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Niccolò Machiavelli
L'asino

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Capitolo terzo.

 

           Dietro a le piante de la mia duchessa

andando, con le spalle volto al cielo,

tra quella turba d'animali spessa,

  or mi prendeva un caldo ed or un gelo,

or le braccia tremando mi cercava

s'elle avevan cangiato pelle o pelo.

  Le mani e le ginocchia io mi guastava;

o voi ch'andate a le volte carponi,

per discrezion pensate com'io stava.

  Er'ito forse un'ora ginocchioni

tra quelle fiere, quando capitamo

in un fossato tra duo gran valloni.

  Vedere innanzi a noi non potevamo,

però che il lume tutti ci abbagliava

di quella donna che noi seguavamo;

  quando una voce udimmo che fischiava

col rumor d'una porta che si aperse,

di cui l'uno e l'altro uscio cigolava.

  Come la vista el riguardar sofferse,

dinanzi agli occhi nostri un gran palazzo

di mirabile altura si scoperse.

  Magnifico e spazioso era lo spazzo;

ma bisognò, per arrivare a quello,

di quel fossato passar l'acqua a guazzo.

  Una trave faceva ponticello

sopra cui sol passò la nostra scorta,

non potendo le bestie andar sopr'ello.

  Giunti che fummo a piè de l'alta porta,

pien d'affanno e d'angoscia i' entrai drento,

tra quella turba ch'è peggio che morta,

  e fummi assai di minore spavento;

ché la mia donna perch'io non temessi,

avea ne l'entrar quivi il lume spento.

  E questo fu cagion ch'io non vedessi

d'onde si fosse quel fischiar venuto,

o chi aperto ne l'entrar ci avessi.

  Così tra quelle bestie sconosciuto,

mi ritrovai in un ampio cortile,

tutto smarrito, senza esser veduto.

  E la mia donna bella, alta e gentile,

per ispazio d'un'ora, o più, attese

le bestie a rassettar nel loro ovile.

  Poi tutta lieta per la man mi prese,

ed in una sua camera menommi,

dov'un gran fuoco di sua mano accese;

  col qual cortesemente rasciugommi

quell'acqua che m'avea tutto bagnato,

quando il fossato passar bisognommi.

  Poscia ch'io fui rasciutto, e riposato

alquanto da l'affanno e dispiacere

che quella notte m'avea travagliato,

  incominciai: - Madonna il mio tacere

nasce non già perch'io non sappia a punto

quanto ben fatto m'hai, quanto piacere.

  Io era al termin di mia vita giunto,

per luogo oscuro, tenebroso e cieco,

quando fui da la notte sopraggiunto.

  Tu mi menasti per salvarmi teco:

dunque la vita da te riconosco

e ciò ch'intorno a quella porto meco.

  Ma la memoria de l'oscuro bosco

col tuo bel volto m'han fatto star cheto

(nel qual ogni mio ben veggo e conosco),

  che fatto m'hanno ora doglioso or lieto:

doglioso per quel mal che venne pria;

allegro per quel ben che venne drieto;

  ché potuto non ho la voce mia

esplicar a parlare infin ch'io sono

posato in parte de la lunga via.

  Ma tu, ne le cui braccia io m'abbandono,

e che tal cortesia usata m'hai,

che non si può pagar con altro dono,

  cortese in questa parte ancor sarai,

che non ti gravi sì, che tu mi dica

quel corso di mia vita che tu sai -.

  - Tra la gente moderna e tra l'antica,

cominciò ella, - alcun mai non sostenne

più ingratitudin, né maggior fatica.

  Questo già per tua colpa non ti avvenne,

come avviene ad alcun, ma perché sorte

al tuo ben operar contraria venne.

  Questa ti chiuse di pietà le porte,

quando ch'al tutto questa t'ha condutto

in questo luogoferoce e forte.

  Ma perché il pianto a l'uom fu sempre brutto,

si debbe a' colpi de la sua fortuna

voltar il viso di lagrime asciutto.

  Vedi le stelle e 'l ciel, vedi la luna,

vedi gli altri pianeti andar errando

or alto or basso senza requie alcuna;

  quando il ciel vedi tenebroso, e quando

lucido e chiaro; e così nulla in terra

vien ne lo stato suo perseverando.

  Di quivi nasce la pace e la guerra;

di qui dipendon gli odi tra coloro

ch'un muro insieme ed una fossa serra.

  Da questo venne il tuo primo martoro;

da questo nacque al tutto la cagione

de le fatiche tue senza ristoro.

  Non ha cangiato il cielo opinione

ancor, né cangerà, mentre che i fati

tengon ver te la lor dura intenzione.

  E quelli umori i quai ti sono stati

cotanto avversi e cotanto nimici,

non sono ancor, non sono ancor purgati;

  ma come secche fien le lor radici

e che benigni i ciel si mostreranno,

torneran tempi più che mai felici;

  e tanto lieti e giocondi saranno,

che ti darà diletto la memoria

e del passato e del futuro danno.

  Forse ch'ancor prenderai vanagloria

a queste genti raccontando e quelle

de le fatiche tue la lunga istoria.

  Ma prima che si mostrin queste stelle

liete verso di te, gir ti conviene

cercando il mondo sotto nuova pelle;

  ché quella Provvidenza che mantiene

l'umana spezie, vuol che tu sostenga

questo disagio per tuo maggior bene.

  Di qui conviene al tutto che si spenga

in te l'umana effigie, e, senza quella,

meco tra l'altre bestie a pascer venga.

  Né può mutarsi questa dura stella;

e, per averti in questo luogo messo,

si differisce il mal, non si cancella.

  E lo star meco alquanto t'è permesso,

acciò del luogo esperienza porti,

e degli abitator che stanno in esso.

  Adunque fa che tu non ti sconforti;

ma prendi francamente questo peso

sopra gli omeri tuoi solidi e forti;

  ch'ancor ti gioverà d'averlo preso.

 

 




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