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Felice Cavallotti
Lettera agli onesti di tutti i partiti

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Seconda Parte

 

Ed è alla luce di questi precedenti dell’uomo in materia di attendibilità, di delicatezza, di onestà, di scrupolo, - soprattutto alla luce ditali criterj, sulla fede che meritano le smentite sue - che esamineremo quest’altro affar pulito della... decorazione a Cornelio Herz.

E poiché a me piace in tutto la esattezza e la precisione - e l’una e l’altra mi fanno tanto comodo quanto all’on. Crispi fanno paura - sarà bene che io richiami, innanzi tutto, in che termini l’accusa è stata formulata. Il noto filandro della Capitale, ai sette di gennaio dell’anno scorso, cioè poco prima di entrare al servizio di casa Crispi, l’aveva riassunta semplicemente così:

 

Nel 1890 si ebbe un Crispi famoso per la invenzione dell’oro straniero. Il quale però non impedì al cavalier Crispi di beccarsi le 50.000 lire di Reinach per far dare una decorazione al famigerato Cornelio Herz.

(Capitale del 7-8 gennaio 1894)

 

E qui il filandro era inesatto, come i domestici che origliano agli usci. Io che amo invece la esattezza, la accusa del Secolo la ho precisata così:

 

che il decreto per la decorazione Herz, fu, può dirsi, proprio l’ultimo dato a firmare alla Corona dal Crispi, dimissionario, rovesciato sette innanzi, il 31 gennaio, dal potere proprio dell’ultima udienza reale che ebbe, indelicatamente abusando dell’ufficio provvisorio coperto per la sola tutela dell’ordine e per il disbrigo degli affari correnti (due giorni dopo Di Rudinì entrava in carica); tanto perché l’ultimo suo atto fosse degno dei suoi quattro anni. di governo;

che per ottenere quel decreto dalla Corona, il Crispi le diede a intendere una menzogna, che fu presto a Parigi scoperta e, scoperta che fu, s’impose l’alta ragione di revocare il decreto; menzogna della quale è in mia mano un documento autografo con una firma che taglia la testa al toro;

che oltre quella menzogna, il Crispi, per contestar l’operato, ne invocò e ne fece invocare dai suoi giornali un’altra peggiore, pretestando un rapporto del general Menabrea, ambasciatore a Parigi, sui pretesi meriti scientifici dell’Herz; rapporto che infatti esiste, e di cui per ora è pietà il tacere, ma del quale il signor Crispi si è onestamente guardato dal far conoscere un periodo che fa onore alla sincerità del Menabrea e bastava a rendere la proposta decorazione impossibile;

che scoperto il brutto inganno, non solo il signor Crispi non lacerò egli il decreto colle sue mani, come fece dalla Riforma sfacciatamente asserire (e non potea neppur farlo, perché non era più ministro) ma per tutto quel mese di febbraio contrastò con la più cinica, con la più ostinata resistenza alle pratiche replicate fatte presso di lui per persuaderlo colle buone a non opporsi alla revoca del decreto, scendendo perfino alla indecenza (quando si vide colle spalle al muro, davanti alle scoperte venute da Parigi) di offrire uno cheque francese di 60.000 lire (!!!) a beneficio del magistero dell’ordine, purché sulla revoca non si insistesse;

che il signor Crispi non deve aver avuto nemmeno la delicatezza di avvertire il suo cliente, a cui si era affrettato a spedir copia del decreto, di avvertirlo, dico, in febbraio, dei nuovi ostacoli sorti; poiché il povero diavolo di Reinach, non vedendo il diploma originale arrivare mai, spediva con lettera del 24 marzo la somma imprudentemente confessata dalla Riforma quando già il decreto, mercé la fermezza del ministro Di Rudinì, era stracciato da una settimana;

che infine la ragion data di quella somma dal signor Crispi e dalla sua onesta Riforma, come pagamento di onorari d’avvocato di quattro anni addietro, è un’altra semplice e solenne e ridicola menzogna, e le 50.000 lire riguardano il signor Herz e nessun altri - come in sede opportuna dimostrerò.

 

Ora se io fossi meticoloso, dopo aver precisate le cose in questi termini, io avrei diritto di dichiarare che non ho altro, per ora, da aggiungere, poiché non è più a me che incombe di dare spiegazioni. [...]

 

Ma il signor Crispi non è da oggi che fa il sordo per l’affare Herz.

Nel 1893, quando le accuse apparvero e le bugie della Riforma furono subito schiacciate, la Tribuna e altri giornali fecero intendere al signor Crispi che l’opinione pubblica reclamava la soddisfazione di un giudizio.

Il signor Crispi non rifiatò; e confidò nel facile oblio che è, in Italia specialmente, il grande ajutatore dei disonesti scoperti.

Ma dopo quattro mesi che io gli vado rinfrescando la memoria, e sbattendo sul volto il suo reato, per quanti conoscono e sanno l’indole vendicativa del Crispi, per quanti sanno che, se egli avesse la lontana speranza di farmi condannare come diffamatore, egli assaporerebbe la voluttà degli Dei, non è più un mistero che se il Crispi vi rinunzia, è perché sa che da un pubblico giudizio n’uscirebbe stritolato.

