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Pius PP. VII
Quum memoranda

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Contemporaneamente, gl’invasori – poiché vedevano nulli i loro tentatividecisero di attuare un’altra strategia nei Nostri confronti. Con persecuzione lenta, crudele ed estremamente molesta si proposero di debilitare la Nostra forza d’animo, che non erano riusciti ad abbattere col terrore improvviso. E così, da quel memorabile 2 febbraio, non passò praticamente giorno senza che a Noi, detenuti nel Nostro palazzo come in una prigione, non venisse inflitta qualche nuova molestia, o non fosse arrecato danno a questa Santa Sede. Tutti i soldati che utilizzavamo per mantenere l’ordine civile e la disciplina Ci furono sottratti e furono mescolati alle milizie francesi. Gli stessi custodi della Nostra persona, nobili e sceltissimi uomini, furono rinchiusi nel forte cittadino; dopo averveli trattenuti per più giorni, vennero dispersi. Alle porte ed ai luoghi più famosi della città vennero imposti presidii; la distribuzione della posta e tutte le tipografie – specialmente quelle della Camera Apostolica e della Congregazione di Propaganda Fide – furono sottoposte alla violenza ed all’arbitrio dei militari. A Noi fu inoltre tolta la libertà di divulgare il Nostro pensiero, a mezzo stampa od altrimenti; l’amministrazione pubblica e la giustizia vennero sconvolte ed impedite; i sudditi furono suggestionati con ogni subdola arte a costituire quelle milizie dette "guardie civiche", ribelli al legittimo principe; fra i sudditi stessi, quelli più facinorosi e malvagi vennero decorati con il distintivo del nastro tricolore francese e italiano, e da questo protetti come da uno scudo, qua e , impunemente, da soli o a gruppi, andavano girovagando, commettendo qualunque malvagità contro i ministri della Chiesa, contro il Governo, contro ogni persona per bene, a far ciò istigati o tollerati. Le effemeridi o – come vengono chiamati – i fogli periodici, sordi alle Nostre proteste, stampati a Roma e diffusi fra il popolo e all’estero, erano pieni di ingiurie, di motteggi e di calunnie contro la dignità e la potestà pontificie. Alcune Nostre dichiarazioni della massima importanza, firmate di Nostra mano o di mano del ministro per Nostra disposizione, erano state affisse nei luoghi consueti, ma furono strappate, lacerate e distrutte da uno stuolo di vilissime guardie, fra l’indignazione e la protesta di tutti i benpensanti. Giovani incauti ed altri cittadini furono invitati, blanditi e cooptati in adunanze sospette, severissimamente proibite dalle leggi sia civili sia ecclesiastiche, sotto pena di scomunica comminata dai Nostri predecessori Clemente XII e Benedetto XIV. Numerosi Nostri ministri ed ufficiali integerrimi, sia cittadini sia di provincia, a Noi fedelissimi, sono stati vessati, cacciati in carcere, deportati; con la violenza sono state compiute perquisizioni di carte e di scritti di ogni genere nelle segreterie pontificie, nelle documentazioni riservate dei magistrati e non s’è salvato nemmeno il gabinetto del Nostro primo ministro. Tre Nostri primi ministri e segretari di Stato, che fummo costretti ad avvicendare l’uno all’altro, furono portati via con la forza dal Nostro palazzo; infine, la maggior parte dei Cardinali di Santa Romana Chiesa, cioè i Nostri più vicini e più stretti collaboratori, furono strappati dal Nostro seno e dal Nostro fianco dalla soldataglia e deportati altrove. Queste, dunque, e molte altre iniquità, contrarie ad ogni diritto umano e divino, architettate dagli invasori e perpetrate sprezzantemente, sono troppo note al popolo perché convenga ancora dilungarsi nel raccontarle e spiegarle. Per non apparire in qualche modo d’accordo o conniventi, non omettemmo mai di dolerci di ogni accadimento con la fermezza e la durezza che competono al Nostro ufficio. In tal modo Noi, quasi spogliati dell’ornamento della dignità e del presidio dell’autorevolezza; privati di tutti gli strumenti necessari a compiere i Nostri doveri ed a corrispondere ai bisogni di tutte le Chiese, e da ultimo vessati, tormentati ed oppressi con ingiurie, molestie e terrori di ogni genere, ed impediti ogni giorno di più nell’esercizio di entrambi i Nostri poteri; grazie alla provvidenza di Dio ottimo e massimo, da Noi personalmente sperimentata, dobbiamo unicamente alla Nostra forza, alla prudenza dei ministri che Ci sono rimasti, alla fedeltà dei Nostri sudditi ed infine alla pietà dei fedeli se è sopravvissuta fin qua una parvenza di questi stessi poteri.




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