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Raffaello Barberini
Relazione di Moscovia al conte di Nugarola

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Testo

 

Illustre signor mio

 

 Poiché V. S. con tanto affetto mi pregato, per sua humanità, ad instanza dell’Illustrissimo e Reverendissimo Cardinal Amulio, quello che essa mi poteva comandare, cioè di scrivere particolarmente quanto ch’io ho visto nel mio viaggio fatto da me quest’anno passato e quello che di più io habbia inteso di quelle regioni, non molto conosciute da noi per essere paesi poco frequentati, non ho voluto mancar di pigliar volentieri questa fatica. Ben mi dispiace, ch’io non metterò forse per ordine il tutto come si apparterrebbe e però sa V. S. ch’io desiderava più tosto che scrivere da me stesso, che ella mi avrebbe interrogato di quei particolari che desiderava, per metterli poi al netto e già che a V. S. così piacque, la prego, che dove in questo mancassi, mi scusi lo averle solo voluto ubbidire.

E perciò, prima cominciando dal principio del mio viaggio, dirò quanto ho visto io; di poi dirò quello che di alcuni di quei paesi, dove non sono arrivato, ma parlo per informatione di chi vi è stato e delli proprij del paese. Le quali informationi prese più vere e fedelmente che mi sia stato possibile. E per far questo non guardato à fatica, né à spesa, per parlar, come detto, alli proprij paesani.

 

Dico adunque, che partendosi di questa città d’Anversa pigliando il camin dritto, si passa in Amsterdam in Holanda, ivi imbarcandosi si attraversa un picciol golfo di 25 miglia, e si arriva in Frigia ad una terra chiamata Campo, bella, e gran terra. Di si passa per mezzo il paese della Vesfalia, paese, donde uscirono i Longobardi. E di si arriva alla costiera della Danimarca, che dalla banda di cinque o sei miglia lontano dal mare, in su un fiume navigabile chiamato Detrave, è posta la città di Lubeco. Ivi seguitando la riva del mare, trovasi il paese di Mechelborgo, lungo tre giornate; ma molto buon paese, e buone terre. Di si cammina circa otto giornate sempre pel Paese della Pomerania, molto fertile, entrovi buone terre. Lontano 40 miglia da questo confine, si trova Dansiche, terra libera, nondimeno sotto la protezione del Polacco; la quale è famosa e di grandissimo trafico, situata fra tre fiumi, tutti navigabili che la fanno ricca: l’uno dei quali esce di Polonia, uno di Lituania e l’altro, ivi non molto lontano, del paese. Sempre vi si trovano 500 ò 600 navi grosse; il negotio vi è grande e il concorso grandissimo di ogni natione, tanto ch’è incredibile, e particolarmente di grani, segale, pegole, legnami, cenere e altro. E ivi lontano dal mare tre miglia incirca risiede, dove il mare fa un gomito di più di 60 miglia.

 

Hora de Lubeco fino in detto luogo per tutto già erano i Vandali e ancora in Pomerania vi sono circa 70 miglia di paese habitato da Vandali, li quali ancora parlano la loro lingua, la quale assai si confà alla Schiavona e Polacca.

Più dentro terra, cominciando da Dansiche verso mezzogiorno, resta la Masovia, che domandano Piccola Polonia; più abbasso, dietro alla Pomerania, è la Misnia, e sotto la Sassonia. Ma partendo da Danziche verso levante, tre giornate lontano, in un golfo è la città di Cunisbergo, dove risiede il Duca di Prussia.

 

Dipoi si entra nel paese di Curlant.

 

Appresso si viene alla Livonia, regione famosa e grande, molto fertile di grani e bestiami e piena di buone terre, ma da 10 anni ò 12 in quà molto distrutta e impoverita, rispetto alle gran guerre. Perché prima era governata da uno gran Maestro quasi dell’ordine de’ Cavalieri di Rhodi, onde poi il Moscovito l’occupò, e ruinò quasi tutto in un tempo. Una gran parte, non del peggiore, ne preso il di Polonia, una parte il di Dania, e il di Sueda un’altra parte. Similmente una parte ha il duca di Prussia, e così frà loro se la sono spartita.

 

Il Polacco tiene Riga, terra grossa in sul fiume Dun, quasi al mare; Reuelez 150 miglia presso alla Nerve lo tiene lo Svedo ed è luogo forte. Il Moscovito tiene le Nerve, Dorp, Plesco e molte altre terre e villaggi, e questo paese si domanda Bornolum ed è di Lubeco. Seguitando si trova la Gotia, che chiamano Gotland, Isola che è lunga 90 miglia, ma stretta, nella quale vi è una città che si vede essere stata per gli edificij molto magnifica, benché oggi assai guasta, e si domanda Bilbua. Di qui uscirono i Gothi, quando per li peccati nostri passarono in Italia alla distruzione nostra. Poi vi sono molte altre Isole, parte del Re di Sveda, e parte d’altri.

 

Questo mare è dove più stretto, e dove più largo; e nel più stretto è à Reuelez, dove circa 50 miglia viene infine alle Nerve. Ma di verso la Sveda fa un’altro corno, e si caccia frà la detta Regione. Resta ivi alle Nerve il mar dolce affatto, benché tutto sia poco salato, rispetto agli altri mari.

Le Nerve restano lontane dal mare circa otto miglia insù una fiumana dalla banda di quà poste con un castello. Questa terra già era de’ detti Cavalieri. Dall’altra banda del fiume, a riscontro vi è una terra che si chiama Ivanogrot, fortificata di castello ancora. Talche dell’un castello all’altro (essendo posti in su ’l più stretto del fiume) si trarrebbe con un sasso.

