Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText
Fernando Colombo
Historie

IntraText CT - Lettura del testo

  • 2 - Chi fossero il padre e la madre dell'ammiraglio, e le qualità loro; e la falsa relazione che un certo Giustiniano fa dell'esercizio suo, prima che acquistasse il titolo d'ammiraglio.
Precedente - Successivo

Clicca qui per attivare i link alle concordanze

2 - Chi fossero il padre e la madre dell'ammiraglio, e le qualità loro; e la falsa relazione che un certo Giustiniano fa dell'esercizio suo, prima che acquistasse il titolo d'ammiraglio.

 

Lasciando ora l'etimologia, o derivazione e significato del nome dell'Ammiraglio, e ritornando alle qualità e persone dei suoi genitori, dico che, quantunque essi fossero buoni in virtù, essendo per cagione delle guerre e parzialità della Lombardia ridotti a bisogno e povertà, non trovo come vivessero e abitassero, avvenga che lo stesso Ammiraglio in una lettera dica che il suo traffico e dei suoi maggiori fu sempre per mare. Di che per meglio certificarmi, passando io per Cugureo [Cogoleto], procurai di avere informazioni di due fratelli Colombi, che erano i più ricchi di quel castello, e si diceva ch'erano alquanto suoi parenti: ma, perché il men vecchio passava i cento anni, non seppero darmi notizia di ciò. Né credo che per questa cagione ritorna minor gloria a noi, che dal sangue suo procediamo, perché io ho per meglio che tutta la gloria a noi venga dalla persona di lui che andar cercando se fu mercatante suo padre, o se andava alla caccia con falconi, poiché di cotali mille furono sempre in ogni luogo la cui memoria al terzo giorno fra i suoi stessi vicini e parenti fece corso e perì senza che si sappia se furono vivi. E però io stimo che men possa illustrarmi la chiarezza e nobiltà loro della gloria che mi viene da un così fatto padre. E poiché per i suoi chiari fatti egli non ebbe bisogno delle ricchezze dei suoi predecessori (le quali, siccome anche la povertà, non sono ruote della virtù, ma della fortuna), almeno per cotal suo nome e valore doveva essere nel trattar della sua professione levato dagli scrittori fuor dei meccanici e di coloro che esercitano arti manuali.

Il che però volendo alcuno affermare, fondato sopra quel che scrive un certo Agostino Giustiniano in una sua cronaca, dico ch'io non mi porrò altrimenti a negar ciò, chiedendo termine o modo per provare con testimoni il contrario, poiché, siccome per chiarezza e verificazione d'una cosa che oramai non è in memoria degli uomini, non fa fede né è evangelo quello che il Giustiniano ne scrive, così non farebbe fede che io dicessi aver da mille inteso il contrario. Né voglio mostrare la sua falsità con le storie degli altri che di don Cristoforo hanno scritto, ma con le scritture e col testimonio di questo medesimo autore, in cui si verifica quel proverbio che dice: Mendacem oportet esse memorem, cioè che il bugiardo deve aver memoria, perché s'egli ne è privo, contraddirà a quel che avanti disse e affermò, siccome il Giustiniano fece in questo caso dicendo in una sua comparazione delle quattro lingue sopra il Salterio in quel verso, In omnem terram exivit sonus eorum, cosiffatte parole: «Questo Cristoforo Colombo, avendo nei suoi teneri anni imparati i principii delle lettere, poiché fu in età adulta si diede all'arte del navigare, e se n'andò in Lisbona in Portogallo, dove imparò la cosmografia, e gli fu insegnata da un suo fratello, che quivi faceva carte da navigare; con la qual cosa, e con quel che ragionava con quelli che andavano a san Giorgio della Mina di Portogallo in Africa, e con quel che egli aveva letto nei cosmografi, si pensò di potere andare a queste terre che egli scoprì».

Per le quali parole manifesta cosa è ch'egli non esercitò arte meccanica o manuale, poiché dice che impiegò la puerizia in imparar lettere, e la gioventù nella navigatoria e cosmografia e la sua maggiore età in scoprimenti. Di modo che lo stesso Giustiniano si convince di falso storico e si fa conoscere per inconsiderato, o parziale, o maligno conterraneo perché, parlando egli di una segnalata persona, e che apportò tanto onore alla patria, di cui lo stesso Giustiniano si fece cronista e scrittore delle sue storie, ancorché i padri dell'Ammiraglio fossero stati persone vili era più onesto che egli parlasse della sua origine con quelle parole, che altri autori in tal caso usano, dicendo Humili loco, seu a parentibus pauperrimis ortus, che metter parole ingiuriose, come in detto Salterio egli mise, riportandole poi nella sua cronaca con chiamarlo falsamente meccanico: che, se anche non si fosse contraddetto, la ragione stessa manifestava che un uomo il quale in alcun'arte manuale e mestiere fosse occupato, aveva da nascere e invecchiarsi in quello per impararlo perfettamente e che non sarebbe egli andato errando dalla sua gioventù per tante terre, come altresì non avrebbe appreso tante lettere né tanta scienza quanta le sue opere mostrano che egli ebbe, specialmente nelle quattro più principali scienze che si ricercano per fare quel che egli fece: che sono astrologia, cosmografia, geometria e navigatoria. Ma non è da maravigliarsi che il Giustiniano in questo caso, che è occulto, ardisca a non dire il vero, poiché nelle cose molto chiare del suo scoprimento e navigazione in mezzo foglio di carta, che in detto Salterio scrisse, mise più di dodici bugie, le quali io toccherò con brevità, non distendendomi in dargli risposta per non interrompere il filo della storia, poiché per il corso di essa e per quello che di ciò altri scrivono si comproverà la falsità di quel che egli disse.

