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Niccolò Machiavelli
Clizia

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Scena quinta. Cleandro, Damone.

 

CLE.  Quando io credo essere navigato, e la Fortuna mi ripigne nel mezzo al mare e tra più turbide e tempestose onde! Io combattevo prima con lo amore di mio padre; ora combatto con la ambizione di mia madre. A quello io ebbi per aiuto lei, a questo sono solo: tanto che io veggo meno lume in questo, che io non vedevo in quello. Duolmi della mia male sorte, poiché io nacqui, per non avere mai bene e posso dire, da che questa fanciulla ci venne in casa, non avere cognosciuti altri diletti che di pensare a lei; dove sono sì radi stati e piaceri, che i giorni di quegli si annoverrebbono facilmente. Ma chi veggo io venire verso me? È egli Damone? Egli è esso, ed è tutto allegro. Che ci è, Damone, che novelle portate? Donde viene tanta allegrezza?

DA.  Né migliori novelle, né più felice, né che io portassi più volentieri potevo sentire!

CLE.  Che cosa è?

DA.  Il padre di Clizia vostra è venuto in questa terra, e chiamasi Ramondo, ed è gentiluomo napolitano, ed è ricchissimo, ed è solamente venuto, per ritrovare questa sua figliuola.

CLE.  Che ne sai tu?

DA.  Sòllo, ch'io gli ho parlato, ed ho inteso il tutto, e non c'è dubbio alcuno.

CLE.  Come sta la cosa? Io impazzo per la allegrezza.

DA.  Io voglio che voi la intendiate da lui. Chiama fuora Nicomaco e Sofronia, tua madre.

CLESofronia! o Nicomaco! Venite da basso a Damone.

 




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