VII
ALLE ASSISE
L'usciere chiamò, ad alta voce: -
Agrippina Caruso -.
Un vivo movimento di curiosità,
accompagnato da lungo mormorio, corse per la folla degli spettatori; e le teste
dei giurati si volsero tutte verso l'uscio, aspettando la comparsa della moglie
dell'accusato, che si fece attendere un pochino.
- Agrippina Caruso - tornò a chiamare
l'usciere.
E quando fu vista entrare quella bella
giovane abbrunata, pallida, con gli occhi bassi, quasi barcollante, e che non
sapeva dove dirigersi - l'usciere dovette prenderla per una mano, e condurla
davanti il presidente, che la fissava aggiustandosi gli occhiali luccicanti sul
naso aguzzo - nel profondo silenzio della sala, si sentí soltanto il fruscio
delle carte che gli avvocati sfogliavano sui tavolini dirimpetto alla corte.
- Sedete, - le disse il presidente - e
fatevi coraggio. Raccontate il fatto ai signori giurati -.
La povera giovane alzò timidamente la
testa, guardò quei visi rivolti intentamente verso di lei, e, con voce piena di
lagrime, rispose:
- Signori, io non so nulla.
- Non vi si dice di accusare nessuno.
Raccontate quel che sapete. Com'è morta la bambina? Che sospettaste allora? -
Il presidente addolciva la voce,
sorrideva, per farle animo; e col gesto additava i giurati, per far capire a
colei che il fatto egli lo sapeva benissimo, ma che doveano saperlo anche quei
signori seduti là, e dalla bocca di lei; cosí ordinava la legge.
La giovane borbottò alcune parole.
- Piú forte - le disse il procuratore del
re.
Ella si volse da quella parte, e appena
scorse, dietro il cancello di ferro, suo marito che la guardava con occhi
spalancati e con viso sconvolto, non poté piú frenarsi; scoppiò in pianto.
Finalmente, rasserenatasi un pochino,
cominciò a parlare:
- La piccina era figlia dell'altro marito.
Dapprima anche costui le voleva bene; ma dopo, non so perché, cominciò a
trattarla duramente. La picchiava per un nonnulla, non la poteva piú soffrire.
Quella mattina io l'avevo mandata da lui, insieme con la sorellina del secondo
letto, per portargli la colazione in bottega. Sapevo che egli non voleva: ma la
bambina piú piccola aveva paura di andar sola e s'era messa a piangere. Cosí mi
indussi a farla accompagnare, mio malgrado. Non fosse mai stato! Le bambine
tardavano a tornare a casa; mi sentivo su le spine. In quei giorni egli mi era
parso piú rabbioso del solito, e temevo non si sfogasse su la povera creatura
da me mandata là contro il divieto di lui. Che gli aveva fatto quella povera
creaturina? Non me ne rendevo ragione. Ora non poteva piú vedersela dinanzi,
non voleva sentirne nemmeno il nome. Si chiamava Giovanna, come l'altro mio
marito, morto un mese prima che mi sgravassi di lei; le avevo messo quel nome
per ricordo. Le bambine tornarono a casa coi grembiulini pieni di trucioli; lui
è falegname. «Che ti ha detto il babbo?» domandai a Giovanna. «Niente».
«Non ti ha picchiata?»
«No, mamma; anzi ci ha dato da mangiare».
Respirai! Ma, da lí a poco la poverina si sentí male. Aveva nausee, dolori allo
stomaco. Le diedi una tazza di acqua bollita. Fu peggio. La bambina cominciò a
vomitare. Si contorceva, urlava; si sentiva bruciare dentro. Accorsero le
vicine. Salí su il dottore, che passava per caso. «Che ha mangiato?» Il dottore
voleva saperlo da me. Che ne sapevo io? Ma ero atterrita, vedendogli osservare
attentamente quel che la bambina vomitava, e vedendolo pensieroso davanti alla
creaturina che si contorceva sempre piú, urlando: «Mamma, che fuoco, qui!» con
le manine rattrappite sullo stomaco, gli occhi infossati, le pupille grandi
cosí, che mettevano paura. Ah, figliolina mia!... -
Nell'aula, silenzio profondo. I singhiozzi
della povera donna si sentivano fin dalle ultime file della folla pigiata,
quantunque il presidente parlasse a voce alta per fare animo alla dolente, e
consolarla, e indurla a riprendere il racconto.