E che così sia, il Moscovita da detto castello prese 10 anni sono le Nerve con gittar fuochi lavorati, e bruciare, e gittare à basso la maggior parte delle case. Questo fiume si chiama Nerva e sopra la terra un miglio principio, uscendo quindi di un lago chiamato Pebus, lungo 150 miglia e largo cinquanta: mettonvi dentro più di 50 fiumicelli, e solo esce per la Nerva. Di questo lago uscendo una subita caduta grandissima con grande strepito e dalla terra al mare è navigabile, e copiosissimo di pesci e de’ più famosi, come lamprede, murene, e simili.

 

Di poi pigliando il camino più verso levante, si trova un paese paludoso e boscaglie d’abeti, con strade fantastiche e fastidiose e pericolose à caminarvi, fatte a viva forza e acconcie di legnami, e male habitato. Trovasi la gran Nogarte, terra molto grande, di legname, ma di gran fama in quei paesi, con un castello murato. Per mezzo alla qual terra ci passa la Volga fiume, sopra il quale è un ponte lunghissimo pieno di case, e botteghe come una strada ed è detta terra lontana circa 250 miglia dalla Nerve.

Da questa terra partendosi si trova un paese un pezzo paludoso e poi boscaglie, ed alcuni villaggi e monisteri. Appresso si trova una buona terra chiamata Dorcioc. Si trova anche una grande e buona terra chiamata Otfer, posta in sul fiume Volga.

 

Dipoi si trova paese molto megliore, cioè campagne di grani, e colline alquante. Da detta terra lontano circa 300 miglia si trova il Ducato di Moscovia, dove la terra principale chiamano Mosca, posta in sul fiume Mosca, il quale fiume nasce nel contado di detto Otfer e fino alla Mosca non è navigabile.

Qui risiede ordinariamente il Gran Duca Moscovita. La detta terra è grandissima, ma più delli sette ottavi di legname; vi è un castello con buone mura, ma non forte, fatto già da Italiani, similmente vi sono parecchie Chiese grandi di bello edificio e Palazzo Ducale con tetti e cupole coperte di rame dorato, pur fabbricate da Italiani, stati quivi condotti per i tempi passati, prigioni e di Polonia e di Lituania. Vi sono oltra le dette, chiese d’incredibil numero quali più piccole quali più grandi, murate e di legnami, si che non è strada dove non ne siano parecchie, di modo che il giorno e la notte di San Nicolò la quantità delle campane che si sentivano erano fastidiose ed intolerabili. Le case, tanto di questa terra, come delle altre e de’ villaggi ancora, sono piccole e male accomodate, senza civiltà o maniera: hanno una stanza grande dove mangiano, lavorano e fanno tutto, nella quale hanno un forno col quale scaldano detta stanza, in sul quale accostuma tutta la famiglia dormire, né, pur hanno tanto ingegno di farle un camino donde esca il fumo ma lo lasciano sfogare e uscire per la porta e per le finestre: che è penitenza non piccola a starvi. Nogarde è governata da un Duca mandatovi dal Gran Duca e le altre terre da un Vaivoda.

 

Tutto questo cammino si fa con cavalli di poste che corrono molto forte e le poste son lunghissime, li cavalli son piccoli ma molto forti; similmente fa tenere detto Signore poste per tutto il paese e ordinariamente si può avere a ciascuna posta sempre 50 o 60 cavalli: ma non stanno tutti in una stalla come si costuma negli altri paesi, ma ciascuno che abita il villaggio ne tiene e subito in arrivando ciascuno mena il suo cavallo e fanno a gara e talhor quistione a voler dare ciascuno il suo, e bisogna portar seco e la sella e la briglia perché non li danno che nudi. E talhora avviene che detto Moscovita quando vuol fare qualche impresa di guerra, come seguì dieci anni sono quando ruppe la guerra in Livonia, comanda che pel camino tutti gli huomini de’ villaggi facciano andare i loro cavalli a quei villaggi dove sta la posta: tal che farà correr 10 mila huomini a 500 per volta con poche ore di spazio dagli uni agli altri, di sorte che arriva uno esercito suo in paese inimico allo improvviso e preda e piglia e distrugge inanzi ch’l nemico ne sappia pur la venuta. E così ha fatto cose di non poco momento, il perché fanno diligenza incredibile.

 

Ma lasciando questo e seguitando la fiumana della Mosca (la quale va molto stortamente) circa a 65 miglia si trova un Monistero di Frati alla Greca che si chiama S. Trinità. Vi sono 250 frati e il Monasterio è grande e murato e guardato con artiglierie; hanno entrata grandissima e fanno le spese a tutti quelli che vi capitano, e alcuna volta viene il Gran Duca con grandissima gente ed essi ricettano e danno da vivere a tutti.

Vi sono di gran boscaglie e molte fiere e fra l’altre molti orsi grandissimi li quali vanno infino alle case ad assaltar le genti.

 

Circa 90 miglia lontan dalla Mosca città, si trova la città di Colomna, per la quale passa il fiume Mosca e cinque o 6 miglia di mette in una gran fiumana chiamata la Occa, la qual mette nella Volga lontan dalla Mosca 500 miglia dove è posta la piccola Nogarde, buona terra e con un castel murato. La qual fiumana è ingrossata da molti altri fiumi e passa per molti boschi e campagne paludose e parte fertili. Dipoi si addiritta alla volta del Mare Caspio, e 500 miglia lontano da detta Nogarde si trova insù detta fiumana Cafano, terra e regno de’ Tartari, ma suddita al Moscovita il quale nuovamente vi fabrica un castello. Questa terra resta posta dove mette il fiume Recziza, che viene di verso levante, come ho detto, nella Volga, la quale mette, come dissi sopra, nel Mar Caspio con molti rami, per quanto ne ho di questo inteso; e a poche miglia lontano di detta uscita vi è Astracano, terra e regno de’ Tartari, suddita pure al Moscovita.

