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Niccolò Machiavelli
L'asino

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Capitolo quarto.

 

           Poi che la donna di parlare stette,

leva'mi in piè, rimanendo confuso

per le parole ch'ella aveva dette.

  Pur dissi: - Il ciel né altri i' non accuso,

né mi vo' lamentar di sì ria sorte,

perché nel mal più che nel ben sono uso.

  Ma s'io dovessi per l'infernal porte

gire al ben che detto hai, mi piacerebbe,

non che per quelle vie che tu m'hai porte.

  Fortuna, dunque, tutto quel che debbe

e che le par, de la mia vita faccia;

ch'io so ben che di me mai non le 'ncrebbe. -

  Allora la mia donna aprì le braccia,

e con un bel sembiante, tutta lieta,

mi baciò dieci volte e più la faccia;

  poi disse festeggiando: - Alma discreta,

questo viaggio tuo, questo tuo stento,

cantato fia da istorico o poeta.

  Ma perché via passar la notte sento,

vo' che pigliam qualche consolazione

e che mutiam questo ragionamento.

  E prima troverem da colezione,

ché so bisogno n'hai forse non poco,

se di ferro non è tua condizione;

  e goderemo insieme in questo loco.

E detto questo, una sua tovaglietta

apparecchiò su un certo desco al fuoco.

  Poi trasse d'uno armario una cassetta,

dentrovi pane, bicchieri e coltella,

un pollo, una insalata acconcia e netta,

  e altre cose appartenenti a quella.

Poscia, a me volta, disse: - Questa cena

ogni sera m'arreca una donzella.

  Ancor questa guastada porta piena

di vin, che ti parrà, se tu l'assaggi,

di quel che Val di Grieve e Poppi mena.

  Godiamo, adunque; e, come fanno i saggi,

pensa che ben possa venire ancora;

e chi è dritto, al fin convien che caggi.

  E quando viene il mal, che viene ognora,

mandalo giù come una medicina;

ché pazzo è chi la gusta o l'assapora.

  Viviamo or lieti, infin che domattina

con la mia greggia sia tempo uscir fuori,

per ubbidire a l'alta mia regina -.

  Così lasciando gli affanni e i dolori,

lieti insieme cenammo: e ragionossi

di mille canzonette e mille amori.

  Poi, come avemmo cenato, spogliossi,

e dentro al letto mi fe' seco entrare,

come suo amante o suo marito io fossi.

  Qui bisogna a le Muse il peso dare,

per dir la sua beltà; ché senza loro

sarebbe vano il nostro ragionare.

  Erano i suoi capei biondi com'oro,

ricciuti e crespi, tal che d'una stella

pareano i raggi o del superno coro.

  Ciascuno occhio pareva una fiammella

tanto lucente, sì chiara e sì viva,

ch'ogni acuto veder si spegne in quella.

  Avea la testa una grazia attrattiva,

tal ch'io non so a chi me la somigli,

perché l'occhio al guardarla si smarriva.

  Sottili, arcati e neri erano i cigli,

perch'a plasmargli fur tutti gli dei,

tutti i celesti e superni consigli.

  Di quel che da quei pende dir vorrei

cosa ch'al vero alquanto rispondesse,

ma tacciol, perché dir non lo saprei.

  Io non so già chi quella bocca fesse;

se Giove con sua man non la fece egli,

non credo ch'altra man far la potesse.

  I denti più che d'avorio eran begli;

e una lingua vibrar si vedeva,

come una serpe, infra le labbra e quegli:

  d'onde uscì un parlare, il qual poteva

fermare i venti e far andar le piante,

soave concento e dolce aveva.

  Il collo e 'l mento ancor vedeasi, e tante

altre bellezze, che farian felice

ogni meschino e infelice amante.

  Io non so s'a narrarlo si disdice

quel che seguì da poi; però che 'l vero

suole spesso far guerra a chi lo dice.

  Pur lo dirò, lasciandone il pensiero

a chi vuol biasimar; perché, tacendo

un gran piacer, non è piacer intero.

  Io venni ben con l'occhio discorrendo

tutte le parti sue infino al petto,

a lo splendor del qual ancor m'accendo;

  ma più oltre veder mi fu disdetto

da una ricca e candida coperta,

con la qual coperto era il picciol letto.

  Era la mente mia stupida e incerta,

frigida, mesta, timida e dubbiosa,

non sapendo la via quanto era aperta.

  E come giace stanca e vergognosa

e involta nel lenzuol, la prima sera,

presso al marito la novella sposa,

  così d'intorno, pauroso, m'era

la coperta del letto inviluppata,

come quel che 'n virtù sua non ispera.

  Ma poi che fu la donna un pezzo stata

a riguardarmi, sogghignando disse:

- Sare' io d'ortica o pruni armata?

  Tu puo' aver quel che sospirando misse

alcun già, per averlo, più d'un grido,

e fe' mille quistioni e mille risse.

  Bene entreresti in qualche loco infido,

per ritrovarti meco, o noteresti

come Leandro infra Seto e Abido;

  poi che la virtute hai sì poca, che questi

panni che son fra noi ti fanno guerra,

e da me sì discosto ti ponesti -.

  E come quando nel carcer si serra,

dubbioso de la vita, un peccatore,

che sta con gli occhi guardando la terra;

  poi, s'egli avvien che grazia dal signore

impetri, e' lascia ogni pensiero strano

e prende assai d'ardire e di valore,

  tal er'io, e tal divenni per l'umano

suo ragionare; e a lei m'accostai,

stendendo fra' lenzuol la fredda mano.

  E come poi le sue membra toccai,

un dolcesoave al cor mi venne

qual io non credo più gustar mai.

  Non in un loco la man si ritenne,

ma, discorrendo per le membra sue,

la smarrita virtù tosto rinvenne.

  E non essendo già timido piue,

dopo un dolce sospir, parlando dissi:

- Sian benedette le bellezze tue!

  Sia benedetta l'ora, quando io missi

il piè ne la foresta, e se mai cose,

che ti fossero a cor, feciscrissi.

  E pien di gesti e parole amorose,

rinvolto in quelle angeliche bellezze,

che scordar mi facean l'umane cose,

  intorno al cor sentii tante allegrezze

con tanto dolce, ch'io mi venni meno

gustando il fin di tutte le dolcezze,

  tutto prostrato sopra il dolce seno.

 

 




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