IV
GIORNATA QUARTA
IL GIORNALE MOBILE
Si parlava delle trasformazioni avvenute
nel giornale in questi ultimi anni, e un giornalista di professione aveva
espresso il suo convincimento che altre e piú importanti modificazioni
sarebbero imposte dalle circostanze a quest'organo della pubblica opinione.
- Si è tentato il giornale parlato col
telefono; non ha attecchito. Il giornale non è soltanto un mezzo di discussione
e d'informazione - egli diceva - ma è anche, e soprattutto, un digestivo o un
soporifero, secondo l'ora della sua pubblicazione; e il tentativo telefonico
non corrisponde a questi due uffici. Si riduce a un disturbo per gli abbonati.
Avverrà nel giornalismo la specializzazione che è avvenuta nelle professioni e
nei mestieri? Ci saranno giornali per dir cosí, Articoli di fondo
Giornali Fatti diversi? Giornali Ci scrivono? Giornali Sappiamo
con certezza? Chi lo sa!
- Il giornale dell'avvenire - disse il dottor
Maggioli quella sera - è già venuto al mondo, un po' prematuramente, come
accade spesso, e perciò non è riuscito. Ma il suo germe, sepolto sotto le
zolle, si desterà, metterà le foglioline, diverrà alberetto; poi ingrosserà di
fusto, allargherà i rami, sarà albero, e si riprodurrà in foresta; lasciategli
un po' di tempo, e vedrete.
Io ho assistito alla sua nascita e alla
sua morte... apparente; dico cosí perché sono sicuro che risorgerà. L'idea è
pratica, come tutte le cose che fanno gli americani; ingegnosa, come tutte le
cose suggerite dall'amore quando è messo alle strette.
E quel Dgiosciua Pròn, di cui voglio
parlarvi (si scrive Joshua Prawn e si potrebbe tradurre: Giosuè Granchiolini),
era stato proprio messo alle strette da una specie di ultimatum della miss del
suo cuore:
«Diventate milionario, Dgiosciua! Soltanto
allora ci sposeremo».
Da noi una proposta di questo genere
scoraggerebbe qualunque innamorato. In America, dove un venditore di fiammiferi
di legno è diventato «Re delle ferrovie» con una fortuna ch'egli stesso non
sapeva esattamente calcolare, quella risposta presentava qualche seria
difficoltà, ma non tale da scoraggiare un cuore cosí fortemente infiammato come
quello del mio amico.
Ci eravamo incontrati precisamente il
giorno in cui la sua miss gli aveva detto: «Diventate milionario!» Egli mi
veniva incontro accigliato, concentrato, stropicciandosi le mani; e mi avrebbe
urtato, se io non gli avessi gridato:
«Ohe! Prown! Gli affari procedono bene, a
quel che pare!»
«Benissimo - rispose. - Vado in cerca di
uno, due, tre milioni! Bisogna trovarli».
«Che dovete farne?»
«Niente; debbo prender moglie».
«Mi paiono troppi per tale scopo. Potreste
impiegarli meglio».
«Ah, caro amico! Qui non siamo in Italia,
dove la gente prende moglie senza avere il becco di un quattrino».
«Vorreste darmi a intendere che in America
prendano moglie i milionari soltanto?»
«I veri matrimoni sono un lusso; ci
vogliono i milioni. Gli altri sono società commerciali, società di mutuo
soccorso, anche accomandite mascherate, se cosí vi piace; matrimoni, no
davvero!»
Conoscevo il mio amico per uomo di
spirito, e sapevo che la sua specialità giornalistica era il canard sbalorditoio.
«Fate una prova in anima vili?» gli
dissi ridendo.
«Non capisco».
«Volete saggiare su me qualche vostro bel canard
in preparazione?»
«Parlo seriamente».
«In questo caso, non capisco io. Uno, due,
tre milioni? Capitano di rado tra' piedi».
«Stanno nelle tasche della gente. Non è
difficile cavarneli».
«Quando avrete trovato il processo,
datemene la ricetta, ve ne prego».
