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Massaio Turi aveva mantenuto la
promessa. Scurpiddu sapeva già potare e innestare, ed era divenuto la
mano destra del padrone in tante piccole faccende della masseria.
Parecchie volte massaio Turi gli
aveva detto:
- Ora sei troppo grande da fare
ancora il nuzzaru: per questo ufficio prenderò un altro ragazzo.
- L'anno venturo, - rispondeva
sempre Scurpiddu.
Voleva bene ai tacchini e sapeva
duro il separarsene.
Il massaio non gli dava più
soltanto il mantenimento e i vestiti, ma anche venti lire all'anno, che Scurpiddu
metteva da parte pel tempo in cui sarebbe andato a fare il soldato, sua idea
fissa. Voleva vedere il mondo, pensava a tentar la fortuna.
Da che era rimasto sbalordito di
Catania, e il Soldato gli aveva ripetuto che a confronto di Napoli, di
Roma, di Torino, Catania era niente, Scurpiddu non vedeva l'ora di
giungere ai diciotto anni per arrolarsi volontario. Aveva forse altro mezzo per
vedere il mondo? E la sua fantasia si era accesa di più, dal giorno che don
Corrado della Posta, com'egli chiamava l'ufficiale postale, gli aveva regalato
tre volumetti, ch'egli non si stancava di rileggere, rimanendo per ore intere
estasiato a osservare le figure dei monumenti delle grandi città italiane.
Andato a Mineo per la festa
dell'Immacolata, si era fermato davanti a l'ufficio postale e telegrafico, e
aveva attaccato discorso con Mauro, il postino, che stava sull'uscio. Si
conoscevano da bambini; poi si erano perduti di vista. Incontratisi per caso
l'anno avanti, si erano riconosciuti con gran piacere di tutti e due.
- Ricordi, quando ti davo dei
pugni, perché non volevi fare il cavallino nel piano di Santa Maria?
- E io ti mordevo; ricordi?
- E ora che fai? Io il postino.
- Io il nuzzaru, da
massaio Turi Serra.
Quel giorno Scurpiddu
voleva vedere il telegrafo.
- Come parlano con quel filo?
- Non parlano; vieni.
E lo aveva fatto entrare dalla parte
del cortile, col permesso di don Corrado, che giusto in quel momento
trasmetteva un dispaccio. Scurpiddu non arrivava a persuadersi che con
quel tic-tac si potesse mandare notizie tanto lontano. Non
osava accostarsi al tavolino, quasi temesse di una diavoleria.
E diavolerie ce n'erano parecchie
nella stanza, attorno a un gran pilastro, nel centro, con un buco e una lente,
che attrasse soprattutto l'attenzione di Scurpiddu.
- È pei terremoti, - spiegò
Mauro.
Ma Scurpiddu capì che i terremoti
li facevano là, con quel pilastro, Mauro e don Corrado.
- Perché fate i terremoti, Dio ne
scampi!
Don Corrado si mise a ridere. E
accortosi che Scurpiddu moveva le labbra guardando gli avvisi affissi al
muro, gli domandò meravigliato:
- Sai lèggere?
- Un po'.
- E che leggi?
- Il sillabario e...l'Istruzione
per le armi di fanteria.
- Nient'altro? - soggiunse don
Corrado, ridendo per quell'Istruzione per le armi di fanteria accoppiata
al sillabario.
- Chi mi dà i libri? - disse Scurpiddu,
- Te ne regalo alcuni io; ti
piaceranno.
Erano tre volumetti di lettura
per le classi elementari, che non servivano più al suo figliuolo già studente
di ginnasio.
Una ricchezza per Scurpiddu,
che non finiva di ringraziarlo.
- E un'altra volta te ne darò
altri, in prestito se vuoi
Un contadino che aveva appreso a
lèggere senza andare a scuola e che amava d'istruirsi, era caso così raro che
don Corrado guardava Scurpiddu dalla testa ai piedi. Scurpiddu intanto,
coi libri in mano, rivolgeva spesso gli occhi a quel pilastro che faceva i
terremoti, e avrebbe voluto guardare a traverso la lente.
- I terremoti stanno chiusi là? -
domandò.
- Sì, vuoi vederli? Non aver
paura.