Però addietro tornando, dove ho visto io, dico che 140 miglia lontano da detta piccola Nogarde si trova un fiume che viene di verso mezzogiorno e che si domanda Zura e mette nella Volga dove è posto un castello chiamato Basilovogorode: questo fiume è confine del ducato di Moscovia e del regno di Cafano.

Non molte miglia lontano si trova un altro fiume chiamato la Piccola Mosca che mette nell’Occa sotto una terra chiamata Muron. In questo spazio frà detti due fiumi restano gran boscaglie le quali sono habitate da’ popoli Mordoviti, che son sudditi al medesimo Moscovita, parte Idolatri e parte Mahomettani, gente bellicosa ma tutti a piè con archi e frecce. Girando più abbasso si trova un lago grandissimo che per quanto meglio mi potessi informare gira più di mille miglia e lo domandono Ivanovvolèro e resta fra gran boscaglie fra l’Asia e l’Europa. Vi sono sul detto lago più villaggi e terre di legnami e una è chiamata Tulla, appresso 40 miglia alla quale esce il fiume Tanai: il quale per un pezzo è maggior per fama che per acqua. Percioche per quanto io potei ritrare dell’origine sua, non è navigabile fino a Donco, terra grossa che si trova insul detto fiume verso la palude Meotide, ma in alcuni luoghi è strettissimo e altrove si allarga per le campagne de’ Tartari Nogai che non si vede dall’una all’altra riva; ma da Donco fino alla palude Meotide, dove entra, è navigabile, e questo spazio per terra è 400 miglia ma con barche per lo fiume vanno in 20 giorni perche si torce molto verso la Volga presso fino a 35 o 40 miglia, e poi ritornando mette al sopradeto luogo appresso una terra chiamata Avoph: dicono terra molto mercantile e di concorso di nazioni strane, per quanto mi hanno riferito alcuni Circassi che di venivano.

Dipoi rigirando dal detto lago verso la Moscovia si entra nel regno di Severa del quale viene un fiume nomato il picciol Tanai, il quale entra nel Tanai. Questo paese è abbondante di grani, di frutti e selvaggiumi d’ogni sorte. Resta ancora fra la Occa e il Tanai una Signoria che domandano il Principato di Rezzano, la quale è abbondantissima di grani e bestiami, d’ogni sorta di salvaticini, cera e mele e, fra l’altre, quaglie grasse: e vi sono grani che fanno tre spiche.

 

Dopo questo restano fra mezzogiorno e la Moscovia lontano 300 miglia in circa da Mosca molti paduli e pantani, questo paese lo chiamano Mscenech; in questo luogo esce la riviera dell’Occa, nel qual luogo sono varie terre e villaggi e quando questi popoli habitatori sono con forza assaltati da’ nimici, si salvano in detti paduli. E fra l’altre terre ve n’è una chiamata Corfira, dove vi è una miniera grande di ferro e di acciaio, benché in piano. Ad una di dette terre chiamata Coluga sempre son tenuti come in guarnigione del detto Moscovita molte miglia di Tartari, in ordine e pronti per poter sempre spingerli o verso il Tartaro di Crema o verso la Lituania o dove più gli aggrada.

 

Però girando verso mezzo si trova la regione di Lituania, dove vi è Smolenzco: gran terra, la quale è posta in sul fiume Boristene; era vescovado e signoria inanzi che fosse presa dal Ruscio. Questa regione è suddita al Polacco, se bene il Ruscio gli ha preso paese e terre delle quali la più importante è Polozca: è quasi sempre vi è fra loro guerra. Questo paese è molto abbondante d’acque perché vi è un gran bosco molto paludoso donde escono parecchie fiumane grosse; el detto bosco lo chiamano Vuolconschi e da questo ha origine il fiume Volga, il quale prima gira verso mezzogiorno, poi torna verso levante e poi si drizza verso il mar Caspio, dove, come ho detto, entra e dal principio alla fine è ingrossato da 72 fiumane. Produce molti pesci, ma in particolare storioni grandissimi e io ne ho visto quantità infinita, che salati per tutto ne portano. Non molto lontano donde escono dette fiumane vi è un villaggio chiamato Dniepersco, appresso al quale nasce il Boristene, e non molto lontano vi è un Monistero di frati sotto il titolo della Trinità, appresso al quale assai presto si congiunge col Boristene e fassi gran fiume navigabile e drizza il corso suo verso Capha.

 

Per confine frà la Lituania e Moscovia vi è un fiume chiamato l’Orfa sopra il quale vi è un castello delò medesimo nome presso al quale 52 anni sono vi fu fatto un conflitto e una mortalità grandissima per forza e astuzia de’ Lituani li quali erano 60 mila che ammazzarono 100 mila Russi e ancora vi si vede una chiesa piena d’ossa, che allora fece fare quel Signore per raccorvi i morti che eran sparsi alla campagna. Paiono favole, ma è tanta la gente di che abbonda quel paese, oltre che grandissime regioni sono suddite al Moscovita. Ne in altro s’impiegano i popoli che per servizio del loro Signore, et io del mese di Decembre passato ho veduto partire esso Moscovita con 40 mila cavalli fra Moscoviti e Tartari, con 4 mila file di vettovaglie, e munizione, con 3 mila cavalli in mandria sciolti che seguivano lo esercito per rinfrescare gli stanchi.

 

Li Moscoviti ne’ riti vivono quasi alla Greca, nientedimeno in qualche cosa differenti. Sono molto superstiziosi nelle immagini de Santi e adorano San Nicola quasi senza far menzione d’altro Dio, e fanno di quel giorno più festa che di nessun altro.

