VI
AVVENTURA
Che te ne fai di te? Non ti si vede piú!
- Lavoro -.
I due pittori, che si eran voltati al
crescente rumore d'un doppio galoppo, videro passare, come un lampo,
quell'apparizione di donna a cavallo, seguita a breve distanza da un servitore
in livrea.
- Divina! -
Alberto s'era alzato per seguirla con lo
sguardo fino in fondo al viale.
- La conosci? - gli domandò il Giannuzzi.
- Sí... e no.
- È la Blichoff -.
Alberto si stropicciava nervosamente le
mani, pallido, con gli occhi socchiusi e il respiro accelerato:
- Che hai? Ti senti male? - gli domandò
l'amico.
Questa volta i cavalli tornavano al
trotto, scalpitando su la ghiaia; e la Blichoff, rigidamente stretta nel busto
dell'amazzone, bianca, con le labbra irrequiete e gli occhi nerissimi che
pareva guardassero senza vedere, ripassando davanti a loro, accarezzava con la
frusta il cavallo che inarcava il collo mordendo il freno.
- Che hai? - tornò a domandare il
Giannuzzi. - Andiamo via! Alberto, afferrata la mano dell'amico, gliela
stringeva forte.
- Mi fai male!... Tu soffri -.
E per mostrargli d'aver capito, il
Giannuzzi soggiunse:
- Bada! costei è delle fatali, come io le
chiamo, piú dee che donne; malanno! Sai tu la leggenda che si racconta di lei?
È vergine, dicono, quantunque vedova di un vecchio milionario; ed è, dicono,
scettica, altera, inaccessibile... Sarà vero? Chi può saperlo? Sono
inverosimili coteste russe!... Hai ragione però: è proprio divina! Io che ho
potuto avvicinarla...
- Tu?... Dove?...
- Nel mio studio. Voleva fatto il
ritratto: la sola testa, su la tela grezza; capriccio d'artista. Oh, proprio
divina, con quella glaciale alterezza!... Tenebre negli occhi, tenebre fitte e
lampi. Caratteristica assai la linea delle labbra, lievemente ondulata, sottile
sottile. Posava meglio d'una modella. Ma fu inutile; non riuscivo. Quando
dovetti confessarle la mia inettitudine, mi ringraziò con un cenno del capo e
andò via. Respirai, te lo giuro.
- Come t'invidio! -
E lo sguardo d'Alberto errava,
fantasticante, ora sull'Arno che scorreva lento e limaccioso fra le larghe
sponde, ora su le lontane macchie dei pini nereggianti nel cielo azzurro, oltre
il Pignone.
- Capolavoro d'abbozzo! - ripeteva il
Giannuzzi, ammirando.
- Oh! Tu intendi consolarmi...
- No... -
Quel bel corpo di donna, mezzo affondato
tra la giubba d'una pelle di leone, già palpitava di vita, con le carni fine,
candidissime, inondate di luce in mezzo al gran verde della serra, tra le
larghe foglie delle piante esotiche rizzantisi attorno trionfalmente. E negli
occhi cerchiati di azzurro, nuotanti in voluttuoso umidore; e nelle labbra
semiaperte, avide di baciare e d'esser baciate; e nelle brevi narici rigonfie,
aspiranti i forti profumi di quell'aria greve, c'era, proprio - accennato, sí,
ma c'era - l'angoscioso desiderio di piaceri acri e nuovi, voluto esprimere dal
pittore, isterica smania di donna che cerca di forzar la natura a ibridismi
intentati. - Ma il quadro è secco - osservò il Giannuzzi, passando il dito su
la tela. - Non vi lavori da un pezzo.
- Da tre mesi, da che l'ho vista la prima
volta! -
E c'era un singhiozzo nella voce
d'Alberto.
- Che pazzia!... Ti compiango -.
Sí, era proprio una pazzia: ma che farci?
S'era sentito afferrare tutt'a a un tratto, alla prima occhiata, come da implacabile
artiglio. Ed ora non osava confessare all'amico tutte le torture di quei tre
mesi, tutti i deliri di quelle lunghe giornate, di quelle interminabili nottate
insonni, con dinanzi agli occhi il divino fantasma che gli dava le vertigini
dell'abisso, allettandolo, come sirena, verso le misteriose rive della morte.
