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DELITTO IDEALE
I
DELITTO IDEALE
E la giustizia? - esclamò Lastrucci.
- Quale? - replicò Morani. - Di quella del
mondo di là, nessuno sa niente; la nostra, l'umana, è cosa talmente rozza,
superficiale, barbarica, da non meritar punto di essere chiamata giustizia.
Condanna o assolve alla cieca, per fatti esteriori, su testimonianze che
affermano soltanto l'azione materiale, quel che meno importa in un delitto. Il
vero delitto, lo spirituale, resultato del pensiero e della coscienza, le
sfugge quasi sempre; e cosí essa spessissimo condanna quando dovrebbe assolvere
e assolve, pur troppo! quando dovrebbe condannare.
- Ecco i tuoi soliti paradossi! La
giustizia umana fa quel che può. Vorresti dunque punire fin le intenzioni nascoste?
- Certamente. Un omicidio pensato,
maturato con lunga riflessione in tutti i suoi minimi particolari e poi non
eseguito perché l'energia dell'individuo si è già esaurita nell'idearlo e
prepararlo, è forse delitto meno grave d'un omicidio realmente compiuto?
- Tu foggi un caso strano, eccezionale.
- Piú comune di quanto immagini. Ed io ho
conosciuto un uomo, degno veramente di questo nome, il quale si è giudicato da
sé per un delitto di tal genere, e si è punito come se avesse proprio commesso
l'omicidio soltanto fantasticato e progettato.
- Era pazzo costui.
- Era un gran savio, dovresti dire. La sua
coscienza non gli dava pace. E siccome egli non poteva presentarsi a un giudice
e accusarsi - il giudice avrebbe ragionato come te e lo avrebbe fatto chiudere
in un manicomio - cosí per attutire i rimorsi, si è giudicato e si è condannato
da sé ad espiare la stessa pena che il magistrato gli avrebbe inflitta, se
avesse potuto giudicarlo secondo la legge ordinaria.
- Come ha fatto? E perché avea voluto
ammazzare?
- Per gelosia.
- Si sarà accordato almeno le attenuanti!
- disse Lastrucci sorridendo.
- Nessuna attenuante - riprese Morani. -
Oh! Non era uomo volgare. La profonda cultura e la esperienza della vita avrebbero
dovuto metterlo in guardia contro i subdoli suggerimenti di quella bassa
passione; infatti, riconosciutosi illuso dalle apparenze, egli pensava che
sarebbe stato suo dovere sottrarsi al loro inganno, invece, non aveva fatto
nessuno sforzo; si era lasciato travolgere senza resistenza; e ciò rendeva
imperdonabile agli occhi suoi l'intenzionale delitto.
- Non capisco. Siamo forse padroni di noi
stessi in certe circostanze?
- Il mio amico giudicava che dobbiamo
esser sempre padroni di noi stessi, se vogliamo dirci creature ragionevoli.
- Dal dovere all'essere ci corre un bel
tratto. Costui, stimandosi creatura ragionevole, ragionava assai male.
- No. Tullio Dani ha fatto una nobilissima
azione. La sua sublime eccezionalità consiste appunto in essa. Ascolta. Aveva
preso moglie un po' tardi, a quarantacinque anni; e la sua signora, bellissima,
ne aveva appena ventotto. Bell'uomo anche lui, serio, indipendente, avea potuto
sodisfare ogni suo desiderio, coltivando lo studio prediletto delle cose
letterarie e filosofiche, intraprendendo lunghi viaggi in Europa e in America
per aumentare la sua cultura, che l'eccessiva modestia gli ha impedito di
mostrare agli altri con lavori d'arte o di riflessione. Non ha mai pubblicato
neppure un articolo, e avrebbe potuto scrivere libri assai meglio di parecchi.