E perché sono tanto suggetti allo imbriacarsi, onde ne nascono poi infiniti scandali di abbruciare case e cose simili; però il Signore ordinariamente gliene prohibisce e vieta, ma in tempo di S. Nicola loro per 15 giorni licenza ove in quel tempo non fanno altro che bere giorno e notte per le case e per le strade, e per tutto si trovano imbriachi d’acqua di vita che molto ne bevono per ripararsi da i freddi e di birra e di metto che è bevanda fatta con mele.

Non lasciano entrare forastiere alcuno nelle Chiese loro, se non quelli che al modo loro si ribattezzano: ma pur tanto operai io con parole e con danari che vi fui menato due volte, una di giorno, l’altra di notte, e in somma ivi viddi ordini e modi medesimi che tengono in Grecia per le chiese, cioè molte imagini de’ Santi, altari, candele, lampade e cose simili, con modi e seremonie differenti dalle nostre immagini di Crucifissi con quattro chiodi cioè a ciascun piede uno, e ufficiano al tutto, come ho detto, alla Greca. Dicono Messa e in iscambio di ostia consacrano il pane e cantano tutto in loro lingua che è consimile, come ho detto, alla Schiavona. Fanno molti digiuni l’anno e con grande astinenza e prima fanno la nostra quaresima ordinaria e dipoi quella di S. Pietro e quella dell’avvento e molte altre che quasi ascendono alla metà dell’anno. Accostumano battezzare i loro figliuoli, come da noi, alle chiese e fanno compari, ma secondo essi, dicono, noi non siamo ben battezzati per due cause e perciò in questo son differenti a noi: e per la prima non vogliono che il prete habbia autorità di dire battezzando «Io ti battezzo» e però dicono essi usando questo Sacramento «Battezzasi la creatura di Dio N. in nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo»; per la seconda, dicono, che Christo battezzandosi si mette nell’acqua, però dunque che non basta bagnar la testa e perciò essi mettono la creatura tutta sott’acqua tre volte, dipoi vanno intorno al pozzo col lume in mano dicendo alcune parole e fanno croci in molti luoghi del corpo con olio santo, fino sotto i piedi, senza adoperare sale.

 

Questi popoli si maritanopigliano salvo una moglie e sempre ch’ella muoia si possono rimaritare: ragiono de’ secolari, che più abbasso dirò de preti e frati. Ma tornando a i secolari possono (quando avvenga che marito e moglie si accordino) tutti e due far divorzio e lasciarsi; in questo caso usano di questa cerimonia di andare ad un’acqua corrente, il marito di una banda e la donna dall’altra e pigliano un pezzo di tela sottile e ciascuno da un capo tirando la stracciano, sì che a ciascuno ne resti un pezzo in mano e fatto questo ciascun piglia il camin suo ove più li piace e restano liberi. Hanno ancora una costuma per la più gran parte, che quando si vedono nell’estremità della vita e che par loro non poter più campare, si fanno frati e lasciano la moglie e se pure avviene che poi campino bisogna che il resto di loro vita rimangano frati e le mogli si cerchino la loro ventura. Quando lo intesi mi posi a ridere, pensando che se così si accostumasse tra noi, conosco un mio amico che si fingerebbe ammalato per farsi frate per sempre purché si liberasse dalla moglie.

 

Trovansi molti frati tutti di uno ordine alla Greca, ma questi non si possono maritare; simili donne religiose con habito quasi vestite come li medesimi frati. Ma se bene degli uni e degli altri ve ne sono di ricchi, nondimeno una quantità grande ve ne sono che vivono necessariamente e non per via di limosine. Li preti bisogna che habbiano moglie, ma come quella muore non ne possono pigliar più, neanche esercitare la preteria. Accostumano nelle case loro sempre havere qualche imagine di Santi, dove subito venendo uno amico di fuori a visitare o negoziare, arrivato alla porta della stanza dove sono dette imagini inanzi di che saluti persona di casa, cavandosi la berretta si fa tre volte la croce dal capo al petto, dipoi salutando il padrone di casa comincia a parlare e fornire il bisogno suo e volendosi partire fa il medesimo. Così andando per strada, per tutto dove veggono imagini o chiese da presso o da lontano, si fermano per fare una infinità di croci, e essendo in camino veggendo una chiesa fin da lontano quanto possa essere, purché ne veggano il campanile, smontano e fanno una infinità di croci.

 

Sono grandemente gelosi, universalmente delle loro donne, e pochi le lasciano andar fuori e non senza causa. Son tanto le donne, come gli huomini, belli e forti, ma le donne si lisciano e s’impiastrano di rosso e di bianco, oltre che con mala grazia, tanto che è una cosa vergognosa. Quando fanno matrimoni, la mattina che la sposa va fuora fanno molte cerimonie nel vestirla, presenti i parenti e il marito; poi va alla Chiesa con la faccia coperta, dove il prete è che fa le parole e le porge l’anello e dipoi li fa baciare insieme e piglia una tazza di bevanda e bevono prima gli sposi e poi il prete: il quale lascia subito cadere la tazza in terra e il marito e la moglie fanno a gara a chi vi darà prima su del piede. Io ho domandato per saper la causa di questo, né mi hanno saputo dir cosa che vaglia. Dipoi torna la sposa con la faccia discoperta, sparsi in su le spalle zibillini o martore o altre pelli secondo le qualità loro, e arrivata a casa hanno per tutto distesi lenzuoli bianchi per terra e conducono gli sposi a sedere in su ’l letto e pigliano una gallina bollita in mano e pigliando ciascuno da una parte la stracciano e mangiano un poco e dipoi vanno con li parenti a tavola. Fatto questo danzano e suonano con i loro instrumenti e dipoi se ne vanno a letto a consumare il matrimonio. Or qui notate una cosa molto stravagante: che il padre o madre o fratello della sposa, insomma il più stretto parente che ella ha, aspetta fuori della camera tanto che il marito venga a portargli nuova se l’ha trovata vergine o no: il quale glielo significa in questo modo, che esce fuora con un vaso di terra pien di bevanda, che ha un buco nel fondo, sotto il qual buco il marito vi tiene il dito e così lo porge al detto parente, che se egli pretende haverla trovata vergine, serra detto buco prima con della cera, che non possa versare, e così il padre o chi altri che sia, il beve. Ma se egli al contrario pretende altrimenti haverla trovata, non serra altrimenti detto buco, ma subito in porgendo il vaso, leva il dito e glielo lascia versare addosso, onde il detto parente gli qualche danari accio che si contenti e così nell’uno modo e nell’altro rimangono d’accordo.

