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Niccolò Machiavelli
Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio

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1. Quale fu più cagione dello imperio che acquistarono i romani, o la virtù, o la fortuna.

 

Molti hanno avuta opinione, ed in tra' quali Plutarco, gravissimo scrittore, che 'l popolo romano nello acquistare lo imperio fosse più favorito dalla fortuna che dalla virtù. Ed intra le altre ragioni che ne adduce, dice che per confessione di quel popolo si dimostra, quello avere riconosciute dalla fortuna tutte le sue vittorie, avendo quello edificati più templi alla Fortuna che ad alcuno altro iddio. E pare che a questa opinione si accosti Livio; perché rade volte è che facci parlare ad alcuno Romano, dove ei racconti della virtù, che non vi aggiunga la fortuna. La qual cosa io non voglio confessare in alcuno modo, né credo ancora si possa sostenere. Perché, se non si è trovata mai republica che abbi fatti i profitti che Roma, è nato che non si è trovata mai republica che sia stata ordinata a potere acquistare come Roma. Perché la virtù degli eserciti gli fecero acquistare lo imperio; e l'ordine del procedere, ed il modo suo proprio, e trovato dal suo primo latore delle leggi gli fece mantenere lo acquistato: come di sotto largamente in più discorsi si narrerà. Dicono costoro, che non avere mai accozzate due potentissime guerre in uno medesimo tempo, fu fortuna e non virtù del Popolo romano; perché e' non ebbero guerra con i Latini, se non quando egli ebbero, non tanto battuti i Sanniti, quanto che la guerra fu fatta da' Romani in defensione di quelli; non combatterono con i Toscani, se prima non ebbero soggiogati i Latini, ed enervati con le spesse rotte quasi in tutto i Sanniti: che se due di queste potenze intere si fossero, quando erano fresche, accozzate insieme, senza dubbio si può facilmente conietturare che ne sarebbe seguito la rovina della romana Republica. Ma, comunque questa cosa nascesse, mai non intervenne che eglino avessero due potentissime guerre in uno medesimo tempo: anzi parve sempre che, o, nel nascere dell'una, l'altra si spegnesse, o nello spegnersi dell'una, l'altra nascesse. Il che si può facilmente vedere per l'ordine delle guerre fatte da loro: perché, lasciando stare quelle che fecero prima che Roma fosse presa dai Franciosi, si vede che, mentre che combatterno con gli Equi e con i Volsci, mai, mentre che questi popoli furono potenti, non scesero contro di loro altre genti. Domi costoro, nacque la guerra contro a' Sanniti; e benché, innanzi che finisse tale guerra, i popoli latini si ribellassero da' Romani; nondimeno, quando tale ribellione seguì, i Sanniti erano in lega con Roma, e con i loro eserciti aiutarono i Romani domare la insolenzia latina. I quali domi, risurse la guerra di Sannio. Battute per molte rotte date a' Sanniti le loro forze, nacque la guerra de' Toscani; la quale composta, si rilevarono di nuovo i Sanniti per la passata di Pirro in Italia. Il quale come fu ributtato, e rimandato in Grecia, appiccarono la prima guerra con i Cartaginesi: né prima fu tale guerra finita, che tutti i Franciosi, e di e di qua dall'Alpi, congiurarono contro ai Romani; tanto che intra Populonia e Pisa, dove è oggi la torre a San Vincenti, furono con massima strage superati. Finita questa guerra, per spazio di venti anni ebbero guerre di non molta importanza; perché non combatterono con altri che con Liguri, e con quel rimanente de' Franciosi che era in Lombardia. E così stettero tanto che nacque la seconda guerra cartaginese, la quale per sedici anni tenne occupata Italia. Finita questa con massima gloria, nacque la guerra macedonica; la quale finita, venne quella d'Antioco e d'Asia. Dopo la quale vittoria, non restò in tutto il mondoprinciperepublica che, di per sé, o tutti insieme, che si potessero opporre alle forze romane.

