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Niccolò Machiavelli
L'asino

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Capitolo settimo.

 

           Noi eravam col piè già 'n su la soglia

di quella porta, e di passar drento

m'avea fatto venir la donna voglia;

  e di quel mio voler restai contento,

perché la porta subito s'aperse,

e dimostronne il serrato convento.

  E perché me' quel potesse vederse,

il lume ch'ella avea sotto la vesta

chiuso, ne l'entrar tutto scoperse.

  A la qual lucelucida e presta,

com'egli avvien nel veder cosa nuova,

più che duemila bestie alzar la testa.

  Or guarda ben, se di veder ti giova,

disse la donna, il copioso drappello

che 'n questo loco insieme si ritruova.

  Né ti paia fatica a veder quello,

ché non son tutti terrestri animali;

ben c'è tra tante bestie qualche uccello.

  Io levai gli occhi, e vidi tanti e tali

animai bruti, ch'io non crederei

poter mai dir quanti fossero e quali;

  e perché a dirlo tedioso sarei,

narrerò di qualcun, la cui presenza

diede più maraviglia a gli occhi miei.

  Vidi un gatto per troppa pazienza

perder la preda, e restarne scornato,

benché prudente e di buona semenza.

  Poi vidi un drago tutto travagliato

voltarsi, senza aver mai posa alcuna,

ora sul destro ora su l'altro lato.

  Vidi una volpe, maligna e 'mportuna,

che non truova ancor rete che la pigli;

e un can còrso abbaiar a la luna.

  Vidi un leon che s'aveva gli artigli

e' denti ancor da se medesmo tratti,

pe' suoi non buoni e non saggi consigli.

  Poco più , certi animai disfatti

qual coda non avea, qual non orecchi,

vidi musando starsi quatti quatti.

  Io ve ne scorsi e conobbi parecchi;

e, se ben mi ricordo in maggior parte,

era un mescuglio fra conigli e becchi.

  Appresso questi, un po' così da parte,

vidi un altro animal, non come quelli,

ma da natura fatto con più arte.

  Aveva rari e delicati e' velli;

parea superbo in vista e animoso,

tal che mi venne voglia di piacelli.

  Non dimostrava suo cuor generoso,

Gli ugnoni avendo incatenato e i denti;

però si stava sfuggiasco e sdegnoso.

  Una................................

....................................

....................................

  Vidi...............................

....................................

....................................

  Poi vidi una giraffa, che chinava

il collo a ciascheduno; e da l'un canto

aveva un orso stanco che russava.

  Vidi un pavon col suo leggiadro ammanto

girsi pavoneggiando, e non temeva

se 'l mondo andasse in volta tutto quanto.

  Uno animal che non si conosceva,

variato avea la pelle e 'l dosso,

e 'n su la groppa una cornacchia aveva.

  Una bestiaccia vidi di pel rosso,

ch'era un bue senza corna; e dal discosto

m'ingannò, che mi parve un caval grosso.

  Poi vidi uno asin tanto mal disposto,

che non potea portar, non ch'altro il basto;

e parea proprio un citriuol d'agosto.

  Vidi un segugio, ch'avea il veder guasto:

e Circe n'arìa fatto capitale,

se non foss'ito, com'un orbo, al tasto.

  Vidi uno soricciuol, ch'avea per male

d'esser sì piccoletto, e bezzicando

andava or questo, or quell'altro animale.

  Poi vidi un bracco, ch'andava fiutando

a questo il ceffo a quell'altro la spalla,

come s'andasse del padron cercando.

  Il tempo è lungo, e la memoria falla;

tanto ch'io non vi posso ben narrare

quel ch'io vidi in un per questa stalla.

  Un buffol, che mi fe' raccapricciare

col suo guardare e 'l suo mugliarforte,

d'aver veduto i' mi vo' ricordare.

  Un cervio vidi, che temeva forte,

or qua or variando il cammino,

tanto avea paura de la morte.

  Vidi sopra una trave un armellino,

che non vuol ch'altri il guardi, non che 'l tocchi,

ed era a una allodola vicino.

  In molte buche più di cento allocchi

vidi, e una oca bianca come neve

e una scimia che facea lo 'mbocchi.

  Vidi tanti animai, che saria greve

e lungo a raccontar lor condizioni,

come fu il tempo a riguardarli breve.

  Quanti mi parver già Fabi e Catoni,

che, poi che quivi di lor esser seppi,

mi riusciron pecore e montoni!

  Quanti ne pascon questi duri greppi,

che seggono alto ne' più alti scanni!

Quanti nasi aquilin riescon gheppi!

  E bench'io fossi involto in mille affanni,

pur parlare a qualcuno arei voluto,

se vi fossero stati i torcimanni;

  ma la mia donna, ch'ebbe conosciuto

questa mia voglia e questo mio appetito,

disse: - Non dubitar, ch'e' fia adempiuto.

  Guarda un po' dov'io ti mostro a dito,

senz'esserti più oltre mosso un passo

pur lungo il muro, come tu se' ito. -

  Allora io vidi entro in un luogo basso,

com'io ebbi ver lui dritto le ciglia,

tra 'l fango involto un porcellotto grasso.

  Non dirò già chi costui si somiglia;

bàstivi ch'e' saria trecento e piue

libbre, se si pesasse a la caviglia.

  E la mia guida disse: - Andiam giue

presso a quel porco, se tu se' pur vago

d'udir le voglie e le parole sue.

  Che se trar lo volessi di quel lago,

facendol tornar uom, e' non vorrebbe;

come pesce che fosse in fiume o in lago.

  E perché questo non si crederebbe,

acciò che far ne possa piena fede,

domandera'lo se quindi uscirebbe.

  Appresso mosse la mia donna il piede;

e per non separarmi da lei punto,

la presi per la man ch'ella mi diede;

  tanto ch'io fui presso a quel porco giunto.

 

 




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