«Voi non avete fede; i milioni non sono
per voi!»
Egli ebbe troppa fede, povero Dgiosciua! E
quando se li trovò in mano - li trovò, non era americano per nulla! - se li
lasciò scappare.
Qualche mese dopo, New York era tappezzata
da immensi cartelloni multicolori, invasa da avvisi proiettati con la lanterna
magica, da uomini sandwich che percorrevano le vie in processione con
l'annunzio della prossima pubblicazione del «Fickle Journal», giornale mobile,
e che ne spiegava il meccanismo.
Ogni abbonato poteva formarsi il giornale
da sé, secondo il suo gusto e il suo capriccio. Il giornale non era stampato in
foglio, ma in strisce. Abbonati e compratori spiccioli avevano diritto a venti
colonne di testo e a trenta di annunzi e di corrispondenze private per tre
soldi, costo ordinario di un numero di giornale americano; col doppio di
colonne, per cinque soldi.
La trovata
geniale consisteva in questo: che la materia delle cinquanta colonne variava
secondo il desiderio giornaliero dei compratori spiccioli; settimanale o
mensile degli abbonati, che dovevano manifestare il loro desiderio col
preavviso di un giorno. Ogni striscia, stampata a due facce, conteneva una sola
materia: articoli di fondo; notizie politiche; notizie commerciali; fatti
diversi; cronaca mondana; varietà letterarie, scientifiche, religiose; avvisi
commerciali; corrispondenze private, ecc. ecc. E ogni giorno venivano
pubblicate cinque strisce diverse di ogni materia. Cosí, chi non amava gli
articoli di fondo poteva lasciarli da parte, e supplirli con fatti diversi, per
esempio, o con la cronaca mondana, o con le varietà, e via dicendo.
Andai a cercarlo nell'ufficio di
redazione, palazzo a dodici piani con cinque ascensori - secondo che si voleva
andare dai redattori, in tipografia, dall'amministratore, dallo spedizioniere,
dal collettore degli avvisi e delle corrispondenze private - con ufficio
telegrafico e telefonico. Lusso da sbalordire. Al primo piano, dov'era la
redazione, anche un bar pei redattori, con annessa trattoria, e camere da letto
pei cronisti che si davano il cambio, dovendo restare sempre a disposizione del
pubblico notte e giorno.
Io mi ero sperduto per quei corridoi
luminosi, per quelle vaste sale dove nessuno mi domandava chi cercassi e che
cosa volessi. I redattori, occupati a scrivere, non alzavano gli occhi, non si
voltavano per guardare chi andava e veniva.
Per fortuna, ecco Dgiosciua, seguito da un
codazzo di gente.
«Ah, caro dottore! Arrivate in mal punto.
Ho una seduta con gli azionisti. Se avete un'ora da perdere, attendetemi nella
mia stanza».
E chinatosi fino al mio orecchio, mi
sussurrò:
«Vedete? Non è difficile trovare i
milioni!»
Un usciere mi condusse nella stanza del direttore.
Un'ora dopo, Dgiosciua era seduto, anzi sdraiato sul suo seggiolone di cuoio,
stanco ma sodisfatto:
«Tutto va a meraviglia! Ormai l'affare è
lanciato, e procederà coi suoi piedi. Niente di piú semplice e nello stesso
tempo di piú complicato. Ora non rimane altro da fare che sbarazzarsi degli stocksi
rimasti invenduti; le trattative sono avviate. Gli Articoli di fondo vanno
a fondo. Benissimo i Fatti diversi; si vendono a milioni. Le Notizie
politiche cosí, cosí, meno in tempo di elezioni; allora si possono
inventare balordaggini di ogni sorta; il pubblico ingolla tutto. E le Corrispondenze
private! Meraviglie. Ho dovuto aumentare il numero dei redattori, per
inventarle quando mancano, e drammatizzarle; sono il pettegolezzo alla mano di tutti.