Dopo tutto quello che dell’affare Herz fu già stampato, io potrei oggi dispensarmi da qualunque dimostrazione o abbandonare il signor Crispi al giudizio degli onesti: perché dal marzo 1893 il signor Crispi si è reso confesso doppiamente:

col fuggir dal processo;

col farsi cogliere in bugia. [...]

Perché, ripeto, questo signore, come tutti i disonesti audaci, fa il conto sull’oblio degli altri: e negando oggi l’affare Herz, si lusinga che nessuno si ricordi come egli, su questo preciso affare, fu già colto in flagrante di bugia, proprio colla mano nel sacco, fino dal marzo 1893, quando il turpe mercato venne in luce.

Non me ne ricordavo - e vi basti! - nemmen io. Assorto in quei giorni nella duplice lotta per l’elezione di Corteolona e il processo di Mantova, rammentavo confusamente che su quel fatto vi era stata una polemica da cui il Crispi era uscito male: ma questo dicembre, appena scopersi, come commissario dei Cinque, le concussioni del Crispi - per associazion naturale corsi subito col pensiero a quel ricordo - e iniziai quella stessa settimana le indagini che mi condussero alla certezza del fatto. E fra i documenti più preziosi dell’accusa tengo i numeri di quel tempo dell’organo intimo personale del signor Crispi, la Riforma, che è quanto dire le asserzioni del signor Crispi in persona, e la sua autodifesa di allora; il cui confronto colle sue difese d’adesso è quanto può immaginarsi insieme di divertente... e di schiacciante. È un guajo certamente pel signor Crispi che le sue difese del ‘93 ei non sia riuscito a farle sparire; ma è perciò appunto che nei processi si fanno a riprese e ad intervalli gli interrogatorii, che poi servono a cogliere l’imputato - tradito dalla memoria - in contrasto fra le bugie inventate prima e le bugie inventate poi. [...]

 

Fu nel dicembre 1892, che, scoppiato a Parigi lo scandalo delle rivelazioni sul Panama e su Cornelio Herz e avvenuta la tragica morte del banchiere Giacomo Reinach, si venne per la prima volta a sapere di relazioni passate fra Comelius Herz, l’inclito ricattatore, e Francesco Crispi.

 

La improvvisa relazione destò scandalo. Come? L’uomo che denunziava furibondo i radicali per le loro relazioni coi francesi, scoperto a trescare con quanto ha di più losco il mondo politico in Francia?!

Il Joumal di Parigi mandò subito un suo redattore dal Crispi, il quale si difese espressamente con una intervista, dal Journal pubblicata il 26 dicembre. (E precisamente quella tale intervista, in cui l’italianissimo signor Crispi, parlando della politica d’Italia e dei suoi uomini di Stato col giornalista francese, per uso di un giornale francese, chiamava l’ex presidente del Consiglio ce pauvre mr de Rudinì). Ecco il colloquio autorizzato dal Crispi:

 

«Or ora, Eccellenza, mi parlavate del Panama. Il vostro nome fu pronunciato a proposito di Cornelio Herz».

(Crispi): «Sì, lo so. Nel 1889 il signor Herz, del quale conoscevo il nome come scienziato (!!!), venne a ritrovarmi in Napoli. Feci delle difficoltà per riceverlo, ma infine lo ricevetti, ed egli mi disse: «Non vengo in nome di nessuno, sono io personalmente che ho preso l’iniziativa di presentarmi a voi per conoscere le vostre intenzioni riguardo alla Francia».

Risposi al sig. Herz che non avevo nulla da rispondergli, le mie opinioni essendo note. Il signor Herz mi disse: «Forse tornerò a vedervi in altre condizioni». E ciò fu tutto».

(Journal, 26 dicembre 1892)

 

Ce fût tout! E ciò fu tutto!!!

Ammiratelo ben bene e legatelo in oro questo magnifico: «e ciò fu tutto» detto da Crispi in dicembre 1892, due anni dopo la decorazione di Herz, due anni dopo... il resto che si vedrà!

Ma l’Opinione il giorno appresso, fra lo stupore universale, riportando quel «ciò fu tutto» aggiungeva:

 

Non tutto. Per quanto sappiamo, a Cornelio Herz era stato concesso il gran cordone dell’ordine Mauriziano, cordone che dopo la crisi del 31 gennaio, rimase sospeso.

 

[...]Ma mentre l’Opinione così inaspettatamente completava il pudico «e ciò fu tutto» del Crispi, ecco si viene a sapere che Cornelio Herz era stato a Carlsbad in rapporti cordialissimi colla moglie di Crispi. Crispi fa rispondere che difatti Herz aveva tentato avvicinar la sua signora, ma che era stato tenuto a distanza. Allora il Figaro manda un suo redattore a Londra da Cornelio Herz: il quale gli fa le seguenti dichiarazioni:

 

«Certo io non sono l’agente di nessuno. Ma, a un dato momento, quando la diplomazia francese non si era ancora orientata verso l’alleanza russa, io m’ero assunto di rompere la Triplice, distaccando l’Italia.