Cosí avrebbe riposato eternamente fra le tenebre silenziose, nella pace
infinita, poi che gli era impossibile continuare a vivere senza possederla...
Che! Possederla?... Oh! Gli sarebbe parso troppo, se gli fosse stato concesso
starle vicino, sentirne la voce, essere accarezzato dagli sguardi e dal sorriso
di lei, per pietà... Nient'altro!... Ma fin questo poco, questo nulla era
assurdo!... Come illudersi? E con le mani scottanti ora si stringeva la fronte
che gli pareva stesse per scoppiare, ora si premeva il cuore, che gli sbalzava
dentro il petto sfrenatamente.
- Passerà! - egli disse all'amico,
tentando di sviare il discorso. - Passerà! -
Era però ben convinto che non sarebbe
passato, finché una sola delle sue fibre fosse stata capace di provare qualche
lieve ombra di sensazione, finché una sola cellula del suo cervello fosse stata
capace di pensare un'idea, di creare un fantasma d'immagine! E per ciò gli
celava anche l'ultima sua vera pazzia, la lettera scritta alla Blichoff due
giorni addietro, con cui le offriva, per un bacio, per un sol bacio, la vita!
- La vita, la giovinezza, l'avvenire,
tutto, per un sol bacio!... -
E neppur gli pareva di pagarlo a bastanza.
Attendeva stupidamente la risposta, angosciandosi all'idea che forse non
sarebbe creduto. Non ricordava precisamente quel che aveva scritto nelle cinque
fitte pagine della lettera; ma il cuore, tutto il suo cuore, si era riversato
lí, sinceramente, semplicemente, con l'accento che non mentisce, con
l'espressione che nessuno può raggiungere se la passione non la detta.
La stessa stranezza del patto gli pareva
fatta a posta per tentare quella scettica o sazia...
- La vita, la giovinezza, l'avvenire,
tutto per un sol bacio! Perché non gli avrebbe dovuto credere? -
Smaniava, attendendo; e nel tempo istesso
disperava di quella risposta che avrebbe dovuto dirgli: «La vostra vita per un
mio bacio? A questo patto, venite!»
Gli si annuvolarono gli occhi e cominciò a
tremar tutto, la mattina che lesse nella risposta precisamente le parole: «A
questo patto, venite!» Aveva letto bene? Non era un'allucinazione prodotta dal
sottile profumo che impregnava quel foglio - il profumo di lei! - e che gli
dava alla testa? Non voleva prestar fede, voleva impedire lo scoppio
dell'immensa gioia che già sentiva fremersi per tutte le vene; temeva di
morirne prima che annottasse.
E balbettava:
- No, non è vero!
Non è vero!... - abbandonato sopra il
divano, anelante, con le braccia penzoloni, abbattuto da quell'insperata
felicità; e guardando fissamente nello specchio di fronte, si vedeva pallido
come un cadavere, con gli occhi smarriti...
- No, non è vero! -
Nello studio, silenzio profondo, penombra
soave. Il gran quadro, i bozzetti, i disegni a penna, le stampe rare, le
panoplie, gli strumenti barbari, le stoffe antiche, i vecchi mobili scolpiti,
tutti i gingilli di bronzo e di porcellana sparsi disordinatamente qua e là,
stavano assopiti nella grande quiete della sera che invadeva la stanza vasta e
alta; quiete commovente, pietosa, quasi d'addio!... Soltanto la figura di donna
ignuda, mezz'affondata tra la giubba d'una pelle di leone, soltanto quella
pareva lo guardasse intentamente con occhi vibranti, cerchiati d'azzurro,
invitandolo ai baci con le sottili labbra semiaperte, insistente, insistente,
quasi dovesse lei, e non l'altra, prendergli la vita, la giovinezza,
l'avvenire, tutto, in cambio d'un bacio, d'uno solo! «A questo patto, venite!»