- Il dottore ordinò di darle a bere del
latte e andò via; ma tornò quasi subito col pretore, per interrogare la bambina
che già stentava a parlare, tanto era sfinita. Io non capivo. Perché il
pretore? Ero spaventata.
- E vostro marito? - la interruppe il
procuratore del re, chiesto al presidente il permesso di parlare.
Ella trasalí.
- Mio marito?... Tornato da bottega, al
vedere tanta gente in casa, s'era turbato anche lui.
- Non diceste cosí al giudice istruttore;
rammentatevelo -.
La figura e la voce di quel personaggio vestito
di nero, con quello strano berretto in testa e tutti quei lacci d'argento che
gli pendevano sul petto, le incuteva terrore, le impediva di parlare.
- Ecco quel che diceste - soggiunse il
presidente.
E sfogliato il grosso volume del processo,
lesse: - Lui, tornato da bottega, stavasene lí, in disparte, un po' seccato,
pareva, di tutto quel tramenio trovato in casa... - E poi, quando il dottore
disse chiaro e tondo al pretore: «La bambina è avvelenata col fosforo», che
rispose vostro marito? -
La povera giovane esitò un momento, e
guardò suo marito rimasto immobile; poi, persuasa che innanzi a quel
personaggio era inutile mentire - sapeva tutto! - rispose:
- Lui
esclamò: «Non può essere!» - E si diè a interrogare la bambina: «Hai preso dei
fosfori?... Gli hai mangiati, per caso?...» «No, no» rispondeva la bambina.
«Ecco!» fece lui; ma il pretore gli disse: «Zitto!».
- Che raccontò allora la bambina? -
insistette il presidente, vedendo ch'ella s'era fermata di nuovo.
- Raccontò... -
Non poteva andare avanti, e, con lo
sguardo, chiedeva pietà all'inesorabile ministro della giustizia, che le
accennava di proseguire.
- Raccontò che il babbo, in bottega, le
aveva dato da bere una cosa brutta; che gliel'aveva fatta bere per forza, e
aveva sparso il resto per terra, in un canto...
- Aveva dato da bere anche all'altra
bambina.
- A Filomena.
- Aveva preso però un altro bicchiere. È
vero? -
Rispose di sí con un segno del capo.
- Continuate - soggiunse il presidente,
aggiustandosi gli occhiali.
- Alle parole della bambina egli disse:
«Oh, la bugiarda!» E il pretore gli diè di nuovo sulla voce: «Zitto!». Io misi
a gridare: «Scellerato, scellerato, che avete mai fatto!» «Tu sei piú infame di
colei!» mi rimbrottò. E voleva andar via. Ma il pretore gli ordinò: «Restate lí
e state zitto, o vi faccio star zitto io!». Allora lui si rammentò che in
bottega c'era la pasta avvelenata pei topi. Forse, la bambina n'aveva ingoiato
un pezzettino senza sapere che cosa fosse. Sí, dovette essere cosí... Non è un
cattivo soggetto; non è possibile che abbia avvelenato la bambina lui stesso, a
posta! Che male gli aveva fatto la innocente?... Questa è la verità! -
Si era alzata da sedere, rivolta verso
quell'uomo che la fissava come uno stupido, con le mani sui ginocchi e la bocca
semiaperta, meravigliato che sua moglie ora tentasse di scusarlo, di
difenderlo, e mostrasse in viso il dolore di perderlo, se lo mandavano in
galera.