Mi recai in Italia e vi coltivai l’amicizia del Crispi: allo stesso scopo procurai di guadagnarmi le buone grazie di madama Crispi, alla quale mi feci presentare durante il suo soggiorno di Carlsbad.

Oh, io so bene che oggi delle interviste più o meno sincere cercano attenuare la natura de’ miei rapporti coll’ex primo ministro d’Italia: ma se il giurì d’onore che sollecito vuol prestarvisi, allora produrrò la corrispondenza del signor Crispi.

Quanto alla nobile signora sua compagna, poiché si è preteso che io mi ero presentato a lei come un intruso, ecco la lettera d’introduzione che il generale Menabrea mi aveva dato per lei.»

(Figaro, 20 gennaio 1893)

 

E qui viene la lettera del generale Menabrea, 12 agosto 1888, con cui presenta il dottor Cornelius Herz «all’intelligente e graziosa sposa dell’illustre primo ministro d’Italia» e lo descrive come creatore «dell’importante pubblicazione... La lumière électrique».

Cornelius Herz prosegue:

 

«Posso mostrarvi altre lettere del Generale Menabrea. Avevo preso presso di me come impiegato il figlio di esso generale. Gli avevo assegnato uno stipendio di mille lire al mese... Non avevo nulla trascurato per cattivarmi le buone grazie di questo ambasciatore...»

 

E sopprimo il resto.

Ma purtroppo seguono qui, nel loro testo, tre lettere del generale ambasciatore Menabrea, del 20, 26 febbraio 1886 e del 24 ottobre 1888 di cui basta - e ahimè, ne avanza! - la prima, per quello che vedremo poi.

 

Parigi, 26 febbraio 1886

Caro dottore,

sono stato oggi a cercarvi al vostro ufficio: non avendovi incontrato, vengo a prevenirvi che mio figlio, avendo compiuto tutti i lavori che gli avete affidato per Roma, e non avendo ricevuto avviso contrario, mi ha telegrafato che disponevasi a ritornare a Parigi per mettersi a vostra disposizione.

Tutto vostro affezionato.

L.F. Menabrea

 

Teniamone nota e torniamo a Crispi.

 

Il «ciò fu tutto», come vedesi, seguitava a crescere a vista d’occhio: era già diventato un’amicizia con carteggio.

La Tribuna di Roma, impressionata, mandò a chiedere al Crispi, nel di lui interesse, una intervista. Stavolta il «ciò fu tutto» egli si guardò dal ripeterlo. Nell’intervista riportata dalla Tribuna, che dice averla riprodotta «con esattezza fonografica», il colloquio breve e quasi sgarbato, concesso con difficoltà, di cui Crispi aveva parlato nell’intervista anteriore, stavolta, meno male, diventa un colloquio lungo, espansivo: poi Crispi si degna di ammettere anche il carteggio, ed aggiunge:

 

«Rividi l’Herz a Ginevra nel 1891. Alloggiava all’Hotel de la Paix. Herz vide il mio nome tra i forestieri, venne a trovarmi, e pranzammo insieme; non si parlò che di politica sul solito tema... »

 

Un colloquio nuovo che salta fuori, e delle vacanze estive del’91; prendiamone nota: ci avverrà di ricordarlo.

E proseguiamo l’intervista:

 

«Il signor Herz voleva decisarnente staccare l’Italia dalla Triplice

(Crispi). «Il signor Herz parlava come tutti i francesi, i quali sono sempre ed avanti tutto patrioti». (Oh, che tenerezza!)

«Dell’alta onorificenza italiana che Ella avrebbe voluto dare al signor Herz la storia vera qual è?»

(Crispi). «Ecco, una onorificenza per Herz mi fu chiesta nella sua qualità di scienziato di vaglia».

«Da chi?»

(Crispi). «Mi permetta, caro signore, di non soddisfare la sua curiosità. Ogni designazione di persona potrebbe influire in questo momento ad accrescere le correnti di sospetto o determinarne; ed io credo dovere di galantuomo di non contribuirvi in alcun modo».

«Menabrea forse»

(Crispi). «No».

 

Il nome che Crispi si rifiutava di svelare - e adesso si capisce il perché - era quello... del banchiere affarista Giacomo Reinach. Decisamente era un nome che al signor Crispi scottava in quel momento il pronunciare.

Ma ridiamogli la parola:

 

«Avuta la domanda (prosegue il Crispi) feci prendere le informazioni d’uso. L’Herz mi fu dipinto come valoroso patriota che aveva fatto splendidamente il suo dovere durante la guerra del 1870-’71, come scienziato d’indiscutibile valore. Però per ragioni che è inutile ricordare, io (e lon. Crispi accentuò questo monosillabo intenzionalmente ripetuto) io non diedi corso alla pratica, sicché il mio successore (Di Rudinì) non ha dovuto l’otto febbraio sospendere un bel nulla.»

 

Tante parole, tante menzogne, come più avanti vedremo.