Si alzò barcollante nel buio; e chiuso
l'uscio, discese le scale, non accorgendosi neppure che erano al buio
anch'esse; tanta luce gli rideva nel cuore!
Appena scorse, indistinta nell'oscurità,
in fondo al gran viale alberato, la palazzina indicatagli, Alberto s'inoltrò in
punta di piedi, trattenendo il respiro. Gli immani alberi attorno stormivano
leggermente; nel cielo, di un nero d'inchiostro, brillavano poche stelle; e al
loro scarso lume si vedevano i fumaioli rizzati fantasticamente sul tetto,
quasi persone poste in sentinella, in strana lontananza; la quale pareva
indietreggiasse, indietreggiasse, di mano in mano ch'egli, con andare di
sonnambulo, inoltravasi, sopraffatto dall'improvviso terrore di esseri
sovrumani - nascosti fra le siepi scure e fra i cespugli - della cui presenza
gli pareva lo avvertisse quel brivido che gli formicolava per la persona.
La palazzina era lí, a pochi passi,
silenziosa, con tutte le finestre chiuse; e le piante arrampicate serpeggiando
alla facciata, sembravano larghi crepacci di vecchio edifizio lasciato in preda
alla distruzione... Allora, senza far rumore, un usciolino s'era aperto; il
bianco fantasma apparso sulla soglia aveva accennato con una mano; un mormorio
di voce femminile s'era disperso, inintelligibile, nell'oscurità...
E Alberto, seguendo quel bianco fantasma
di donna pel breve corridoio rischiarato da riflessi che scappavano da un uscio
socchiuso, credeva proprio di sognare; e mentalmente pregava:
- È troppo bello, Signore! Non vorrei piú
svegliarmi, Signore! -
Ella lo aveva spinto, tutt'a a un tratto,
nella stanza illuminata, arrestandosi, mezza avvolta tra le tende dell'uscio,
con vivissimo stupore negli occhi dilatati.
- E siete venuto?... A quel patto? -
Alberto non aveva forza di rispondere,
intimidito da quegli sguardi che lo scrutavano, da quell'esotico accento che
dava alla parola un'espressione piú efficace, quasi un significato nuovo e
profondo, che nessuno avrebbe mai sospettato.
- A quel patto? -
Ella lo ripeteva con una specie di
malvagia durezza nell'atteggiamento delle labbra e nella voce; diffidente,
immobile fra le tende grige, quasi in mezzo a nube che dovesse, da lí a poco,
avvolgerla e farla sparire dagli occhi di lui.
- Grazie! La ho vista da vicino... Ho
inteso la sua voce... Mi basta!... Mi faccia morire!... Mi basta!... -
balbettò, fissandola con supplichevole sguardo.
Tutto quel che provava era cosí assurdo,
cosí incredibile e cosí immensamente dolce, da farlo soffrire piú di ogni
tormento di desiderio, piú d'ogni smania di speranza, piú di ogni angoscia di
disperazione in quei tre mesi provata.
- Sedete - ella disse, slanciandosi per
allungarsi nella poltrona dirimpetto a lui. - Vi ho creduto. Vi conoscevo, da
un pezzo, avendovi notato tra la folla; mi seguivate dovunque!... Vi ho
creduto, perché ho visto prima i vostri sguardi... Sono una donna come le
altre... ma fino a un certo punto. Un'altra, infatti, non avrebbe accettato; io
sí. A qualunque altra mancherebbe il coraggio di dirvi: «Ecco un veleno che non
perdona; bevete... e baciatemi!» Non mi avete proposto questo?
- Sí!...
- E se io non avessi risposto? Che avreste
fatto?
- Non lo so -.
Alberto se la divorava con gli occhi,
ancora incerto s'ella fosse davvero lí, stesa su quella poltrona. La veste da
camera di seta cinese, spumeggiante di trine, le modellava talmente alcune
parti del corpo da svelarne tutto il meraviglioso segreto delle linee, che qua
e là si perdeva nell'ondeggiamento della stoffa. Quella voce cosí
meravigliosamente melodiosa che poco prima era risuonata pel salottino con
accento vibrante, ora quasi mormorava. Col capo indietro, le braccia distese
lungo il corpo e le dita delle mani incrociate, ella lo guardava fisso e
continuava:
- Non avete ben riflettuto, forse; siete
però ancora in tempo. La vita è cosí bella!... Voi amate, almeno vi sembra...
