IV
MA, DUNQUE?
- Ma, dunque? - voi domandate. Potrei non
rispondervi, e sarebbe meglio. Dovrei lasciarvi fantasticare, arzigogolare tutto
il male possibile... Cosí vi sfoghereste, internamente e, a poco a poco,
giungereste ad acchetarvi. È il mio metodo.
Voi però siete troppo nervoso, come tutti
i giovani del giorno di oggi. Siete insofferente, impaziente, non vorreste
nessun ostacolo avanti a voi... Eh! Eh, caro mio! Gli ostacoli, non c'è verso,
o si saltano a piè pari, o si abbattono con un grand'urto, o si evitano girando
attorno ad essi e anche voltando strada, quando il girarvi attorno è
impossibile. Vi dirò la mia opinione. Col saltarli a piè pari si corre pericolo
di fiaccarsi il collo; non è da uomo prudente. Per abbatterli occorrono
forza... e destrezza sopra tutto; ma questa non è da giovani come voi. Girarvi
attorno o voltar strada è un altro mio metodo; me ne sono trovato bene finora
tutte le volte che l'ho adoprato.
Io vorrei darvi in imprestito la mia
esperienza. Sventuratamente l'esperienza altrui non serve a nulla. Ognuno si
figura di poter riuscire là dove altri ha fatto fiasco. Per questo noi vediamo
ripetersi gli sbagli degli altri nella vita degli individui e delle nazioni,
che sono, secondo me, individui piú grandi e piú complicati. Lasciate dire ai
filosofi che la storia sia la maestra della vita. La storia è una bella fiaba
che diverte la gente adulta, come le fiabe delle balie i bambini. Da migliaia e
migliaia di anni, individui e nazioni commettiamo costantemente gli stessi
errori, riproduciamo le stesse sciocchezze e perdureremo fino alla fine dei
secoli in questo stupido divertimento.
- Ma, dunque?...
- Ma dunque, caro mio, fate una sdegnosa
scrollatina di spalle e mettetevi il cuore in pace. Capisco: consigliare è cosa
comoda quando non ci troviamo nella situazione di chi ci chiede aiuti piú che
consigli. Io, prima di farvi questo po' di sermone ho tentato di giovarvi con
le mani e coi piedi, come suol dirsi. Mi dispiace di dovervi annunziare che ho
fatto un buco nell'acqua. Lo prevedevo, quantunque in diverso modo.
E aggiungo un'altra cosa. Se il mondo
andasse «come dovrebbe andare» sarebbe estremamente noioso. Vi assicuro che
esso è bello e interessante perché va a casaccio, perché ci offre lo spettacolo
dell'impreveduto e dell'imprevedibile. Senza dubbio, chi non si attende un
tegolo tra capo e collo e se lo sente piombare addosso non può esser contento
della sua disgrazia. Spesso il tegolo non casca precisamente tra capo e collo,
ma proprio sul capo e vi fa un buco e manda un povero diavolo all'altro mondo.
Ma, per buona sorte, c'è tegolo e tegolo. Dicono (sarà poi vero?) che
Tertulliano era una specie di cretino, e che divenne poi quel dotto turbolento
padre della chiesa ed anche eretico, se non sbaglio, appunto per via di un
tegolo cascatogli sul capo mentre gironzolava per non so qual via di città
africana. Non vi garantisco la mia erudizione; ma se il fatto non è vero, è
vero come apologo. Io ne ho ricevuti parecchi di cotesti tegoli, fortunatamente
sempre tra capo e collo; ma sappiatelo, fanno male lo stesso, e bisogna
ricorrere da un dottore per farsi curare la contusione o la ferita. Forse,
prima di morire, me ne capiterà qualche altro... Non si sa mai! Ora, tra tutti
i tegoli possibili, l'amore è il peggio. E anche il piú ordinario, ma il piú
pericoloso, perché noi lo scambiamo per quel che non è, e siamo felici di
sentircelo capitare addosso quasi fosse una benedizione del cielo. Non si è mai
visto un colpito da questo genere di tegolo che pensasse di andare a farsi
curare.
Voi immaginate che il vostro sia un caso
eccezionale; ognuno crede cosí per tutte le vicende che gli capitano. È
inconsapevole vanità; o, forse, istintivo artificio per interessar meglio la
gente in nostro favore. «Cose che accadono soltanto a me!» Lo sentiamo ripetere
a ogni po'. Eh, via! Se non inconsapevole vanità o istintivo artificio è
certamente ignoranza di quel che è accaduto agli altri prima di noi. Quando
siete venuto a raccontarmi il vostro «caso eccezionale», io non ho potuto
frenarmi dal sorridervi in viso. Non ho riso per educazione, per non
offendervi, per non farvi dispiacere.
Chi non ha incontrato, almeno una volta in
vita sua, la bella ragazza che gli ha fatto svampare improvvisamente il cuore?
Chi non ha pensato ingenuamente: «O quel possesso o la morte?» E poi il
possesso non è avvenuto, e la morte neppure. Si ammazzano soltanto gli
innamorati che hanno fretta come voi. Se costoro non avessero avuto fretta
sarebbero ancora, belli e sani e tranquilli, in vita, capaci d'innamorarsi allo
stesso modo parecchie altre volte, ripetendo seriamente: «O quel possesso o la
morte!» e non si accorgendo di essere supremamente ridicoli.