Scurpiddu vide un pendolo che andava e veniva
lentamente davanti una lastra segnata con fitte linee perpendicolari. E si
voltò verso don Corrado, sorridendo d'incredulità, supponendo che egli si
divertisse a dargli a intendere fandonie,
- Questo dà avviso dei terremoti;
ma i terremoti, disgraziatamente non li faccio io; capisci? Si chiama
tromometro. Queste macchine qui, che paiono orologi, sono avvisatori, per
segnar l'ora in cui un terremoto avviene, Un'altra volta ti farò vedere altri
strumenti, lassù, nella torretta dell'osservatorio meteorologico.
- Tromometro! Osservatorio
meteorologico!
Scurpiddu uscì di là con la convinzione che don
Corrado avesse parlato turco e avesse voluto dargli a bere stramberie e ridersi
di lui perché era ignorante,
Ma come si era poi divertito con
quei libri pieni di figure! Quante cose aveva appreso! Parecchie parole
non le intendeva, né il Soldato riusciva a spiegargliele bene, quando
ricorreva a lui per schiarimenti. E tirava a indovinare; capiva a modo suo. Vi
si parlava di Vittorio Emanuele, di Garibaldi, di tanti altri: e poi di Roma,
di Firenze, di Napoli, di Torino. E che bei monumenti. E che magnifiche chiese!
Gli pareva di esservi, guardando le figure. Intanto il Soldato gli
diceva che nella realtà quelle chiese e quei monumenti erano assai più belli,
ma assai assai! A Scurpiddu sembrava quasi impossibile.
- Qui c'è sepolto re Vittorio, -
spiegava il Soldato, riconoscendo il Pantheon; - e chi ci va mette la
firma in un libro più grande di un messale. Questa chiesa non è come le altre;
è rotonda, con una gran buca nel centro della cupola.
- E quando piove?
- L'acqua va dentro, e la
spazzano.
- Perché?
- Perché così. Capriccio!
- Stupido chi l'ha fatta! -
conchiuse Scurpiddu. - E se piove di domenica, mentre la
gente ascolta la messa?
Il Soldato sorrideva, crollando
il capo con aria di superiorità, sentendo uscir tali osservazioni da la bocca
di Scurpiddu.
Il quale poi non avrebbe più
dovuto essere chiamato così. A sedici anni, era divenuto muscoloso, robusto, e
avrebbe avuto lanuggine e due precoci baffettini che gli avrebbero dato aspetto
virile, se, secondo il costume dei contadini siciliani, non si fosse fatto
radere ogni mercoledì quando mastro Ciccio il Vecchio veniva alla
masseria per massaio Turi e pel Soldato.
Il Soldato canzonava Scurpiddu
mentre il barbiere gli insaponava il viso con lesta mano.
- Badate di non sciupare il
rasoio, mastro Ciccio!... Voltate il rasoio dal dorso, mastro Ciccio, per
codesta lanuggine sarà lo stesso.
- Badate piuttosto di non farmi
qualche braciola! – si raccomandava Scurpiddu,
E aveva ragione, perché mastro
Ciccio il Vecchio, che sbarbava in paese tanti signori, soleva usare pei
contadini certi rasoi che portavano via la pelle, col pretesto che la pelle dei
contadini è rosolata dai sole.
Coi precoci baffetti però Scurpiddu
sarebbe stato parimente un ragazzo senza malizia e senza vizii. Beveva poco
vino, non fumava; lavorava volentieri quando non conduceva al pascolo i
tacchini. Sapeva fare tutto quel che occorreva nella masseria: ingegnoso,
sollecito, allegro come quando aveva nove anni, quantunque ora non si
scapricciasse più a far capriole, e quantunque avesse in testa quella pazzia,
diceva il massaio, di andar soldato prima del tempo.
- Hai paura che si scordino di
chiamarti per la leva? Sta' tranquillo; il re non se ne scorda;
piglierebbe anche me, se volessi andarvi. Carne da cannone non ne
ha mai troppa! Quello stupido del Soldato ti ha sconvolto il cervello. E
lui perché non è rimasto colà, lui? Vuol dire che non gli tornava.
Quasi per scrupolo di coscienza,
il Soldato appunto in quei giorni non gli parlava soltanto della bella
vita del soldato, ma anche dei guai che si passano al reggimento.