Ma se era una cosa onesta e lecita, domando io, perché prima nasconderla e poi mentire in quel modo nel confessarla?

 

E qui mi fermo un momento per dar la parola... al Corriere della Sera di quell’epoca, giustamente scandalizzato ( aprile 1893):

 

Chi era Herz? Aveva un nome eguale a quelli di Pasteur, di Virchow, di Koch, di Edison, di Berthelot? Niente affatto. L’ambasciatore Menabrea, nella lettera di presentazione alla signora Crispi, enumerava i suoi meriti scientifici, chiamandolo il fondatore dell’importante pubblicazione... La lumière électrique!

E per quest’uomo (aggiungiamo pure per questo bel tipo morale di affarista ciarlatano) un ministro italiano propone nientemeno che il gran cordone dell’ordine Mauriziano, la più alta onorificenza cavalleresca italiana che non è stata data a nessuno degli scienziati di fama mondiale che abbiam nominati (e che è negata, aggiungo io, a tanti nostri generali e colonnelli incanutiti sui campi!)

Ed a richiesta di chi vien fatto questo atto straordinario? Chi garantisce i meriti eccezionali del signor Herz? Uno scienziato più famoso ancora? No, un banchiere, un affarista, il signor Reinach!

Il Crispi, ben vero, aggiunge che gli era stato dipinto «come un valoroso patriota che aveva fatto splendidamente (!) il dover suo nella guerra del 1870-’71».

 

E questa, se anche non fosse stata bugia, era un’altra ragione non meno stramba per dargli il gran cordone Mauriziano - tanto più che Herz, a quanto pare, non è francese, ma cittadino americano.

Insomma, da qualunque parte guardata e riguardata, la scoperta di questo gran cordone al preteso scienziato affarista Herz era e restava per tutti, in quel principio del ‘93, un enigma strabiliante, inesplicabile!

 

Ma, al 17 di marzo di quell’anno ‘93, venne a piovere sull’enigma una luce improvvisa.

Il signor Imbert, liquidatore giudiziario della successione dei banchiere Giacomo Reinach, suicidatosi, come vedemmo, in seguito alle rivelazioni sul Panama e alla sua rovina morale e materiale, era venuto a sapere che alla vigilia della sua morte, il suicida aveva affidato ad un amico, il signor Carpentier, una busta contenente carte, da consegnarsi al di lui fratello, Oscar di Reinach-Cessac.

Dietro invito del signor Imbert, Oscar Reinach si presentò infatti nello studio del medesimo, dove fece la consegna del piego ad esso liquidatore, in presenza del giudice di pace, assistito dal suo cancelliere, e dal signor Perard, notaio. Il piego non era suggellato: perciò il liquidatore si oppose che venisse esaminato, se non alla presenza della Commissione parlamentare d’inchiesta intorno agli affari del Panama.

La Commissione d’inchiesta, avvertitane, delegò un de’ suoi membri, il deputato Depuy-Dutemps, ad assistere all’esame.

E questo ebbe luogo nel pomeriggio di venerdì diciassette marzo, alla presenza di tutte le dette persone. Prima di essere consegnate in piego aperto al signor Imbert tutte queste carte erano state copiate. Alla lettura delle medesime, fatta nello studio Imbert, apparvero le prove di un ricatto mostruoso, da cui venne la rovina e pare anche il suicidio di Reinach.

 

Il suicida aveva consegnato nel piego la indicazione e i documenti di tutte le somme che il ricattatore e già suo socio d’affari, Cornelio Herz, colla continua minaccia di deferirlo ai tribunali, aveva costretto il Reinach a pagargli nelle sue mani o a pagare a terzi per conto suo.

Il primo documento del piego ne formava il riassunto; e consisteva in un foglio recante la copia, o a dir meglio, il duplicato tutto di pugno del suicida, di una nota od elenco, diretto da lui, Reinach, ad Herz, e precisante l’ammontare delle somme versategli in seguito ai diversi ricatti.

In questo documento autografo che vedremo più sotto, e che fu, nel suo testo comunicato e pubblicato dal Journal des Débats, dal Temps, dal Rappel e da altri giornali, apparì il nome di Crispi per 50.000 lire, e annesse nel piego erano le lettere scambiate fra Crispi e Reinach, che a questa cifra si riferivano.

Il Journal des Débats pubblicava tosto nel suo numero successivo del 18 marzo, facendone una scelta, il testo preciso di molti dei documenti del piego, telegrammi e lettere Herz-Reinach, beninteso di quelli soli che riguardavano il Panama e che avevano interesse per il pubblico francese. Ne usciva, in tutta la sua laidezza, la mostruosa figura morale dell’Herz. Quelli dell’affare Crispi, siccome non riguardanti cose francesi, il Débats li tralasciò e si limitò ad accennare che riferivansi «al conferimento fatto dal governo italiano a C. Herz del gran cordone dei santi Maurizio e Lazzaro. Era il signor Reinach che avendo fatto ottenere al suo terribile associato questo gran cordone, fu poi obbligato di pagare 50.000 franchi per... spese di cancelleria. Ecco intanto il prospetto del signor Reinach... ecc.»