La prima adunque è, che l'Ammiraglio andò a Lisbona ad imparare la cosmografia da un suo fratello che quivi aveva: il che è il contrario, perché egli abitava in quella città avanti, ed insegnò al fratello quel che quegli seppe.

La seconda falsità è, che come prima egli venne in Castiglia, accettarono i cattolici re Ferdinando e Isabella la sua proposta; [ben è vero, in contrario, che questi principi accettarono la sua proposta solo] dopo sette anni che fu loro fatta da lui, fuggendola tutti.

La terza falsità è, che egli andò a scoprire con due navigli, il che non è vero, perché furono tre caravelle quelle che egli menò.

La quarta, che la prima isola da lui scoperta fu la Spagnola: e nondimeno fu Guanahaní, la quale l'Ammiraglio chiamò San Salvatore.

La quinta falsità è, che la stessa isola Spagnola era di cannibali, uomini che mangiano carne umana: e il vero è che gli abitatori furono da lui trovati la miglior gente e la più civile che in quelle parti si trovi.

La sesta falsità è, ch'egli prese combattendo la prima canoa, o barca degli Indiani, che vide; e in contrario si trova ch'egli in quel primo viaggio non ebbe guerra con alcun Indiano: anzi fu con loro in pace e in amicizia fino al giorno della sua partita dalla Spagnola.

La settima falsità è, che egli ritornò per le isole Canarie: il qual viaggio non è proprio del ritorno di questi navigli.

L'ottava cosa falsa è, che da quell'isola spedì un messo ai serenissimi re sopraddetti: e pure è vero ch'egli (come s'è già detto) non si accostò prima a questa, e fu egli medesimo il messo.

La nona cosa falsamente scritta è, che nel secondo viaggio egli ritornò con dodici navi: ed è chiaro che furono diciassette.

La decima bugia, è ch'egli giunse alla Spagnola in venti dì: il quale spazio di tempo è brevissimo per giungere alle prime isole, ed egli non vi andò in due mesi, e andò alle altre molto avanti.

L'undecima è, che subito con due navigli discese alla Spagnola: e si sa che tre furono quelli che egli condusse, per andare a Cuba dalla Spagnola.

La duodecima falsità scritta dal Giustiniano è, che la Spagnola dista quattro ore dalla Spagna; e l'Ammiraglio più di cinque ne conta.

E, oltre a ciò, per aggiungere alle dodici la tredicesima, dice che il fine occidentale di Cuba dista sei ore dalla Spagnola, mettendo più cammino dalla Spagnola a Cuba di quello ch'è dalla Spagna alla Spagnola. Dimodoché dalla poca diligenza e trascuraggine ch'egli usò in informarsi e scrivere il vero di quel che s'appartiene a queste cose così chiare, si può conoscere come anche si sia informato di quel che era tanto ascoso; onde egli stesso si contraddisse, secondo che si è veduto.

Ma lasciando questa differenza da parte, con la quale io penso di aver ormai attediati i lettori, diremo solamente che per i molti errori e falsità che in detta storia e nel Salterio del Giustiniano si trovano, la Signoria di Genova, considerata la falsità della sua scrittura, ha messo pena a coloro che questa sua storia avranno o leggeranno, e con gran diligenza ha mandato a cercarla in ogni luogo dove è stata mandata, acciò che per pubblico decreto sia cancellata ed estinta. Però io tornerò al principale nostro intento concludendo col dire che l'Ammiraglio fu uomo di lettere e di grande esperienza e che non spese il tempo in cose manuali, né in arte meccanica, come la grandezza e perpetuità dei suoi maravigliosi fatti ricercavano, e metterò fine a questo capitolo con quel ch'egli scrisse in una sua lettera alla nutrice del principe don Giovanni di Castiglia con tali parole:

«Io non sono il primo ammiraglio della mia famiglia: mettanmi pure il nome che vorranno, che in ultimo David, re sapientissimo, fu guardiano di pecore, e poi fu fatto re di Gerusalemme; e io servo sono di quello stesso Signore che mise lui in tale stato».

 




Precedente - Successivo

Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (V89) - Some rights reserved by Èulogos SpA - 1996-2007. Content in this page is licensed under a Creative Commons License