 

Quanto alla giustizia non vanno dietro né alle leggi di Baldo o Bartolo, ma secondo piace al Signore così segue il rigore della sentenza, onde spesso avviene che per piccola cosa fa mangiare uno dagli orsi e gli piglia ciò che ha, e di un altro per gran delitto commesso non se ne parla. Il perché che i popoli suoi ne tremano e siano più obedienti assai che nissun altro popolo al suo Signore; né ardiscon pur che si sappia le facultà loro, anzi vi ho conosciuto di quelli che hanno danari assai e vanno mal vestiti e tengono nascosto a casa a qualche amico loro forzieri, danari, scritture e altre cose, senza fidarsi pure della madre o de’ fratelli, insomma sono talmente soggetti che spesso il Signore accostuma (per tenergli più in freno) mandare gentilhuomini che essi chiamano Baiari ad habitare d’una terra in un’altra e dell’altra in quella e tanto più quando piglia terre nuovamente lo come quando prese la Lituania, Polozca e Smolenzco, che vi mandò de’ più ricchi ad habitare, a causa ch’essi havesino più cura e stessino più vigilanti per obviare bisognando a quello che potesse nuocere alla terra. E mi è stato conto essere più volte avvenuto che avendo domandato il Signore una quantità di danari ad uno suo vassallo e quello volutosi scusare che non ne haveva tanto o cose simili, esso Signore subito haver mandato a torgli la casa e ciò che haveva, né di loro essersi inteso più mai altro. Né di cosa che egli faccia vi è huomo che ardisca farne parola, così in questo modo con la sua propria volontà governa, anzi tiranneggia il suo paese, manda per tutto il suo Regno al governo di ciascuna terra uno di detti Baiari con nome di Vaivoda e quelli per cose ordinarie che occorrono, esseguiscono liberamente; ma di cose d’importanza bisogna farne capo alla corte, cioè a Mosca.

Il perché sono in questa terra 68 case che essi chiamano stuse, nelle quali si tiene ragione e giustizia, di criminale e civile di tutte le cose del paese; perché ciascuna di esse case ha sotto di se tante terre scritte e villaggi, i popoli delli quali ricorrono ivi per li bisogni loro e piatiscono senza procuratori o avvocati ma ognuno si aiuta da per se a produrre le sue ragioni, e quelli che per cosa debbono ad un’altro, e il creditore del quale faccia opera d’esser pagato subito al debitore è comandato che ogni mattina si ritrovi ad una hora ferma inanzi alla casa del suo comandatore e bisogna che di ciò ne diano sicurtà ovvero sono messi in ferri; e quando poi si rappresentano da quell’hora fino ad uno spazio che è circa di due hore che alhor suona una campana, stanno dico in piè in strada sciolti e vi sono sergenti che continuamente loro battono con uno bastone le polpe delle gambe, e questo fino a tanto che paghino e ogni mattina se ne vedono centinaia inanze alle dette case, tanto huomini come donne: e io ho visto un Baiaro che ogni mattina veniva co’ suoi servitori a rappresentarsi al supplizio, e perché corroppe il sergente con danari che li desse piano, il detto sergente fu poi battuto anche egli per molti giorni, e ho visto l’uno e l’altro. E se tal volta come avviene che fra due Moscoviti nasca lite di dare o di havere, cioè che uno nieghi dovere e l’altro affermi che quel gli deve e di questo non habbia testimonianza, scritture o giustificazione, hanno usanza di disfidarsi a corpo a corpo in una piazza che hanno per questo eletta e deputata, e se tra essi sarà uno o tutti e dua che per viltà o vecchiezza od altro non vogliano combattere, possono chiamar altri che per loro combattano, che vi sono molti sempre che per premio pigliano la impresa e per altrui combattono. È cosa ridicola la maniera come s’armano quando a questo fatto vengono, perché sono tanto pesanti d’armi che se cascano è impossibile levarli. E prima si mettono una gran camicia di maglia con le maniche e sopra quella un corsaletto, in gamba un paio di calze e calzoni di maglia, in testa un morione ferrato con certi pezzi di maglia intorno al collo che con alcune corregge si attaccano sotto le braccia e alle mani guanti di maglia: questo è quanto alla difesa. Per arme offensive hanno nella mano stanca un ferro che ha due punte come due pugnali, una di sopra e una di sotto e nel mezzo vi è uno fesso che vi caccian dentro la mano di forte che senza tenerlo sta alla mano; poi hanno uno pezzo d’arme d’asta forcuto e alla cintura una piccozza di ferro, e in questo modo combattono insieme fino a tanto che l’uno di loro per perdente s’arrenda. Mi fu raccontato una volta essere alla Mosca avvenuto che un Lituano hebbe per tal differenze a combatter con un Moscovita; il quale Lituano non si volle armare di sorte alcuna, salvo che prese tutte le arme ad offesa e di più, nascostamente, prese uno sacchetto pien d’arena e se lo cinse; e venuto alle mani esso leggiero correva e saltava dall’una all’altra banda intorno al Moscovito il quale, per il gran peso e imbarazzo, era molto tardo di moto e a gran pena si poteva volgere, onde il Lituano preso il tempo segli accostò e trassegli ai buchi della visiera uno pugno d’arena, talché restarono serrati e tutto in un tempo cominciò con la piccozza a rompergli l’arme, di sorte che il Moscovita non veggendo si chiamò perdente e il Lituano restò vincitore, né da questo tempo in poi hanno concesso à forestieri che combattan con loro.