Ma innanzi a quella ultima vittoria chi considererà bene l'ordine di queste guerre, ed il modo del procedere loro, vi vedrà dentro mescolate con la fortuna una virtù e prudenza grandissima. Talché, chi esaminassi la cagione di tale fortuna, la ritroverebbe facilmente: perché gli è cosa certissima, che come uno principe e uno popolo viene in tanta riputazione, che ciascuno principe e popolo vicino abbia di per sé paura ad assaltarlo e ne tema, sempre interverrà che ciascuno d'essi mai lo assalterà, se non necessitato; in modo che e' sarà quasi come nella elezione di quel potente, fare guerra con quale di quei sua vicini gli parrà, e gli altri con la sua industria quietare. E' quali, parte rispetto alla potenza sua, parte ingannati da que' modi ch'egli terrà per adormentargli, si quietano facilmente; quegli altri potenti, che sono discosto e che non hanno commerzio seco, curano la cosa come cosa longinqua, e che non appartenga a loro. Nel quale errore stanno tanto che questo incendio venga loro presso: il quale venuto, non hanno rimedio a spegnerlo se non con le forze proprie le quali dipoi non bastono, sendo colui diventato potentissimo. Io voglio lasciare andare come i Sanniti stettero a vedere vincere dal Popolo romano i Volsci e gli Equi; e per non essere troppo prolisso, mi farò da' Cartaginesi: i quali erano di gran potenza e di grande estimazione, quando i Romani combattevano co' Sanniti e con i Toscani; perché di già tenevano tutta l'Africa, tenevano la Sardigna e la Sicilia, avevano dominio in parte della Spagna. La quale potenza loro, insieme con lo essere discosto ne' confini dal popolo romano, fece che non pensarono mai di assaltare quello, né di soccorrere i Sanniti ed i Toscani: anzi fecero come si fa nelle cose che crescano più tosto in loro favore, collegandosi con quegli e cercando l'amicizia loro. Né si avviddono prima dello errore fatto, che i Romani, domi tutti i popoli mezzi in fra loro ed i Cartaginesi, cominciarono a combattere insieme dello imperio di Sicilia e di Spagna. Intervenne questo medesimo a' Franciosi che a' Cartaginesi, e così a Filippo re de' Macedoni, e a Antioco; e ciascuno di loro credea, mentre che il Popolo romano era occupato con l'altro, che quello altro lo superasse, ed essere a tempo, o con pace o con guerra, difendersi da lui. In modo che io credo che la fortuna che ebbero in questa parte i Romani, l'arebbono tutti quegli principi che procedessono come i Romani, e fossero della medesima virtù che loro.

Sarebbeci da mostrare a questo proposito il modo tenuto dal Popolo romano nello entrare nelle provincie d'altrui, se nel nostro trattato de' Principati non ne avessimo parlato a lungo: perché, in quello, questa materia è diffusamente disputata. Dirò solo questo lievemente, come sempre s'ingegnarono avere nelle provincie nuove qualche amico che fussi scala o porta a salirvi o entrarvi, o mezzo a tenerla: come si vede che per il mezzo de' Capuani entrarono in Sannio, de' Camertini in Toscana, de' Mamertini in Sicilia, de' Saguntini in Spagna, di Massinissa in Africa, degli Etoli in Grecia, di Eumene ed altri principi in Asia, de' Massiliensi e delli Edui in Francia. E così non mancorono mai di simili appoggi, per potere facilitare le imprese loro, e nello acquistare le provincie e nel tenerle. Il che quegli popoli che osserveranno, vedranno avere meno bisogno della fortuna, che quelli che ne saranno non buoni osservatori. E perché ciascuno possa meglio conoscere, quanto possa più la virtù che la fortuna loro ad acquistare quello imperio, noi discorrereno, nel seguente capitolo, di che qualità furono quelli popoli con e' quali egli ebbero a combattere, e quanto erano ostinati a difendere la loro libertà.

 




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