- Tutto sta nel capitar bene. C'è
della gentaccia anche tra i superiori e tra i soldati. Certi ufficiali sembra
stiano là per martoriare i coscritti, per mettere con le spalle a muro tanti
figli di mamme che avrebbero voluto starsene a casa loro... E certa canaglia di
caporali!... E certa canaglia di furieri! Ma c'è pure molta brava gente:
superiori che vogliono bene ai soldati come figliuoli; caporali e furieri che
fanno proprio da fratelli... Così nei conventi di frati; se il
guardiano è un buon uomo, i frati stanno bene, vivono in pace e ingrassano, tal
quale! La caserma è un convento. È anche una masseria, se il
massaio è una pasta di angeli, come il nostro, e se ogni persona
fa il proprio dovere… Nella milizia, spalancare gli orecchi agli ordini, e
acqua in bocca; ecco la ricetta per starvi bene... E non farsi prendere per
pècoro, s'intende.
- Oh, questo no! - disse Scurpiddu.
Il massaio e la massaia però
credevano che quella pazzia gli sarebbe svaporata appena arrivava il momento di
metterla in atto. Invece...
- E hai cuore di lasciarci? - gli
disse la massaia.
- Tanto, il soldato dovrò farlo
per forza!
- Ma potrai prendere un numero
alto: potranno scartarti per un difetto che tu non sai di avere, - aggiungeva
massaio Turi.
- In questo caso mi scarteranno
anche ora.
- Mangia qui la grazia di Dio,
questo buon pane di frumento, figlio mio! se ti penti dopo, non
c'è più rimedio.
- Quando tornerò.,.,
- Non ci troverai vivi; siamo
vecchi! - replicò tristamente il massaio.
- Ah, fosse qui la tua povera
mamma!
- Se il Signore non
voleva che andassi soldato, me la faceva campare, massaia. Tutto è destino. E
ora che le carte son pronte... me l'ha mandato a dire don Corrado della Posta…
- C'è entrato di mezzo pure
quello scomunicato?
Don Corrado non era in odore di
santità presso la massaia.
Don Pietro soleva chiamarlo protestante,
perché era liberale; e protestante, per la massaia, significava peggio di
turco, uomo senza nessuna religione.
- Peccato! Eppure fa del bene! -
aggiungeva ogni volta che le accadeva di sentirlo nominare o di nominarlo.
- Ma questa volta, no.
- C'è entrato di mezzo quello
scomunicato?
E si fece il segno della santa
croce.
***
Scurpiddu tornava per l'ultima volta coi tacchini
alla masseria.
Aveva indugiato lassù, quasi per
dare un lungo addio a quei luoghi che non gli erano parsi mai tanto belli come
quella sera.
La vallata era tutta verde di seminati
novelli; i mandorli in fiore. Stormi di tàccole passavano rapidi per andare ad
appollaiarsi nei nidi tra le rocce. Due falchetti aliavano, squittendo,
inseguendosi con lunghi zig-zag, librandosi su le ali, da
sembrare due immobili punti neri nel cielo limpidissimo, dorato dal crepuscolo
che accendeva una striscia di fuoco in cima alle rocce della Làmia e dietro i
campanili e le cupole di Mineo.
Lo zi' Girolamo scendeva per la
viottola dei Saraceni, cacciandosi avanti i buoi e le vacche che facevano
tintinnare i campanacci.
Scurpiddu non si era mai immaginato che quel verde,
quel silenzio, e quei campanacci potessero dare tanta tristezza, quanta egli ne
sentiva nel cuore in quel momento.
Domani sarebbe stato lontano!
Domani l'altro più lontano ancora!
Il suo sogno cominciava ad
avverarsi.
Al beveratoio s'incontrò con lo
zi' Girolamo.
- Parto domani, - gli disse.
- Il Signore ti aiuti, - rispose
il bovaro.
- E a voi zi' Girolamo, che vi
dice il cuore? Faccio bene? Faccio male?
- Farai quel che ha già disposto
Dio; non si muove foglia, che Dio non voglia!
- Ma il cuore che vi dice? -
insistè Scurpiddu
E voleva che il bovaro
intendesse: - Che vi hanno detto le Nonne per me?
- Male non fare, paura non avere!
- sentenziò gravemente il bovaro.
- È vero, - rispose Scurpiddu.
E aveva un tremito nella voce.
Otto giorni dopo, Scurpiddu
diventava SCAGLIO GIROLAMO nel 3° reggimento bersaglieri, 1a
compagnia.
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