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Niccolò Machiavelli
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DELL’INGRATITUDINE

 

A Giovanni Folchi.

 

            Giovanni Folchi, il viver mal contento,

pe 'l dente de l'Invidia che mi morde,

mi darebbe più doglie e più tormento,

   se non fussi ch'ancor le dolci corde

d'una mia cetra che suave suona,

fanno le Muse al mio cantar non sorde;

   non sì ch'i' speri averne altra corona

non sì ch'io creda che per me s'aggiunga

una gocciola d'acqua ad Elicona.

   Io so ben quanto quella via sie lunga;

conosco non aver cotanta lena

che sopra 'l colle disiato giunga;

   per tutta volta un tal disìo mi mena,

ch'io credo forse andando posser còrre

qualche arbuscel di che la piaggia è piena.

   Cantando, adunque, cerco dal cor tOrre

e frenar quel dolor de' casi avversi,

che drieto a l'almo mio furioso corre;

   e come del servir gli anni sien persi,

come infra rena si semini ed acque,

sarà or la materia de' miei versi.

   Quando a le stelle, quando al ciel dispiacque

la gloria de' viventi, in lor dispetto

allor nel mondo Ingratitudo nacque.

   Fu d'Avarizia figlia e di Sospetto:

nutrita ne le braccia de la Invidia:

de' principi e de' re vive nel petto.

   Quivi il suo seggio principale annidia;

di quindi il cor di tutta l'altra gente

col venen tinge de la sua perfidia;

   onde, per tutto, questo mal si sente,

perch'ogni cosa de la sua nutrice

trafigge e morde l'arrabbiato dente.

   E s'alcun prima si chiama felice

pe 'l ciel benigno e suo' lieti favori,

non dopo molto tempo si ridice,

   come e' vede il suo sangue e sua sudori

e che 'l suo viver ben servendo, stanco,

con Iniuria e calunnia si ristori.

   Tien questa peste (e mai non vengon manco,

ché dopo l'una poi l'altra rimette

ne la faretra ch'ell'ha sopra 'l fianco)

   di venen tinte tre crudel saette,

con le qual punto di ferir non cessa

questo e quell'altro, ove la mira mette.

   La prima de le tre, che vien da essa,

fa che l'uom solo il benefizio allega,

ma senza premiarlo lo confessa;

   e la seconda che di poi si spiega,

fa del ben ricevuto l'uom si scorda,

ma sanza iniuriarlo solo il niega;

   l'ultima fa che l'uom mai non ricorda

premia il ben, ma che, iusta sua possa

il suo benefattor laceri e morda.

   Questo colpo trapassa dentro a l'ossa;

questa terza ferita è più mortale;

questa saetta vien con maggior possa.

   Mai vien men, mai si spegne questo male;

mille volte rinasce, s'una more,

perch'ha suo padre e sua madre immortale;

   e, come io dissi, trionfa nel core

d'ogni potente, ma più si diletta

nel cor del popul quando egli è signore.

   Questo è ferito da ogni saetta

più crudelmente, perché sempre avviene

che dove men si sa, più si sospetta;

   e le sue genti, d'ogni invidia piene,

tengon desto il sospetto sempre, ed esso

gli orecchi a le calunnie aperti tiene.

   Di qui resulta che si vede spesso

com'un buon cittadino un frutto miete

contrario al seme che nel campo ha messo.

   Era di pace priva e di quiete

Italia, allor che 'l punico coltello

saziata avea la barbarica sete,

   quando già nato nel romano ostello,

anzi da ciel mandato, un uom divino

qual mai fu ne mai fie simile a quello;

   questo, ancor giovinetto, in sul Tesino

suo padre col suo petto ricoperse:

primo presagio al suo lieto destino;

   e quando Canne tanti Roman perse,

con un coltello in man, feroce e solo,

d'abbandonar l'Italia non sofferse.

   Poco di poi, nello Ispanico sòlo,

volle il senato a far vendetta gisse

del comun danno e del privato dolo.

   Come in Affrica ancor le insegne misse,

prima Siface, e di poi d'Anniballe

e la fortuna e la sua patria afflisse.

   Allor gli diè il gran barbaro le spalle;

allora il roman sangue vendicò,

sparso da quel per l'italiche valle.