 

Sono queste genti cerimoniose infra di loro, il perché trovandosi per le case o per le strade si cavano la berretta abbassando la testa e alcune volte l’uno e l’altro persevera a rinovare e rendere il saluto, facendo con testa e mani segni che par facciano bagatelle. Ragiono fra i pari perché uno che da più dell’altro si tenga havrà più cura a non si cavar la berretta prima dell’altro e vi usano più arte che se fossino Spagnoli e Biscaini. Costumano, rincontrandosi, non sendosi visti in qualche tempo, baciarsi l’un l’altro. Il modo di render gratie è che uno fa offerte di parole all’altro, cavandosi la berretta bassa la mano inverso terra se vorrà fare il ringraziamento maggiore tocca con la mano terra, e se poi maggiore ancora o per essere chi fa l’offerta da più dell’altro o se pur per esser la cosa in se stessa d’importanza, toccherà con tutte e due le mani in terra. Se dipoi uno di qualità una grazia od un favore ad un’altro minore di lui, quegli toccando con ambedue le mani terra in ginocchioni batte la testa ancora in terra. Questo simil modo fanno quando vanno a domandare una grazia con istanza e per questo ad una gran parte di loro si vede nella testa un callo, perché quanto più forte la battono tanto maggiore è il favore e la cerimonia.

 

Quanto alla spedizione delle cose più importanti del paese e appartenenti a’ Principi forastieri come sono cose di ambascerie o consigli di guerra, son queste si fatte cose spedite dal Signore o dal suo gran Cancelliere e da due Thesorieri. E perché spesso vengono degli Ambasciatori di paesi lontani e di lingue differenti molto dalla loro: hanno perciò molti interpreti e di ogni lingua parecchi, per mezzo dei quali trattano le spedizioni e mentre ch’io ero vennero Ambasciatori di Circassia da un Signore, padre della moglie del Gran Duca Moscovita, e Ambasciatori vennero ancora da un Gran Mastro di Cavalieri quali dell’ordine Gerosolimitano, di Rodi o di Malta il quale risiede in Franconia in Alemagna; vennero con assai Gentilhuomini e servitori e portarono vari presenti e per valore di tremila scudi; intesi che trattavano di riavere un gran Mastro di quell’ordine, che al principio dissi era Signor della Livonia, il quale è della Nobil casa di Fustembergo di Vesfalia, il quale fu preso dal Moscovita quando prese la Livonia, li quali Ambasciatori no ’l possettero ottenere. Ne voglio lasciar di dire quanto sieno mal trattati gli Ambasciatori in quel paese, come cosa molto severa; quando arrivano nel paese sono tanti giorni trattenuti dalli governatori fin che siano spediti corrieri alla corte e datovi l’avviso, dipoi quando hanno risposta di lasciarli passare, loro danno parechi di quelli Baiari alla guardia, che li conducono senza pure in camino lasciargli parlare a persona. Dipoi arrivati a Mosca sono messi in una casa a parte con guardie, né alcuni di loro, ne pure un minimo servitore, può uscir fuora per la terra, né li lasciano comperar cosa alcuna per commodità loro altro che cose necessarie per vivere; anzi non solo lasciano che vadano essi medesimi a comperare, ma non vogliono che alcun di lor gente vadano a trovargli a casa per vender loro cosa alcuna, solo per mal trattargli e che patiscano ogni incommodità. E così avanti avere audienza fanno un mese e più e meno, secondo la fantasia del Signore; dipoi quando delibera dar loro pur audienza glielo fa intendere un giorno avanti e così esso Signore il giorno deliberato mettere in ordine una infinità di gentilhuomini e signori con vesti lunghe quasi alla Hungaresca, con grossi bottoni d’argento e d’oro, di drappi varij d’oro e di seta foderate variamente di zibellini, martore, hermellini, lupi cervieri e altre pelli simili con berrettoni alti in testa guarniti d’oro e perle foderati di zibellini e di volpe nera, con stivali in piè ferrati di varij colori alla Turchesca; la maggior parte de’ quali empiono una grandissima sala stando tutti a sedere, appresso alla quale è un’altra simile dove il Signore si mette a sedere sopra una sedia molto alta che monta tre o quattro scalini parato dietro e sopra e la sedia ancora di drappo d’oro, e esso Signore con corona d’oro in testa con gioie, allo intorno della qual corona è una mostra grande di zibellino molto negro e ricco con veste lunga fino alli piedi di drappo d’oro con perle, guarnita, affibbiata con bottoni d’oro grossi come picciol ova, con stivali gialli con un becco che torce dalla punta del piè fino a mezzo il piè di sopra tutti imbollettati di piccoli chiodi d’argento, e tiene in mano un bastone d’argento dorato come un Pastorale da Vescovo. Nella medesima stanza a sedere sono lontano da lui allo intorno e per tutto più di dugento riccamente vestiti che sono signori e de’ più principali. In questo mezzo, che tutto come dico sta di questa sorte in ordine, alcuni cortigiani dal Signore deputati si partono dal palazzo riccamente vestiti sopra belli cavalli con fiocchi di varij colori guarniti e in questo modo vanno alla casa degli Ambasciatori e così li conducono su cavalli cattivi, molto male in arnese, al palazzo; ma prima li fanno smontare 25 o 30 e passi e ire a piè, e così di filato li conducono alla presenza del gran Signore e facendo essi molte riverenze a poco a poco a lui s’accostano e esso Signore a baciar la mano loro porge, poi fa agli interpreti suoi domandare qual Signore li manda, essi rispondono il bisogno e soddisfatto alla domanda offeriscono li presenti che portano e essi accettando li ringrazia e di nuovo domandatogli della sanità del loro Signore e cose simili, li convita per quella mattina a mangiare con lui con parole che in nostra lingua significano così: «Io vi grazia che per stamane mangiate il pane e ’l sale con me». I quali rispondono che accettano la grazia e subito sono da’ medesimi cortegiani condotti in una sala a parte del medesimo palazzo.