- Sedete - le disse il presidente. - Dite
ai signori giurati: era geloso costui? Ve lo fece mai capire? Ve lo disse?
- Signori, mi voleva tanto bene! Era
geloso del morto! Non voleva che lo ricordassi, mai! Questo mi faceva pena. Non
capivo in che modo fosse geloso di un morto. Io, come potevo dimenticare quella
sant'anima? E poi, la bambina era il suo ritratto; tal quale, fin nel suono
della voce; si chiamava Giovanna come lui... Era possibile? Ma voleva che lo
dimenticassi, che non lo nominassi piú! E odiava la bambina perché si chiamava
Giovanna. La poverina, da un anno, non avea piú nome per lui. Le dava nomacci che
mi facevano piangere, di nascosto. Guai, se se n'avvedeva! Erano urli,
bestemmie!... Come quel giorno che trovò sciorinati al sole i vestiti del
morto, perché non si tarlassero. Dunque pensavo sempre a colui? Dunque volevo
ancora bene a colui? «Io sono una malombra nella casa!» E si strappava i
capelli, piangendo, bestemmiando i santi e la madonna. Spezzò sedie, piatti,
ogni cosa!... Io corsi a chiudermi in camera, atterrita. Allora lui cominciò a
stracciare quei vestiti (nuovi, di panno fino; la sant'anima li aveva indossati
poche volte!) li ridusse in pezzettini, e li buttò in istrada, ai porci,
diceva! - Di quell'altro, in casa, non ci doveva piú rimanere neanche un chiodo
affisso al muro... niente!... Ora il padrone era lui! Ora comandava lui! Ora voleva
esser voluto bene lui! - venne a piangermi dietro l'uscio - Lo capivo? Voleva
esser voluto bene lui! - Se gli volevo bene, Signore Iddio!... Non lo vedeva?
Che dovevo, che potevo mai fare per persuaderlo? E il nome della sant'anima non
mi uscí piú dalle labbra; e tutto quel che l'era appartenuto lo nascosi, qua e
là. - Che poteva importargliene lassú, in paradiso, dov'era? - E cosí costui si
acchetò un pochino. Ma c'era la bambina; ma si chiamava Giovanna; e non voleva,
no, che la chiamassi cosí, perché, diceva - era una fissazione, vergine santa!
- non chiamavo lei, ma quell'altro; perciò la chiamavo cosí spesso. Che bisogno
c'era di chiamarla cosí spesso a nome? Non intendeva forse? Si figurino! Una
povera madre, che non poteva chiamare per nome la propria figliuolina orfana!
Mi diventava piú compassionevole; non mi pareva piú quella, la poverina, senza
il nome di suo padre che non l'aveva neppur vista nascere! Ma gli volevo bene;
volevo contentarlo; il sacrificio era tutto mio; la bambina che ne capiva? E
non ebbe piú nome; non ebbe piú il nome che le avevano scritto in fronte
coll'olio santo. Era peccato mortale... Ma io gli volevo bene! E anche il
confessore mi confortava: «Fa a modo suo, per la pace della casa!» La povera
giovane s'interrompeva spesso, volgendo la testa verso la gabbia dove ora suo
marito smaniava, passandosi le mani su la faccia; e mentre dal cuore le
sgorgava quello sfogo, senza ch'ella potesse frenarsi sotto gli occhi dei
giurati pendenti dalle sue labbra, la invadeva il terrore, se mai la sua
deposizione potesse nuocere a colui, e aggravarlo dinanzi i giudici. Ma era la
verità!