Aveva anche, come suol dirsi, goduto la vita. La sua virile bellezza gli aveva
procacciato facilmente molte buone fortune presso le donne. E fino ai
quarantaquattro anni gli era riuscito di conservare intatta la sua libertà di
cuore, forse per un sentimento di egoismo prodotto dalla passione dello studio,
forse perché fino allora non gli era avvenuto d'incontrare la donna ideale da
lui vagheggiata. La solitudine della sua vita - era rimasto orfano giovanissimo
e non aveva stretti parenti - non gli era parsa mai grave. Pagava unicamente
con la carità il suo debito di uomo sociale; e non attendeva che la gente si
rivolgesse a lui. Andava incontro a coloro che soffrivano, e tra questi sapeva
indovinare coloro che soffrivano piú chiusamente in miseria schiva e
rassegnata.
Dopo i quarantaquattro anni, egli cominciò
ad accorgersi che il celibato stava per divenirgli increscioso. Sentiva di aver
sodisfatto a bastanza le esigenze dell'intelletto, e di aver trascurato troppo
quelle del sentimento. Annunziandomi il suo prossimo matrimonio, mi avea
domandato:
«Ti sembra che ci sia molta sproporzione
tra la mia età e quella della futura mia moglie?»
«No davvero» risposi.
Questa idea che lo aveva tenuto esitante
parecchi mesi, dovette riaffacciarglisi, sei mesi dopo, alla mente quando egli
sentí i primi sintomi della gelosia che parve invecchiarlo di dieci anni in
pochissimo tempo. Credendolo colpito da male occulto che gli insidiasse la vita
lo sollecitavo caldamente di consultare un medico e di curarsi.
«Sto benissimo» rispondeva.
«La tua signora è impensierita» gli dissi
una volta.
«Per cosí poco?» soggiunse con accento
d'ironia e di tristezza.
Non osai d'insistere oltre, sospettando
intime cagioni inesplicabili per me. La giovane sposa mi sembrava in continua
adorazione davanti a lui. Bionda, piccola, gracile, sufficientemente colta da
potere apprezzarne l'elevatissima intelligenza e la immensa bontà d'animo, io
la stimavo vinta dal doppio fascino della virilità di quel bruno, alto e forte,
e della luminosità dello spirito che gli raggiava negli occhi nerissimi e
nell'ampia fronte. Sapevo che lo aveva amato lei prima di essere amata, e che
questa circostanza avea molto contribuito ad affrettare la risoluzione e la
decisione di lui.
Un anno dopo, la febbre tifoidea troncava
quasi improvvisamente quella giovane vita. Il dolore di Tullio per tale perdita
fu cosí straordinario, che io, ripensando molti particolari da me notati e
parecchie sue strane risposte, fui indotto a sospettarlo esagerato ad arte per
scancellare le impressioni che essi avean dovuto lasciarmi nell'animo.
Ero suo amico d'infanzia. Da che gli era
passata la smania dei viaggi, ci vedevamo quasi tutti i giorni; e soltanto cosí
avevo potuto intravvedere il terribile dramma che si era rapidamente svolto
nella vita intima di lui. Conoscendo però la sua indole taciturna per quel che
riguardava certi fatti personali, non mi attendevo piú di poter essere un
giorno o l'altro l'unico confidente di quel segreto che avea sconvolto
all'ultimo la sua felice esistenza.
Una mattina lo vidi apparire in casa mia
con un grosso plico di carte in mano.
«Ho bisogno dell'opera tua. Vengo a
chiederti il grave sacrificio di essere per parecchi anni l'amministratore dei
miei beni».
«Intraprendi un lungo viaggio?» domandai.
«No».
E, dopo breve pausa, soggiunse:
«Non ti faccio una confidenza; quel che
ora ti dirò potrai ridirlo, se ti sembra opportuno. Vorrei anzi, come i primi
cristiani, confessarmi in pubblico, ma temo di veder male interpretata la mia
azione, di apparire ridicolo. Tu saprai intendermi e compatirmi».
Lo guardai ansioso, e con un breve gesto
di assentimento lo invitai a proseguire.