 

Appena giunta in Italia questa scoperta sbalorditiva, il signor Crispi, per parare il colpo, fece spedire dalla compiacente Stefani un telegram­ma circolare a tutti i giornali del seguente tenore:

 

Il Rappel di Parigi afferma che fra le carte del barone di Reinach il nome dell’onorevole Crispi figurerebbe per 50.000 lire.

L’on. Crispi è stato avvocato delle case Reinach di Parigi e di Francoforte, pei loro interessi in Italia, dal 1866 fino all’epoca in cui assunse il potere.

Nel febbraio 1891 il signor Jacques di Reinach pregò l’onorevole Crispi di riprendere il suo ufficio e liquidò con lui gli onorari dovutigli fino al 1887 (!!!)

L’on. Crispi è ancor oggi avvocato del barone Luciano de Reinach, figlio del defunto il quale ha proprietà immobiliari in Italia.

 

Della decorazione Herz neanche una sillaba!

Tanto valeva non commettere lo sbaglio di confessare il pagamento! Ma per corroborare la smentita, Francesco Crispi si fece intervistare dal suo uomo di fiducia, Alfredo Comandini, il quale telegrafò al Corriere della sera in questi termini:

 

Appena conosciute le notizie del Rappel sui pretesi rapporti di Crispi col Reinach, interrogai l’on. Crispi. Mi disse: «Ho già fatto precisare dalla Stefani come stanno le cose. Fui avvocato dei Reinach di Parigi e di Francoforte dal 1866 al 1877. Andato ministro, chiusi lo studio sul serio, ermeticamente, non da burla, come hanno fatto altri. Ma tornato nel febbraio 1891 alla vita privata, Reinach mi mandò a chiedere se avrei ripreso il patrocinio dei suoi affari e risposi in modo affermativo. Allora fu che Reinach mi liquidò egli stesso i conti delle mie prestazioni passate, ed egli personalmente mi pagò con un vaglia del Banco di Napoli. La clientela del Reinach la ebbi per mezzo dei fratelli Weill-Schott coi quali sono anche in rapporto per ragioni professionali. Anche oggi sono avvocato del barone Luciano di Reinach, ufficiale dell’esercito francese, figlio del defunto che ha beni in Italia. Questo è tutto».

 

Ancora da capo il «questo è tutto»!

 

Ma no che neppure adesso non era tutto! perché proprio in quel mentre l’Italia Reale di Torino del 19 marzo usciva con uno schiacciante riassunto di parecchie delle circostanze emerse dalle lettere Crispi-Reinach incluse nel piego. Annunziava cioè l’Italia Reale, in una lettera da Parigi, colla sigla Y.C.: Dai documenti comunicati venerdì dal signor liquidatore Imbert al signor Dupuy Dutemps risulta:

 

che il barone Giacomo Reinach, il 19 gennaio ‘91 aveva pregato il suo amministratore a Roma cav. Filippo Palomba, capo sezione al ministero di grazia e giustizia, di adoprarsi a che venisse accordato il gran cordone a Cornelius Herz;

che il Palomba rispose promettendo che avrebbe mandato il fratel suo, avvocato Palomba, dal ministro Miceli;

che con lettera successiva il Palomba dichiarava esser meglio dirigersi direttamente a Crispi; e che da qui cominciava il carteggio con Crispi, con una lettera di Reinach, scongiurantelo a ottenergli per la sua quiete morale e materiale, la decorazione in parola.

 

Infine l’Italia Reale pubblicava un estratto della lettera Reinach, accompagnante il 24 marzo 50.000 franchi a Crispi, nonché la lettera di Crispi accusantene ricevuta.

 

Ecco giunto finalmente, non è vero?, il momento pel signor Crispi e per la sua Riforma di difendersi! Eccolo giunto il momento di dare una risposta stritolante, di quelle che e sa dare ogni galantuomo, quando si trova faccia faccia colla calunnia!

La Riforma - cioè Crispi - (nel n. 82 del 22-23 marzo 1893) risponde che «tutto questo è una vile menzogna come tutti possono scorgere a prima vista, confrontando i pretesi fatti e le pretese lettere con le date».

E per prova che tutto questo è una vile menzogna, la Riforma..., confuta le date? ohibò; confuta le lettere? ohibò! Per tutta prova la Riforma - cioè Crispi - oppone questo argomento unico, schiacciante: «E fatto accertato e notorio che fu l’onorevole Crispi stesso a non dar corso al decreto per la decorazione di Herz».

È chiaro?

Per essere più chiaro ancora, il Crispi in persona, al Comandini ripete formalmente e conferma che «il decreto fu lacerato da lui Crispi, mentre era ancora ministro dimissionario».

Ebbene, quest’unico schiacciante argomento, scelto fra tutti, per prima e sola risposta, questo fatto accertato e notorio era - come oggi tutti sappiamo essere cosa notoria e accertata, - era una solenne, sfacciata menzogna.