Ma io divago; è un difetto di cui non
riesco a correggermi. Vi tengo su la corda, povero giovane! Veniamo al fatto.
Avrei potuto anticipare di un giorno la
mia visita in casa Borrelli; non ho voluto. E sapete perché? Non ridete; perché
quel giorno era venerdí! Va'! lo credo che certe cosí dette superstizioni
debbano avere un fondo di verità, altrimenti non sarebbero cosí radicate nello
spirito umano da resistere a tutti i tentativi della filosofia e della scienza
per divellerli. Che ne sanno i signori filosofi, i signori scienziati di certe
misteriose influenze delle forze della natura? Io ho un gran rispetto per la
filosofia e per la scienza, rispetto di ignorante; e non soltanto per tutto
quel che esse sanno o credono di sapere, ma per quel che non sanno e che
sperano di sapere. Ho fiducia in loro, fiducia d'ignorante anch'essa, perché
non ha nessuna plausibile ragione di dubitare di ciò che sfoggiano di sapere e
che probabilmente sanno davvero. Quando io leggo un libro di filosofia (leggo
tutto, non so come passare altrimenti il tempo, giacché mio padre ha avuto la
previdenza di lasciarmi agiato se non ricco e l'amministrazione dei miei beni,
regolata come un orologio, va quasi da sé); quando io leggo un libro di
filosofia, rimango a bocca aperta, sbalordito. Con quella brava gente che cerca
cosí attentamente il pel nell'uovo, che vede tante cose invisibili per noi
grossolani, immersi nella materialità delle sensazioni immediate, io
m'insuperbisco di essere uomo. La mia gratitudine per costoro non ha confine.
Non m'importa se uno dice bianco e l'altro nero; se si danno vicendevolmente
dell'asino a tutto spiano. Penso: qualcuno di essi avrà ragione! E non mi
torturo il cervello per conoscere chi ha torto. Che cosa ci guadagnerei? Io non
ho la bozza della filosofia. Leggo quei grossi volumi con lo stesso piacere con
cui leggo un romanzo. Prendo talvolta delle accapacciature, quando le cose sono
un po' difficili a capire; ma cosí ho passate due, tre ore, mezza giornata; è
l'importante per me.
Per gli
scienziati, ve lo confesso, non ho la stessa ammirazione che pei filosofi.
Dicono che vogliono restare nella bassa regione dei fatti positivi, non far
salti nel buio: e intanto veggo che quei benedettissimi fatti oggi sono una
cosa, domani un'altra, anche per loro. Oggi ne cavano fuori una legge; e
domani, che è che non è, buttano via quella legge perché ne hanno intravisto
una nuova, la vera. Vera provvisoriamente, giacché neppur con gli scienziati si
è mai sicuri di niente... E mentre i sistemi dei filosofi si smentiscono uno
dietro l'altro, le famose leggi degli scienziati, tratte da fatti positivi, si
smentiscono piú allegramente.
Non me n'importa un corno; io leggo le
loro opere per divertirmi e passare il tempo; non ho, piú che la filosofica, la
bozza scientifica, dato che queste bozze esistano davvero. E quando veggo che
certe cosí dette superstizioni tengono duro piú che tutti i «sistemi» e tutte
le «leggi», rifletto che debbono contenere proprio qualche verità
indiscutibile, superiore a tutte le altre proclamate dai filosofi e dagli
scienziati. E per ciò non ho vergogna di credere, come la piú umile
femminuccia, che il venerdí sia giorno nefasto, e che non bisogna intraprender
niente di nuovo in quel giorno, se si vuole riuscire. Lo so, ci sono tante cose
che non riescono anche se fatte in altri giorni della settimana; ma queste non
riescono perché non possono riuscire per natura loro, per circostanze
invincibili. Il venerdí non riescono le cose piú facili: ecco la differenza!
Dovevo darvi questa dilucidazione del mio ritardo di un giorno; non ho
divagato.
Sono dunque andato in casa Borrelli sabato
mattina, alle undici precise. Era la prima volta che mi mescolavo di un affare
come il vostro, delicatissimo e che per voi era, secondo la vostra espressione,
«la vita o la morte». Se avessi preso sul serio questo aut, aut, avrei
rinunziato alla mia imbasciata, assalito da anticipati rimorsi. La «vita»
significava condurre a buon porto l'affare; la «morte...» O che si scherza, con
simile responsabilità? E se mi fossi sbadatamente avviato, sarei tornato
addietro appena arrivato davanti al portone.
Invece ho salito le scale, ho sonato il
campanello e poco dopo mi son trovato faccia a faccia col signor Borrelli che
non rivedevo da un pezzo.
«Oh! Lei!»
«Già! Io!»
«Qual buon vento?»
«Scirocco» risposi scherzando. Trattandosi
di cose di amore non potevo citare altro vento.