 

Tanto quanto ho detto ho ben veduto, perché mezz’hora avanti che avessero audienza i detti Ambasciatori hebbi, senza essere Ambasciatore di persona, nel medesimo modo udienza e da esso Signore fui nel medesimo modo convitato; e perché la consuetudine e costume è che tutti quelli che di paesi forestieri vengono volendo udienza fanno un presente al Gran Duca, così convenne ch’io donassi una gran coppa d’argento dorato coperta e lavorata, senza il qual presente era a pericolo di non poter uscire del paese, ancora ch’io havessi portato per detto Signore lettera in mio favore della Serenissima Regina d’Inghilterra la quale ha con lui buona amicizia. Ma tornando al proposito, subito che li detti Ambasciatori furono partiti, esso Signore si rizzò per andarsene alla Messa e passato le due sale e altre stanze scese le scale del Palazzo dietro seguendolo più di ottocento vestiti riccamente, come detto, e prese il cammino a piè passo passo appoggiandosi col detto bastone verso una Chiesa molto vicina; egli era messo in mezzo a quattro huomini di età di circa 30 anni robusti e grandi, figliuoli de’ principali Signori, cioè due andavano inanzi lontano l’uno dall’altro e due a dietro col medesimo ordine ma lontani parecchi passi da lui ugualmente, i quali erano vestiti di una sorte medesima, in questo modo: con berrettoni lunghi di velluto bianco con perle e argento foderati con gran mostra allo intorno di pance di lupi cervieri, con veste di tela d’argento infino à i piedi con bottoni molto grossi d’argento, foderate le vesti d’Hermellino, con stivali bianchi ferrati, li quali portavano in su la spalla una bella e grande accetta per uno lavorata d’argento e d’oro. Così seguitando molti che il Signor vedeva e conosceva per soldati, li convitava per quella mattina a mangiare il pane e il sale seco. Così arrivato alla Chiesa ed entrato dentro con tutta la sua gente stette a gli ufficij una grande hora, dipoi se ne tornò col medesimo ordine al Palazzo e, stato alquanto spazio ritirato, uscì fuori rivestito di un’altra veste ricca ma senza corona in testa, che haveva in cambio di essa un Berrettone alto ricamato con perle e gioie, e venne in una gran sala dov’era una stufa scaldata richiedendolo la stagione perciòche era del mese di Novembre. Eranvi tutto allo intorno tavole coperte di tovaglie con poco ordine, percioche quale era più bassa e quale più alta, l’una stretta e una larga e le tovaglie allo avvennante. Quasi nel mezzo della stanza era posta e addirizzata una credenza di una diversità grande di vasi e di vaselli d’argento dorato e non dorato, di gran catini e di molte strane sorti, di vasi da bere grandi e pesanti, alcuni erano piatti altri cupi, alcuni con piedi e altri senza e molte coppe lavorate alla nostra usanza, lavoro d’Alemagna; eranvi due botti grandi fatte d’argento, con li cerchi dorati, le quali erano messe in modo che tenevano in mezzo la credenza; circa la metà di quella sala era piena di panche basse con tavolette, come s’usa ordinariamente nell’hosterie d’Italia.