E siccome di ciò la prova limpida, irrefragabile il lettore la troverà più avanti, qui domando ad ogni magistrato, ad ogni onestuomo, se avrei o non avrei il diritto di limitarmi a questa prova unica - e convinto il signor Crispi di avere mentito anche qui - come già aveva mentito (e s’è visto) nelle interviste antecedenti - dispensarmi, pel giudizio, da ogni indagine ulteriore - come se ne dispensa il pretore che coglie in falso il ladruncolo alla sua prima risposta.

 

Ma ho promesso di abbondare sino allo scrupolo e, siccome le menzogne abbondano, la promessa manteniamola.

E fermiamoci alla confessione preziosa, strappata coi denti, del ricevimento delle 50.000 lire (oro vero francese), per ammirare la spiegazione bugiarda che il signor Crispi ha tentato di darne.

Evidentemente il signor Crispi qui è stato di una inabilità affatto unica, come accade a coloro che si impigliano nelle proprie bugie. Se la scoperta del piego Reinach e l’impressione che destò non lo avessero colto alla sprovvista, mai egli si sarebbe lasciata, nel primo sbalordi mento, sfuggire la confessione che il pagamento esisteva, perché avrebbe capito che la spiegazione non reggeva all’esame, ed era provata bugiarda.

Una volta appigliatosi al disperato partito di chiamar tutto menzogna, meglio valeva negar il pagamento, che inventare la bubbola degli onorari di Reinach... arretrati del 1887!

Lasciamo andare che non vi è un cane in Italia, a cui far credere che Francesco Crispi del quale le consuetudini avvocatesche e i bisogni continui, sitibondi di danaro, sono noti, attendesse fino al marzo 1891 per farsi liquidare da Reinach le sue competenze... del 1887.

Lasciamo andare che da tutti i conti dell’amministrazione Reinach risulta escluso il più piccolo debito, la più piccola pendenza aperta con Crispi per onorari vecchi di causa dovutigli.

Che era ed è notorio a Parigi e in Francia e in Italia e dovunque, che il banchiere Giacomo Reinach non era l’uomo da far sospirare quattro anni e mezzo ai suoi avvocati gli onorari; anzi era splendido in queste cose; che il signor Crispi non ha mai saputo dire quali furono queste cause, e nel 1887 qui in Roma di cause civili del Reinach se ne trova una sola, e, neanche a farlo apposta il Crispi! - come avvocato non figura in essa un cavolo, o meglio, può dirsi, vi figurava in senso precisamente inverso; poiché è una causa risoluta per sentenza arbitrale degli arbitri commendatore Capone, già presidente d’appello, comm. Caccia, direttore della Corte dei Conti, e senatore Augusto Pierantoni, a favore di Reinach contro il suo avversario... il sig. Pinelli, intimo e alter ego di Crispi (oggi suo capo di gabinetto), condannato dagli arbitri a rigurgitare e restituire al Reinach molte migliaia di lire onestamente tenutesi; ma dopo tutto questo, abbiamo anche la prova precisa, palmare, che le 50.000 lire - su cui non è più questione, perché dal Crispi confessate - si riferivano ad Herz - ossia alla sua decorazione e a nessun’altri e a nient’altro. [...]

 

Il signor Crispi, il quale non ha maggior rispetto dei morti che dei vivi, non pensa che vi è un’ora terribile e sacra in cui l’uomo ha diritto di esse­re creduto: ed è quella in cui, faccia a faccia colla morte, spontaneamente cercata, l’uomo dice addio alla terra e rivela il segreto che gli stava sull’anima. In quell’ora anche un banchiere che preferisce la morte al disonore, ha più diritto certamente a esser creduto di un uomo politico che ha nel suo passivo documenti falsi e testimonianze false!

E il barone Giacomo di Reinach, di cui Francesco Crispi afferma e si onora di essere stato l’avvocato, come di esserlo tuttora del figlio suo, il barone di Reinach, avrebbe la vigilia della sua morte inventato contro il suo avvocato difensore la perfidia infernale di distrarre dalle centinaia di migliaia di lire da lui spese in cause, proprio queste sole 50.000 lire, per farle comparire, esse sole, di compendio di uno affaraccio per Herz, e di un ricatto anziché di onesti onorari; e ciò per il solo gusto di infamare il suo proprio avvocato nell’andarsene all’altro mondo! E Francesco Crispi, calunniato a quel modo come avvocato del padre, avrebbe voluto esserlo ancora del figlio!

Eh via, rispettiamo i morti, e la testimonianza suprema di chi sta in faccia alla morte.

La parola è al suicida - a Giacomo di Reinach.

Il foglio grande autografo, da lui scritto la vigilia della morte, (duplicato della nota mandata ad Herz), annesso come indice agli altri documenti, letto il 17 marzo nello studio del liquidatore Imbert, alla presenza dello stesso fratello del defunto, del deputato dell’inchiesta Dupuy-Dutemps, del notaio Perard, del giudice di pace e del suo cancelliere - consegnato quel stesso alla pubblicità nel suo testo autentico integrale, su cui non è più questione, e depositato presso il magistrato - reca in testa di tutto pugno del suicida, come tutto il rimanente, questa scritta: Somme consegnate da me a Herz in conseguenza del suo ricatto.

