... Ora si affaccia alla
finestra... Ora fa così col capo... Ora si siede per terra; e la signora che
l'accompagna fa pure quel che fa lei.
Il Re e la Regina, stupiti, non
sapevano che pensare di quel miracolo.
- Chi è, bella ragazza, la
signora invisibile che vi accompagna?
- Maestà, non lo so; son venuta
sola a palazzo... Ahi! Ahi!
La ragazza sentiva acuti dolori
nel punto dove avrebbero dovuto essere attaccate le braccia.
- Ahi! Ahi!
Ed ecco venirle fuori prima la
punta delle dita, poi le mani, poi i polsi, poi gli avambracci, poi le braccia
intere, bellissime e bianche come l'alabastro.
Il Reuccio, urtando il Re e la
Regina, si precipita verso la ragazza, le prende ansiosamente le mani e comincia
a strofinarsele su gli occhi:
- Manine fatate, sanatemi voi!
Ma strofinava inutilmente.
- Manine fatate, sanatemi voi!
Ma strofinava inutilmente.
- Zitti - fece il Reuccio. - La
signora parla.
Il Re e la Regina, dopo tutto
quello che avevano visto, erano proprio atterriti di quella signora invisibile.
- Che dice?
- Manina, manina,
Non è mano di Regina.
Per toccare e sanare
Di Regina diventare.
Era chiaro: se il Reuccio voleva
ricuperare la vista, doveva sposare quella ragazza.
La Regina si sdegnò:
- Sposare la figlia d'un sarto!
Ma il Re, che voleva molto bene
al figliuolo, non se lo fece dire due volte.
- Siano mani di Reginotta; parola
di Re!
E gli occhi del Reuccio, toccati
dalle mani della ragazza, tornarono a un tratto quali erano una volta, anzi più
vivaci e più splendenti.
Naturalmente il sarto fu cavato
di prigione, e si cominciarono subito i preparativi delle nozze del Reuccio.
La ragazza, vestita con gli abiti
da Reginotta, pareva davvero un sole.
La Regina non sapeva darsene
pace, e le faceva ogni giorno mille dispetti. La mattina stessa delle nozze,
per avvilirla al cospetto di tutta la corte, le disse:
- Reginotta, ho uno strappo nel
manto reale; nessuno può rammendarlo meglio di voi.
La ragazza, senza scomporsi, andò
di là, prese l'ago datole dalla signora e, inginocchiatasi, cominciò umilmente
il rammendo del manto della Regina.
La Regina, vedendola così
rassegnata, diventò una vipera:
- Non sapete dare nemmeno un
punto!
E le strappò di mano il manto
reale.
- Infatti, - rispose la ragazza -
non ho mai dato un punto in vita mia.
L'ago intanto era rimasto
attaccato alla stoffa, e durante la cerimonia degli sponsali la Regina si
sentiva cucire, cucire tutti i panni addosso, senza sapersi spiegare che
diamine di lavoro fosse quello. Era così ravviluppata, che non poteva muovere
le gambe.
E l'ago cuciva, cuciva, cuciva; e
quando non ebbe più niente da cucire nei panni, cominciò a cucire questi alle
carni della Regina.
Figuratevi i suoi strilli!
Tentava di strapparsi le vestii ma la cucitura era così forte, che ci voleva
ben altro per disfarla.
E l'ago cuciva, cuciva, cuciva; e
la Regina strillava come una pazza, sentendosi trapassare le carni da quella
punta aguzza che non ristava un momento. Braccia, spalle, gambe, l'ago cuciva
ogni cosa, cuciva, cuciva, cuciva; e gli strilli della Regina salivano al
cielo!
Alla fine, non potendone più, si
buttò al piedi della Reginotta:
- Reginotta, perdono! Salvatemi
voi!
La Reginotta, che aveva già
capito di esser protetta da una Fata, pregò:
- Fata benigna, salvatela voi!
Appena detto questo, l'ago cessò
di cucire, e tutte le cuciture si disfecero da sé.
Reuccio e Reginotta vissero
felici e contenti,
E noi siamo qui, senz'ago né
niente.
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