È inutile riferirvi parola per parola la
nostra conversazione. Senza falsa modestia, vi dirò sinceramente che sono stato
abilissimo nell'introdurre il discorso, eloquentissimo nel perorare la vostra
causa. In prima istanza, come dicono gli avvocati, la causa, dopo tre quarti
d'ora, era vinta! Il babbo acconsentiva.
«Bisogna però interrogare la parte
interessata - disse il signor Borrelli. E soggiunse sornionamente: - Forse è
una superfluità, una mera cerimonia. Questi benedetti ragazzi manipolano i loro
pasticci tra loro e ci chiamano soltanto quando è l'ora di infornarli!»
L'immagine non era eletta. A voi sarebbe
parsa una profanazione. Pasticcio l'amore! Oh! Oh! Eppure, secondo me, quel
bravo signor Borrelli che non è una cima, che non vede una spanna piú in là dei
libri maestri del suo negozio di seteria (e fa bene, benissimo attaccandosi al
sodo, diciamolo di passaggio, in parentesi) eppure quel bravo signor Borrelli
non aveva detto una sciocchezza. Gran pasticcioni gli innamorati!
Quando ripenso i pasticci da me manipolati
in gioventù (ne ho fatti anch'io, parecchi; sono uomo come gli altri, ma per
fortuna, non sono mai arrivato a infornarne uno solo, e li ho visti tutti
muffire e andar a male crudi) quando penso ai miei pasticci di anni e anni fa -
ho sessantanove anni, se non lo sapete, amico mio - mi vien la voglia di darmi
degli schiaffi ora... o per lo meno di darmi venti volte - e forse è poco -
dell'imbecille! Troppo tardi! Poi rifletto. E per ciò mi limito a ringraziare
la natura, il destino, Domineddio, colui insomma che dispone le cose di questo
mondo come gli pare e piace... della grazia speciale concessami - giacché è
stata una vera grazia... Ve l'assicuro! Scusate quest'altra piccola
digressione. Era giusto spiegarvi perché lasciai correre quella parola, a parer
vostro - indovino? - profanatrice dell'amore! Risi, anzi applaudii... E la
parte interessata fu convenuta in giudizio, per continuare la metafora
curialesca.
Devo dirvelo? La mia impressione, appena
la signorina entrò in salotto, non fu gradevole. L'avevo vista bambina, non la
ricordavo piú; e trovai che il ritratto da voi fattomene era troppo adulato.
Capelli d'oro quelli? No, no, caro amico, ma di un rosso stridente
urtantissimo. Ricordai che quel grand'uomo di Leonardo da Vinci avea dato a
Giuda capelli rossi precisamente come quelli della vostra signorina e mi sentii
stringere il cuore.
Qui permettetemi di essere spietato, per
carità umana, amico mio!
«Parli lei» mi disse il signor Borrelli.
«No, tocca a lei» risposi io.
La signorina intanto faceva un viso
arcigno, come chi si attenda qualche insidia e si metta in difesa.
Parlò il signor Borrelli, seriamente,
dignitosamente, affettuosamente, e non aggiungo un altro avverbio perché mi
pare che, secondo i precetti del bello scrivere e quindi del bel parlare, non
se ne possano mettere piú di tre in fila.
Coraggio, amico caro; siete sul punto di
ricevere un colpo inaspettato, un violentissimo colpo...
Andando, io prevedevo che le difficoltà
sarebbero provenute da parte del babbo. I babbi ordinariamente la pensano
tutt'all'opposto dei loro figli o figliuole; non vogliono mai ricordarsi che
sono stati giovani anch'essi, che hanno avuto accecamenti, passioni
irragionevoli, e che per ciò dovrebbero essere piú arrendevoli, piú facili al
compatimento. Ebbene... M'ero ingannato.
«Ma, dunque?...» insistete voi.
La signorina non lasciò che il suo babbo
finisse di parlare; scoppiò in una gran risata:
«Ah! Si tratta di quell'imbecille che mi
segue dovunque? Ma è pazzo!...»
Ecco che cosa vuol dire aver fretta!
Tenetelo bene a mente, amico mio: «Non bisogna aver mai fretta in nulla,
specialmente in amore.» E ringraziate Iddio che questo regolo vi sia cascato
tra capo e collo... Vi sono signorine che, pur pensando: «Ah! Si tratta di
quell'imbecille? Ma è pazzo!...» rispondono intanto di sí. E il cieco
innamorato si accorge troppo tardi che, tra il possesso dell'oggetto amato e la
morte, avrebbe fatto meglio a sceglier la morte senz'altro! E scusate se per
dirvi questo poco ho chiacchierato forse... troppo.
Coraggio! Coraggio, amico mio! Mancano
ragazze a questo mondo? Ce n'è, dice la statistica, tre e mezza per ogni
omo!... Non mi crede? Prendo il libro: ho segnato la pagina... E ricercando il
volume tra le carte che ingombravano la scrivania, il signor Girolamo
continuava a dire:
- Sissignore, tre e mezza per ogni omo!...
Lasciamo stare la mezza... che fa onore alla precisione dei calcoli
statistici... Ma tre... tre!... Ma, voltandosi, si avvide che il povero giovane
non era piú là.
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