Dicono che sia cosí delizioso! Amare! Illudersi! Essere amata dovrebbe essere
delizioso egualmente... Ma la certezza?... E poi, tutto questo dura appena un
istante. Riflettete. Io sono donna: ho quella curiosità che rende fin perverse
e crudeli... Ho accettato per mera curiosità. Se voi avete calcolato su la
debolezza del mio cuore, vi siete ingannato. Ve lo dico prima; non voglio avere
rimorsi. Non c'è un uomo al mondo finora che possa vantarsi di aver sfiorato
con un bacio le mie labbra, le mie guance, una di queste mani; e ne sono
orgogliosa. Siete cosí vanitosi, cosí meschini, tutti! Con voi, è un'altra
faccenda. Chi sta per morire è quasi uno spirito, non è piú di questo mondo.
Tra voi e me starebbe un segreto che nessuno potrebbe rompere. E bello; è
strano... Mi avete tentato... Sareste il mio fidanzato eterno... Forse allora
vi amerei... Vi dovrei esser grata di avermi fatto provare un sentimento ancora
a me ignoto -.
S'era rizzata sul busto, sporgendosi verso
di Alberto, affascinante, col bianco volto dagli occhi nerissimi sotto le
nerissime sopracciglia, i neri capelli raccolti sul capo in un gran nodo e una
lieve ombra di ricci folli su la fronte marmorea.
- È vero che è delizioso? -
E taceva, aspettando la risposta.
- Tanto - disse Alberto - che dare per
questo la vita mi par niente!
- Riflettete...
- Ora?... È impossibile! -
Vedendola scattare in piedi, Alberto si
alzò anche lui; ma non fece neppure un passo per seguirla verso l'armadietto
d'ebano dov'era andata a prendere un bicchiere d'oro e una boccettina d'oro
finamente cesellati...
- Il sapore è cattivo - ella disse,
versando un liquido latteo. La sua mano non tremava; il suo viso era
impassibile; se non che le balenava negli occhi la crudele curiosità della
donna che non indietreggia davanti a nulla, quando è tentata dall'assurdo e
vuol vedere... e vuol sapere...
Ma che importava? Alberto stese il
braccio, guardando quelle labbra leggermente increspate, quasi frementi pel
prossimo contatto del bacio.
- No - ella aggiunse subito, scostando la
mano. - Riflettete... No... No! Rifle... -
S'era interrotta, vedendogli sorbire il
liquido lentamente, senza nausea... E appena Alberto le rese il bicchiere,
s'avanzò risoluta, severa, con gli occhi socchiusi: poi si arrestò immobile,
offrendo le labbra impallidite, e attese... Lo lasciò fare... Uno, due, dieci,
venti baci... senza ch'ella si scotesse, senza che accennasse a renderne uno!
Il leggiero tremito di tutta la persona, il rapido battere delle palpebre
abbassate erano l'unico indizio da cui Alberto poté capire che stringeva fra le
braccia un corpo vivo!
Come poco prima, gl'immani alberi del
viale stormivano leggermente; nel cielo, d'un nero d'inchiostro, brillavano
poche stelle...
Con la testa vagellante, e il respiro
affannato, Alberto si sentiva avvolto da una vampa, da capo a piedi... Appena
scostatosi dall'uscio che s'era subito richiuso... Gli era parso?...
No; il bianco fantasma era di nuovo lí,
accennante; di nuovo, un mormorio di voce femminile si perdeva inintelligibile
nell'oscurità... Egli si lanciò per esalar su quelle labbra l'anima
agonizzante:
- Addio!... Addio! - ripeteva, aspirando
il respiro di lei.
Ella intanto, con fremito lieve della
voce, dolcemente, gli mormorava all'orecchio:
- Oh, no, addio! A rivederci, amore! -
Napoli, maggio 1888.
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