Vale a dire, che le cifre di questo elenco riguardano unicamente Cornelius Herz. È chiaro? Ecco il documento autografo nella sua integrità.

Sommes rémises par moi à Herz par suite de son chantage.

 

Vos billets  ……………………………………………………………………….

fr.

3,039,000

Schwob ….……………………………………………………………………….

»

319,000

Donon ……………………………………………………………………………

»

150,000

Venise ……………………………………………………………………………

»

5,000

Francfort …………………………………………………………………………

»

30,000

John Reinach …………………………………………………………………….

»

240,000

Chabert …………………………………………………………………………..

»

150,000

Versements à vous ……………………………………………………………….

»

670,000

Chèques …………………………………………………………………………..

»

2,765,475

id.  ………………………………………………………………………………..

»

150,000

id. ………………………………………………………………………………...

»

23,700

Panama  …………………………………………………………………………..

»

1,250,000

Chez Rotschild  …………………………………………………………………..

»

250,000

300 actions electricité  …………………………………………………………...

»

150,000

Le 30 décembre 1890  ……………………………………………………………

»

775,000

Le 1 févriér 1891  ………………………………………………………………..

»

30,000

Le 9 févriér l89l  …………………………………………………………………

»

30,000

Le 26 févriérl89l  ……..………………………………………………………….

»

75,000

Le 12 mars (Nice) ………...……………………………………………………...

»

15,000

Le 24 mars 1891 (Crispi) ………………………………………………………...

»

50,000

Le 3 avril 1891 (par Chabert) ………………………………………………..…..

»

135,000

Le 6 juin 1891 (par Chabert) …………………………………...………………..

»

50,000

Le 9 juin 1891 (envoi a Berlin) …...……………………………………………...

»

50,000

Le 2 juillet 1891 (envoi a Francfort) ……………………………………………..

»

253,000

Le 1 octobre 1891  ……………………………………………………………….

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350,000

Le 20 décembre 1891 (Londres) …………………………………………………

»

50,000

Le 1 juillet - 1 septembre 1892  ………………………………………………….

»

125,000

 

Fr.

11,190,175

 

E fra tanti documenti che la Riforma pubblicò, questo si è ben guardata dal pubblicarlo!

E contro questo documento, contro la dichiarazione solenne del morto, che esso reca in fronte, il signor Crispi ha il coraggio di venirci ancora a parlare... di onorari!

Mettiamoci in conto quest’altra menzogna e andiamo avanti.

C’è ancora bisogno di aggiungere che i documenti del piego giustificanti le cifre specificate dal suicida in quel foglio-indice, si riferivano ad esse e non ad altro? Che il suicida non poteva, né aveva nessuna ragion di commettere verso il suo avvocato e difensore da tanti anni, e col quale risulta, dalle stesse difese del Crispi, esser stato fino all’ultimo in rapporti eccellenti - di commettere, dico, quest’altra infamia diabolica di includere nel piego, inteso a dimostrare il ricatto di Herz, e intestato come tale, le lettere scambiate con Crispi sui terreni di Prato di Castello o su altre sue cause civili?

 

Or mentre la Riforma smaniava a chiamar turpe menzogna la scoperta avvenuta nello studio Imbert, e il signor Crispi, ridotto a confessare le 50.000, inventava la scappatoia degli onorari, ecco cascare addosso all’uno e all’altra un’altra rivelazione di Y, il corrispondente dell’Italia Reale. Y (sigla del signor E.B. che alla cortesia di un famigliare di Reinach doveva di aver potuto vedere e trascrivere i documenti del piego - e perciò poté accennare anche al colore ed al sesto dei foglietti gialli) scriveva da Parigi all’Italia Reale:

La notizia trasmessavi è grave, ma rigorosamente esatta.

Parte dei documenti mi fu posta sotto gli occhi. Il telegramma di Crispi: «Venite qui appena potrete» e la letterina di ricevuta li ho avuti in mano. La frase «da noi» la lessi, alla sfuggita, in una lettera che cominciava: «Non so come facciate voi repubblicani; ma da noi monarchici le cose vanno più adagio».

 

E che Y fosse ne’ suoi ragguagli esattissimo, ne dié prova la Riforma di pochi giorni dopo, del 29, pubblicando, costretta, la lettera del 25 luglio ‘90 sui repubblicani e monarchici, che comincia precisamente in quel senso!

 

Contemporaneamente, a Parigi, il Journal des Débats che aveva da fonte diretta avuto e pubblicato il testo dei documenti del piego riferentesi al Panama, pubblicava nel numero del 24 marzo sera anche il testo, tradotto in francese, della famosa lettera del 24 marzo, accompagnante l’invio delle 50.000.

Il testo era il seguente:

 

Caro Crispi,

eccovi le 50.000 lire di cui farete l’uso convenuto.