Non potete immaginare come la gente s'interessi dei fatti del prossimo. C'è un
redattore speciale per gli scandali velati, mia invenzione. E le finte
traduzioni dei migliori autori europei! Molti scrittori del nuovo mondo sono
oggi qui conosciuti mercè il mio giornale, piú per quel che non si sono mai
sognati di scrivere, che per quel che hanno veramente scritto. Orrori di
novelle e di romanzi, ma con tanto di chiarissime firme. Non è onesto? Oh, il
giornale è ben altro che l'onestà! È un affare, un grande affare; un problema
di amministrazione anche! Ed io ho fatto miracoli. Ho pensato a tutto io; bado
a tutto io! Dormo appena tre ore al giorno, e già mi sembrano troppe. Ma tutte
le tasche si sono slabbrate perché io vi affondi le mani e ne cavi biglietti di
banca e dollari. Ho già un milione di mio. Dovranno essere tre, tre per lo
meno... E poi prenderò moglie, se n'avrò il tempo. Gli affari sono invadenti,
dispotici, supremamente violenti; quando vi hanno acciuffato, non vi lasciano
piú! Figuratevi, caro mio! In sei mesi, diciotto milioni e mezzo di colonne di Fatti
diversi! Trenta milioni di colonne di Corrispondenze private! E
tutto diviso in pacchetti da tre, da cinque, da dieci colonne, con la relativa
fascia, perché il servizio di vendita proceda rapido, spiccio! E non voglio
dirvi altro! Ora tutto procede come nel macchinismo di un cronometro; ma per
avviarlo, ce n'è voluto! E le novità da introdurre! E le modificazioni da
tentare! Vi par poco che oggi i lettori e gli abbonati del mio giornale possano
compilarselo da sé, a gusto loro? La loro vanità è soddisfatta; non hanno da
lagnarsi di nessuno, se se lo combinano male... E quando voi adulate la vanità
della gente!... Ecco perché i milioni affluiscono!»
Si arrestò, guardò l'orologio, e soggiunse:
«Vi ho accordato un quarto d'ora del mio
tempo; non sono ancora cosí ricco da poterne accordare altri alla buona e
solida amicizia. State sano... Voi comprate il mio giornale, è vero?»
«E miss Helen?» domandai sul punto di
prender congedo.
«È felice. Le ho fatto fare da imperatrice
dei francesi, la settimana scorsa... Non ve ne siete accorto? Ho pubblicato il
suo ritratto, con sotto la leggenda: "Eugenia Maria de Montjio de Guzman,
imperatrice dei francesi." Successo strepitoso! La imperatrice Eugenia dovrebbe
ringraziarmi. Helen è cento volte piú bella di lei e soprattutto piú giovane...
Ottocentomila colonne andate a ruba... A rivederci a le mie nozze!»
«Se avrete tempo di prender moglie!»
risposi sorridendo. Due anni dopo, l'impresa del «Fickle Journal» dichiarava
fallimento. Perché? Come mai?
Era nato troppo presto. Non si vincono
facilmente le abitudini inveterate. Il pregio di poter farsi il giornale da sé
aveva un grande inconveniente: mancava dell'imprevisto, e non dava ai lettori
il pretesto di sfogare il loro malumore contro il direttore e i redattori. Le
piccole cause producono grandi effetti. I milioni, creati in fretta, erano
spariti piú in fretta. E, durante questo tempo, il mio caro amico Joshua Prawn
non aveva avuto un momento di largo per sposarsi anche alla lesta, come usa in
America.
Quando lo rividi, pareva invecchiato di
dieci anni. Aveva consumato tanta energia e tanti capitali, ma non aveva
perduto il coraggio.
«L'avvenire del giornale è là - mi disse.
- Il «Fickle Journal» è il giornale futuro. Esso intanto mi ha insegnato una
cosa: non bisogna tirar troppo la chioma della fortuna. I capelli di questa
pazza si strappano piú facilmente che non si spezzi una corda tesa. Ecco un
proverbio da mettere in circolazione. Se Helen avesse voluto attendere ancora
un altro paio d'anni! Ha sposato un pastore presbiteriano. Tanto meglio! Le
donne sono un grande impaccio nella vita» -.
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