Dal posto dove il presidente l'aveva fatta
sedere, in mezzo ai testimoni, ella sentiva raccontare dall'avvocato tutta la
propria storia. Questi però la diceva in un'altra maniera, a modo suo. Ella
capiva e non capiva; soltanto capiva che si trattava dell'altro marito. E tutte
quelle parole che avevano suono chiaro, intonazione quasi di predica e ch'ella,
non intendendole bene, vedeva quasi volare verso i giurati lanciate dai gesti
larghi e solenni dell'avvocato, le suscitavano intanto lucidissima la visione
di quei fatti, di quella giornata, di quel posto: la dolce sensazione del sole
di primavera, del verde del prato, dei canti degli uccelli fra gli alberi e dei
muggiti dei buoi lontani, mentr'ella scendeva la viottola che conduceva alla
fontana... E quegli, appostato dietro la siepe dei roveti, era sbucato a un
tratto e l'aveva afferrata per la vita, prima ch'ella potesse gridare; e
levatala di peso su la mula bardata, l'aveva rapita, come un ladro, di
violenza, baciandola ansiosamente su la nuca, sui capelli, mentre ella si
dibatteva indignata e impaurita. E la mula trottava, e gli alberi correvano
vertiginosi attorno, quasi la terra girasse. E lui le andava dicendo: - Ora sei
mia! Ora mi vorrai bene! Ora sei mia! - E lei rispondeva: - No! no! Che
tradimento mi avete fatto! No! - E la mula trottava, quasi fosse d'intesa
anch'essa, giú per la china fra gli ulivi, scansando la via battuta. E lei, pur
rispondendo sempre di no, perché non gli voleva bene, perché non voleva saperne
di lui, visto che alla mamma non garbava, già provava, tra lo sdegno, una
tenerezza strana, una commozione profonda, una pietà anche, pel forte che la
rapiva a quel modo, perché l'amava e la voleva sua a ogni costo! - Ora sei mia!
- E tornava a baciarla. Eppure, lei gridava sempre: - Assassino, che tradimento
mi avete fatto! - Ma colui s'era accorto che non lo sgridava con lo stesso tono
sdegnoso. Lei non resisteva più, non si dibatteva piú; domandava soltanto: -
Dove mi portate? Che volete da me? Riconducetemi a casa mia! Lasciatemi andare!
- Infatti, giunti davanti la grotta, tra i fichi d'India, egli saltò da
cavallo, e tenendola sempre tra le braccia come una bambina, le disse solamente:
- Ah, bella figliuola mia! Tu sarai la mia regina -. E lei piangeva, col viso
fra le mani, e non rispondeva nulla; non le pareva piú di esser lei - Sarai la
mia regina!... -
E l'avvocato continuava ad agitare le
braccia, da predicatore, battendo i pugni sul tavolino, facendo la voce grossa.
Era strano; ella non afferrava il significato di quelle frasi, di quelle parole
cosí diverse dalle frasi e dalle parole usuali; ma nello stesso tempo capiva
chiaramente, quasi le venissero destando nel cervello l'immagine, la
rappresentazione di quel che esse raccontavano ai giurati: il passato di lei,
il felice passato d'un anno e mezzo; sogno sparito subito via, quand'ella era
diventata davvero la regina di lui, e non solo gli aveva perdonato la violenza,
ma gli voleva bene e l'adorava come s'adora Gesú Sacramentato!...
E la poverina non vedeva piú nulla, né il
presidente, né i giurati, né il gran crocifisso in fondo alla sala, né la
folla, né la gabbia, nulla, nulla! E non sentiva piú neppure la voce
dell'avvocato che rimbombava tuttavia; ma piangeva silenziosamente, assorta
nella luminosa visione d'un passato piú prossimo, finito cosí tristamente
anch'esso, quando due uomini avevano portato via la cassa della morticina
benedetta dal cappellano!... E a lei era parso che le portassero via il
cuore!...
La gente, affollata sull'uscio, per vedere
daccosto quella bella giovane cosí stranamente due volte amata, aspettò un bel
pezzo. La poverina, appresa la condanna, era svenuta gettando un urlo, con le
braccia tese verso l'uomo che i carabinieri riconducevano in carcere...
E il presidente aveva detto, per
conchiusione:
- Ecco la donna!... Ha dimenticato fin la
bambina!... Bella causa, caro avvocato! -
Roma, 20 gennaio, 1888.
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