   Di quivi in Asia col fratello andò,

dove, per sua prudenza e sua bontà,

di Asia a Roma il trionfo ne portò.

   E tutte le provincie e le città,

dovunqu'e' fu, lasciò piene d'esempi

di pietà, di fortezza e castità.

   Qual lingua fia che tante laudi adempi?

Quale occhio che contempli tanta luce?

O felici Roman! felici tempi!

   Da questo invitto e glorioso duce

fu a ciascun dimostro quella via

ch'a la più alta gloria l'uom conduce.

   Non mai negli uman cuor fu visto o fia,

quantunque degni, gloriosi e divi,

tanto valore e tanta cortesia;

   e tra que' che son morti e che son vivi

e tra l'antiche e le moderne genti,

non si truova uom che a Scipione arrivi.

   Non però invidia di mostrargli i denti

temé de la sua rabbia, e riguardarlo

con le pupille de' suoi occhi ardenti.

   Costei fece nel populo accusarlo,

e volle uno infinito benefizio

con infinita iniuria accompagnarlo.

   Ma poi che vidde questo comun vizio

armato contro a sé, volse costui

voluntario lasciar lo 'ngrato ospizio;

   e dette luogo al mal voler d'altrui,

tosto che vidde com'e' bisognava

Roma perdesse o libertate o lui.

   Né l'almo suo d'altra vendetta armava;

solo a la patria sua lasciar non volse

quell'ossa che d'aver non meritava.

   E così il cerchio di sua vita volse

fuor del suo patrio nido; e così frutto

a la sementa sua contrario colse.

   Non fu già sola Roma ingrata al tutto:

riguarda Atene, dove Ingratitudo

pose il suo nido più ch'altrove brutto.

   Né valse contro a lei prender lo scudo,

quando a l'incontro assai legge creolle,

per reprimer tal vizio atroce e crudo.

   E tanto più fu quella città folle,

quanto si vidde come con ragione

conobbe il bene e seguitar nol volle.

   Milziade, Aristide e Focione,

di Temistocle ancor la dura sorte

furno del viver suo buon testimone.

   Questi, per l'opre loro egregie e forte,

furno e' trionfi ch'egli ebbon da quella:

prigione, esilio, vilipendio e morte.

   Perché nel vulgo le vinte castella,

il sangue sparso e l'oneste ferite,

di picciol fallo ogni infamia cancella.

   Ma le triste calunnie e tanto ardite

contr'a' buon cittadin, tal volta fanno

tirannico uno ingegno umano e mite.

   Spesso diventa un cittadin tiranno,

e del viver civil trapassa il segno,

per non sentir d'Ingratitudo il danno.

   A Cesare occupar fe' questo il regno;

e quel che Ingratitudo non concesse,

li dette la iusta ira e 'l iusto sdegno.

   Ma lasciamo ir del popul l'interesse:

a' principi e moderni mi rivolto,

dove anco ingrato cor natura messe.

   Acomatto bascià, non dopo molto

ch'egli ebbe dato il regno a Baiasitte,

morì col laccio intorno al collo avvolto.

   Ha le parti di Puglia derelitte

Consalvo, e al suo re sospetto vive

in premio de le galliche sconfitte.

   Cerca del mondo tutte le sue rive;

troverai pochi principi esser grati,

se leggerai quel che di lor si scrive;

   e vedrai come e' mutator di stati

e donator di regni sempre mai

son con esilio o morte ristorati.

   Perché, quando uno stato mutar fai,

dubita chi tu hai principe fatto,

tu non gli tolga quel che dato gli hai;

   e non ti osserva poi fedepatto,

perché gli è più potente la paura

ch'egli ha di te, che l'obligo contratto.

   E tanto tempo questo timor dura,

quanto pena a veder tua stirpe spenta,

e di te e de' tuoi la sepoltura.

   Onde che spesso servendo si stenta

e poi del ben servir se ne riporta

misera vita e morte violenta.

   Dunque, non sendo Ingratitudo morta

ciascun fuggir le corti e' stati debbe;

che non c'è via che guidi l'uom più corta

   a pianger quel che volle, poi che l'ebbe.

 




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