«Sono stato un miserabile vigliacco! -
egli disse energicamente. - Ho commesso l'infamia di contristare, calunniandola
con indegni sospetti, la piú buona, la piú santa creatura che io abbia
conosciuta in questo mondo. La morte è stata giusta privandomi di cosí gran
tesoro; non ero piú degno di possederlo. Ho fatto anche peggio; sono stato
assassino... con l'intenzione soltanto; ma questa circostanza non significa
niente. Ho goduto intera la malvagia sodisfazione che quel delitto mi avrebbe
dato nel caso che avessi avuto la forza di compirlo, e ne sento vivissimo
rimorso, quasi lo avessi davvero compiuto. La giustizia umana non può colpirmi;
io però non mi reputo meno assassino per ciò. Mi son giudicato da me,
inesorabilmente, e mi son condannato alla pena che avrei meritata se la mano
avesse già posto in atto quel che il pensiero si è lungamente compiaciuto di
architettare con la piú raffinata malizia».
«Oh, Tullio!» esclamai.
«Ti meravigli di scoprir cascato tanto in
basso colui che ha vagheggiato in tutta la sua vita i piú eccelsi ideali d'arte
e di pensiero? La miseria dello spirito umano è cosí grande, che dovresti
piuttosto maravigliarti di non vedermi cascato ancora piú in basso! Sappi però
che, se non sono stato effettivamente assassino, la mia volontà non c'entra per
nulla».
Si fermò un istante, scosse la testa,
strizzando un po' gli occhi, poi riprese:
«Non riesco a spiegarmi neppur io come
abbia cominciato a sospettare. Avrei dovuto reagire subito contro le prime
impressioni prodotte da indizi riconosciuti fallaci. L'amor proprio, l'orgoglio
lievemente feriti mi spinsero invece a dubitare di quel riconoscimento, a
rimuginare quegli indizi, a ricercarne con intensa dolorosa voluttà altri
nuovi. Forse li creò la mia fantasia, o forse un crudele destino mi ordí
perfidi inganni con cento piccoli fatti facili ad apparire molto diversi da
quel che essi erano in realtà... Mia moglie, innocente, e senza nessun
sospetto, non poteva evitare certe circostanze che congiuravano fatalmente a
dar corpo alle ombre e mettermi l'inferno nel cuore. Avrei dovuto chiederle
spiegazioni, avvertirla, ammonirla; non volli, sperando di sorprenderla in
qualche atto da non permetterle sotterfugio alcuno per continuare ad
ingannarmi. E piú le mie ricerche, i miei agguati non ottenevano nessun
convincente risultato, piú io m'ostinavo a immaginare che la sua diabolica
malizia riuscisse a farmi sfuggir di mano l'atroce vendetta il cui proponimento
mi aveva già invasato l'animo. Non posso diffondermi in minuti particolari; il
ricordo mi è insopportabile ora che sono convinto del mio inganno. Importa
soltanto che tu sappia la vendetta meditata giorno e notte contro il creduto
suo complice.
In quanto a lei, inattesamente, mi ero
sentito a poco a poco sopraffare da compassionevole tenerezza; le perdonavo in
grazia dell'amore che aveva avuto per me quando ancora ignoravo di essere amato
da lei; le perdonavo per la sua bellezza, per la sua giovinezza, per
l'inesperienza della vita, che avea dovuto agevolarne la trista caduta. Tutto
il mio odio si concentrava su colui, sul creduto seduttore che non poteva avere
scusa di sorta alcuna, che doveva aver operato il male sapendo di far male, e
con lo squisito piacere di farlo a danno del mio onore, della mia felicità,
anzi principalmente per questo. Volevo toglierlo dal mondo senza che si potesse
mai scoprire qual braccio lo avesse colpito. E la lunga ricerca del mezzo
arrivava talvolta fino a calmare i miei strazi. Avevo scelto l'arma: il rasoio.
