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19. Menu si sente ormai un "americano".
Attraversando la folla, tenuto sempre
pel braccio dalla guardia che diceva a ogni passo: «Con
permesso, signori miei!» Menu aveva un'aria spavalda affatto
insolita a lui. Gli pareva di aver fatto una bella cosa, da vero
«americano» perché aveva sentito dire che questi
fanno subito a pugni a ogni piccola questione. Don Pietro Ruffino, il
giovane sarto, gli aveva anche mostrato, tre giorni addietro, la
bozza di acciaio che usano là; la chiamano così.
«Si portano in tasca, e
all'occasione quando... si fa in questo modo: quasi come un guanto e
poi giù! ... Rompe le ossa».
«Se avessi avuto quella bozza!»
pensava Menu.
E avrebbe dovuto pensare invece alla
sgridata del nonno e della mamma che si sarebbe buscata.
Non si era neppure accorto di avere il
vestito tutto insudiciato di polvere.
«Come?» rispose ai
rimproveri. «Fischiava la nostra banda».
Lo zi' Santi non aveva capito bene.
«Ti preme tanto, la banda di
Ràbbato?» domandò. «Oh, nonno! La nostra,
quella degli "americani"», fece Menu maravigliato che
il nonno potesse prendere quell'abbaglio.
Intanto le bande erano scese dai
palchetti, e parte della gente sfollava dalla piazza per avviarsi
dietro ad esse verso la chiesa di Sant'Isidoro, e godersi l'uscita
del Patrono e la processione; parte invadeva le vie e osservava i
preparativi dei fuochi d'artifizio degli «americani».
Lo zi' Santi e la gnà
Maricchia, tornati a casa, si erano seduti ai lati della porta, in
attesa che la processione passasse per là. Menu faceva la
guardia al loro fuoco d'artifizio addossato alla cantonata vicina.
Piccole brigate di giovani contadini
andavano attorno, divertendosi a spaurire i parenti degli "americani"
fingendo di volere accendere le micce con la punta dei loro sigari, e
incendiare le macchinette prima dell'arrivo del santo. Strilli,
proteste, risate, e i giovanotti passavano oltre per ricominciare lo
scherzo più in là.
«Vuoi scomettere che questa qui
non prende?» disse uno di essi a Menu.
E tese il braccio col sigaro acceso.
Menu gli diè un colpo sulla
mano e gli fece cascare il sigaro a terra».
Il nonno lo sgridò:
«Stupido, non capisci che
scherzano?»
«Si meriterebbe uno
scapaccione», disse il contadino, raccattando il sigaro. «Ma
è ragazzo...»
E tirò via per raggiungere i
compagni.
Si udivano gli spari lontani, e il
suono indistinto delle bande; la processione si avvicinava.
Tutto a un tratto, in fondo alla via,
scoppi di bombe e un gran chiarore. In mezzo dei fuochi d'artifizio,
già si vedeva la statua del santo, con attorno la raggiera di
argento e le fiammelle delle torce che sembravano d'oro. Pareva
campata per aria, tutta circonfusa dal fumo degli spari.
Questi cessavano per qualche momento,
la processione s'inoltrava e la bara del Patrono era costretta ad
arrestarsi di nuovo. Nella via si circolava appena. Gli spettatori si
sporgevano dalle finestre e dai balconi per godersi meglio lo
spettacolo. E sembrava che, di mano in mano, a ogni passo del santo
Patrono, la via grondasse fuoco, tra il rapido girare delle ruote
schizzanti fiammelle, e lo scoppiare delle bombe che rimbombavano
dall'alto in pioggia di stelle a diversi colori, o si spiegavano in
palme di fuoco, estinguendosi rapidamente sul fondo scuro del cielo.
Quando sant'Isidoro, col manico del
pungolo dell'aratro tra le mani unite in atto di preghiera, venne a
fermarsi davanti alla casa dei Lamanna e i fochisti davano mano agli
spari, Menu cominciò a saltare dalla gioia, ma invece di
gridare, come gli altri: «Viva sant'Isidoro!» con
l'ultima bomba, lanciò per aria un: «Viva gli
"americani"!» che provocò una gran risata.
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