Insisto di nuovo presso di voi che vorrete finire questa faccenda al più presto, perché ne ho bisogno assolutamente per i miei affari. Se fosse necessario, farei un nuovo viaggio, se me lo domandaste.

Vogliate spedirmi una ricevuta per mia quiete.

Credetemi con stima ed affezione

Vostro Giacomo Reinach

 

E la ricevuta di cui è qui cenno, era stata già pubblicata dallItalia in questi precisi termini:

 

Caro Jacques,

ho ricevuto la fav. v. col noto documento.

Mi metto subito all’opera e spero che riusciremo presto.

Credetemi vostro

Crispi

 

Or rilevando la frase della lettera Reinach «di cui farete l’uso convenuto» il grave Débats metteva già a posto la storiella allegra degli onorarii, con questa semplice osservazione di buon senso:

 «Dunque il danaro sarebbe stato versato, non in vista di risultato ottenuto, ma in vista di un risultato a ottenere... »

 

La pubblicazione del Débats della lettera Reinach (già data, in sunto fedele, dallItalia Reale cinque giorni prima) fu un fulmine per la povera Riforma. Aveva strillato che i documenti dellItalia erano una turpe menzogna clericale, che erano «documenti immaginari falsi o travisati» (Riforma 26 marzo); e ahimè, come fare a ripeterlo per il grave serissimo Débats, che avendo pubblicato sei innanzi, il 18, il testo riconosciuto esattissimo degli altri documenti del piego, aveva benevolmente omesso quelli di Crispi, e non potea credersi che, pubblicandone ora uno, commettesse per lui solo la eccezione di inventarlo?

Di questa lettera l’Italia Reale quello stesso giorno rivelava esistere la ricevuta dell’ufficio postale di Parigi, così come il Figaro il mese scorso la pubblicò col fac-simile autentico sott’occhio.

La bugia di Crispi nell’intervista Comandini (vedi sopra) di avere avute cioè le 50.000 personalmente dal Reinach in Roma ne restava letteralmente stritolata. Difatti, per confessione della Riforma, (numero 29 marzo ‘93) il Reinach era stato a Roma il 5 marzo, e il Reinach accenna appunto a quel viaggio nel dichiararsi pronto a farne un altro, mentre invia le 50.000 lire il 24, data su cui non rimane dubbio, perché il prospetto del suicida, documento acquisito, la certifica.

 

La Riforma (così prodiga di documenti!) questa volta non solo si guardò pudicamente dal riprodurre la lettera Reinach, pubblicata dal Débats, ma nel dispetto di esser messa al muro, non potendo adesso più attaccare la lettera... attaccò il morto che l’aveva scritta!

State attenti e divertitevi.

Ai 19 di marzo (Riforma n. 78, dispaccio alla Stefani, intervista Crispi-Comandini, tutto è bugia e Reinach è un cliente di cui Crispi vanta la clientela; ai 22 di marzo (Riforma n. 82) tutto è vile menzogna «e tutte le lettere sono lettere pretese... »; ma ai 28 marzo (Riforma n. 88), uscita la lettera del Débats, l’organo dell’avvocato di Reinach accusa il povero morto di aver ricorso a «un artifizio per dissimulare le sue appropriazioni» (già! in una nota di undici milioni e 200.000 gli occorrevano proprio, per dissimularle, quelle misere cinquantamila!!!); e loiolescamente insinua che un tale artifizio «spiegherebbe - se esiste - la lettera che fu ripro­dotta dal Journal des Débats! »

Vi raccomando la bellezza di quel tardivo...: Se esiste!

Povero Reinach! Che cosa ti valse essere stato cliente di Crispi per tanti anni! Che cosa ti valse l’avergli liquidato onorari da principe! e conservato la clientela nel figlio? Ecco, appena morendo una tua riga lo disturba, il tuo difensore ti denunzia calunniatore e ladro, e sputa sulla tua tomba.

Ma ahimè! dopo insultato il morto, siccome intanto la sua lettera rimane, la povera Riforma si prova a confutarlo. Meno male! Vediamo la confutazione.

E sapete in che consiste? Nel puro e semplice telegramma di Crispi del 18 marzo alla Stefani che inventava la frottola degli onorari antichi!

E oggi; dopo altri due anni! la povera Riforma è rimasta ancora ! e nel suo numero del giugno corrente, per difendersi e smentirmi, ricorre da capo... al telegramma della Stefani... ma la lettera del 24 marzo, di Reinach a Crispi, che accompagnava le 50.000, meno male, adesso non è più una bugia! adesso non la si nega più! Al contrario, adesso è lei, la Riforma, che la invoca, per dimostrare che recando essa la data del 24 marzo... «è posteriore all’uscita di Crispi dal governo» e che in essa «non parlavasi di onorificenza per Herz», ma si diceva soltanto «Spero che vi metterete subito all’opera». (Riforma giugno 1895). Quale opera, di grazia, Riforma cara? Se non hai altra difesa, povera Riforma, la tua causa è perduta!

 

Che la lettera Reinach del 24 marzo accompagnante le 50.000 (e son teco d’accordo, o povera Riforma!, che era posteriore di due mesi e mezzo all’