Da un mese mi mostravo in fidente relazione con lui. È inutile dirti il suo
nome; è già molto l'averlo stimato capace di un'infamia; non voglio offenderlo
ancora col far sapere ad altri che ho potuto crederlo tale. Il peggior tormento
prodotto dalla gelosia è quel non sentirsi mai sicuri, quel vivere di dubbi e
di sospetti che si vorrebbero veder distrutti, e che si teme di veder distrutti
perché un giorno essi potrebbero servire a farci raggiungere la paventata e pur
desiderata certezza. Per ciò io attendendo il terribile momento in cui non
avrei potuto dubitar piú, maturavo il mio disegno, lo studiavo nei minimi
particolari dell'atto vibrante, e arrivavo al punto di sentire nella concezione
del delitto la stessa selvaggia voluttà che mi avrebbe dato l'attuazione di
esso quando l'istante della certezza sarebbe scoccato. Per le vie, nel mio
studio, a letto accanto a lei fingendo di dormire profondamente, io assalivo
l'odiato, gli sprofondavo nel collo l'affilata lama del rasoio che doveva
recidergli la carotide con tale rapidità da non fargli quasi accorgere di
morire; e sentivo su la mano convulsa il caldo schizzo del sangue, e udivo il
rantolo della gola squarciata, e vedevo l'annaspare di quel corpo che
stramazzava con sordo rumore sul selciato. Ho assaporato, per due lunghi mesi,
dieci, venti volte al giorno, questa feroce gioia assassina; ho assistito
dieci, venti volte al giorno, al tetro immaginario spettacolo di quella morte;
e tale crescente evidenza esso aveva raggiunto all'ultimo, che io mi riscotevo,
dall'impressione con lo stesso brivido di orrore e di brutale sodisfazione che
mi sarebbe stato prodotto dalla realtà. Potrei dire di avere commesso non uno
ma cento assassini, giacché ognuna di quelle ossessionanti rappresentazioni era
una variante sempre piú perfezionata, sempre piú efficace della precedente; e
cosí, alla fine, fui talmente pago di quelle fantasticate sensazioni, da sentir
venir meno il bisogno di attuare la mia vendetta; lo sforzo del pensiero avea
esaurito ogni mia fisica energia. Mi ero cosí internamente compiaciuto di
ammazzare pensando, da non provar piú nessun bisogno di altra sodisfazione
materiale... La realtà avrebbe, forse, potuto darmi sodisfazione piú sincera e
piú acuta? Per questo, per questo soltanto, io non sono stato omicida nel
volgare senso di questa parola! Appunto allora il caso mi faceva scoprire qual
viluppo di incredibili circostanze era concorso a illudermi, a trarmi in
inganno. Oh!... È orribile! A che cosa mi era servito dunque l'aver tanto
studiato, osservato, meditato? Ho chiesto perdono a mia moglie inginocchiato
davanti la sponda del suo letto di morte. La intelligenza offuscata dal male le
ha impedito di comprendere. Nei vaneggiamenti del delirio, ella ripeteva
continuamente: "Tullio, che cosa hai contro di me?... Che ti ho fatto?
Perché non mi ami piú?" Ed è morta con questo affettuoso rimpianto su le labbra».
«Ebbene? - dissi io, vedendolo caduto in
grave abbattimeno. - Tutto ciò è naturale, è umano».
«Non può essere umano il delitto se rimane
impunito! - egli esclamò, rilevando alteramente la testa. - Chi desidera la
donna altrui, commette adulterio. Chi pensa di ammazzare, commette omicidio. Ed
io mi sento omicida».
«Tullio! Tullio!» lo rimproverai.
«Non ho smarrito il senno! - egli riprese.
- Per la pace del mio spirito, per la giustizia ideale ho voluto far questo:
giudicarmi e condannarmi con la stessa imparzialità e serenità con che avrei
giudicato qualunque persona accusata del mio stesso delitto. Domani l'altro
partirò pel luogo da me scelto ad espiarvi la pena. La mia prigionia non
differirà in niente da quella legale. Sarà dura, inesorabile, ed io diverrò tra
pochi giorni il carceriere di me stesso...»
- Era pazzo il tuo Tullio Dani! - ripeté
Lastrucci stato fin allora ad ascoltare intentissimo. - Ed ha finito di
espiare?
- Non ancora! - rispose Morani.
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