Hora stando in quella forma la sala, il Signore si mette a sedere da un canto in una sedia; dipoi fece chiamare gli Ambasciatori e appresso di lui stava in ginocchione un suo interprete che gli diceva il nome di quel che vi entrava di mano in mano, allhora il Signore chiamandolo per nome gli mostrava il luogo dove havesse a sedere e così ad uno ad uno detti Ambasciatori insieme con li loro gentilhuomini e servitori si accomodarono. Dipoi fece chiamar me, che altri forestieri non vi erano, che chiamatomi si come fece gli altri, per nome, mi sedere ad un’altra tavola la quale gli restava giusto per fronte insieme con il mio interprete e due servitori che avevo che così accostumano. Dipoi fece sedere alla medesima tavola circa 20 gentilhuomini Alemanni i quali hoggi servono detto Signore e già gli furono inimici perciò che furono presi nella guerra di Livonia ed erano tutti stati principali e di governo in quella regione. Né possono uscire del paese e hanno provisione che tengono cavalli e servitori e così stando pronti al servizio del Signore vivono. Dipoi fece cenno che tutti li Baiari e soldati si mettessino a tavola, onde in un subito furono presi tutti li luoghi alle dette piccole tavole e il resto ancora, riservato la tavola dove il Signore era il quale restò solo a quella mensa. E perché noi in quella stagione non havevamo più che cinque hore di sole intero durante il giorno, già sendo notte havevamo posto sopra le tavole candelieri d’ottone con candele di sego; del resto non era sopra le tavole che saliere con sale, ma subito fu portato pane assai bello e bianco dinanzi al Signore il quale era spezzato e egli distribuendolo lo porgeva a molti c’haveva de’ suoi ch’erano all’intorno mandandolo a presentare a ciascuno. Hora qui si vedeva una confusione non piccola, sendo uso per buona creanza che mandando il Signore a presentare ad una persona, tutti si rizzano in piedi, di modo che così uno ottavo d’hora che altro non si faceva che rizzarsi e porsi a sedere senza che alcuno mangiasse. Finito questo a noi tutti forastieri fu dato un vaso largo e grande pieno di vino da parte del Signore e pur bisognava tornare a rizzarsi in piè; poi vennero circa 25 huomini che portavano grandi piatti di vivande arrosto come montone, bue, oche e altre carni grosse e andati fino alla tavola del Signore, tornati tutti indietro senza lasciar la vivanda, uscirono fuori donde erano entrati ma assai presto ritornarono dentro con le vivande spezzate in piatti e le portarono attorno per le tavole. Cominciammo pur a mangiaremancavano continuamente di quelli che non restavano di empir le tavole di copia di vasi da bere grandi e piccoli di varie bevande con mele e di più sorte, e talvolta era portato qualche piatto nuovo di vivanda ma senza ordine di seconda o terza vivanda; in questo mentre inanzi al Signore sempre stava un suo coppiere con una tazza dorata in mano piena di vino o bevanda e tenendola alta aspettava che ’l Signore volesse bere e così molto spesso egli accennava glie ne porgesse e dandogliene senza far credenza esso Signore beveva sempre a qualche duno di quelli che sedeva a tavola, ma inanzi che bevesse sempre si faceva inanzi tre volte il segno della Croce e subito a quel tale che egli havea bevuta gli era fatto intendere per uno di essi Baiari che servivano i quali si alzavano in piè e anche a questo sempre ciascuno si rizzava e subito fatto con la testa riverenza, ci riponevamo a sedere; e questo fu così spesso a fare ch’io feci tanto essercizio che in cambio di saziarmi l’appetito mi aumentava. Così si stette a queste tavole più di tre grosse hore che poco si mangiava ma vi era gran rumore di bere e già di quelli Baiari non pochi imbriachi. Quando vennero li soliti deputati per lo servizio a levar le vivande e appresso le tovaglie, allhora ciascuno affrettava con non poco strepito ad andarsene, quando il Signore restando fermo alla sua sede fece venire gli Ambasciatori avanti a lui e subito porse con la sua mano una tazza a ciascuno di vino i quali subito che la ricevevano, essendo prima stati instrutti del costume del paese, con le berrette in mano pigliavano la tazza e voltando le spalle al Signore camminavano 5 o 6 passi, dipoi fermandosi si rivolgevano e facevano una reverenza con bassar la testa alla Turchesca, dipoi bevevano tutto o parte quanto a loro piaceva e senza altro dire se ne andavano. Quando questi Ambasciatori hebbero havuto il loro dovere, il detto Signore fece chiamar me ancora e egli stesso, come haveva fatto a gli Ambasciatori, mi porse una tazza di vino e io avvertito tenni il medesimo ordine che haveva veduto tenere agli altri, e subito seguito questo tanto gli Ambasciatori come io, con gran premura e calca fummo cacciati fuora che non con maggior prestezza credo usciron già dal tempio gli Scribi e i Farisei di quella con la quale uscimmo noi. Così passando per quelle stanze fra quella turba confusa e imbriaca senza lumi arrivamo alle scale del Palazzo dove 20 passi lontano aspettava un’infinità di servitori con cavalli per condurre i padroni loro a casa e dalle scale per ire a cavalli vi era fango fino sopra alle ginocchia e era molto oscura la notte e come ho detto senza lumi, tale che vi fu da fare assai avanti ci potessimo mettere a cavallo e questa è una usanza loro che non vogliono che si monti o si smonti presso al Palazzo. Gli Ambasciatori furono dalle loro guardie ricondutti alle loro stanze solite, guardati, ed io me ne andai alle mie. Non ho voluto mancar di dir questo affine che con ciò si possa giudicare la loro strana usanza.

 

Ho trovato alcuni di quel paese estremamente avari, perché senza donare e presentare non è possibile poter concludere cosa alcuna, né si vergognano alcuni sfacciatamente a domandare se veggono anelli o alcune altre cose simili addosso e danari ancora, ed è costume del Gran Cancelliere quando uno va a dirgli che desidererebbe baciar la mano al Signore per qualche suo bisogno (perché, come ho detto, prima a lui si fa capo) esso domanda subito: «Hai tu portato qualcosa per poter vedere li chiari occhi del Signore?». Però, come dico, è forza presentargli a chi vi capita e per questa universale avarizia degli anziani li particolari ancora sono corrotti, onde spesso il Signore fa frustare per la terra de’ più suoi principali e vi sono più ufficiali che sono stati a quello supplizio più volte.

 

A riscontro di tanto male trovo di bene: che per tutto questo paese si va molto sicuro e portando attorno robbe o danari mai non si trova che sia stata rotta la strada ne offesa da persona, e questo solo nasce dalla gran paura e timore del loro Principe, oltre il non esser pratichi per li paesi forestieri, si che sapessino vivere fuor del loro nidio, ancor che non sia loro concesso dal Signore, quando volessino andare in altri paesi talché trovandosi inesperti e prigioni operano bene in questo solo chi per virtù chi per timore. Come in altre nazioni, così ancora in questa si trovano ladri accorti, quando ascosamente lo possono fare e di questi bisogna haversi cura perché ogni cosa fa per loro.

 

Bisogna che chi tratta con loro di mercatanzia stia molto desto e avvertito e sopratutto non fidarsi, perché hanno parole assai e buone, ma