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I
due fratelli
27. Menu incontra Stefano.
Era stata una pietosa bugia. Infatti
il giorno dopo, Santi e Menu si trovarono faccia a faccia su un
marciapiedi della Quarta Avenue, con Stefano che andava in compagnia
di due signorilmente vestiti, uno giovane, l'altro maturo, con barba
biondiccia che gli scendeva sul petto e un cappello a cencio a larghe
falde, messo un po' a sghembo quasi per bravata.
Più che maravigliato, Stefano
parve impacciato di quell'incontro.
«Oh, guarda! E chi lo sapeva? Da
quanti giorni?»
Abbracciò, baciò Menu e
disse a quei due:
«Permettete... È mio
fratello, arrivato di fresco».
«Bravo, Menu! Chi se
l'aspettava?», e poi: «Ci rivedremo questa sera dallo
svizzero», soggiunse scambiando due strette di mano
all'americano coi suoi amici.
Menu stentava a riconoscerlo. La barba
nera, fitta, tagliata a punta, pareva una stonatura col vestito molto
chiaro, col candore dell'alto colletto stirato a lucido, con la rossa
cravatta svolazzante fermata nel nodo da una spilla contornata di
diamantini.
Una grossa catena d'oro si stendeva da
un taschino all'altro del panciotto; grossi anelli gli luccicavano
alle dita di tutte e due le mani. Fin il cappello grigio con falde
strette, che lasciavano scappare un fitto ciuffo di capelli sulla
parte sinistra della fronte, contribuiva a sfigurarlo.
«Non mi dici niente, Menu?»
«Ti salutano tutti, il nonno, la
mamma».
«Stanno bene?»
«Sì, stanno bene».
«È da te?» domandò
Stefano a Santi.
«Per ora».
«Potevi avvertirmi».
«Se si sapesse dove trovarti!»
«Avete fatto colazione? Andiamo
da compare Cheli Murabitu che ha aperto da sei mesi un'osteria. Vi si
mangia bene. È nostro paesano; bisogno aiutarlo. V'invito io».
«Gli amici ti aspettano»,
disse Santi, con qualcosa nella voce che poteva essere rincrescimento
o rimprovero, o tutte e due le cose insieme.
«Non fare lo sciocco!... Su,
andiamo».
E, preso Menu per una mano, camminando
diceva: «Ti sei annoiato anche tu della vita di Ràbbato.
Già, a poco a poco, Ràbbato intero sarà a New
York. Io incontro un rabbatano a ogni due passi. Chi più, chi
meno, tutti si rimpannucciano. Ce n'è che mangiano a stento,
pur di mandare danari a casa; pensano a ritornare tra i morti,
pentiti di esser venuti per qualche tempo tra i vivi!»
«Pensa che tra quei morti»,
lo interruppe Santi, «ci sono la mamma e il nonno».
«Quelli non contano. La mamma,
povera donna, che ne sa di queste parti? Il nonno ha ottantotto...
ottantanove anni; è di altri tempi... Eppure, hai visto? Ha
mandato qui Menu; mi pare un miracolo... Ecco Coda-Pelata!»
Il barbiere camminava in fretta,
buttando le braccia una avanti e l'altra indietro, come due remi che
dovessero aiutarlo ad andar più lesto».
«Oh! Ben venuto, boy! Non mi
fermo; vado di corsa. Vi saluto; ci rivedremo, boy».
E scappò.
«Perché mi dice boia?»
domandò Menu sdegnato. «Sarà boia lui!»
«Qui significa ragazzo!»
spiegò Stefano ridendo.
Svoltavano a destra, entrando in una
via ingombra di carri lunghi e stretti, tirati da grossi cavalli, con
operai affaccendati a caricare e scaricare balle di merci. Si
procedeva a stento per scansare gli urti. Tutt'a un tratto, un lungo
fischio, un gran fracasso, un treno passava davanti i primi piani
delle case fuggendo per la via traversa. Menu aveva abbassato la
testa quasi se lo fosse sentito venire addosso.
«Ti abituerai», disse
Stefano.
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